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DI TUTTO UN PO' - I MIEI ARTICOLI - di Ennio Porceddu

FESTE CIVILI E RELIGIOSE
IN SARDEGNA

LA FESTA DI SANT’ANTIOCO A
CAGLIARI NEL 1600 ERA UNA REALTA’


di Ennio Porceddu
(20-10-2020) Generalmente le principali sagre in Sardegna, nei libri sono descritte seguendo un ordine temporale legato all’avvicendarsi delle stagioni e dei mesi dell’anno. In questi libri mancano alcuni riferimenti Essi scandiscono la vita delle collettività isolane attraverso un calendario che non necessariamente ricalca quello liturgico cristiano o l’anno della loro nascita. Nel compendio di leggi, decreti e ordinanze “Leyes y pragmáticas” del ricercatore sassarese F. Angelo Vico e edita a Napoli nel 1640, si attesta che “nella Cagliari del primo Seicento, la vita sociale e collettiva era giunta a un certo grado di organizzazione e di perfezione e le festività religiose e civili erano molteplici”. Ad affermarlo c’è anche Joaquín Arce, autore di molti lavori tra cui “La Spagna in Sardegna” (Madrid 1960 e Cagliari 1982), dove si legge che, “senza contare le domeniche, le feste di Natale e di Pasqua e le altre feste mobili, erano ben settantaquattro le festività infrasettimanali”. In pratica dice che i sardi, in quei giorni, onoravano i patroni dei gremi e delle confraternite e i santi ai quali si rivolgevano per chiedere di preservarli dalle malattie e dalle lunghe carestie. Molte feste sono scomparse e non restano tracce. Altre si sono estinte molti anni fa, altri ancora, addirittura due secoli fa, come la sagra di S. Antioco (
foto dal web/Social) che si svolgeva a Cagliari, il 5 maggio, nella collina di Bonaria, a cui partecipavano i contadini con le traccas, provenienti da diverse parti del Campidano. Ne abbiamo notizia dal Fuos, un cappellano militare , che percorse la Sardegna negli anni Settanta del secolo XVIII e ci lasciò un’interessante descrizione nel testo «La Sardegna nel 1773-1776 descritta da un contemporaneo”. Joseph Fuos, pastore luterano cappellano militare e memorialista dell’ Isola sabauda settecentesca, riferisce che la sagra di S. Antioco era, con quella di Sant’Efisio, la più rilevante in tutto l’anno e aveva carattere spiccatamente rurale. La descrizione che fa il Fuos sulle traccas, che intervenivano a decine alla sagra, è interessantissima. Lo cita anche F. Alziator nel libro «La città del sole». L'attribuzione a Joseph Fuos è che l'autore anonimo del libro con questo titolo, apparso a Lipsia nel 1780 in forma di una raccolta di tredici lettere destinate a un anonimo barone del Baden, è stato in Sardegna, a Cagliari, negli anni dal 1773 al 1777, in qualità di cappellano militare, probabilmente del reggimento di svizzeri Royal Allemand allora di guarnigione a Cagliari al servizio del Re di Sardegna. La notorietà dell'opera e del suo probabile autore si deve alla tarda edizione italiana dell'avvocato cagliaritano Pasquale Gastaldi Millelire nel 1899. Parecchi dei successivi viaggiatori e memorialisti in Sardegna hanno attinto liberamente a questo suo testo, specie dopo la traduzione italiana e in particolare per quanto riguarda le usanze locali e i giudizi sul carattere e sul modo di vivere dei sardi di quei tempi e nel passato.



La cantante sarda, ripartendo dal profondo Sulcis e dalle doloranti esperienze di fatica, di dramma e di morte, ha ritrovato, con le canzoni popolari sarde, l'antica anima dei suoi progenitori barbaricini.
ANNA LODDO
e il tremolio di canne


di Ennio Porceddu
Qualcuno ha scritto che è un "vulcano in eruzione" e, tra le più rappresentative del folck sardo. Un critico, invece, ha affermato che Anna Loddo “sa esprimere con la sua musica la magia e l’arte popolare, vibrazione di un sentimento profondo, dove riaffiora, con struggente malinconia, la nostalgia per modo d’essere e “diverso”, più intimo e sofferto”.Anna Loddo, nata a Carbonia, ma cagliaritana di adozione, è un'interprete dotata di gran sensibilità percettività e raffinata espressività, con la sua voce calda e appassionata, canta d’istinto l’antica anima dei progenitori barbaricini ripartendo dalle esperienze del profondo Sulcis, dalle brutture della vita e dalla fatica per esistere, dai drammi della gente fino alla fine.Nelle sue canzoni c’è sempre la dolcezza, le gioie, e insieme i tormenti, le passioni e la disperazione e solitudine di un popolo da sempre vessato e costretto alla recessione.Sono canti chela Folck Singer, interpreta con grande amore. Sono lamenti reconditi di Sardegna, una terra, una patria perduta, con una cultura autentica e genuina che è stata soffocata, ma che, per fortuna, si può ancora salvare. “La speranza è sempre l’ultima a morire”.

Anna Loddo è la voce dell’Isola. L’unica e vera ambasciatrice del folklore sardo nel mondo.Tantissime le tournée, la partecipazione a programmi televisivi nazionali: Adesso Musica; Un’ora con voi con Corrado; Canto popolare con Lilian Terry; Natale ‘76; L’altra campana con Enzo Tortora; Fantastico 5 con Pippo Baudo. Diversi anche i concerti e le apparizioni televisive all’estero.La carriera della Folk Singer Sarda è nata a metà degli anni ‘50, ma fin da bambina si è sempre dedicata al canto studiando musica e solfeggio.Ha vinto tanti concorsi nazionali e internazionali, due medaglie d’oro; ma il più importante riconoscimento per lei, quando classificò prima al concorso nazionale: “Alla ricerca del folklore italiano”, organizzato dalla RAI-TV. Tra le dieci finaliste perla Sardegna, si piazzò al 1°posto con la canzone “A Desulo”, poesia del famoso poeta Antioco Casula “ noto “Montanaru”, che la cantante adattò al canto Nuorese. L'esibizione fu un grandissimo successo; un successo che le aprì le porte del firmamento musicale e dei contratti discografici. Da quel momento Anna Loddo s'impose al grande pubblico in Italia e all'estero.Di Anna, il giornalista e critico d'arte prof. Fernando Pilia aveva scritto: "Nel quadro del recupero e del rilancio del fascinoso patrimonio etnomusicale della Sardegna, in concomitanza col nuovo corso del folk italiano, notevole è la presenza di Anna Loddo che, ripartendo dal profondo Sulcis. dalle doloranti esperienze di fatica, di dramma e di morte, ha ritrovato l'antica anima dei suoi progenitori barbaricini. Con la sua voce calda e appassionata, canta d'istinto, con duttile versatilità, nelle diverse "mode" isolane, esprimendo tutta la dolcezza e tutta la disperazione di un popolo ingannato dalla fortuna, vittima della sua solitudine, segregato in un antica recessione, ma ancora oggi capace di slanci vigorosi verso originali e suggestive melodie che sono rimaste immutate da millenni (...) Nelle interpretazioni di Anna Loddo si sente la magia di questa arte popolare, c'è la vibrazione di un sentimento profondo, riaffiora, con struggente malinconia, la nostalgia per un modo di essere che è "diverso", più intimo e sofferto".

Sentimento profondo che ha saputo ancora una volta esternare nel concerto all'Anfiteatro con Noa un'artista israeliana profondamente impegnata nell'utilizzo della musica come strumento di riavvicinamento fra popoli in conflitto.Quando qualche giornalista le chiede qual è il brano che l'affascina di più, la risposta dell'amica Loddo è sempre la stessa: "Non potho reposare", incluso nel 33 giri ""Tremolio di canne", una interpretazione molto diversa da altri artisti, interpretazione particolare e soprattutto genuina.Durante tutta la sua lunga carriera ha inciso quattro dischi LP e un 45 giri. Due perla Fonit- Cetra di Torino, gli altri con l’Aedo: “Anna Loddo tremolio di canne (ca so tremende che fozzas de canne) ”. Quest'ultima pubblicazione risale al 1975; “Sardegna”; “In concerto”; “A unu frade sorridente”, contenente una poesia di Graziano Mesina “Unu frade sorridente (“Visita in camposanto”), scritta nel1972 incarcere e, dedicato al fratello Giovanni, ucciso nel pieno della sua giovinezza, che Anna Loddo ha voluto rivestire di musica; e infine “Es nadu su bambinu”/”Pizzineddu” (disco 45).

Altri brani sono inclusi in alcuni CD che fanno bella mostra nelle vetrine dei negozi di dischi specializzati e nelle piattaforme On line.Nel 1976 la troviamo “madrina” al Festival dei BambiniLa Palmad’Oro di Cagliari, chiamata da chi scrive, organizzatore dell'evento, dove ottiene un gran successo.Sempre lo stesso anno, in collaborazione col coretto “I Piccoli Cantori Sardi”, diretti da chi scrive, il 45 giri “Es nadu su bambinu”, un disco prodotto dall’Aedo di Pizzi, e distribuito nell’Isola e all’estero in occasione del Natale. Diverse le apparizioni in televisione, sia locali che Nazionali e i concerti nelle piazze dell'isola, in occasione delle feste popolari.

Tracce discografiche

Anna Loddo

Sardegna (disco 33 giri, Fonit-Cetra).

Tremolio di canne (disco 33 giri Fonit-Cetra, 1975).

In concerto (disco 33 giri, Aedo).

A unu frade sorridente (disco 33 giri, Aedo).

Anna Loddo con i Piccoli Cantori Sardi diretti da Ennio Porceddu

Es nadu su bambinu / Su pizzineddu (con i chitarristi Nanni Serra e Pino Pisano).

(disco 45 giri, Aedo, Cagliari, 1976)


Giovanni Maria Tolu fu probabilmente il più famoso tra tutti i banditi sardi: si diede alla macchia dopo aver ridotto in fin di vita il parroco del suo paese
Storia di un bandito sardo
Giovanni Maria Tolu di Florinas
Esce postumo la sua biografia"Giovanni Tolu, storia di un bandito sardo narrata da lui medesimo" nel 1897 dettata allo scrittore Enrico Costa

di Ennio Porceddu
(14-8-2020 / 4-2-2015) Presentato dalla voce popolare come un bandito nobile e disinteressato dell'ottocento, Giovanni Maria Tolu, nato nel 1822 a Florinas, in un piccolo villaggio del Sassarese, nel novembre del 1895 di reca da Enrico Costa, già noto scrittore e giornalista sassarese, perché vuole affidargli la sua verità. È stanco delle menzogne che girano sul suo conto in Italia e all’estero. Lo scrittore ne parla con l'editore Giuseppe Dessì che accoglie il progetto e dal gennaio successivo iniziano gli incontri nello studio dello scrittore Tolu fuma la pipa e narra la sua storia. I quasi trent’anni di latitanza, li vive tra nascondigli di amici e le grotte, di giorno dorme mentre la notte vigila per non essere sorpreso dalle forze dell'ordine. Per lui sono anni meno faticosi dei venticinque mesi di detenzione nelle carceri di Sassari, Oristano, Cagliari e Frosinone dopo la sua cattura e dove dal processo ne esce assolto. Dal racconto del Tolu ne viene fuori una rocambolesca biografia che E. Costa descrive in profondità e con grande sapienza il periodo e i diversi aspetti della "società del malessere" della Sardegna del XIX secolo.

Dalla sua verità ricca di umanità, nasce un testo di ampio respiro che lo scrittore rende autenticamente rapsodico e di gradevole lettura dove ricorda che in quei momenti la presenza dello Stato era sostituita delle compagnie barracellari, un autentico forma di polizia rurale che trova ben pochi paragoni nel panorama dei corpi di polizia dell’Europa moderna. In quel tempo la compagnia baracellare si presentava come una speciale squadra di polizia campestre che, in cambio dei contributi versati dagli allevatori e dai coltivatori, s’impegnava a controllare il territorio, a salvaguardare le attività agricole, a prevenire i reati, a sorvegliare i beni rurali e nello specifico, a risarcire i danni causati da furti, dagli atti vandalici e dagli sconfinamenti del bestiame.Dal racconto appassionato del Tolu si viene a sapere che la madre Vincenza Bazzoni diede alla luce, con un parto gemellare, uno dei più efferati banditi sardi della seconda metà dell'Ottocento; Il padre, Pietro Gavino, era un agricoltore dinamico e allo stesso tempo severo con i propri figli, impartendo loro un'educazione molto rigida secondo una sua direttiva personale "Figli miei: o buoni o morti".Dopo la scomparsa del padre, si era trovato a soli diciassette anni, a dover badare alla famiglia alla quale, lavorando duramente nelle campagne, era riuscito ad assicurare un modesto benessere.Meglio da solo - diceva - che con sferza e modi bruschi. Così impara a leggere e scrivere Giovanni Tolu (1822-1896). Autodidatta adulto, perché da bambino rinuncia allo studio presso un severo parente prete.

I libri e quaderni, amici fedeli, conservano parole capaci di rendere manifesta la verità.A 25 anni, Giovanni Maria s'innamorò follemente della serva del parroco del paese don Pittui che aveva appena compiuto 15 anni. A ostacolare il giovane innamorato è lo stesso sacerdote, che diventò ostile.Ma, nonostante la contrarietà del religioso, che gli impediva di sposare la ragazza, che, secondo voci del tempo, in realtà pare fosse la figlia del pio uomo di chiesa, incline a diversivi non propriamente spirituali, il 17 aprile, all'età di 27 anni la sposò. La tranquillità familiare dei due sposi duro poco tempo. " La giovane moglie, mal consigliata da vicini e parenti e dallo stesso sacerdote Pittui, assunse nel tempo un comportamento duro e scontroso osteggiando il Tolu su ogni decisione familiare. Le liti si conclusero in una separazione quando la ragazza, in attesa di un figlio, si rifiutò di andare a vivere in una nuova casa che i due avevano scelto di comune accordo. Ne nacque una accesa discussione nel corso del quale Giovanni Maria Tolu diede un manrovescio alla moglie. "L’intervento del padre della ragazza- scrive E. Costa, nella biografia di Tolu - in preda ad un attacco di collera, si diede a gettare in strada le masserizie della coppia, fece perdere il lume della ragione al Tolu che, impugnato il fucile, minacciò il suocero. Il chiasso attirò una folla di curiosi, arrivarono il sindaco e il prete Pittui che dichiarò che il matrimonio poteva considerarsi concluso. Nelle fredde e buie giornate d’inverno il Tolu, tormentato da dolori alle giunture che attribuiva ai malefici del prete Pittui, pensava a come vendicarsi di quel sacerdote, causa della sua rovina".Così, all’alba del 27 dicembre 1850 lo affrontò mentre si recava a dir messa nell’oratorio di S. Croce e lo aggredì nella strada del paese, riducendolo in fin di vita, poi, invece di consegnarsi ed essere condannato a una pena lieve per tentato omicidio, si diede alla macchia dopo, secondo il Tolu, aver vendicato l'intromissione del sacerdote Pittui nella sua vita familiare."Nascosi - Racconta Giovanni Tolu allo scrittore Enrico Costa - l’arma sotto il cappotto e tornai ad appoggiarmi allo stipite della porta tenendo l’occhio sempre fisso sulla strada dell’oratorio. Finalmente, verso le sei, vidi il prete che scantonava. Il cielo si faceva sempre più fosco e il sole non era ancora levato. Per le vie non si vedeva anima viva. Le porte delle case erano tutte chiuse, poiché il freddo tratteneva più dell’usato gli abitanti i quali non avevano l’obbligo di lavorare in quel giorno festivo. Avvolto nel suo lungo pastrano dalle ampie saccocce, col bavero alzato, il prete attraversò il breve tratto di strada col capo chino contro il vento furioso che gli soffiava di fronte. Passò come una visione e scomparve. Allora io mi mossi e affrettai il passo per tenergli dietro. Scantonata la via, studia di camminare rasente le case per raggiungerlo inosservato. Il vento che ci soffiava di fronte gli impediva di avvertire il rumore delle mie pedate. Gli tenni dietro per una cinquantina di passi, e lo raggiunsi all’imbocco del largo detto Funtana manna, in cui a destra la strada fa scarpa in campagna aperta, fronteggiando il villaggio di Codrongianus. Il sito era opportuno perché spazioso e poco frequentato. Giunto a tre passi da lui, tolsi la pistola di sotto il cappottane, gliela puntai quasi a bruciapelo alla nuca e premetti il grilletto. L’arma non prese fuoco, perché il cane non aveva schiacciato il fulminante. Continuai a camminare assieme a lui, sempre alla stessa distanza, e altre tre volte ritentai il tiro. Il colpo non partì mai e il vento contrario impedì che lo scatto del grilletto giungesse all’orecchio del prete. Io era atterrito. […] Feci ancora altri due passi avanti, levai in alto il braccio e con tutta la mia forza lo lasciai ricadere con un manrovescio sulla guancia sinistra del prete, che stramazzò supino. Gli fui sopra come una tigre, gli posi un ginocchio sul petto, lo afferrai colla sinistra alla gola e puntandogli la pistola all’occhio, feci scattare tre o quattro volte il grilletto, sempre invano. Il prete si dimenava in tutti i sensi e mandava sordi rantoli che si confondevano col gemito del vento. Aveva la lingua tutta fuori, gli occhi spalancati, Le sue unghie penetravano nelle mie carni, ma le mie braccia erano di acciaio. […] Nel frattempo dietro di me diverse porte si spalancarono con fracasso. Una dozzina di uomini robusti si lanciò verso di noi (da: E. Costa, Giovanni Tolu, Autobiografia di un bandito sanguinario, Ed. L’Unione Sarda, Cagliari 2005, p. 71-72).La latitanza durò circa una trentina d'anni Da quel momento sua vita avventurosa divenne una leggenda, temuta e rispettata allo stesso tempo, e scampato a numerosi conflitti, dopo aver ucciso alcuni carabinieri.La sua contumacia finì il 22 settembre 1880 quando si fece arrestare dai carabinieri per evitare una sparatoria e per non spaventare la figlia Maria Antonia, incinta, che era con lui. Fu, in seguito trasferito a Sassari dove si radunò una folla di curiosi. Due anni dopo fu celebrato il processo a Frosinone per evitare che l’enorme clamore suscitato in Sardegna dal suo arresto, potesse influenzare la giuria. Il caso, seguito da tutti i giornali nazionali, suscitò una grande e appassionata partecipazione. Il verdetto, attesissimo, giunse dopo soli tre giorni di dibattimento: Giovanni Maria Tolu, assolto per aver agito per legittima difesa.Tornato in Sardegna si recò dallo scrittore Enrico Costa, chiedendogli di scrivere la sua biografia. Il libro fu pubblicato nel 1897, col titolo "Giovanni Tolu, storia di un bandito sardo narrata da lui medesimo".Giovanni Tolu non poté mai leggerlo, infatti, l'anno precedente si era spento improvvisamente a 74 anni, in un cuile della Nurra da una malattia frequente nelle zone agricole: il carbonchio (conosciuta anche come antrace).

Alta circa 120 centimetri, la scultura è sistemata in piazza Matteotti e ritrae il Maestro a mezzo busto
LA SCULTURA DI GIUSEPPE
VERDI A CAGLIARI

di Ennio Porceddu
(20-7-2020) Enrico Costa, storico e scrittore del XIX secolo definì “la città di Cagliari “monarchica, bigotta, festaiola in cerimonie e larga in cortesia nel mar si specchia e si fa civettuola tra i rigattieri e l’aristocrazia”, ma era anche una città di grande sviluppo e percorsa da forti tensioni sociali. Dotata di spiccata sensibilità e d’indubbia cultura musicale, essa fu profondamente colpita dalla scomparsa del grande compositore Giuseppe Verdi(
foto dal web/Social). Prese allora corpo, tra alcuni cittadini, l'idea di finanziare un'opera che ne celebrasse la figura e l'arte. C’è da dire che Cagliari non ha tante statue e busti ottocenteschi nelle sue piazze. A parte la statua di Carlo Felice, con il braccio rivolto verso via Manno, anziché Corso Vittorio. Quando i Piemontesi migliorarono la città dal punto di vista urbanistico, demolirono in parte la logica architettonica e urbanistica medievale, applicando le elaborazioni stilistiche francesi, non ebbero la capacità di abbellire le tanto piazze e luoghi della città perché le finanze come sempre erano insufficienti. Nel periodo sabaudo e più avanti durante il Regno d’Italia, qualche statua fu allestita. Famosa e discussa (tuttora) quella di Carlo Felice in piazza Yenne, meno famosi (e più bistrattati) i busti di Verdi, Bovio, Dante e Bruno. Il 27 gennaio dell’1901 Cagliari fu colpita dalla morte di Verdi: a tal punto che un gruppo di cittadini finanziò la costruzione di un’opera per celebrarlo. Nella redazione dell'Unione Sarda arrivata la notizia, dal direttore Marcello Vinelli. Parte l'idea di dedicare al compositore toscano un monumento. Fu interpellato Giuseppe Boero stampacino, classe 1876, mano d'oro, mente arguta, e il genio di chi l'arte ce l'ha nelle vene. Il busto Giuseppe Verdi, alto circa 120 centimetri, fu collocato in piazza Matteotti. La scultura lavorata alla forgia, ritrae il Maestro a mezzo busto, austero e pensoso nel volto, incorniciato dall'inconfondibile barba e da un cappello a tese larghe. Collocata su un alto e sobrio pilastro in pietra di Serrenti, recante semplicemente le scritte "Verdi" e "1911", la figura è adornata da una lira e da rami di quercia e alloro, simboleggianti rispettivamente l'arte della Musica e la straordinaria perizia dell'autore di composizioni ineguagliabili quali l'Aida ed il Nabucco. L’unico neo che ne dequalifica la statua del maestro Verdi, la data di morte: Il compositore emiliano è morto nel 1901. Due appunti: nel 1943 durante i bombardamenti il pilastro e la data della morte furono in parte rovinati. Il restauro fece danni anche peggiori: al posto della vecchia data, venne sistemata in modo grossolano e superficiale una data sbagliata: 1911. Quella data è ancora lì. Secondo appunto: il busto si trova in piazza Matteotti, la porta della città, da sempre degradata e ora finalmente, in fase di restauro. Speriamo che assieme al risanamento della piazza si “restauri” anche la data della morte del grande compositore.


LA SARDEGNA SPLENDE CON LE
FESTE E LE TRADIZIONI POPOLARI

VIAGGIO TRA I RITI RELIGIOSI E RITUALI PAGANI ALLA SCOPERTA DELLE MERAVIGLIE DELL'ISOLA

di Ennio Porceddu
(25-6-2020) “Sardegna quasi un continente”, scrive Marcello Serra, nel suo libro di maggiore successo. Sardegna un’isola prigioniera del Mediterraneo, ma contenta di esistere. Un’isola con bellissime coste, insenature, spiagge e un mare cristallino con eccezionali fondali e anfratti in una ambientazione unica. I monti e le foreste, la flora e la fauna, nonostante l’ignobile azione vandalica degli incendiari che ogni anno distruggono centinaia d’ettari di bosco, conservano, in esemplari unici, mufloni, cavallini di bassa statura (tipi della giara di Gestori), l’avvoltoio, i fenicotteri, e tante altre specie d’uccelli che si possono osservare nello stagno di Molentargiu. Dal punto di vista sociale – culturale - storico –folcloristico, insieme con quello propriamente gastronomico, le tradizioni popolari dell’isola hanno origini molto profonde che si perdono nella notte dei tempi. La Sardegna sente maggiormente questa presenza ed ha sempre tentato di sostenerla con il diritto della continuità territoriale (sempre negata da Roma) con le altre regioni italiane. Malgrado tutto, l’isola vive il massimo del suo splendore con le feste e le tradizioni popolari che la rendono unica al mondo. Ogni anno,la Sardegna, si svolgono centinaia di festeggiamenti in onore dei santi che vedono la partecipazione di un popolo sempre più numeroso e attento con i caratteristici costumi sardi dei paesi di provenienza. Ogni paese dell’isola si differenzia per l’abbigliamento e la foggia, fatta eccezione per alcuni che sono analoghi sia nei colori, sia nei disegni. Le feste sarde sono sempre religiose o pagane, in onore di santi o pseudo protettori (San Costantino, come santo non è mai esistito perla Chiesadi Roma), che richiamano migliaia di fedeli e turisti. Con le tradizioni popolari, il turista ha scoperto i mammuthones di Mamoiada, i boes di Ottana e tante altre maschere, che si pensa appartengono solo alla Sardegna, ma che invece, ritroviamo simili in qualche paese europeo (esempio, in Germania), o addirittura in Italia, nel bellunese. Anticamente fra le feste più importanti, predominavano quelle religiose: dell’Immacolata Concezione, della Beata Vergine Maria, della Madonna delle Grazie, del Rosario, di Santa Croce, di San Luigi, di Nostra Signora di Bonaria, di Sant’Efisio (patrono della Sardegna), ecc.
A Tergu, in provincia di Sassari si festeggiava Sant’Antonio (prediletto dai giovani), San Narcisio (degli agricoltori) San Sebastiano (dei pastori), San Vincenzo (dei pastori e degli agricoltori), SS. Trinità (dei negozianti e macellai), San Lussorio (protettore del centro Sardegna) e infine San Gavino (Portotorres ha dedicato a questo santo la propria Basilica romanica, la più imponente dell’isola, costruita intorno al XII secolo.
Altri martiri turritani sono: Proto e Gianuario
In bambagia troviamo, molto venerato, San Francesco, Lula, (immortalato dal poeta Sebastiano Satta come “il santo dei banditi”). A Laconi si festeggia Sant’Ignazio, il taumaturgo amato da tutti i sardi. Le solennità, generalmente, precedono sempre la veglia (bidazolzu), che si esplicano col protrarsi della notte, in continui divertimenti nei pressi del tempio cristiano (Canti e balli, corse o palio: l’Ardia di Sedilo,La Sartigliadi Oristano, ecc.): Nei paesi barbaricini, da diversi anni si propone. “Autunno in Barbagia”.

UN GRANDE MUSICISTA E AMICO
DIMENTICATO DE “IS CANTORES”

ALBINO PUDDU
UN GRANDE SUCCESSO LO OTTENNE CON IL SUO PRIMO ALBUM. L’AVE MARIA FU RIPRESA DA DE ANDRE' CON GLI ARRANGIAMENTI DEL MUSICISTA SARDO


di Ennio Porceddu
(2-6-2020) Ricordo quando per la prima volta, ho presentato il disco di Albino (Is cantores) a Radio Uta nel 1976,,. Fu un successo. L’incontro con Albino, nato ad Alghero, ma cagliaritano di adozione, avvenne molti anni prima, nel 1961, quando la sua famiglia si trasferì nei pressi di casa mia. Io allora avevo appena venti anni. Lui era già un bravo chitarrista, io un promettente autore di canzoni. Albino era anche un bravo intraprendente organizzatore e aveva intenzione di mettere in piedi una piccola rivista musicale: un po' di canzoni con delle parodie comiche. Uno di questi spettacolini lo presentammo in un circolo delle Acli, Io ero il presentatore ufficiale. In quell’occasione un amico cantante interpretò una mia canzone “Voglio trovarti”, Per noi fu una grande esperienza. Lo stesso spettacolino lo ripetemmo all’ospedale Binaghi con un buon successo. Ricordo che i pazienti del nosocomio erano talmente felici che chiesero l’autografo.L’anno presentai una mia canzone “Follia” (la prima canzone rock, scritta da un sardo ) al festival di Roma (VIII parata della canzone italiana, dove vinsi il terzo premio. Nel 1963 organizzai la seconda dizione del concorso Voci Nuove “Coppa S. Eusebio”. Per accompagnare i concorrenti chiamai albino Puddu che allora aveva messo in piedi il complesso “I DRITTI” con Antonio Stara alla fisarmonica, Marco Mura alla batteria, Giuseppe Bruchietti alla chitarra, Giovanni Alcioni al sax, Mario Murru, Ettore Rovasio al basso e da Albino alla chitarra solista, Tutti i musicisti proveniva da altre esperienze. Il repertorio dei Dritti erano prevalentemente costituiti da motivi che venivano da oltreoceano. Tra gli ospiti c’era Carmen Medda appena rientrata in Sardegna dopo il successo ottenuto al Gran Premio, la trasmissione televisiva della RAI di fine anno. Gli altri ospiti : Tonio Puddu (pugile), Antonio Giorri, il poeta-attore Flavio Sorrentino e il complesso I Condors di Demetrio Caddeo. Naturalmente chi scrive non era solo l’organizzatore ma anche il presentatore- Quell’edizione vinse il primo premio Paola Aguecci una ragazza di 15 anni che interpretava la canzone “La Partita di Pallone”, un successo di Rita Pavone. Intanto nel 1965, organizzai la terza edizione del concorso Voci Nuove alla terrazza dell’Hotel Enalc di piazza Giovanni a Cagliari, con il gruppo I Marines, ospiti Vittorio Laconi e il maestro Armando Sciascia, proprietario della casa discografica Vedette di Milano.Poi, Albino creò il gruppo Le Ombre, dove tra l’altro entro il Cantante Giorgio Zuddas e altri musicisti. Per tanti anni ci siamo allontanati, io con le mie canzoni i gruppi musicali e le mie produzioni discografiche (Serenella, Miriam, I Nuovi Condors, La Nuova Era, I Black Stones) con le mie etichette Hardy Records e Polimusic, lui con i suoi impegni in Sardegna. Quando sono arrivate le radio private, mentre io mi occupavo di alcuni programmi a Radio Uta (siamo nel 1976), ricevo una telefonata da Albino Puddu. “Ciao Ennio, io e il mio gruppo Is Cantores, abbiamo inciso un LP e vorremmo che tu lo presentassi nel tuo programma radio”:Felice di risentire Albino, un amico di sempre, gli fissai un appuntamento a Uta presso la redazione della radio. Albino arrivò con tutto gruppo:Raffaele Zuddas (vocal – chitarra 12 corde – mandola – percussioni), Giorgio Zuddas (vocale e percussioni), Antonello Schirra (vocal – basso – percussioni –chitarra 12 corde). La trasmissione fu ascoltata con grande successo da mezza Sardegna. Presentai il disco LP che avevano registrato presso gli studi della Rca a Roma, condita con una bella intervista collettiva. Il 33 giri su etichetta C.S.S. (Cantores Super Stereo), contiene una versione stupenda della Ave Maria con arrangiamenti di Albino Puddu artista sardo forse troppo dimenticato ma di grandissimo talento. Un grazie all'amico.Intanto io continuai a occuparmi di trasmissioni da Radio Uta, poi nel 1977, assieme all’amico Mario Melis, un piccolo imprenditore di Cagliari, misi in piedi Radio Cagliari Centrale. Sempre nel 1975 e 1976 organizzai il Festival dei Bambini “La Palma D’Oro”.Nel 1977, mentre ero impegnato a produrre delle canzoni con autori e compositori provenienti da tutta Italia (Catarsi, Salizzato, Gardino, Fascetti, Monti, Mateicich ed altri), mi arrivo una telefonata da Albino: mi chiedeva un appuntamento nella sua cartoleria di via Col Di Lana, a due passi dal cinema Astoria, per un problema importante.C’incontrammo nel suo negozio e mi propose di produrre il suo nuovo disco che doveva contenere dieci brani nuovi. Ma, alla mia richiesta di inserire nell’album alcuni mie canzoni, Albino non fu d’accordo e quindi non se ne fece nulla. Poi ci siamo incontrati due anni dopo e mi ha regalato la cassetta prodotta da Palmas. Sinceramente mi dispiacque molto non aver prodotto quel disco. Poi ci siamo ancora persi di vista, so che abitava dopo Capoterra e continuava a comporre e a suonare.Ora la notizia dall’amico Giorgio Zuddas che Albino Puddu è morto mi riempie di dolore. R.I.P. caro amico.



CRONACA DI UNA DOMENICA SPECIALE (1 MAGGIO) PER LA SAGRA S. EFISIO. MENTRE IL SANTO SI APPRESTA A RAGGIUNGERE NORA, LUOGO DEL SUO MARTIRIO, I TURISTI INVADONO LA CITTA’, IL POETTO E CASTELLO
CAGLIARI – CASTELLO CRONACA
DI UNA DOMENICA SPECIALE

Nei pressi del Teatro Civico, a ridosso della scuola Santa Caterina, c’è la piazzetta intitolata al Professor Goffredo Angioni, emerito specialista di malattie infettive dell’Ospedale SS. Trinità di Cagliari, deceduto nel 1988

di Ennio Porceddu
(13-5-2020/2014)E’ passato poco più di un mese ma il ricordo di quella domenica non si può dimenticarla. Era il primo maggio, a Cagliari, una moltitudine di turisti occupava la città di Cagliari per rendere omaggio al Santo protettore della città e della Sardegna tutta. Quando il cocchio di Sant’Efisio da via Roma s’incamminò, dopo aver viaggiato per le vie del centro, verso la chiesetta di Giorgino di proprietà della famiglia Balletto, per cambiare gli indumenti e riprendere il cammino verso Nora, molti forestieri si avviarono verso le strade della città per raggiungere un luogo di ristoro. Dopo essersi rifocillati, molti di questi “graditi ospiti”, sncamminarono, a piedi, in giro per Castello, che, diciamolo, per molti sono un’attrattiva stupenda, con le sue strade, i palazzi, le torri e la sua storia. Altri, invece preferirono farsi scarrozzare con i bus-turistico o il trenino (che sembra ricordare una vecchia canzone che titolava: il trenino di latta verde), che da piazza Carmine o da Largo Carlo Felice li portò verso Castello.Il pomeriggio faceva molto caldo, non era proprio adatto alle passeggiate, ma certi turisti, sembravano non risentirne e s’incamminarono tranquilli e determinati dentro il quartiere storico. Un gruppo, dopo aver attraversato Porta Cristina e piazza Indipendenza, s’infilò in via Pietro Martini e costeggiò il Palazzo Viceregio, la Cattedrale(
foto dal web/Social) e il vecchio Palazzo Civico, e s’incunea verso via Del Fossario, lasciando alle spalle la chiesetta della Speranza di proprietà degli Aimerich.Qui il panorama che si presentava suscitò, agli ospiti, grande stupore: il quartiere di Villanova, la chiesa di Bonaria, monte Urpino, il Poetto e tutto il Campidano, con le mura del castello S. Michele si manifestarono in tutto il loro splendore. In questo caso le foto non si sprecarono, perchè le immagini della città sono una prova manifesta che Cagliari e il suo circondario, è stupefacente.La passeggiata continuò e in men che non si dica, il gruppo raggiunse il bastione Santa Caterina, oggi Piazza Goffredo Angioni, un medico, che, chi scrive, ha conosciuto molto bene per la sua professionalità e per la sua umanità. Intanto, mentre il gruppo dei turisti, affascinato dalla terrazza del Bastione San Remy, ammirava il panorama, davo origine a una breve scheda di questo medico che tutti chiamava legittimamente “Professore”. Coniugato con Donna Anna Aimerich, era primario dal 1946 al 1982 della Divisione Malattie Infettive dell’Ospedale SS. Trinità di Cagliari. Molto apprezzato per la sua indubbia professionalità, aveva dovuto affrontare e risolvere molti problemi legati alla sanità. Nel 1973 e nel 1979, aveva combattuto con i casi di colera. Per il professore, che non conosceva pause, fare il medico voleva dire affrontare giornalmente casi di meningite, epatite, tifo e quant’altro con grande senso di responsabilità. Autore di tantissime pubblicazioni scientifiche Prof. Angioni è scomparso nel 1988. La città di Cagliari gli ha intitolato, appunto, questa piazzetta.Intanto, il gruppo scendeva la scalinata della terrazza del bastione Santa Caterina, lasciando alla loro destra il palazzo Boyl. Poi, si soffermarono sul teatro Civico che lo storico Francesco Corona ha definito “assai meschino”, e chiesero notizie alla guida che li accompagnava. La storia del teatro è abbastanza singolare come la descrive il Valery: “Il teatro civico del Castello, nel quale si rappresenta l’opera in autunno e in inverno è stato recentemente ampliato secondo il progetto di Giuseppe Cominotti. Superiore anche all’elegante sala di Sassari, è uno dei principali ornamenti della città. Il bastione di Santa Caterina serve da passeggiata d’inverno. Alcune parti delle fortificazioni spagnole nei pressi di Villanova, costruite nel XVI secolo, sono molto superiori alle nuove fortificazioni che non vi si ricollegano troppo. Esse dureranno molto più a lungo; vi si sente l’impronta d’una nazione allora potente, di un’epoca gloriosa che fa risaltare la mediocrità di tutto il resto”.Il primo teatro di cui si ha notizia a Cagliari fu il “Teatro dell’Università”, un ambiente molto limitato che prevedeva appena trenta logge e poteva contenere non più di trecento spettatori, e nacque verso la metà del XVIII secolo tra Via Canelles e Via Lamarmora e di cui si hanno poche informazioni. Demolito verso il 1764, poco prima del 1770 fu costruito, un nuovo teatro, il Regio, per l’intraprendenza del barone Zapata, aveva una capienza di circa 600 spettatori, divenendo immediatamente il centro della vita culturale e mondana di Castello. Per quasi un ventennio vi si svolsero tre stagioni d’opera l’anno (Estate, Autunno e Carnevale), spettacoli teatrali e balletto. Alla fine del secolo dovette interrompere le programmazioni. Fu riaperto in occasione dell’arrivo in città della famiglia reale e per quasi un quindicennio ebbe luogo una ricca attività teatrale. Dopo il rientro dei Savoia a Torino decadde rapidamente e per alcuni anni rimase chiuso.Nel 1831, per ordine del Re Carlo Felice, fu acquisito dall’Amministrazione Municipale, in cambio di una vigna, assumendo la denominazione di “Civico” e riprendendo a pieno ritmo l’attività con rappresentazioni di ottimo livello artistico e culturale. Poi, fu abbandonato e in seguito demolito e ricostruito nel 1836 su progetto dell’architetto cagliaritano Gaetano Cima. Lo storico Giovanni Spano lo descrive così: “Ha quattro ordini con 84 palchetti e il loggione; è ben decorato, e stuccato in oro. Vi si rappresenta l’opera in musica in due stagioni dell’autunno e del carnevale. Può contenere mille spettatori, compresa la platea… Non poteva scegliersi un sito più centrale per il comodo di tutti i quartieri.” Il teatro di Castello si qualificò principalmente come “teatro dell’opera” ma si adeguò a mettere in scena spettacoli di altro genere, compresa la prosa, solo in momenti di difficoltà e comunque senza grande entusiasmo. Nel 1911 il Comune di Cagliari, lo cedette all’impresa Cadeddu, che lo trasformò in cinematografo. Solo dopo il cambio di gestione il Civico ospitò qualche stagione d’operetta, di varietà e di prosa, e, dai primi anni venti, le stagioni concertistiche.Nel 1930 per iniziativa del podestà Enrico Endrich e del Maestro Renato Fasano, il Comune decise di rilanciare il Civico e organizzare stagioni liriche di alto livello. L’ultima rappresentazione d’opera si ebbe nel 1939, alla presenza di Umberto e Maria Josè di Savoia; in scena I quattro Rusteghi di Ermanno Wolf Ferrari. Il 26 febbraio 1943 i bombardamenti che colpirono la città, il Civico teatro fu colpito dalle bombe. Rimasero in piedi solo la zona del foyer e i muri esterni della sala. Fu una perdita gravissima, che seguiva di qualche mese l’incendio che nella notte del 17 dicembre 1942 aveva abbattuto il teatro Politeama Regina Margherita. In seguito al recente restauro, portato a termine i primi mesi del 2006, il Teatro Civico di Castello ha ricominciato la sua attività, accogliendo rappresentazioni culturali, concerti, varietà e programmazioni cinematografiche.Tornando ai turisti, dopo aver lasciato il Teatro Civico, s’inoltrarono verso Piazza dell’Indipendenza, passando da Via Università, via Santa Croce e le stradine che portano in Via Lamarmora. Finita la salita e arrivati in piazza dell’Indipendenza, il gruppo, di fronte al vecchio Museo, trovò il trenino turistico che li portò verso Largo Carlo Felice, rasentando Piazza Yenner.Qui finiva la mia cronaca improvvisata nella giornata dedicata a Sant’Efis, ma per la città di Cagliari era ancora festa e non mancarono spettacoli di musica e balli folclorico: la notte era lunga e la festa continuava fino alle prime luci dell’alba.Forse qualche protesta era arrivata dagli abitanti del quartiere la Marina (una volta Lapola) per gli schiamazzi notturni di certi “ospiti”, irrispettosi. Ma, anche questa volta, in occasione della sagra del Santo protettore, gli abitanti di una delle tre appendici di Castello, avevano tollerato pazientemente.

Copyright Ennio Porceddu 2014


Pisa fondò questo quartiere nel 1200 e lo fortificò, dotandolo di poderose mura che ancora nel nostro tempo serrano gran parte del perimetro di Castello. Mentre nel 1326 la conduzione dei lavori di fortificazione fu assunta dai Catalani.
STRANA CAGLIARI
DI PIETRA

"Cagliari è una Città che ha affascinato tanti scrittori italiani e stranieri: D. H. Lawrence, Gaston Vuillier, Carlo Levi e Francesco Alziator che la definita "Città del sole"

di Ennio Porceddu
(11-5-2020) A vederlo al tramonto, il Castello di Cagliari(
foto dal web/Social), la rocca che ha dato il nome al suo quartiere più importante, commuove. Qualcuno ha scritto che quel tramonto fa venire il groppo di commozione in gola. Francesco Alziator la definita "Città del sole" perché, anche se non sembra Cagliari è straordinariamente affascinante e ammaliante nella sua complessità e naturalezza. Le luci straordinarie riflesse nel cielo limpido si rifrangono sulle rocce calcaree creando uno straordinario effetto di colori che ha ben pochi ugual con le altre città che si affacciano al Mediterraneo. Con un reticolo di strade che ha un gioco di riflessi unici che ha portato ai posteri l'incanto di un tempo lontano. Carlo Levi ha definito Cagliari: "Una città bellissima, aspra, pietrosa, con mutevoli colori tra le rocce, la pianura africana, le lagune, con una storia tutta scritta e apparente nelle pietre, come i segni di un tempo sul viso".
"Strana Cagliari di Pietra. Ci inerpicammo - lo scrittore inglese David Herbert Lawrence - su per una strada fatta come una scala a chiocciola. E vedemmo i manifesti per un ballo in maschera per bambini. Cagliari è molto ripida. A metà c'è uno strano posto chiamato, i bastioni, un ampio spazio pianeggiante simile a una piazza d'armi con alberi, curiosamente sospeso sopra la città, e dal quale parte un piano inclinato, simile a un ampio viadotto di traverso sopra la strada a chiocciola che s’inerpica verso l'alto. Sopra ai bastioni la città continua a salire ripida verso la Cattedrale e la fortezza. La sommità di Cagliari è la fortezza: la vecchia porta, i vecchi bastioni di bella arenaria giallastra a nido d'ape. Il muro di cinta sale su con un'ampia curvatura, spagnolo, splendido e vertiginoso". "Cagliari è una Città che ha affascinato D. H. Lawrence, e che descrive nel suo libro "Mare e Sardegna", su un viaggio che ha effettuato nel gennaio del 1921. Lo scrittore narra della traversata intrapresa con la moglie Frieda, da Taormina in Sicilia verso Cagliari e poi nell'interno della Sardegna visitando Cagliari, Mandas, Sorgono e Nuoro. Sebbene la sua visita sia stata breve, Lawrence decanta un particolare sunto dell'isola e del popolo sardo, ora ancora distinguibile. "Curiosi - scrive - i bambini di Cagliari. I poveri sembrano veramente poveri monelli scalzi. Invece, i bambini più benestanti sono così raffinati: vestiti in modo così straordinariamente elegante. Ti lascia sbigottito. Non tanto per gli adulti. I bambini. Tutto lo "chic", la moda, tutta l'originalità è profusa sui bambini. E con parecchio successo. Molto spesso è meglio che ai Giardini di Kensington. E passeggiano con papà e mamma con tale baldanza, avendo portato in salvo la loro tenuta alla moda. Chi se lo sarebbe aspettato?"Perfino Gaston Vuillier (1846 - 1915), scrittore e disegnatore francese. Nella sua permanenza a Cagliari, si era dimostrato estasiato di quanto aveva visto, in un innegabile ambiente aristocratico. Passeggiando nelle strette stradine, si era imbattuto nel bastione di Santa Croce, nello stupendo balcone aereo sul lato occidentale di Castello, inondato di luce, che domina i tetti di Stampace su cui magicamente s'intravedono la cupola e i due campanili della Chiesa di S. Anna, il Largo Carlo Felice, il porto e lo stagno di S. Gilla.Davanti al bastione di S. Croce, lo scrittore francese, aveva potuto ammirare un vasto panorama, l'immenso luccichio del mare, e il cielo azzurro che sovrasta le anguste strade del quartiere, probabilmente prigioniere di un'assurda fatalità. L'arciduca Francesco d'Austria Este, nel 1812, si cimentò a scrivere una nota sulle strade di Castello: " Nel Castello le strade sono strette appena vi passa una carrozza, sono quasi tutte in salita, e discesa, mal selciate con pietre rotonde, senza trottoires (marciapiedi) per li pedoni… non vi sono canali sotterranei per dare scolo alle immondizie. Si pretende che ve ne sono degli antichi ma rovinati, ora inservibili: essendo un pendio l'acqua scola dalle contrade, e i condannati delle galere alle volte puliscono un poco. Pozzi non vi sono, ma vi sono le cisterne delle case, e una o due fontane in Castello, da dove i carri portano l'acqua nelle case, che si compra. La notte la città, ed il Castello di Cagliari è male illuminato, vi sono pochissime lanterne nelle contrade innanzi al Palazzo della Corte, e poco più…".Il quartiere medievale di Castello è il più antico dei quattro quartieri storici, è l'emblema e il nucleo della città di Cagliari, sorge in un sito preminente, su un colle, a circa cento metri sul livello del mare. Pisa fondò questo quartiere nel 1200 e lo fortificò, dotandolo di poderose mura che ancora nel nostro tempo serrano gran parte del perimetro di Castello, le monumentali torri pisane di San Pancrazio e dell'Elefante, il Bastione di Saint Remy che si affaccia a Piazza Martiri, la Porta dei Leoni, la Cattedrale di Santa Maria, le strette viuzze e gli antichi palazzi signorili, il Palazzo Viceregio, la Cittadella dei Musei e i laboratori degli antiquari e artigiani, l'ex Palazzo di città, antica sede municipale di Cagliari sino alla fine del XIX secolo, il Palazzo Arcivescovile, il Palazzo delle Seziate, adiacente alla torre di San Pancrazio, nel quale si tenevano le sedute durante le quali il viceré ascoltava le richieste dei prigionieri della vicina torre; il Palazzo dell'Università e il Palazzo Boyl, in stile neoclassico.
Breve storia della fortificazione
La realizzazione della cittadella fortificata di Cagliari è datata all'inizio del XIII secolo, quando la Giudicessa Benedetta di Massa concesse il colle, dove aveva origine l'attuale quartiere di Castello, al Comune di Pisa. Si giunse così all’attuazione di una cinta difensiva, provvista di torri circolari o quadrate poste nei punti delicati del percorso e in particolare delle tre torri poste a difesa dei principali accessi: la torre di San pancrazio a Nord, quella dell'Elefante a Ovest e quella del Leone a Sud.
Dal 1326 la conduzione dei lavori di fortificazione fu assunta dai Catalani, ma le mura conservarono immutata l’ossatura originale sino alla fine del XV secolo quando, si mostrò l’esigenza di rafforzare le fortificazioni e della città fu interessata da una serie di provvedimenti che definirono il nuovo volto della cittadella fortificata, da questo momento mantenuto in pratica integro fino alle demolizioni avvenute nel XIX secolo. I primi bastioni furono concretati dal viceré Dusay (1491 - 1508): quello di San Pancrazio a Nord, quello di Santa Croce a Ovest, quello del Belice a Sud-Ovest, mentre a Sud - Est quello della fontana Bona e del Leone, non fu concretato. Nel 1500 il percorso posto a sud di Castello fu protetto dal Bastione del Belice, dalla cortina di Porta Castello e dal Bastione dello Sperone. Il lato Est fu invece difeso dal lato orientale del Bastione dello Sperone, dal Baluarte della Fontana Bona e dal Baluarte de Villanueva.Fin dalla periodo pisano, le fortificazioni del lato est, si mostravano meno spesse grazie alla configurazione del colle su cui si innalzavano e che dal suddetto versante era particolarmente inaccessibile. Oltrepassate due torri, la Manayra e quella della Fontana Bona, lo sbarramento si sviluppava fino alla torre di San Pancrazio. Il Bastione di Saint Remy, fu innalzato alla fine del XIX secolo sugli antichi bastioni spagnoli della Zecca e dello Sperone, con esterno in granito e calcare giallo e bianco, mentre la Terrazza Umberto, la Passeggiata Coperta e il belvedere di Cagliari sono dei primi del Novecento. Castello ha sette chiese: in stile gotico la Chiesa della Purissima, Santa Lucia, Madonna della Speranza, S. Maria del Monte. Mentre in stile barocco: Basilica di Santa Croce, dell'Ordine dai Santi Maurizio e Lazzaro, e la Chiesa di San Giuseppe Calasanzio, anticamente meglio conosciuta Chiesa degli Scolopi. La più importante è la Chiesa di Santa Maria, meglio conosciuta come la Cattedrale, edificata dai Pisani nel XIII secolo.




La cacciata dei piemontesi da Cagliari doveva essere una giornata di festa. Un contenuto storico che traccia le tappe del sogno alla libertà civile e all’autonomia politica da parte del popolo sardo. Un sogno che, tuttavia, svanisce molto presto
SA DIE DE SA SARDIGNA
IL 28 APRILE E’IL GIORNO DELL’INSURREZIONE
“Fuori i piemontesi”, urlarono all’unisono i popolani sardi, incitati dai nobili e dalla borghesia cagliaritana, i veri artefici della sommossa contro i sabaudi, dopo che questi ultimi volevano congelare tutti i loro privilegi

di Ennio Porceddu
(25-4-2020) In un momento in cui tutta l’Italia è costretta a restare a casa per colpa della Pandemia e delle restrizioni del governo, Sa die de sa Sardigna(
foto dal web/Social) si può solo festeggiare rileggendo la storia che portò quel giorno all’insurrezione di un popolo disabituato e non abituato a tali proteste. Un popolo che ha sempre subito angherie di ogni genere dai numerosi invasori che si sono succeduti nel corso di millenni. L’insurrezione esplose nel momento in cui i piemontesi arrestarono l’avvocato Vincenzo Cabras e il fratello bernardo al posto di Efisio Pintor, che era riuscito a scappare. La contesa iniziò un anno prima, nel 1793 quando i cagliaritani respinsero con grande determinazione le armate navali francesi. Sa die de sa Sardigna è la ricorrenza popolare che rievoca i cosiddetti “Vespri Sardi”, cioè l’insurrezione popolare esplosa il giorno 28 aprile 1794 con il quale cacciarono da Cagliari i Piemontesi e il viceré Balbiano, in seguito al diniego del governo di Torino di esaudire le richieste della borghesia, titolari del Regno di Sardegna. In effetti, cosa chiedevano i sardi? Che fossero loro riservata una parte degli impieghi civili e militari e una maggiore indipendenza rispetto alle risoluzioni della classe dirigente locale. Per avvalorare le loro attese, gli insurrezionisti coinvolsero il popolino con promesse di grande cambiamento per il loro futuro di sudditi. Al rifiuto del governo piemontese di accogliere qualsiasi petizione, la borghesia cagliaritana sorretta da tutta la popolazione, s’infiammò facendo nascere il moto insurrezionale. Le prime scintille della ribellione popolare iniziarono già negli anni Ottanta del Settecento ed erano continuate negli anni novanta, interessando poi tutta l’isola. Le ragioni del malcontento, erano di ordine politico ed economico insieme, da riallacciare al 1793, quando l’isola era stata implicata nella guerra della Francia rivoluzionaria contro stati europei e contro e il Piemonte. Così quando si parla di storia sarda, dobbiamo tener conto del biennio 1793/ 1794. I francesi, dopo aver, occuparono Nizza e Savoia, decisero di conquistare la Sardegna, convinti che conquistare l’isola fosse un’impresa facilissima. C’é da rammentare che la Sardegna in quel periodo era nel caos con gli isolani scontenti con un governo piemontese incapace di difendersi. Invece, accadde l’impensabile che i francesi non si aspettavano. Quando nel febbraio del 1793, la flotta, capeggiata dall’ammiraglio Truguet, si affacciò nella rada di Cagliari e iniziarono il cannoneggiamento, trovarono un’eroica opposizione dei Sardi, in difesa della loro terra. Con tale opposizione si manifestava un sentimento nazionale, che portò a scriverla nella sua autobiografia Vincenzo Sulis. Dopo aver evitato il pericolo dei francesi, I nobili sardi che avevano sollevato il popolo contro i francesi, giustamente, dai Piemontesi, si aspettavano una riconoscenza e una giusta gratificazione per la fedeltà manifestata alla corona. Le cose però andarono diversamente: tutte le richieste furono bocciate. “Mostrandosi il Ministro Granirei, contrario alle domande presentategli – scrive Pietro Meloni Satta – in nome degli Stamenti dai Deputati a ciò delegati, e accentuandosi sempre più la tracotanza, il contegno poco corretto, le satire e le insolenze continue dei Piemontesi contro gli Isolani, il malcontento assume proporzioni gravissime in tutta l’Isola, e specialmente nella capitale”. La fiamma che fece perdere il controllo ai cagliaritani fu (28 aprile 1794), l’arresto disposto dal viceré di due capi del partito patriottico, gli avvocati cagliaritani: Vincenzo Cabras ed Efisio Pintor.In breve i fatti: Intorno all’una di pomeriggio di quel giorno, una Compagnia di granatieri del reggimento svizzero Schmidt, scende dalla Porta Reale, a Cagliari, avviandosi verso il quartiere di Stampace. I soldati sono in uniforme di parata: la gente che passa pensa di essere di fronte ad un’esercitazione. Poi con passo veloce, una parte dei soldati si schiera accerchiando l’abitazione dell’avvocato Vincenzo Cabras. Si predispone l’arresto del Cabras e del genero, Efisio Pintor, anche lui avvocato, considerati dalle Autorità Piemontesi due pericolosi rivoluzionari ma quest’ultimo riesce a scappare. Allora è arrestato il fratello Bernardo.“A questo punto – scrive Pietro Meloni Satta – “scoppia l’insurrezione nel sobborgo di Stampace. Si corre in folla forzando e bruciando una porta della Marina, e occupansi in pochi istanti le altre porte, e le batterie che guardano il mare. Nasce un vivissimo fuoco colle truppe con morti e feriti da ambo le parti. Il più duro conflitto avviene alla porta del Castello, chiusa e ben munita, di dentro, dalle truppe. Quivi si riversa la popolazione chiedendo, con grida furibonde, la liberazione dei due arrestati. Si da fuoco alla porta e si scala la muraglia. Penetrati in Castello si sostiene, per un’ora, un fuoco vivissimo colla truppa, che occupava le diverse imboccature delle strade, e ciò malgrado le rimostranze del marchese di Laconi e del Colonnello Schmidt: il primo dei quali, colle lacrime agli occhi, esortava il Viceré a far deporre le armi per risparmiare il sangue cittadino”. La popolazione furibonda, decise di cacciare dalla città il viceré Balbiano e tutti i Piemontesi Incoraggiati dalle vicende cagliaritane, gli abitanti di Alghero e Sassari fanno altrettanto.Per dovere di cronaca storica, occorre segnalare che furono i macellai, nei loro costumi tipici, i primi a sollevarsi contro i Piemontesi, con Ciccio Leccis in testa, il capo popolo che arringò la folla facendo scoppiare la rivolta. Gli insorti, conquistato il Castello, sfondano le porte e occupano palazzo Viceregio. Per prima cosa, allegoricamente, nel ricordare la molla che ha scatenato la sollevazione popolare e ad attestare un beffardo e tollerante spirito che sempre ha contraddistinto i cagliaritani, nel palazzo del vicerè è banchettato un ricco pasto di tutte le pietanze trovate nelle dispense, lasciate dai piemontesi.“Fuori i Piemontesi!” urlano i popolani per le strade di Castello, gli insorti. Subito dopo Don Francesco Asquer, visconte di Flumini a capo di oltre cento persone, fa arrestare i Piemontesi presenti in Castello per imbarcarli verso Torino. In attesa del giorno dell’imbarco, previsto per il 7 maggio, i Piemontesi sono alloggiati e protetti per evitare possibili tafferugli. Il giorno stabilito, i Piemontesi, con le loro masserizie, sono accompagnati al porto e imbarcati. Al quel punto i cagliaritani incominciano a chiedersi, perchè lasciare a loro, tutti i beni rapinati ai Sardi? Allora, è suggerita l’ipotesi di chiedere un risarcimento immediato ma interviene il macellaio Ciccio Leccis: “Lasciateli andare, che noi sardi benché poveri non abbiamo bisogno della merda dei piemontesi”. “Procuradi ‘e moderare,/ Barones, sa tirannia, /chi si no, pro vida mia, /torrade a pe’ in terra!” (Cercate di moderare / baroni, la tirannia, / ché se no, per la mia vita!, / tornate a piedi a terra! Recitano alcuni versi de Su patriottu sardu a sos Feudatarios (Il patriota sardo ai Feudatari). Fu un episodio sicuramente considerevole per l’isola, per quei moti antifeudali, anche se certuni non approvò la lettura dei fatti, che lo animarono. Rientrata la rivolta, alcune richieste saranno accolte nel 1796. Nel 1993, il Consiglio Regionale sardo, con la legge n.44, ha istituito “Sa die de Sa Sardigna” come festa regionale, il 28 aprile di ogni anno, in ricordo di quell’avvenimento del 1794. Il”Giorno della Sardegna” è raccontato con manifestazioni culturali e una “rappresentazione scenica” che quest’anno non sarà possibile svolgere, degli scontri del 1794 nei luoghi reali, dove ebbero luogo gli avvenimenti. Molti i sardi e i turisti che si riversarono nel quartiere di Castello negli anni passati. Quest’anno purtroppo sarà possibile.





SANT'EFISIO,QUEST’ANNO I FEDELI POTRANNO ASSISTERE ALLE FASI DELLE CELEBRAZIONI ATTRAVERSO LA TV O IN STREAMING

di Ennio Porceddu
(18-4-2020) Il Comune di Cagliari in quest’anno difficile, comunica che non verrà meno al solenne voto che lega la città al Santo Martire. Tutto è fissato per Domenica 3 maggio 2020 con il simulacro del martire guerriero che attraverserà in solenne silenzio le vie della città di Cagliari per recarsi direttamente al piccolo Tempio di Nora dove saranno ufficiate delle funzioni religiose, Al termine, Sant’Efisio rientrerà nella stessa giornata nel capoluogo isolano, nella sua chiesa di Stampace.Data l'emergenza sanitaria in corso e il Decreto sul Coronavirus #Io restoacasa. in vigore, tutte le fasi dello scioglimento del voto si terranno con la sola presenza degli officianti, dei rappresentanti dell'Arciconfraternita del Gonfalone e dell'Alter Nos, senza la partecipazione dei fedeli.I comuni di Capoterra, Sarroch, Villa San Pietro e Pula saranno meta di un pellegrinaggio straordinario al termine di questo periodo di emergenza.Il trasporto del simulacro avverrà, qualora fosse possibile, con l’utilizzo di un veicolo scoperto, così da favorire momenti di devozione condivisa dai balconi, evitando in ogni caso la presenza di fedeli lungo la strada.Non è la prima volta che Sant’Efisio viaggia con l’utilizzo di un mezzo pubblico: 1943. Il santo è portato in processione sopra il camioncino della ditta Gorini(
foto dal web/Social) che solitamente trasporta il latte, e non è la prima volta che il nostro santo protettore rimanda a giorni migliori la processione.L'unico caso in cui non ci fu la processione, nel 1917 per l'ostinata ottusità delle autorità di pubblica sicurezza, quando in piena guerra (1° conflitto mondiale), si ritenne prudente non accordare l'autorizzazione.La scelta della data del 3 maggio non è casuale: questa giornata rappresenta una delle due festività canoniche dedicate a Sant'Efisio e celebra, al contempo, l'Inventio Crucis, ovvero del ritrovamento della Santa Croce, impressa sul palmo della mano destra del martire guerriero.Per garantire a tutti la possibilità di assistere a questo storico evento, tutte le fasi delle celebrazioni, ivi comprese quelle relative allo spostamento del Santo, saranno trasmesse in tv e via streaming.
Per chi volesse approfondire
la storia e tutti gli aneddoti del Santo possono leggere il libro “Sant’Efisio, storia e aneddoti e santo martire” di Ennio Porceddu e Augusto Maccioni. Richiedendolo a “ILMIOLIBRO.IT”.




IN QUESTA SETTIMANA DI ANGOSCIA PER
IL CORONAVIRUS NON POSSIAMO DIMENTICARE LA SETTIMANA SANTA A CAGLIARI


di Ennio Porceddu
(9-4-2020) Nel momento in cui siamo agli arresti domiciliari per non essere contagiati dal Coronavirus nel rispetto del decreto del governo, non possiamo dimenticarela Settimana Santa, una ricorrenza che a Cagliari(
foto dal web/Social) fino all’anno scorso, era celebrata, lo vogliamo ricordare nel quartiere di Villanova da due confraternite: quella del Santissimo Crocefisso della chiesa di San Giacomo e quella della Solitudine della chiesa di San Giovanni, e dall’Arciconfraternita di Stampace.Mentre nella chiesa di San Giovanni, la priora, aiutata dalle consorelle, rimuoveva il lenzuolo dal Cristo, con un lungo e rigoroso rituale.Dopo, le donne si aggrappavano alla statua per tutta la processione, con lo scopo di assolvere un voto.La processione aveva inizio, puntuale come un orologio svizzero, alle ore 13,00 con le consorelle della confraternita che, per l’occasione, indossavano delle lunghe vesti nere in segno di lutto, le spalle sono avvolte da uno scialle, il volto era coperto da un velo e si procedeva lentamente versola Cattedrale.Tutta la processione era scandita dal rullo del tamburo che segnava il passo, mentre un coro di voci ripeteva i misteri della Passione del Signore, durante tutte le soste indispensabili per il cambio dei portatori della Croce.Arrivata in Cattedrale,la Croceera presa in consegna dal sacrestano che a sua volta la posava sul pavimento all’interno del duomo.Alle ore 16,00, dall’Oratorio della chiesa di San Giacomo, si avviava la processione della confraternita del Santissimo Crocefisso diretto verso la chiesa di San Lucifero, dove giungeva, dopo le soste di rito, nella tarda serata.Il Venerdì Santo, alle 20,00 dalla chiesa di Sant’Efisio di Stampace, si avviava la processione con il coro de “is cantoris” che scortavano il Cristo adagiato su una lettiga lungo le strade del quartiere.Il sabato mattina, le due Confraternite (della Solitudine e del Crocefisso), in Cattedrale e nella Chiesa di San Lucifero, al Cristo, toglievano i chiodi e la corona di spine (su scravamentu) prima di essere adagiato sulla lettiga.La domenica, nei quartieri di stampace (Corso Vittorio Emanuele), Marina (Via Roma) e Villanova (Via Garibaldi), si svolgevano le processioni de “S’incontru” tra Gesù ela Madonna.Tre cerimonie di grande sentimento religioso e emozionanti, molto sentite e attese dai cittadini.Ora, tutto questo, lo possiamo solo immaginare, da casa, mentre da Fb o dalle dirette dalla Cattedrale possiamo assistere alla celebrazione, in compagnia dei nostri familiari in un giorno di grande passione, di emozione e di preghiera. Preghiera per tutti quelli che sono stati colpiti dal virus e sono deceduti, lasciando il nostro Paese in una manifestazione collettiva di grande sconforto, con la speranza che i medici riescano a trovare al più presto una terapia adeguata, senza paletti. Speriamo anche che la classe scientifica possa arrivare al più presto un vaccino, perché i casi dei contagiati sono in aumento quasi 100, come sono in aumento i decessi anche in Sardegna 64. Di conseguenza da casa, non ci resta che pregare che il Signore ci ascolti e intervenga perché questo incubo finisca al più presto, e non facciamo sciocchezze: uscite da casa solo per le cose importanti alle quali non se ne può fare a meno (per ritirare farmaci o per andare a fare la spesa). Buona Pasqua a tutti.



RICORDIAMO UN'ALTRA VICENDA
TRISTE PER LA SARDEGNA

CORONAVIRUS,COME AI TEMPI
DEL COLERA:UNA PAGINA CUPA
DELLA STORIA DI CAGLIARI


di Ennio Porceddu
(15-3-2020) La Sardegna, terra martoriata dalle innumerevoli dominazioni straniere, ha sofferto anche per le varie epidemie che l'hanno colpita nei secoli: peste, malaria, colera. Il colera ha fatto la sua ricomparsa nel 1973, dopo che si era manifestata prepotentemente in Campania. Napoli era la più colpita.A Cagliari(
foto di Augusto Maccioni per Terza Pagina Ospedale Civile), l'epidemia colerica si era manifestata alle ore 23 del 31 agosto sempre del '73.Il primo paziente A. M. di 50 anni di Selargius. Erano 62 anni che a Cagliari non si parlava di colera. Nei giorni che seguirono, ci furono altri 12 casi, tutti a causa del ceppo El Tor Ogawa. Un paziente morì. Furono individuati anche sette familiari sintomatici con escrezione del vibrione cholerae. Dei 13 casi, il più giovane aveva solo 22 anni. Otto pazienti erano di sesso maschile. In tutti i 13 pazienti accertarono che la causa primaria erano le arselle crude ingerite pochi giorni prima ed provenivano tutte dallo stagno di S. Gilla. Nove ammalati erano soliti raccogliere i molluschi personalmente nella zona meridionale dello stagno dove c'erano vari sbocchi di fognature e da due canali che collegavano le acque salmastre dello stagno nei pressi del giacimento di molluschi e le acque del porto di Cagliari.Per l'Istituto Superiore di Sanità, sul banco degli imputati c'erano le arselle: "Sul piano epidemiologico è il risultato dall'esame dei 13 casi verificatisi a Cagliari, dove inoltre le arselle con il vibrione cholerae hanno presentato gli unici campioni di frutti di mare, colera positivi fra gli esemplari esaminati."Le arselle appartenevano al tipo Eulamellibranchi, appartenenti allo stesso ordine delle ostriche e delle vongole.Le persone colpite dal vibrione furono ricoverate al primo piano (appena ristrutturato) della Divisione Malattie Infettive dell'Ospedale SS. Trinità diretta dall'indimenticabile prof. Goffredo Angioni. Quella sezione improvvisata con lettini d'emergenza, rese possibile il ricovero di quanti presentavano una sintomatologia clinica sospetta di tale malattia, o di una presunta gastroenterite acuta, dopo ingestione di molluschi crudi. Alle notizie di quanto stava avvenendo nella regione Campania e in Puglia, Cagliari era letteralmente sotto choc: il colera incuteva paura.Ogni piccolo disturbo intestinale faceva presagire la possibile infezione. I vari pronto soccorso degli ospedali cittadini erano letteralmente intasati. Gli Infermieri e i medici della divisione di malattie Infettivi erano mobilitati e sottoposti ad un super lavoro, spesso per 16 ore al giorno, mentre un'equipe di volontari venivano messi in quarantena per poter prestare una assistenza continua (24 ore su 24) ai ricoverati che erano una ottantina. L'epidemia colerica colpì il quartiere Marina, San Michele (Via Podgora), S. Elia e Pirri.Le radio e la televisione nazionale invitavano i cittadini ad osservare la massima igiene. Il toccasana per tutti era "acqua e sapone", niente frutti di mare, e le verdure sempre ben lavate. Nello stagno di S. Gilla fu vietata la raccolta delle arselle, divieto che perdurò per moltissimi anni. Poi, finalmente, verso la metà d'ottobre, il colera fu debellato, per riapparire nel 1979.


ORISTANO(SARDEGNA),INIZIA LA SARTIGLIA,LA GIOSTRA MILLENARIA
CHE VIENE DA LONTANO


di Ennio Porceddu
(22-2-2020) Domenica 23 febbraio la città di Oristano come ogni anno presenta la Sartiglia 2020. Una manifestazione che arriva da lontano. Una giostra equestre di antiche origini.Il 2 febbraio, giorno della Candelora, il Gremio nomina il Componidori e gli consegna per mano del più importante rappresentante, una candela benedetta ornata di un nastro con i colori sociali. Secondo la credenza popolare, segna la fine dell’inverno e l’inizio del Carnevale e che essa è di solito legata a elementi originari e retaggio di antichi riti agrari di fine d’anno. “Il gioco dell’anello” o “il gioco della Quintana” è un torneo cavalleresco in voga anche in Europa nel XIII secolo, sempre secondo alcuni storici, avrebbe avuto inizio nel XVI, grazie al Canonico Giovanni Dessì, per “dare al popolo un sano divertimento, sottraendolo dalle bettole e dal peccato”. Perché, il torneo, si conservasse nel tempo, lo stesso Canonico, avrebbe donato al Gremio San Giovanni, l’associazione che era preposta all’organizzazione della manifestazione, un terreno chiamato poi “su cungiau de sa Sartiglia”. Per quanto si riferisce ancora alla Sardegna, si ha notizia di una corsa all’anello organizzata nel 1714 a Cagliari, in occasione della nascita di un principe spagnolo.La domenica i cavalieri corrono sotto la protezione di San Giovanni Battista, mentre il martedì sotto la protezione di San Giuseppe (Gremio dei falegnami che organizzano l’evento).Da quel momento, ogni anno, il rituale si ripete. In tutte le contrade, l’Araldo (il banditore) legge il bando del primo cittadino della città che invita tutta la popolazione oristanese e tutte le Curatorie della Sardegna a partecipare alla Sartiglia(
foto dal web/Social).Per l’occasione, il capo corsa riceve un cero benedetto e viene invitato a pranzo dal presidente del Gremio (su Majorali). Il pomeriggio in cui si svolge il torneo, il Componitori è accompagnato da su Majorali, nella sala della vestizione.

Programma Sartiglia 2020
Domenica 23 febbraio - Sartiglia del Gremio dei Contadini - Lunedì 24 febbraio 2020 – Sartigliedda Martedì 25 febbraio - Sartiglia del Gremio dei Falegnami
Ore 10 - Bando Della Sartiglia
Di primo mattino, il gruppo dei tamburini e dei trombettieri partendo dalla piazza Eleonora davanti al Palazzo del Comune e alla sede della Fondazione Sartiglia, scorta un araldo a cavallo che nelle vie del centro storico, da lettura del Bando della Sartiglia, invitando il popolo ad assistere alla giostra equestre. ORE 11 - ANNULLO POSTALE SARTIGLIA Apertura Ufficio Postale con Annullo Postale Speciale nella Sede della Fondazione. Uno sportello filatelico straordinario, a cura di Poste Italiane, annullerà tutta la corrispondenza con gli annulli figurati speciali predisposti per celebrare la Sartiglia. Inoltre sarà predisposto un Folder filatelico che conterrà le cartoline affrancate e annullate e i dati salienti della Sartiglia. ORE 12 - VESTIZIONE SU COMPONIDORI Domenica, vestizione de su Componidori nella sede del Gremio dei Contadini in via Aristana.- Martedì, vestizione de su Componidori nello spazio allestito dal Gremio dei Falegnami. La mattina della corsa su Componidori (il Capocorsa), dopo la visita alle scuderie per salutare gli amici e cavalieri, si reca presso la casa del presidente del gremio da dove verso le 11 il corteo si reca nella sede dove avverrà la Vestizione. Il gruppo dei tamburini e trombettieri, apre il corteo composto dalle “massaieddas” e dalla massaia manna, che portano con dei cestini gli abiti de su Componidori, i componenti del gremio, che custodiscono le spade e gli stocchi per la corsa, e su Componidori. Terminata la vestizione, dal tavolo dove è stato vestito, su Componidori monta sul cavallo. In quel momento il presidente del gremio gli consegna sa Pipia ‘e Maiu. Con segni di benedizione, salutando il presidente del gremio, l e tutti i presenti, il Componidori si porta verso l’uscita riverso sul cavallo esce dalla sede del gremio. ORE 13,15 – CORTEO Al termine della cerimonia della vestizione de su Componidoru, il corteo dei 120 cavalieri guidato dal capocorsa e preceduto dai trombettieri e tamburini, massaieddas e dal gremio dei Contadini, si dirige in sfilata, verso il percorso di via Duomo nel quale si svolge la corsa alla stella. ORE 13,30 circa - CORSA ALLA STELLA Con il triplice incrocio di spade tra su Componidori e il suo secondo che si svolge proprio sotto il nastro verde che sostiene la stella e il ritmo segnato dai tamburi ha inizio la corsa. La prima discesa spetta a Su Componidori poi a seguire i sui compagni di pariglia, la pariglia del Componidori della Sartiglia del martedì e tutti i cavalieri a cui concederà di scendere alla stella.Seguiranno le discese con lo stocco e sa Remada. Da quel momento si ricompone il corteo dei cavalieri che ripercorrendo la via Duomo e passando dal corso Umberto e dalla piazza Roma, si dirige verso la via Mazzini, teatro dove si svolgeranno le Pariglie. ORE 16,30 circa - CORSA DELLE PARIGLIE Da "Su Brocci", il piccolo tunnel che si immette nella via Mazzini, prendono il via le spericolate acrobazie dei cavalieri. Su questo percorso, secondo l’ordine di sfilata, tutte le pariglie partecipanti potranno cimentarsi nelle evoluzioni: apre e chiude la corsa delle Pariglie la pariglia de su Componidori.ORE 18,30 – SVESTIZIONE Domenica Svestizione de su Componidori nella sede del Gremio dei Contadini . Martedì Svestizione de su Componidori nella sede del Gremio dei Falegnami . Al termine della corsa delle pariglie il corteo si ricompone e ritorna sul percorso della via Mazzini. Ormai all’imbrunire, la sfilata dei cavalli e dei cavalieri segna la fine della corsa. Al termine della sfilata il corteo formato dai trombettieri, dai tamburini, dal gremio e dai cavalieri, si dirige alla volta della sede del gremio dove è avvenuta la vestizione de su Componidori per procedere con la Svestizione. Levati il cilindro e il velo, lo straordinario rullo dei tamburi segna il momento in cui viene tolta la maschera. Da quel momento il gremio, i cavalieri e tutti i presenti si recano da lui per salutarlo e congratularsi.


IL ROCK VIENE DA LONTANO
NEL NOSTRO PAESE SI E’ SVILUPPATO CON
LITTLE TONY,CELENTANO,BOBY SOLO E GIORGIO GABER


di Enrico Ricordi
(18-2-2020) Affrontare un argomento importante come la storia del rock, fin dalla sua nascita, non è cosa da poco in una ventina di pagine. Senz'altro è un lavoro molto impegnativo che comporta una conoscenza non indifferente dell'argomento, per la quale solo gli storici della musica possono approfondire.Io non sono uno storico, ma semplicemente un modesto artigiano della musica che si diletta a comporre, scrivere e a raccontare il corso degli eventi del passato, dal 1950 al 1970, soprattutto con l'ausilio della memoria e dei documenti in mio possesso: dischi, spartiti, riviste e giornali del passato, pur consapevole che è uno spazio molto limitato.Alla fine queste pagine sono un breve lavoro monografico, interessante ma senza pretese, per i lettori che vogliono avere una certa conoscenza di com’è nata originariamente la musica rock e come si è evoluta nel panorama internazionale.Si scopre così che questo genere musicale è nato dal blues (la musica popolare dei negri resi schiavi e strappati via dalla loro terra africana per lavorare nelle piantagioni dei proprietari terrieri degli Stati sudisti), ma anche dalla ballata folk europea che nel corso del diciannovesimo secolo, si è sviluppata come linguaggio musicale al quale molti artisti hanno attinto.Tra i vari esecutori di questo nuovo ritmo troviamo: Patton, Blind Lemon Jefferson e Herddie Leadbetter, Bessie Smith, Wolf, fino ad arrivare a Billy Haley, Joe Turner ed Elvis Presley.Dopo, naturalmente, sono arrivati tutti gli altri musicisti e interpreti, compresi gli italiani.Nel nostro paese il rock si è sviluppato con i vari Little Tony, Gaber (Ciao ti dirò), Bobby Solo e Celentano(
foto dal web/Social) che del brano di Haley, “Rock around the clock”, agli inizi degli anni sessanta, ne ha fatto un suo successo personale, ed altri.In Sardegna questo ritmo, nato dal blues dei negri, nel 1961, con i vari giovani artisti che cercavano di imitarne la moda, con i brani che approdavano da oltre oceano, mentre i compositori erano ancora impegnati a comporre canzonette del genere melodico. In questa confusione musicale, nel 1961 si è affacciato prepotentemente la canzone rock "Follia" (poi Follia Rock), composta dal binomio Ennio Porceddu – Gianni Pellicciaro e interpretata dalla cantante romana Luciana Salvatori, della casa discografica M.E.C., al Festival di Roma (VIII^ Parata della Canzone Italiana), classificatasi al terzo posto su 124 canzoni selezionate.Com’è stato scritto su un settimanale sardo nel 2000 da Augusto Maccioni: "Follia" è la prima canzone rock scritta da un autore sardo”.
(
Tratto dalla presentazione del libro “Breve storia del rock” di Ennio Porceddu, di prossima pubblicazione)




CARALIS ALLA FINE
DEL XIII SECOLO

di Ennio Porceddu
(11-2-2020) Cagliari, alla fine del XIII secolo, era diventata una città di grande interesse commerciale(
foto di Augusto Maccioni). I pisani si erano ordinati in comune autonomo, sempre però, sotto il controllo della città di Pisa. Castello era uno straordinario centro pulsante della città medievale. Mentre il quartiere della Liapola (Marina), una "pertinenza" di castello, come Stampace, fu il vero baricentro.La struttura amministrativa di Cagliari pisana era rappresentata, inizialmente, da due castellani che, in sostanza gestivano la vita cittadina, con l'ausilio di un assessore per i problemi giuridici.I diritti legislativi si rifacevano al "Breve Castelli castri de Kallari", un ordinamento redatto sicuramente dal governo di Pisa, mentre l'attività portuale era disciplinata dal "Breve Portus Kallaritani": questo fa capire quanto fosse importante l'attività portuale della città, per lo scambio commerciale mediante le navi provenienti da tutte le città del Mediterraneo. Poiché Cagliari era la città "chiave dell'Isola" per il suo porto, Pisa era convinta di doverla rinforzare al massimo e renderla inespugnabile e perfettamente difendibile.Così, a poco a poco, aveva visto sorgere, tutt'intorno, una cinta muraria sempre più possente che aveva lo scopo di proteggerla da incursioni nemiche. Con l'arrivo degli aragonesi a Cagliari (1326), non si può negare di aver instaurato un governo amministrativo municipale, appropriato ad una città privilegiata. Un dominio (Il Regno di Sardegna) che resto iberico per quasi quattrocento anni, dal 1323 al 1720. Come scrive il professor Francesco Cesare Casula: "...assorbendo molte tradizioni, costumi, espressioni linguistiche e modi di vita spagnoli, oggi rappresentati nelle sfilate folcloristiche di S. Efisio a Cagliari, della Cavalcata a Sassari, e del Redentore a Nuoro".Cagliari nel 1793, a causa di un certo Viceré Balbiano, non degno di governare l'Isola, per la sua codardia, rischiava di essere preda dei francesi, ma grazie al "risveglio eroico" e alla benevolenza della nobiltà e del clero, furono racimolati migliaia di scudi per sostenere 4000 soldati di fanteria per tutto il tempo dell'aggressione e reclutati miliziani da tutta la Sardegna. Concentrate tutte le forze e grazie ad un forte impegno dei sardi e all'intercessione di Sant'Efisio, fu scongiurata l'invasione francese. Questa è solo una parte della storia che ha attraversato Castrum KaralisLa storia di Cagliari è anche altro, e altro ancora. Cagliari è una città di grande religiosità con tantissime chiese e monasteri di grande rilievo, ma anche di ingiustizie, basti pensare alla chiesa di San Domenico, sede del tribunale dell'inquisizione (l'istituzione ecclesiastica creata dalla chiesa per indagare e punire, mediante un apposito tribunale, chi sosteneva teorie contrarie all'ortodossia cattolina), o di prepotenze.
(
Tratto dal libro “Cagliari, il turista e l’elefante” di Ennio Porceddu – Ilmiolibro.it – 2013)

(Tutti i diritti riservati)





LA CITTA’,VISTA DALLO SCRITTORE INGLESE LAWRENCE,
SI ERGE FIERA CON LA SUA MASSICCIA STRUTTURA E
FORTIFICAZIONI, PROBABILMENTE FONDATA, SECONDO
SOLINO, DALL’EROE ARISTEO

CARALIS

di Ennio Porceddu
(23-1-2020) "Improvvisamente ecco Cagliari: una città nuda - scrive D. H. Lawrence - che si alza ripida, dorata accatastata nuda verso il cielo dalla pianura all'inizio della profonda baia senza forme. È strana e piuttosto sorprendente, per nulla somigliante all'Italia. La città (
foto di Augusto Maccioni) si ammucchia verso l'alto, quasi in miniatura, e mi fa pensare a Gerusalemme: senza alberi, senza riparo che si erge spoglia e fiera, remota come se fosse indietro nella storia, come una città nel messale miniato da un monaco. Ci si chiede come abbia fatto ad arrivare là. Sembra la Spagna, o Malta: non l'Italia".Cagliari è apparsa così allo scrittore inglese Lawrence, appena sbarcato dalla nave proveniente da Palermo. Una città nuda, apparentemente insignificante, senza alberi, con un vento gelido e senza riparo, ma soprattutto che si ergeva spoglia e fiera, come se fosse ritornata indietro nella storia, ma forte. Cagliari o Karalis da Karel "città forte".Lo scrittore latino Solino riferisce, nella sua opera De Mirabilus Mundi, che la città di Caralis, fu fondata dall'eroe Aristeo, figlio di dio Apollo e della Ninfa Cirene, arrivato nell'Isola dalla Beozia."Non importa dunque narrare come Sardo, nato da Ercole, Norace da Mercurio, l'uni dall'Africa e l'altro da Tartesso della Spagna, arrivassero fino a quest'isola, e da Sardo si sia denominata la regione, e da Norace la città di Nora; e che più tardi Aristeo, nel periodo in cui governava, una contrada vicina a questi, cioè nella città di Caralis che egli stesso aveva fondato, dopo aver fuso insieme il sangue dell'uno e l'altro popolo, avesse unificato il costume di vita di genti sino a lui pervenute senza alcuna unione, e che per la loro fierezza rifiutavano ogni autorità". (Caio Giulio Solino, De Mirabilus Mundi, cap. IV).
"Fu destino della Città - scrive Enrico Endrich (18 aprile 1934) - prefazione Forma Karalis di Dionigi Scano - fin dalle sue origini fenicie (ci fu una Cagliari nuragica?) guardare il mare ed opporre, a difesa della civiltà europea, alle montanti maree dei popoli la massiccia struttura delle sue fortificazioni. Dopo la conquista romana fu conservata in Sardegna e fu custodita in Cagliari, Sardiniae caput, la tradizione latina, che visse e fiorì nell'architettura delle chiese".L'architettura bizantina, che ha significato un mutamento delle conformazioni latine in accostamento con le configurazioni arrivate dall'oriente, qui da noi ottenne un effetto forte. Un esempio proviene dalla chiesa di San Saturnino, il più importante monumento dell'arte Bizantina dell'Isola, a cui Antonio Taramelli, "Sovrintendente di I classe agli scavi e musei archeologici della Sardegna", ha dedicato un apprezzabile restauro. Poi, come sappiamo, danneggiata dai bombardamenti del 1943, e in seguito, ristrutturata e riportata al culto.

Cagliari, alla fine del XIII secolo, era diventata una città di grande interesse commerciale. I pisani si erano ordinati in comune autonomo, sempre però, sotto il controllo della città di Pisa. Castello era uno straordinario centro pulsante della città medievale. Mentre il quartiere della Liapola (Marina), una "pertinenza" di castello, come Stampace, fu il vero baricentro.
La struttura amministrativa di Cagliari pisana era rappresentata, inizialmente, da due castellani che, in sostanza gestivano la vita cittadina, con l'ausilio di un assessore per i problemi giuridici.
I diritti legislativi si rifacevano al "Breve Castelli castri de Kallari", un ordinamento redatto sicuramente dal governo di Pisa, mentre l'attività portuale era disciplinata dal "Breve Portus Kallaritani": questo fa capire quanto fosse importante l'attività portuale della città, per lo scambio commerciale mediante le navi provenienti da tutte le città del Mediterraneo.
Poiché Cagliari era la città "chiave dell'Isola" per il suo porto, Pisa era convinta di doverla rinforzare al massimo e renderla inespugnabile e perfettamente difendibile.Così, a poco a poco, aveva visto sorgere, tutt'intorno, una cinta muraria sempre più possente che aveva lo scopo di proteggerla da incursioni nemiche. Con l'arrivo degli aragonesi a Cagliari (1326), non si può negare di aver instaurato un governo amministrativo municipale, appropriato ad una città privilegiata. Un dominio (Il Regno di Sardegna) che resto iberico per quasi quattrocento anni, dal 1323 al 1720. Come scrive il professor Francesco Cesare Casula: "...assorbendo molte tradizioni, costumi, espressioni linguistiche e modi di vita spagnoli, oggi rappresentati nelle sfilate folcloristiche di S. Efisio a Cagliari, della Cavalcata a Sassari, e del Redentore a Nuoro".


E' STATO PITTORE, ILLUSTRATORE, CARICATURISTA E POETA DEL NOVECENTO, TRA L'ARTE PURA E L'ARTE APPLICATA
TARQUINIO SINI
INDICATO COME "IL MAESTRO D'IRONIA", ERA UN ACUTO OSSERVATORE DEL SOCIALE. FIN DA GIOVANISSIMO INIZIA A LAVORARE PER "IL PASQUINO" DI TORINO. NEL 1916, A GENOVA, LA SUA PRIMA PERSONALE . DOPO IL MATRIMONIO SI TRASFERI' A TEULADA IN PROVINCIA DI CAGLIARI

di
Ennio Porceddu
(24-12-2019/ 26-12-2012) Pittore, nato a Sassari il 27 marzo 1891, nel panorama artistico sardo, ha avuto un ruolo certamente complesso e originale con la sagace e spregiudicata stira rivolta alla modernità, come illustratore, caricaturista e pubblicitario. Diverso dal rinnovamento figurato che emana una luce nuova trita e austera tradizione sarda. In questa triade troviamo Filippo Figari (con opere che testimoniano l'attenzione alle tradizioni, usi e costumi del popolo sardo), Francesco Ciusa e Giuseppe Biasi (quest'ultimo noto come il maggior pittore sardo del primo Novecento, definito dalla critica più autorevole, magistrale narratore della vita del popolo sardo, perfettamente aggiornato sulle tendenze nazionali e internazionali.

Anche se fra loro non si è concretata una continuità, i quattro hanno avuto riferimento lo stesso avviamento riformatore sull'arte di pertinenza, sia scultura, pittura o illustrazione.Tarquinio Sini è sempre stato a metà, fra l'arte pura e l'arte applicata. Le sue opere comprovano una certa familiarità con il disegno, ma manifestano anche, il desiderio di volersi contrapporsi con tecniche indiscutibilmente pittoriche, come ad esempio la tempera su carta, salvo rare eccezioni.Definito da qualche critico "Maestro d'ironia", egli è stato illustratore e acuto osservatore del sociale che trascina, con straordinaria sottigliezza e umorismo, nel suo romanzo, "A quel paese" del 1929, una specie di testamento culturale.Sini, in questo modo, mostra di essere un pregevole scrittore, in grado di trascinare all'interno del romanzo, la sua carica umoristica, lo stesso piacere bozzettistico che carica ogni sua tempera.A soli diciannove anni, inizia il lavoro d'illustratore delle copertine della rivista"Paquino", creata a Torino Casimiro Teja nel 1856.

Tra i temi proposti da Sini, dai primi scioperi, alla guerra italo-turca, la rivendicazione femminile al suffragio.In questo modo, l'artista sardo dimostra una grande capacità espressiva - creativa ma ancora lontano dal suo stile personale.Finita la collaborazione con la rivista, approda a Parigi (1914), dove realizza diverse etichette per profumi. Ben presto però è costretto ad abbandonare per l'entrata in guerra dell'Italia. Tarquinio Siniè chiamato alle armi. Durante il periodo bellico ha l'occasione di collaborare alla rivista secessionista "Sardegna" diretta da Attilio Deffenu, e alla rivista torinese di satira "Numero".Nel 1916, presenta una sua personale a Genova, e un anno dopo sulla rivista "Il mondo" ha una sua rubrica.Alla fine dell'1^ guerra mondiale, il pittore si reca a Roma, e collabora con la Cines, in seguito diventata "Unione Cinematografica Italiana", realizzando manifesti e pannelli promozionali per la stampa. Collabora a diverse riviste, dove, nelle caricature emerge tutta la sua arte che in seguito espone alla Casa d'Arte Bragaglia di Roma. Tra i suoi lavori c'è anche la realizzazione di copertine per spartiti musicali.Al rientro nell'Isola (1925), raggiunge la piena maturità artistica. Con la produzione cagliaritana e le pubblicazioni nelle varie riviste, espone 25 tempere dall'artista battezzate "Contrasti" alla Bottega dell'Arte. Da questi lavori sono tratte delle cartoline diffuse poi, in tutta la Sardegna.

Tarquinio Sini si cimenta anche con la poesia, esternando tutto il folclore dell'Isola. Nel 1929, Tarquinio Sini contrae matrimonio Teresa Tanda, una giovane cantante lirica e per circa un anno si trasferisce a Teulada.
Durante il soggiorno nel paese suscitano, sperimenta nuove tecniche e abbandona lo stile consueto dei "contrasti".Alla fine degli anni venti si cimenta anche nelle arti applicative, osservando i vari Anfossi e tavolata. Crea pupazzi popolari dell'isola ed esegue disegni su ceramiche che fa realizzare all'artista Albisola. Lavora per l'Essevi di Sandro Vacchetti, poi si trasferisce a Milano (1930- 1933) e crea diversi nudi con la sua magica matita. Opere oggi introvabili, come ha modo di scrivere Nicola Valli: "Nei suoi momenti più felici creava dei magnifici nudi".A Milano realizza grafica pubblicitaria e illustrazioni per i libri dei ragazzi.
Rientrato a Cagliari, l'artista realizza una nuova serie di "contrasti" e allo stesso tempo illustrazioni per dei libri. In seguito s'impegna in una serie di allestimenti in Sardegna curando spesso la parte grafica e l'arredamento.Tarquinio Sini muore a Cagliari il 17 febbraio 1943. Nel 1998, la città di Cagliari gli ha dedicato una mostra, per non dimenticare il grande artista sardo. (
foto dal web/Social)



La presenza dei
fenici in Sardegna


di Ennio Porceddu
(16-12-2019) Che la Sardegna fosse di grande interesse commerciale, lo dimostra un’epigrafe presumibilmente del IX secolo a. C. ed è considerato il più antico documento scritto trovato nell’isola, anche se, con certezza, si può affermare che i primi abitatori di questa penisoletta, furono i Proto sardi. Tuttavia non possiamo risalire con certezza al periodo in cui questo popolo semitico si stabilì nell’isola, per mancanza di altri indizi.L’epigrafe reca incise delle lettere (da destra verso sinistra) ”b sh r d n” che se noi inseriamo la vocale “a” forma la parola “Ba shardan” cioè Sardegna.Questo è l’unico documento storico a disposizione, che dimostra la presenza della popolazione fenicia in Sardegna.Comunque è certo che questo popolo, tenendo conto della situazione economica del loro paese, rivolse lo sguardo sull’isola e principalmente sulle coste, spinti dall’idea di trovare immense ricchezze naturali che avrebbero costituito principali fonti di prosperità per i loro fabbisogni.I fenici prima approdarono lungo le coste(
foto dal web/Social Tharros), dove certamente iniziarono il commercio con gli “indigeni”. Poi si spinsero più all’interno e forse formarono delle colonie o vere città. Alcune di queste colonie furono Kàralis (Cagliari), Nora (poco distante da Pula), Sulci (per indicare il bacino minerario dell’iglesiente, che doveva essere senza dubbio una fonte economica considerevole, e Tharros (nel Sinis – Oristano).Era caratteristica la posizione topografica delle colonie fenicie. Infatti, queste rispecchiavano, per ubicazione, quelle della madre patria: Su di una lingua di terra protesa verso il mare, con due parti utilizzabili a secondo dei venti, e alla estremità una insenatura o meglio su un’isola affacciata al continente.Tutto questo era studiato in modo che la colonia fosse accessibile dal mare, e nello stesso tempo difendibile dalla parte della terra.Tuttavia è possibile che oltre a esserci una certa colonizzazione, ci fosse stato un vero dominio di questo popolo che contribuì a incrementare alcune attività quali l’estrazione dei minerali dal sottosuolo, l’industria del sale o della pesca. Con la colonizzazione dei fenici, i sardi poterono entrare in contatto con la scrittura, ignorata dai nuragici fino a quel periodo.Oltre all’epigrafe, può essere presa in considerazione un’altra traccia che testimonierebbe la presenza fenicia non solo sulle coste, ma anche nell’entroterra. Secondo alcuni ricercatori della zona del Cixerri, in prossimità della chiesa di San Giacomo a Siliqua, in località Sui Cunventeddu, ci siano i resti di fondamenta fenicie. Un’ipotesi ancora da avvalorare dopo accurati scavi archeologici.Dei fenici, comunque, non conosciamo molto. Non si conosce com’era articolato l’ordinamento politica, neanche il riferimento al governo delle colonia. L’unica cosa che si conosce è la religione che era politeistica con carattere strettamente agrario, mentre le divinità erano rappresentate da pietre a forma di colonne o coni e rispondevano a nomi quali Ball e Astarte, presumibilmente, in relazione ai luoghi dove il culto veniva praticato.


SARDEGNA,LACONI,QUINTA
EDIZIONE OCRAXUS 2019

NEL PAESE DI SANT'IGNAZIO SI RIEVOCA L'ATMOSFERA DEL PASSATO,TRA ANTICHI MESTIERI,COSTUMI E PRODOTTI LOCALI

di Ennio e Elisabetta Porceddu
(11-11-2019) Ocraxus, alla quinta edizione, che ha avuto tanto successo in passato, è una manifestazione che vede implicati i rioni del paese di Laconi, dove si potrà rievocare l’atmosfera del passato tra costumi(foto dal web/Social), balli, antichi mestieri, memorie storiche e prodotti locali, percorrendo le vie del centro storico, guidati dai fuochi rionali si potranno visitare le vecchie case e le antiche ville nelle quali potrete conoscere le produzioni artistiche, artigianali ed enogastronomiche del paese. Insomma, la formula numero due de Is Cortas Apertas.Durante lo svolgimento della manifestazione si potrà visitare il Museo dei Menhir, la casa natale di Sant’Ignazio, il Parco Aymerich con il ruderi del suo Castello, le cascate e le grotte. Com’è spiegato dai linguisti sardi Ocraxus sta a indicare i rioni dei paesi. Non mancheranno i balli sardi, gli arcieri di Sanluri e Guasila, giocolieri e artisti vari.
Il programma in breve
Il mattino del sedici, alle ore 8,30 si potrà parcheggiare nell’area Piso, di fronte all’albergo Sardegna. Escursione “Camminera de Sarcidano, alla scoperta del territorio. Alle ore 9,30 si possono visitare le vecchie dimore del centro storico con esposizioni artigianali e manufatti all’interno delle abitazioni. Nel centro storico ci saranno dei punti di ristoro e degustazione dei tipici prodotti locali. Mentre nel palazzo Aymerich ci sarà una mostra di pittura di un noto pittore sardo. Sempre nel centro storico mostra Biodiversità delle piante coltivate a cura di Agris Sardegna. Nella casa del poeta Elia Lai lettura di poesie di poeti locali, con animazione.,Esposizioni di sculture Su Strindu de Murrettoso.
Di sera, dalle 15,00:Arte mestieri e tiro all’arco, Canti con accompagnamento alla chitarra, Suonatori di organetto. Palazzo Aymerich presentazione di un libro, mentre alle 20.00 nel centro storico si esibiranno giocolieri e acrobati.
Domenica 17. oltre alle informazioni già elencate del giorno prima, la novità è andare a infornare il pane, con la sfilata del gruppo folk Tradizioni popolari di S. Ignazio da Laconi. Dopo rievocazione medievali per le vie del centro con la partecipazione dell’associazione Castello Siviller di Villasor, arcieri storici e medievali Sanluri, Guasila, Falchi e aquile di S. Gavino Monreale,Ore 15,00: Casa Palmas esibizioni di organetto. Lungo il percorso canti a tenore, canti tradizionali sardi, coro femminile Laconese, balli sardi, La manifestazione continua fino il martedì 19 Novembre.


SARDEGNA / C’ERA UNA VOLTA LA COLONIA PENALE DEL COMUNE DI CASTIADAS
NEL 1877 OSPITO’ CIRCA
OTTOCENTO DETENUTI


di Ennio Porceddu
(10-11-2019) La Colonia penale di Castiadas(
foto dal web/Social) si trovava ai piedi della spiaggia sulla costa orientale della Sardegna. Quando sbarcarono i primi trenta detenuti, accompagnati da sette guardie carcerarie, nel porto di Sinzias, era l’undici luglio del 1875. Il gruppo era accompagnato dal cavalier Eugenio Cicognini. Allora la spiaggia era deserta, e tutto intorno c’era una fitta vegetazione che rendeva difficile inoltrarsi, in sostanza non esisteva dei sentieri. Era un territorio appariva inesplorato e incontaminato.Dalla narrazione del Comune di Castiadas si arguisce che l’obiettivo dell’Ispettore generale carceraria era quello di bonificare tutto il territorio abbandonato da oltre 350 anni. Con l’aiuto dei detenuti. A tal proposito arrivarono altri detenuti per un totale di trecento. Molti di questi avevano un’esperienza lavorativa in vari mestieri artigianali.“Arrivarono presto altri detenuti che aiutarono nell’opera di bonifica e di costruzione, e gli atti riferiscono che dopo il secondo anno, nella zona fossero presenti più di trecento forzati, tutti in possesso di esperienze lavorative precedenti nell’edilizia”.Inizialmente l’alloggio dei detenuti si trovava sul promontorio conosciuto col nome di Prailis (Frailis) tra due corsi d’acqua: Guttus Frascu e Baccu de Figu. Più tardi impiantarono una falegnameria, un’officina di fabbri una carpenteria, e infine un’infermeria. Poi una farmacia, un pronto soccorso, un centro telefonico e un piccolo ufficio postale per dare la possibilità ai detenuti di inviare della posta ai loro familiari.Più avanti, nelle zone non bonificate, erano realizzate delle case di legno che potevano accogliere solo una decina di “ospiti”.Cerano degli ospiti che dovevano dedicarsi all’agricoltura. Infatti, s’impiantarono le viti, agrumeti, campi di grano, cereali e legumi, mentre i folti boschi vennero, in parte sfrondati ed impiegati per produrre il carbone da arrivare intorno al 1920 a 1600 quintali. In quella data, la colonia penale di Castiadas ospitava circa ottocento carcerati. Non mancava, il carcere duro: celle di Isolamento e la stanza oscura, priva di luce e aria, dove il carcerato sostava legato da ferri e camicia di forza, e nutrito solamente con acqua e pane.La particolarità era che i detenuti dovevano sostentarsi con il loro lavoro. Solo i detenuti più rispettosi avevano l’opportunità di lavorare all’aperto, sui campi, gli altri, invece, scontavano la pena all’interno del carcere.Un’attuazione che si potrebbe ripristinare per alleggerire le spese dello Stato e i denari che sono impiegati per mantenere i detenuti, utilizzati per altri fini: creazione dei posti di lavoro per i giovani, che oggi, nonostante abbiamo una laurea, o una scolarità eccellente, sono costretti a emigrare per lavorare. La colonia penale di Castiadas cessò di essere tale nell’anno 1952.


IN UN LIBRO DI SERGIO ATZENI LA STORIA DI "RADIO CAGLIARI CENTRALE"
E' STATA UNA DELLE MIGLIORI EMITTENTI DELLA CITTA' NEGLI ANNI 1970-'80

di Ennio Porceddu
(6-11-2019) Sergio Atzeni, evidentemente amava Radio Cagliari Centrale che trasmetteva sui 95 Mhz, fondata da Ennio Porceddu e Mario Melis. Ennio Porceddu, giornalista pubblicista, ha condotto con grande intelligenza per oltre cinque anni,una radio apolitica, dove oltre alla musica si potevano ascoltare programmi briosi, il notiziario, grazie alla collaborazione dell’Agenzia Italia, diretta dal dr. Gianni Massa, programmi musicali di grande effetto con Vittorio Salvetti ideatore e conduttore di Festivalbar, dello Studio Audioproduzioni, dello Studio Smash One di Roma, di Selezione del Reader Digest di Milano, Augusto Maccioni per i servizi sportivi sulla squadra del Cagliari, e di tantissimi speakers e giornalisti che si sono impegnati gratuitamente fin dalla sua nascita Giugno 1977. Radio Cagliari Centrale(foto dal web/Social) è l’unica radio regionale che ha trasmesso in differita ( (a distanza di mezzora) tutto il discorso di Enrico Berlinguer quando venne a Cagliari. Per questa trasmissione la radio ha ricevuto la sgradita sorpresa dalla Digos, perché volevano sapere qual era il partito di appartenenza dell’emittente. La risposta del direttore fu semplice. “Noi facciamo informazione e siamo apolitici. Se avesse parlato il capo di un altro partito politico, l’avremmo trasmesso ugualmente L’emittente ha chiuso le trasmissioni nel 1983. Della radio sono rimasti i vari brevetti, e tanto materiale discografico, pubblicitario e programmi radiofonici.Così inzia il libro di Sergio Atzeni “I sogni della città bianca, pubblicato dalla casa editrice “Il Maestrale” nel 2008 Citando Radio Cagliari Centrale.“Brutta storia di tedeschi cattivi.Una produzione Radio Cagliari Centrale. La vostra radio.C’è un bar.C’è un bar sul lungo mare. Una striscia di cemento, il lungo mare che passa sulla sabbia – e taglia la spiaggia: sabbia da una parte, e dall’altra. Proprio gettata sulla sabbia, la strada. E tutto attorno mare e stagno. Acqua negli occhi, sempre acqua, dappertutto E stabilimenti balneari (……)”.Poi a pagina 14 , dopo aver raccontato l’inizio di una storia non molto edificante, Sergio Atzeni , evidentemente ancora impregnato dalla radio Cagliaritana come un ascoltatore irrecuperabile, scrive ancora: “Ah!. Non spaventatevi” . scrive lo scrittore nato a Capoterra nel 1952, ma da subito residente a Cagliari – “carini! E’ una storia d’amore!”“E’ una produzione Radio Cagliari Centrale. La vostra Radio”.Su questo libro hanno scritto : Nel libro – Scrive Mauro Tetti, scrittore - il primo incubo in forma di racconto è quello di Puppipepper, sergente tedesco. La sua bmw taglia l’aria come una freccia fra lo stagno e il mare. Ma la Tuborg annebbia gli occhi di Puppi e la bmw cozza contro qualcosa, forse un cane, o un ciclista? «O fosse stato, sergente, addirittura, un pedone? Eh? Sergente!» Sarebbe stato un altro cagliaritano investito da un militare tedesco. Puppi carica una prostituta bionda, vanno dentro una casupola. «C’è un letto. Un abat-jour. Un comodino. La lucerna e la scorta di preservativi. Il giorno sarebbero visibili anche altre sozzure, sul pavimento, nel piccolo cesso semiaperto, sulle lenzuola. Ma di notte, al buio, qualunque posto merdoso può diventare un paradiso.» Puppi vuole scopare ma il suo membro non risponde, Puppi si arrabbia e picchia la prostituta bionda, le tira un pugno nel ventre, lei urla, nessuno la sente.Ma state tranquilli, dice Radio Cagliari Centrale, è comunque una storia d’amore.




ENNIO PORCEDDU RICORDA UN GRANDE SCRITTORE,GIORNALISTA E STUDIOSO SARDO
Nicola Valle
Negli anni '70 ha redatto il volume dell'artista "Filippo Figari" pubblicato dall'Editrice Sarda Fossataro. Molti i suoi scritti su Grazia Deledda e altri artisti sardi

di Ennio Porceddu
(4-9-2019/9-11-2018 / 2011) Musicologo, docente e giornalista era nato a Pirri- Cagliari il 14 novembre 1904. Dopo gli studi liceali e musicali, s'iscrive all'Università di Roma nella Facoltà di Lettere e Filosofia. Violinista e orchestrale nell'isola e in diverse città della penisola. Nel 1926 si laurea in Lettere e si dedica al giornalismo, collaborando per i quotidiani L'Unione Sarda, il Giornale d'Italia e per diversi periodici della Sardegna. Un anno dopo, inizia la sua carriera di docente di lettere. Sei Anni dopo gli è dato l'incarico d'insegnamento al Liceo Dettori di Cagliari. Impegno che riprende in seguito fino al 1974. Dal 1943 al 1946, per l'assenza di Renato Papò (chiamato alle armi), assume, per un certo periodo, la direzione alla Biblioteca universitaria cagliaritana, organizzando, tra le altre cose, il Gabinetto delle stampe.Dopo aver fatto parte di diversi incarichi in vari enti pubblici e associazioni, nel 1947 pubblica il saggio" L'idea autonomista in Sardegna".Nel 1944, assieme a Francesco Alziator, Nicola Valle(
foto dal web/Social) fonda l'associazione "Amici del Libro", che presiede per molti anni.
Nel 1946, fonda e dirige "Il Convegno" e presiede fino al 1988, per molti anni, il Comitato regionale della "Dante Alighieri".


Critico musicale e teatrale e d'arte, Nicola Valle si è cimentato anche come compositore di musica e canzoni, partecipando a diverse manifestazioni, tra cui il "Primo Festival dei Bambini La Palma d'Oro 1975" di Cagliari, con il brano "Caro Papà", su testo di Melis. Brano interpretato dalla canterina Marisella Oppo e inciso dalla Hardy Records su un LP 33 giri contenente tutte le canzonette del festival. In seguito, Nicola Valle raccoglie, in diversi volumi: "Mattino sugli asfodeli" (1932), "Nuovi saggi (letteratura musica arte attualità)" (1990), i suoi scritti e gli interventi su Grazia Deledda, Filippo Figari e altri.
Ha inoltre, redatto, agli inizi degli anni '70, il Volume "Filippo Figari", pubblicato dall'Editrice Sarda Fossataro di Cagliari. Esperto e collezionista d'incisioni dell'otto-novecento, raccolti in tanti anni, sono stati devoluti dagli eredi nel 1997, all'amministrazione comunale di Cagliari.Nicola Valle scompare il 27 ottobre 1993.


GRANDI FESTEGGIAMENTI A
LACONI PER SANT'IGNAZIO

L'appuntamento piu' importante del Sarcidano di fine agosto
LA STORIA E LA LEGGENDA DEL CAPPUCCINO PIU' AMATO

di Ennio e Elisabetta Porceddu
(28-8-2019) Grandi festeggiamenti a Laconi nel piccolo borgo del Sarcidano che conta in questo periodo circa 2500 abitanti, sito in una zona ricca di acque, luogo di villeggiatura estiva e che ha dato i natali al cappuccino più amato da tutti i sardi. Il Santo fraticello richiama migliaia di fedeli in una cornice di grande interesse di devozione religiosa e turistico.Il paese è molto amato da essere definito "la perla del Sarcidano". Nell'ottocento Vittorio Angius, nel Dizionario geografico del Casalis, annottava: "Il paese giace sotto il fianco poco meno che verticale del Sarcidano, disteso in lungo, disposto in vari gradi con poca larghezza... e si presenta in una bella scena con i suoi principali edifizi, la chiesa, la casa baronale, alcune altre men superbe abitazioni e gli avanzi dell'antico castello feudale. La suddetta sponda con le sue rupi rossastre e foracchiate forma uno sfondo veramente romantico".I festeggiamenti per Sant'Ignazio hanno inizio il giorno 29 e si protraggono fino al 31 agosto.

La storia in breve di Ignazio Pes Francesco Ignazio Vincenzo Pes (questo il nome anagrafico del santo) era nato il 18 dicembre 1701 da una famiglia poverissima in una delle poche casette che, assieme ad alcune capanne, si trovavano intorno al Castello medievale di proprietà dei marchesi Aymerich, in una Sardegna ricca di leggende e di storie spesso circondate da superstizioni che accendevano la fantasia dei poveri abitanti. In una Laconi lontana dai centri storici e culturali dell'Isola.A quei tempi, i "letterati" a mala pena sapevano leggere o firmare. Un privilegio, la cultura, che era riservata solo ai proprietari del castello e ai parroci.In quest'ambiente, ha vissuto la sua prima giovinezza Francesco Ignazio Vincenzo Pes. In una casa che di comodo aveva ben poco, edificata con le pietre, la soffitta in canne sostenute da travi di legno con il pavimento in sola terra battuta.

Secondo di nove figli, Ignazio fu cresimato all'età di sette anni dall'arcivescovo di Oristano mons. Francesco Masones y Nin.Da quel momento, il piccolo Ignazio iniziò a collaborare con la parrocchia del paese, ma doveva anche lavorare per aiutare la famiglia, per cui si alzava di buon mattino e si recava in parrocchia per sbrigare piccoli lavori che gli avrebbero fatto guadagnare qualche soldo. Ed è forse in quel periodo che, al piccolo Ignazio, sopraggiunse la vocazione.I biografi raccontano che spesse volte il ragazzo fu sorpreso dal parroco a pregare nell'attesa che si aprisse il portale della chiesa.A vent'anni, in una giornata d'autunno, Ignazio, accompagnato dal genitore, lasciò il suo paese per andare a Cagliari.Le mura di Castello, il bastione e le torri, che si ergevano maestose, per lui furono uno spettacolo immenso, straordinario. In quel periodo, la Sardegna, subiva una svolta politica con l'inizio del regno di Sardegna, mentre Casteddu (Cagliari), continuava a essere sotto il dominio degli spagnoli.Il giovane Vincenzo Ignazio, assieme al genitore, si presentò al provinciale dell'ordine dei Cappuccino, ma non fu ammesso per il suo minuto stato fisico malaticcio. Ci volle l'intervento del marchese Aymerich, per convincere il frate provinciale ad ammetterlo fra i novizi.Da quel momento Cagliari ebbe un nuovo fraticello che, pian piano, si fece conoscere e amare da tutta la popolazione. "Fra Ignazio", da buon questuante, si recava di casa in casa per prendere qualcosa o per dare. "Deus ti du paghiri" amava dire nel ringraziare chi gli donava qualcosa che, poi, solitamente, regalava ad altre famiglie povere.Fra Ignazio portava sollievo a tutti i poveri e agli ammalati. La sua povera esistenza di frate questuante era fatta di carità e di preghiera.Fra Ignazio, morì all'età di ottanta anni. Ci sono voluti 170 anni (1995), perché il processo di beatificazione ottenga la sua conclusione.
Il paese natale di Laconi, dal 29 agosto e per diversi giorni, fino al martedì 31, festeggia questo Santo fraticello, richiamando migliaia di pellegrini provenienti da tutta L'Isola: un miracolo che Sant'Ignazio compie regolarmente ogni anno.(
foto dal web/Social)



Dal Libro "Compagni Di Viaggio" di Ennio Porceddu
Vinse la prima edizione del concorso regionale "Voci Nuove" Coppa S. Eusebio 1962 organizzato dal Club Artistico Musicale di Cagliari con "Ti scrivo e piango"

ANGELO FAGIOLI
UN CANTANTE DALLA VOCE ARMONIOSA
Un suo personale successo nelle piazze sarde "Uniti per sempre" un twist inciso su nastro MC con l'orchestra "I Magnifici nella sede del C.A.M. di Cagliari


di Ennio Porceddu
(19-8-2019/20-8-2014) Nato a Cagliari nel 1937, dotato di una voce straordinaria e armoniosa da essere paragonata ai vari mostri della canzone italiana di allora: Emilio Pericoli, Giorgio Consolini, Johnny Dorelli, ecc., fin da giovanissimo Angelo Fagioli, che in seguito assume il nome d'arte di Angelo Lovers, ha sempre avuto una spiccata tendenza per la musica e per il canto. Appena sedicenne già calcava i palcoscenici sardi, riscuotendo ottimi consenti dal pubblico e dalla critica.Per diversi anni aveva fatto parte di complessi isolani molto in voga nel sessanta: Jolly, Arcobaleno (gruppo musicale, dove c'era il cantante Fausto Vacca, nativo di Villamar ma residente a Iglesias, autore tra l'altro della canzone "Soli nella notte" radiotrasmessa a Radio Cagliari), The Fires, l'orchestra diretta da Rino Biggio,carlofortino, che aveva fatto della musica il suo unico scopo di vita e, aveva preso la residenza a Cagliari nel rione Stampace, in Via Azuni, di fronte alla chiesa S. Anna. Nel momento in cui il maestro Biggio, lasciò la vita terrena, numerosi musicisti e cantanti isolani, ai quali aveva insegnato tantissimo, lo piansero. Chi scrive aveva conosciuto il maestro, proprio grazie a Angelo Fagioli. La sua casa era immersa da strumenti musicali e spartitiAngelo Fagioli poteva considerarsi un cantante completo. Il suo repertorio era vasto e vario: lui, di norma nel suo repertorio includeva melodie degli anni '20 - '30, con arrangiamenti moderni. Ricordiamo: "Ti scrivo e piango", "Torna piccina mia", e tante altre.

Nel 1965 doveva, tra l'altro, partecipare ala 1^ edizione del Festival "Sardegna Canora", che si stava tentando di mettere in cantiere, grazie anche ai suggerimenti di Simenone Porcedda, uno degli organizzatori delle prime edizioni, aveva dato la sua adesione (attraverso il padre, un funzionare delle Belle Arti di Verona) il cantante veronese Dino (al secolo Dino Zambelli), che nel 1964 aveva portato al successo "Te lo leggo negli occhi". Dino era nel momento più fulgido della sua carriera e aveva espresso il desiderio di venire in Sardegna che non conosceva ancora. Al festival avevano dato la loro adesione, Tra l'altro: Paola Aguecci, Anna Gioia e Gim Nat (della scuderia Gilbert Records di Napoli); Anna Maria Clave (della Colossal Record di Taurianova, oggi importante industria discografica australiana); Loredana Faby di Torino; Antonio Giorri, ecc. Alla fine però, la manifestazione, per diversi motivi legati all'invidia di certi "musicisti"(?) noti solo a livello locale, quelli "ci siamo solo noi", non si realizzò. Ma questa è un'altra storia che forse ho già raccontato in qualche altro mio articolo.Angelo con la sua possente voce poteva interpretare qualsiasi canzone, dalla melodica a quell'urlata e, ogni esibizione, era un successo.A cavallo tra il 1960 e il 1966, si era esibito a fianco dei più noti artisti nazionali: Gianni Meccia, Julia De Palma, Jimmy Fontana, Stella Dizzy, ecc. Ha partecipato a tantissimi concorsi canori regionali e nazionali. Al concorso ENAL del 1961 si classificò al primo posto, sbaragliando una marea di concorrenti. All'Ottobrata Iglesiente del 1962 ottenne un ottimo piazzamento.Nel 1963 entrò in contatto con chi scrive che in quel periodo organizzava, tra l'altro il primo concorso regionale per voci nuove "Coppa S. Eusebio" a Cagliari. Partecipò alla manifestazione e, con la sua grinta e la sua stupenda voce, sbaragliò tutti e vinse il primo premio. Ad accompagnare il giovane artista c'erano "I Magnifici", un gruppo di musicisti molto preparati che prepotentemente si stava affermando in Sardegna.In seguito, collaborò attivamente al Club Artistico Musicale, diretto da chi scrive, con l'intento di valorizzare giovani artisti sardi.E' in quel periodo che chi scrive ha composto il brano "Uniti per sempre" un twist molto brioso dedicato alla mia futura moglie che, con l'accompagnato del gruppo "I Magnifici", ottenne un discreto successo in tutte le piazze isolane.Nel 1964, chi scrive, presentò il giovane artista al discografico Gilbert Paraschiva, titolare e direttore artistico della Gilbert Records di Napoli. Ne nacque un provino cui doveva seguire un'incisione discografica, ma per motivi legati al lavoro, non se ne fece nulla.Intanto, per alcuni anni, Angelo Fagioli continuò a esibirsi con il gruppo cagliaritano "I Dritti" diretto da Albino Puddu, dove tra l'altro c'era Giuseppe Brucchietti e, come cantante. oltre a Angelo, Paola Aguecci, prima classificata al concorso Voci Nuove regionale "Coppa S. Eusebio" di Cagliari 1963. Nel momento in cui tale formazione si sciolse, seguì Albino Puddu, che nel 1966 aveva appena fondato il gruppo musicale "Ombre" con all'organico Antonio Stara all'organo, Alberto Perisi al basso, Ele Casula alla tromba, Giorgio Zuddas alla voce. Poi, all'improvviso, Angelo trasferì la sua residenza a Nichelino, un paese in provincia di Torino. Per un po' di tempo s'instaurò una corrispondenza, poi, alla fine, si persero definitivamente le tracce. Inutili i tentativi di rintracciarlo, anche per telefono.Del cantante esiste una registrazione della canzone "Uniti per sempre", eseguita nel 1963 durante un concerto in occasione della festa patronale di S. Avendrace.

Tracce Discografiche
Angelo Fagioli
Uniti per sempre (E. Porceddu)

(nastro MC - archivio E. Porceddu, 1963). Oggi si può ascoltare il brano su Youtube, basta andare su Google, cliccare Ennio Porceddu e scegliere il video.

Nei giorni 6 e 7 luglio a Sedilo si svolge quella che
secondo alcuni storici era la più importante sagra della Sardegna

L’ARDIA DI SEDILO O
LA SAGRA DI SANTU ANTINE

di Ennio Porceddu
(1-7-2019) Tutto è pronto, nella cittadina di Sedilo, per ospitare la bella manifestazione che vede gareggiare i più intrepidi cavalieri dell’isola in una corsa sfrenata in onore di S. Costantino I con l’intento di sciogliere un voto.Secondo gli storici, l’Ardia di Sedilo(
foto dal web/Social), era la più grande festa della Sardegna. Per i giornali dell’ottocento, era un avvenimento poco interessante, tanto da non occupare spazi. Il nome di Sedilo, ricorda Arcangelo Marras nel 1895 su “L’Unione Sarda”, compare in un articolo per parlare del bandito Giovanni Maria Pinna. Poi, se ne parlato per richiamare gli amministratori locali alla costruzione della strada Ottana – Sedilo, per evitare alla popolazione dei due centri percorsi difficoltosi. Poi, si è parlato di Sedilo il 15 settembre.1911, in occasione della visita di Vittorio Emanuele III a Sassari. Un cenno all’Ardia, sempre nel quotidiano sardo lo troviamo il 19 luglio 1922, a Sedilo, festa nazionale per la cacciata dei mori. Uno scritto chiaramente polemico. “Era l’intesa tra sardisti e fascisti – scrive Remo Concas nel 1982 – mancava poco alla marcia su Roma, e il direttore, Francesco Caput, era dell’avviso che i sardisti non potessero intenderci in alcun modo con i fascisti”.L’articolo ha un duplice valore, finalmente si parla chiaramente della sagra di San Costantino, definita la miglior festa dell’isola.Il cronista, che non firma il “pezzo” scrive: “Nei giorni 6 e 7 luglio, Sedilo si trasfigura in una popolosa e rumorosa cittadina. Oltre 15/20 mila persone arrivati da ogni parte dell’isola, si recano ad assistere, con gran devozione, con l’intento di sciogliere un voto, davanti al simulacro dell’imperatore Costantino I (Flavio Costanzo).“Sono un migliaio i cavalli che montati da arditi cavalieri intraprendono la difficile corsa intorno alla chiesa compiendo sette giri per poi, di corsa scendere giù a precipizio nella vallata e compiervi altri sette giri ed evoluzioni intorno ad un recinto detto “Muredda”.“La maggior parte dei cavalieri portano ricchi stendardi e bandiere di broccato e i due capitani che dirigono l’Ardia hanno uno la bandiera gialla con lo stemma del Santo, l’altro di seta rossa con lo stemma dei quattro mori .San Costantino, non esiste come santo per la Chiesa Latina, mentre è riconosciuto da tutte le Chiese Orientali.Si ritiene che in secoli molto lontani ci siano stati dei legami tra la Sardegna e l’Oriente, proprio con riferimento al culto di San Costantino.Nel calendario della Chiesa Greca, il 21 maggio, si onora la memoria di Costantino, assieme agli apostoli e a Sant’Elena.
Costantino (muore il 22 maggio 337), è ricordato anche dagli Armeni, unitamente a San Silvestro papa e ai 318 Padri del Concilio Niceno, mentre il calendario copto, il 12 agosto ricorda solennemente la vittoria riportata da Costantino il 312 contro Massenzio.Secondo la tradizione cristiana, prima della battaglia, egli si era convertito al cristianesimo, dopo una visione in cui gli era apparsa una croce di luce, sovrapposta al sole con la scritta “In hoc signo vinces”, aveva fatto disegnare come insegna, sugli scudi dei suoi soldati, il monogramma del Signor Gesù Cristo.Il grande Costantino attribuì la sua vittoria al volere del Dio cristiano.
Dopo quest’avvenimento, l’imperatore s’incontrò con Licinio a Milano (suo cognato per avergli concesso in sposa a sorellastra Costanza), si accordò con lui per un programma religioso-politico, che si tradusse nell’Editto di Milano, con il quale era assicurata la libertà di culto per tutti. Inoltre, erano restituiti a tutti i cristiani, i beni confiscati.Non pago di ciò, Costantino fece delle donazioni e concesse dei privilegi alla chiesa.Morì dopo aver ricevuto il battesimo dal vescovo Eusebio di Cesarea. Fu sepolto a Costantinopoli nel mausoleo che si era fatto edificare, adiacente alla chiesa degli Apostoli.La spettacolare sagra di “Santu Antine” (San Costantino) è sicuramente d’origine bizantina. Secondo la leggenda popolare, attribuito all’intervento miracoloso dell’Imperatore romano che, manifestandosi in sogno a un sardo prigioniero dei mori, gli promise la libertà, ma in cambio doveva costruire una chiesa nell’agro del paese, in regione Mordai.Da numerose iscrizioni tombali rinvenute è probabile pensare che i bizantini abbiano posto nella zona una numerosa guarnigione militare a vigilare i varchi del fiume Tirso.Pare, in ogni modo, che secoli prima ci fu un certo insediamento romano.La festa di Santu Antine, anticamente doveva essere un rito tribale, solo più tardi, con l’avvento del cristianesimo, si trasformò, in sagra religiosa.C’è da credere che la chiesetta innalzata dal prigioniero sardo, sia sorta nei pressi del paese, perché è stata rilevata di un’antica pavimentazione.L’Ardia, un po’ degenerata negli anni settanta, per episodi poco edificanti e di civiltà, è stata rivalutata come la festa grande della Sardegna.La corsa sfrenata e la partecipazione dei cavalieri, rappresenta la guardia del corpo dell’Imperatore, disposti a tutto per difendere la sua incolumità. Per i cavalieri è anche un’occasione per dimostrare la propria bravura e per entrare di diritto nell’albo della “balentia”: un riconoscimento molto sentito dai sardi.

Sa Pandela MADZORE (LO stendardo maggiore)

Nell’Ardia, lo stendardo maggiore è portato dal capo corsa (sa Pandera madore), trofeo che il cavaliere riceve poco prima dal parroco.Dopo, il capo corsa sceglie altri due cavalieri (pandelas) che a loro volta provvedono a formare le scorte (s’iscorta) che, a loro volta, con lance e gli stendardi cercano, lanciati in uno sfrenato inseguimento, di ostacolare a corsa degli altri contendenti.A ufficializzare la corsa sono presenti le massime autorità del paese: il sindaco, e il parroco che dopo aver accompagnato i cavalieri a “su frontigheddu” (l’altura dove sì da avvio alla gara), si portano al Santuario per assistere al palio.I cavalieri, in testa “sa candela madore”, protetto dagli altri “pandelas”, scendono lungo il pendio scosceso per imboccare l’arco di Costantino e quindi risalire lungo una difficile arrampicata che conduce alla chiesa, compiendo tutto intorno, alcuni giri, per poi raggiungere “sa muredda”, dove è fissata innalzata una croce come segno di devozione al Santo, ma soprattutto un gran significato storico.L’Ardia è, in effetti, una competizione che, nonostante la sua originalità, è particolarmente pericolosa per il grande polverone sollevato dagli zoccoli dei cavalli e dagli spari a salve scaricati dai fucilieri durante il percorso.La sagra sedilese, termina con la Santa Messa officiata dal parroco e con l’offertorio (vino e dolci locali a tutti i partecipanti sistemati all’interno delle “cumbessias” (piccole abitazioni ubicate nei pressi del sagrato).L’Ardia, come in tanti hanno affermato, è forse una delle più importanti manifestazioni di fede della Sardegna. “Per questo – scrive Remo Concas – ora ha spazio nei giornali e non solo, ma l’anima antica resta chiusa nel tempo passato; e per questo, forse, piace di più, per i suoi caratteri arcani che ne fanno un grande mistero di fede popolare”.

IL PROGRAMMA DELL’ ARDIA DI SEDILO 2019

VENERDI 6 LUGLIO
Ore 06.00 e successivamente ogni ora: SS. Messe nel Santuario
Ore 07:30 e 09.30: Santa Messa in parrocchia
Ore 11.00: Santa Messa solenne nel Santuario presieduta dal Vescovo di Ales-Terralba Mons. Roberto Carboni
Ore 16.00, 17.00 e 18.00: Santa Messa nel Santuario

Ore 18.30: Al Santuario di San Costantino: Ardia accompagnata dai fucilieri di Sedilo e dalla banda musicale di Ales

Ore 22.30: In piazza Regina Margherita in Sedilo concerto “Dj Prezioso con Valleskas e Marvin”

SABATO 7 LUGLIO

Ore 06.00 – 06.45 – 07.30: S. Messe nel Santuario
Ore 06.30 – 11.30: S. Messe in parrocchia

Ore 07.30: Al Santuario di San Costantino: Ardia accompagnata dai fucilieri di Sedilo e dalla banda musicale di Ales. Segue S. Messa nel Santuario

Ore 18.30: Vespri solenni e processione di San Costantino, con la presenza del Vescovo di Alghero-Bosa Mons. Mauro Maria Morfino.
Ore 22.30: In piazza Regina Margherita in Sedilo, “Enrico Ruggeri e Decibel” in concerto



121 ANNI FA NASCEVA
IL GRANDE TOTO'

RICORDIAMO IL GRANDE ARTISTA
NAPOLETANO,TRA LE SUE PASSIONI CI SONO ANCHE LE PERNACCHIE E LA BRILLANTINA


di Ennio Porceddu
(13-6-2019) A centoventun anni dalla sua nascita (15 febbraio 1898) il nostro giornale in questo numero di giugno 2019, vuole ricordare questo grande artista napoletano dalle mille facce: “l’uomo, la maschera, la musica e il linguaggio, tanto amato dal pubblico italiano e da registi come Federico Fellini.“Ad uno spiritello lunare, un angelo buffo - come soleva apostrofarlo il regista Fellini - che si è incarnato con la missione mai tradita di regalare buon umore, risate, festa, gaiezza e renderci tutti più allegri, soddisfatti e confortati”.Totò (
foto dal web/Social) aveva sognato per tutta la vita di poter fare un film con il regista ma non riuscì nel suo intento perchè a Fellini non erano mai venuto in mente di scrivergli qualcosa.” Tuttalpiù - diceva il grande regista - mi sarebbe piaciuto, piuttosto, dedicargli un piccolo saggio cinematografico, un ritratto in movimento”.Ma chi era davvero Totò, iscritto all’anagrafe col nome di Antonio de Curtis e che nella vita amava fregiarsi del titolo di principe?Totò parlava di Totò come di un essere, o di un’entità, indipendente da lui. Totò - diceva - non sono io, io non sono Totò. Una affermazione che spesso pronunciava ad amici, parenti, collaboratori e giornalisti con una punta di civetteria.“Ogni tanto - affermava - bisogna riprendere fiato e concedersi una pausa e un po' di tranquillità”. Il grande comico tra un lazzo e una capriola, un sogghigno e una piroetta, tornava ogni volta a cedere il passo al principe de Curtis. Un altro personaggio, molto serio, educato, colto, talvolta un po' triste, malinconico, affettuoso, amante della musica e della poesia. Quella persona affettuosa e un po' sentimentale amava scrivere canzoni che poi inseriva nei suoi spettacoli e nei film: spesso d’amore, impregnate a volte di una vena malinconica, a volte aperte a motivi ironici e scanzonati. Totò a getto continuo, con una vena inesauribile, scrisse copioni per sé e per i suoi attori: sketch, macchiette, duetti, canovacci per riviste. La sua creatività nasceva dall’osservazione quotidiana della vita; dai suoi ricordi di un’infanzia poverissima passata nel rione popoloso Sanità, dove era nato e dove aveva vissuto per tanti anni. Fiero del suo blasone giovanile, Totò, lo era altrettanto delle sue umili origini.Per il comico napoletano recitare era un fatto naturale, come mangiare, bere o fare l’amore.Sempre molto tollerante, non sopportava la mancanza di rispetto: questo lo irritava moltissimo.Tra le passioni, Totò, aveva quella per l’eleganza, per gli animali, per la poesia, per la brillantina, per le pernacchie, per la lingua italiana e per le donne. Al gentil sesso, il grande comico, dedicò la “miseria e nobiltà del suo mestiere, inseguendo il miraggio della seduzione come un vero conforto della sua vena malinconica”. Anche se era fermamente convinto che le donne fossero pericolose e rompiscatole perché “tendono a schiacciare l’uomo”. Della pernacchia, Totò, ripeteva a Carlo Croccolo, spalla del principe in diverse avventure cinematografiche e prestanome della voce in decine di films come doppiaggio per gli “esterni” quando Totò stava diventando cieco “più che uno sberleffo, è un suono musicale, una modulazione di frequenza”.Antonio de Curtis era molto generoso, stimava tantissimo la moglie del grande Fellini, Giulietta Masina e si vantava di aver intuito per primo il suo grande talento, quando avevano recitato insieme in “Sette giorni di guai”. Fu molto lusingato quando la giovane, appena diciassettenne, Delia Scala, lo giudicò un uomo seducente. Non fece mai la corte all’attrice. “Belle o brutte mi piaccion tutte”, ripeteva in omaggio della rivista omonima del 1942 scritta assieme agli autori Inglese e Tramonti, con alcuni brani classici ripresi dal teatro popolare napoletano.Per Ruggero Guarini, critico e curatore di una pubblicazione del grande comico, Totò, “era un piccolo principe innamorato, prima ancora delle molte donne che ispiravano gran parte dei suoi versi, ma era anche una scatola dei giochi, o meglio di un unico gioco: quello del quale si sa che i pezzi sono metafore e metri, immagini e suoni, sillabe e analogie”.Totò improvvisava sul set con battute che non esistevano nel copione che poi si rivelavano di grande effetto. Il suo era un metodo ormai collaudato in tanti anni di avanspettacolo. Una battuta, affinché avesse l’effetto insperato, poteva essere cambiata più di una volta. Un esempio della sua straordinaria abilità nell’interpretazione “a soggetto” è data dalla scenetta “L’Onorevole in vagone letto”, nel film “Totò a Colori”, quando Totò finge di starnutire e l’Onorevole, interpretato da Mario Castellani, cerca di aiutarlo: Totò si carica, si dimena, articola le sue espressioni esasperatamente ed ogni volta, quando sembra debba irrompere in un potente starnuto, all’improvviso si affloscia e pronuncia la fatidica “Ha abortito!”.Il segreto del suo successo Totò, lo doveva, altre che alla sua faccia e alla sua intelligenza, nell’affiatamento. Totò si circondava quasi sempre degli stessi attori, tra i quali si instaura una naturale sintonia. Spesso succedeva che qualche attore o attrice si dimenticava la battuta, allora era lo stesso Totò ad aiutarli consigliando loro: “Dite quello che vi passa per la testa, al resto penso io”.Tra i comici esisteva un’intesa perfetta che permetteva loro di ignorare il copione, improvvisando le battute. Si pensi, per esempio, a quello, celeberrimo, in cui il principe intratteneva a lungo, fino all’esasperazione, la sua spalla di turno con l’interminabile racconto delle ingiurie, minacce e percosse ricevute da uno sconosciuto che lo aveva affrontato inferocito, finché Totò esortato a spiegare il mistero della sua candida indifferenza esplode con la famosa battuta: “mica so’ Pasquale, io!” “Non si può essere sempre Totò, neanche quando si è Totò”. Totò sapeva essere Totò-Pinocchio in “Volimineide: una apparizione che fu una scossa, una percossa, uno strappo: lo strappo attraverso il quale si rivelò, forse per la prima volta, una delle figure più impressionanti di ciò che solo molti anni dopo avrebbe appreso che si chiamava il perturbante.Totò ha avuto a fianco artisti come Anna Campora, Silvana Campanini, Peppino de Filippo, Franca Marzi, Titina de Filippo, Sofia Loren, ecc., in films come Totò, Peppino e i fuorilegge, Miseria e Nobiltà, Totò cerca casa, San Giovanni decollato, Totò a colori, che conteneva la scena dell’onorevole nel treno letto, Guardia e ladri, tanto per citarne alcuni. Nel 1947, il grande Totò, riceve la Maschera d’argento cui fa seguito (quattro ani dopo) il Nastro d’argento per l’interpretazione nel film Guardi e ladri di Steno Monicelli.Dopo l’esperienza matrimoniale con Diana Bandini Rogliani del 1935 e la nascita della figlia Liliana, nel 1952 si innamora di Franca Faldini a cui resterà legato fino alla morte. Il 15 aprile del 1967 il grande Totò, osannato da molti e ignorato da registi come Fellini, si spegne per una grave crisi cardiaca.Federico Fellini, di Totò, osannandolo dopo la sua scomparsa ebbe a scrivere: “Ma è esistita davvero una creatura così che più passa il tempo e più diventa irreale, mito, leggenda, invenzione della fantasia?”.


LA SARDEGNA DEL XVIII SECOLO: UNA TERRA PROMESSA PER SCRITTORI, POETI E STORIOGRAFI
Un periodo grigio per le arti (fatta eccezione per Giovanni Marghinotti e Gaetano Cima). In evidenza Domenico Alberto Azuni e Francesco Ignazio Mannu, autore del famoso “Innu de su patriottu sardu contra sos feudatariuos”

di Ennio Porceddu
(25-5-2019) La Sardegna del 1800 non esprimeva alcuna manifestazione d’arte di un certo rilievo. Come se i sardi fossero negati ad ogni forma di risveglio artistico-culturale. Un vuoto lo si trova anche nella musica. Quindi è evidente che la nostra isola risentiva ancora di quell’ambiente depresso e arretrato dei secoli precedenti. Fra i giovani mancava quello sprone necessario per risvegliarne le attitudini alle arti libere. L’unico interesse era rivolto alle arti minori, come la oreficeria d’ornamento (i costumi sardi erano carichi d’oro lavorato con pregevole e delicata raffinatezza), la lavorazione della filigrana, dell’intaglio delle cassapanche, che mostravano qualche originalità, e dei mobili che ancora possiamo ammirarne la fattura in qualche negozio di antiquariato.In quel senso di tanto anonimato, solo due artisti meritano di essere ricordati: l’architetto Gaetano Cima(
foto di Augusto Maccioni Ospedale San Giovanni di Dio a Cagliari, è considerato l'opera più importante del Cima), vissuto dal 1805 al 1878 e il pittore Giovanni Marghinotti, nato nel 1798 e morto nel 1865.Giovanni Marghinotti ha cercato di spaziare con la sua discontinua e vasta produzione ricca di impegno e di originalità, cimentandosi in grandi tele commemorative, come quelle su Carlo Alberto. Molte sue opere le possiamo ammirare nelle pinacoteche e nelle chiese dell’isola. Molti suoi lavori sono incentrati sulla religione. Dello stesso Marghinotti, non mancano un gran numero di ritratti di pregevole composizione e dei piccoli bozzetti molto armoniosi.Dell’architetto Gaetano Cima, ritroviamo invece delle opere di notevole interesse artistico che ne rivelano un particolare gusto neoclassico. Tra queste possiamo menzionare la parrocchia di Guasila realizzata nel 1839, la chiesa di San Francesco di Oristano del 1841, che ne ripete gli elementi nella facciata e l’Ospedale Civile di Cagliari costruito un anno dopo (1842), la villa dei marchesi Aymerich realizzata nel 1846, all’interno del parco di Laconi (monumento maturale con numerose e bellissime piante e fiori esotici). Ma il grande vuoto riscontrato nelle arti, fu riempito dalla letteratura, che in quel periodo fu abbastanza florida, anche se non emersero dei grandi capolavori,Varie furono le forme e le discipline che caratterizzarono l’ottocento, dalla storia della filosofia al romanzo, dalla novella alla poesia, a diritto alla politica.Molti di questi scrittori, pur risiedendo nel continente, furono invogliati dal desiderio di scrivere sulla Sardegna, non furono invogliati dal desiderio di scrivere sulla Sardegna, non solo per gli stessi sardi ma per la, allora, nascente Italia. Molti di questi autori hanno cercato di fare, nei lori scritti, una accurata indagine storica, rivolta soprattutto a infondere nei sardi un anelito all’autonomia, non più soffocata dall’eccessivo accentramento statale del Piemonte, ma sulla scia del regno d’Italia.Tra il settecento e l’ottocento, si distinsero Domenico Alberto Azuni e Francesco Ignazio Mannu. L’Azuni fu emerito cultore in Francia e scrisse “Essai sur l’histoire de la Sardegna” e “ Histoire gèographique. Politique, et naturelle de la Sardegna”, mentre il Mann, di professione magistrato, molto note sono alcune poesie che lo resero famoso. Una di queste, fu il canto dei moti angioini: “L’innu de su patriottu sardu contra sos feudatarius”. Questa era la prima strofa di un canto patriottico che era chiaramente rivolto ai sardi perché prendessero coscienza per rivoltarsi allo sfruttamento dei feudatari e dei Piemontesi.Altri furono: Giuseppe Manno (1786 – 1868) con la storia di Sardegna dalle origini fino all’ultimo decennio del settecento: una storia della Sardegna elaborata in un momento in cui era abbastanza difficile raccogliere notizie remote. Il suo fu uno sfogo un po pomposo, assertore dell’assolutismo e tenace conservatore nonché autore di una storia moderna dell’isola che risultò un vero e proprio processo ai moti antifeudali e agli Angioi; Francesco Sulis (1797 – 1892), storico, letterato e giurista, professore di diritto a Sassari, Pavia e Roma. Inoltre, deputato al Parlamento e convinto liberale. La sua opera più nota rimane: Dei moti liberali dell’isola di Sardegna dal 1793 al 1821, dove si nota, senza spunti polemici, un’esposizione contraria a quella del Manno sugli avvenimenti di fine secolo; Vittorio Angius (1797 – 1862) che occupa un posto ragguardevole per la sua conoscenza profonda dell’isola, interessandosi di geografia, archeologia, storia, filosofia, teatro e poesia; mentre dobbiamo a Pasquale Tola (1800 – 1874) il “Codex Diplomaticum Sardiniae”, un’opera di vasta mole, dove delineò meticolosamente la storia della Sardegna sotto l’aspetto cronologico. Suo fu anche il “Dizionario degli Uomini Illustri della Sardegna” È bene precisare che in Pasquale Tola si evidenziano (a distanza di un secolo e mezzo) delle lacune e una impreparazione sul periodo giudicale e nelle trascrizioni di documenti logudoresi. Altri storici, nel decennio che seguì, furono quelli che diedero (almeno ci provarono) un contributo all’isola. Parliamo di Pietro Martini, Giovanni Spano e Giovanni Siotto Pintor. Un contributo storico – letterario notevole, indispensabile per capire a fondo la storia e la letteratura della nostra terra.Sempre del 1800, non dobbiamo dimenticare il giornalista Giovanni Battista Tuveri, che fu Deputato e illustre pensatore, vissuto quasi tutta la vita a Forru, suo paese natio (fu lui che fece mutare il nome Forru i Collinas), e che ha lascia to innumerevoli scritti interessanti. Di estrema importanza è anche il Voyage en Sardaigne” di Alberto Ferrero Della Marmora, approdato nell’isola del 1819 per sfuggire alle schermaglie politiche in Piemonte, Questo suo lavoro servì ad aprire la strada ad ogni altra scoperta e a valorizzare sempre di più la terra sarda.Una letteratura, insomma, a differenza del vuoto lasciato dalla musica e dalle poche opere d’arte, che nel XVIII secolo in poi ebbe una interessante crescita, da essere ancora oggi considerata valida e necessaria per capire meglio la storia e i vari aspetti storico - culturali e politici della Sardegna.


IL 1°MAGGIO 1794 IL SANTO NON PARTI',
LA SAGRA FU RINVIATA AL 1° GIUGNO

CAGLIARI E LA SARDEGNA SI PREPARANO
A FESTEGGIARE LA 363.ESIMA EDIZIONE DELLA GRANDE FESTA DI S.EFISIO


di Ennio Porceddu
(28-4-2019) La città di Cagliari si prepara a festeggiare la 363 edizione del santo più amato della Sardegna(le
foto sono di Gianfranco Speranza). La popolazione onora questo santo martire da oltre trecento cinquant'anni . La città di Cagliari, per l'occasione, si riempie di fedeli e turisti che arrivano da tutte le parte del mondo per assistere alla più lunga è importante processione religiosa e folcloristica dell'isola.Il primo maggio Cagliari si veste a festa e assiste composita al passaggio del suo benefattore dalla chiesetta di Stampace, a lui dedicata, fino al Municipio in via Roma per poi proseguire fino alla chiesetta di Nora dove avvenne il suo martirio. Efisio,La Cagliari del '600 è tutta nei libri di storia e la pestilenza che travolse l'Italia non è una leggenda, ma è vera storia. Una pestilenza che poteva durare a lungo e che grazie alla intercessione di un umile santo, venne sconfitta. E di questo i sardi sono riconoscenti a S. Efisio.

Il primo maggio è anche, tempo permettendo, il giorno che i cagliaritani per tradizione, dopo aver assistito alla processione, fanno i primi bagni al Poetto.Francesco Alziator, uno dei massimi interpreti delle tradizioni cagliaritane e della Sardegna, reputa la sagra di sant’Efisio il “più grande convegno folclorico del Mediterraneo”. Scriveva Pietro Aleo che la città di “Cagliari è molto legata alle sue vecchie tradizioni, a quelle religiose. Basterà ricordare con quale tenacia sono conservate le processioni della Settimana Santa, che sono seguite da folle di popolo ed in cui certamente la manifestazione più singolare è quella dei cantori che forse ripetono musiche secolari che meriterebbero di essere studiate”.La festività che Aleo ha ritenuto più importante in assoluto per i Cagliaritani. è senza dubbio la sagra di Sant’Efisio del 1. Maggio, legata come è al voto al voto compiuto dall’Amministrazione Comunale nel 1656, per aver interceduto alla liberazione della peste che dal 1652 stava decimando la popolazione di Cagliari e dell’Isola. La processione del Santo Martire è continuata anno dopo anno, ad anno, anche quando nel 1943 la città era crollata sotto i bombardamenti. Questo potrebbe far credere che per 363 anni, la solennità sia continuata interrottamente, anno dopo anno. Tuttavia, non è andata sempre così, infatti da un documento, dell’archivio Comunale di Cagliari si evidenzia che il 1 Maggio dell’anno 1794, la sagra di Sant’Efisio non partì. Il precedente 28 aprile era scoppiata in città una rivolta causata dal diffuso malcontento, e per le turbolenze lo Stamento militare decise di non effettuare la manifestazione.

Tuttavia l’Amministrazione Comunale decise di celebrare la festa per quell’anno il 1º giugno, quando le acque si erano ormai calmate. Come è noto lo dicono i documenti di storia Moderna del Manno, e un ulteriore documento riproposto qualche anno fa, ricorda che Il 28 aprile 1784 a Cagliari scoppiò una rivolta ha causa dello scontento popolare per il mancato accoglimento delle richieste presentate in occasione della cacciata dei francesi dalle coste sarde. Tale rivolta si concluse con l’espulsione dei funzionari Piemontesi , che due giorni dopo furono imbarcati su cinque navi, poi trattenute in rada fino al 7 maggio, prima di prendere il largo.“In quei giorni di gravi turbolenze – continua Aleo – lo Stamento militare, che si può dire, sedeva in permanenza , credete opportuno proporre al magistrato della Reale Udienza, che aveva assunto il poteri di governo, la soppressione della festa di Sant’Efisio”. In effetti, la Reale Udienza accolse la richiesta, ma l’amministrazione Comunale non rimase molto soddisfatta, e infatti, un avviso pubblico in data 19 Maggio 1794, conservato nell’Archivio Comunale, il Magistrato Civico avvertiva che la festività di Sant’Efisio si sarebbe celebrata il 1 giugno successivo”.
>>>>>>>><<<<<<<<< Ad arricchire i libri di storia di questo Santo è uscito tre anni fa il volume "SANT'EFISIO - SAGRA, STORIA ANEDOTTI DEL SANTO MARTIRE" uscito dalla penna dei due giornalisti Ennio Porceddu e Augusto Maccioni per ILMIOLIBRO di Roma e stampato in Italia per il Gruppo Editoriale L'Espresso, contenente le foto di Arturo Bertolini, Ennio Porceddu, Raimondo Caddeo, Roberto Masala Azienda Autonoma Soggiorno - Turismo Cagliari e C. di Cagliari.

Il 28 aprile per il popolo sardo è una giornata di festa che ricorda la cacciata dei piemontesi dall'isola nell'anno 1794. Un contenuto storico che traccia le tappe del sogno alla libertà civile e all’autonomia politica da parte del popolo sardo. Un sogno che, tuttavia, svanisce presto e per i sardi torna il buio
"SA DIE DE SA SARDIGNA",
IL GIORNO DELL’INSURREZIONE DEI SARDI

“Fuori i piemontesi” , urlarono all’unisono i popolani sardi, incitati dai nobili e dalla borghesia cagliaritana, i veri artefici della sommossa contro i sabaudi, dopo che questi ultimi volevano congelare tutti i loro privilegi

di Ennio Porceddu
(28-4-2019) L’insurrezione esplose nel momento in cui i piemontesi arrestarono l’avvocato Vincenzo Cabras e il fratello bernardo al posto di Efisio Pintor, che era riuscito a scappare. Ma già iniziò un anno prima, nel 1793 quando i cagliaritani respinsero con grande determinazione le armate navali francesi. Sa die de sa Sardigna è la ricorrenza popolare che rievoca i cosiddetti “Vespri Sardi”, cioè l’insurrezione popolare del esplosa il giorno 28 aprile 1794 con il quale cacciarono da Cagliari i Piemontesi e il viceré Balbiano, in seguito al diniego del governo di Torino di esaudire le richieste che venivano dall’isola, titolare del Regno di Sardegna.In effetti, cosa chiedevano i sardi? Che fossero loro riservata una parte degli impieghi civili e militari e una maggiore indipendenza rispetto alle risoluzioni della classe dirigente locale. Al rifiuto del governo piemontese di accogliere qualsiasi petizione, la borghesia cagliaritana sorretta da tutta la popolazione, s’infiammò facendo nascere il moto insurrezionale. Le prime scintille della ribellione popolare iniziarono già negli anni Ottanta del Settecento ed erano continuate negli anni novanta, interessando poi tutta l’isola.Le ragioni del malcontento, erano di ordine politico ed economico insieme, da riallacciare al 1793, quando l’isola era stata implicata nella guerra della Francia rivoluzionaria contro stati europei e contro e il Piemonte. Così quando si parla di storia sarda, dobbiamo tener conto del biennio 1793/ 1794. I francesi, dopo aver, occuparono Nizza e Savoia, decisero di conquistare la Sardegna, convinti che conquistare l’isola fosse un’impresa facilissima. C’é da rammentare che la Sardegna in quel periodo era nel caos con gli isolani scontenti con un governo piemontese incapace di difendersi. Invece, accadde l’impensabile che i francesi non si aspettavano. Quando nel febbraio del 1793, la flotta, capeggiata dall’ammiraglio Truguet, si affacciò nella rada di Cagliari e iniziarono il cannoneggiamento, trovarono un’eroica opposizione dei Sardi, in difesa della loro terra. Con tale opposizione si manifestava un sentimento nazionale, che portò a scriverla nella sua autobiografia Vincenzo Sulis. Dopo aver evitato il pericolo dei francesi, I nobili sardi che avevano sollevato il popolo contro i francesi, giustamente, dai Piemontesi, si aspettavano una riconoscenza e una giusta gratificazione per la fedeltà manifestata alla corona. Le cose però andarono diversamente: tutte le richieste furono bocciate. “Mostrandosi il Ministro Granirei, contrario alle domande presentategli – scrive Pietro Meloni Satta – in nome degli Stamenti dai Deputati a ciò delegati, e accentuandosi sempre più la tracotanza, il contegno poco corretto, le satire e le insolenze continue dei Piemontesi contro gli Isolani, il malcontento assume proporzioni gravissime in tutta l’Isola, e specialmente nella capitale”. La fiamma che fece perdere il controllo ai cagliaritani fu (28 aprile 1794), l’arresto disposto dal viceré di due capi del partito patriottico, gli avvocati cagliaritani: Vincenzo Cabras ed Efisio Pintor.
In breve i fatti: Intorno all’una di pomeriggio di quel giorno, una Compagnia di granatieri del reggimento svizzero Schmidt, scende dalla Porta Reale, a Cagliari, avviandosi verso il quartiere di Stampace. I soldati sono in uniforme di parata: la gente che passa pensa di essere di fronte ad un’esercitazione. Poi con passo veloce, una parte dei soldati si schiera accerchiando l’abitazione dell’avvocato Vincenzo Cabras. Si predispone l’arresto del Cabras e del genero, Efisio Pintor, anche lui avvocato, considerati dalle Autorità Piemontesi due pericolosi rivoluzionari ma quest’ultimo riesce a scappare. Allora è arrestato il fratello Bernardo.“A questo punto – scrive Pietro Meloni Satta – “scoppia l’insurrezione nel sobborgo di Stampace. Si corre in folla forzando e bruciando una porta della Marina, e occupansi in pochi istanti le altre porte, e le batterie che guardano il mare. Nasce un vivissimo fuoco colle truppe con morti e feriti da ambo le parti. Il più duro conflitto avviene alla porta del Castello, chiusa e ben munita, di dentro, dalle truppe. Quivi si riversa la popolazione chiedendo, con grida furibonde, la liberazione dei due arrestati. Si da fuoco alla porta e si scala la muraglia. Penetrati in Castello si sostiene, per un’ora, un fuoco vivissimo colla truppa, che occupava le diverse imboccature delle strade, e ciò malgrado le rimostranze del marchese di Laconi e del Colonnello Schmidt: il primo dei quali, colle lacrime agli occhi, esortava il Viceré a far deporre le armi per risparmiare il sangue cittadino”. La popolazione furibonda, decise di cacciare dalla città il viceré Balbiano e tutti i Piemontesi.Incoraggiati dalle vicende cagliaritane, gli abitanti di Alghero e Sassari fanno altrettanto.
Per dovere di cronaca storica, occorre segnalare che furono i macellai, nei loro costumi tipici, i primi a sollevarsi contro i Piemontesi, con Ciccio Leccis in testa, il capo popolo che arringò la folla facendo scoppiare la rivolta. Gli insorti, conquistato il Castello, sfondano le porte e occupano palazzo Viceregio. Per prima cosa, allegoricamente, nel ricordare la molla che ha scatenato la sollevazione popolare e ad attestare un beffardo e tollerante spirito che sempre ha contraddistinto i cagliaritani, nel palazzo del vicerè è banchettato un ricco pasto di tutte le pietanze trovate nelle dispense, lasciate dai piemontesi.“Fuori i Piemontesi!” urlano i popolani per le strade di Castello, gli insorti. Subito dopo Don Francesco Asquer, visconte di Flumini a capo di oltre cento persone, fa arrestare i Piemontesi presenti in Castello per imbarcarli verso Torino. In attesa del giorno dell’imbarco, previsto per il 7 maggio, i Piemontesi sono alloggiati e protetti per evitare possibili tafferugli. Il giorno stabilito, i Piemontesi, con le loro masserizie, sono accompagnati al porto e imbarcati. Al quel punto i cagliaritani incominciano a chiedersi, perchè lasciare a loro, tutti i beni rapinati ai Sardi? Allora, è suggerita l’ipotesi di chiedere un risarcimento immediato ma interviene il macellaio Ciccio Leccis: “Lasciateli andare, che noi sardi benché poveri non abbiamo bisogno della merda dei piemontesi”. “Procurad’ ‘e moderare,/ Barones, sa tirannia, /chi si no, pro vida mia, /torrade a pe’ in terra!” (Cercate di moderare / baroni, la tirannia, / ché se no, per la mia vita!, / tornate a piedi a terra! Recitano alcuni versi de Su patriottu sardu a sos Feudatarios (Il patriota sardo ai Feudatari).Fu un episodio sicuramente considerevole per l’isola, per quei moti antifeudali, anche se certuni non approvano la lettura dei fatti, che lo animarono. Rientrata la rivolta, alcune richieste saranno accolte nel 1796.Nel 1993, il Consiglio Regionale sardo, con la legge n.44, ha istituito “Sa die de Sa Sardigna” come festa regionale, il 28 aprile di ogni anno, in ricordo di quell’avvenimento del 1794. Il”Giorno della Sardegna” è raccontato con manifestazioni culturali e una “rappresentazione scenica” degli scontri del 1794 nei luoghi reali, dove ebbero luogo gli avvenimenti. Molti i sardi e i turisti che si riversarono nel quartiere di Castello, l’elefante”, siamo tra quei sardi che non si perdono quest’occasione.



IL PRESIDENTE SOLINAS
"E' LA FESTA
DI TUTTI
I SARDI"

La Sardegna,con "Sa Die de sa Sardigna", ha ricordato un fatto storico,quello dei vespri sardi del 28 aprile 1794,ma quel guizzo di libertà potrebbe essere importante anche per la situazione attuale.Con la seduta del Consiglio regionale si è voluto dare solennemente voce alla Sardegna in un contesto politico,e non solo,a livello nazionale e il presidente della Regione Christian Solinas(
foto dal web/Social) parlando in lingua sarda ha rivendicato l'identità sarda,inventando,ha detto, "anche quella turistica,economica e ambientale".E per iniziare a cambiare e a porsi in una posizione privilegiata si deve iniziare con la lingua sarda perchè "la lingua,ha detto Solinas,non è solo un mezzo per comunicare ma anche qualcosa utile per stestimoniare pensieri e sensazioni".Quella pagina storica de"Sa die de sa Sardigna" la rievochiamo con l'articolo di Ennio Porceddu.



HA INIZIO IN TUTTO IL MONDO CRISTIANO, LA SETTIMANA
SANTA CHE PRECEDE LA SANTA PASQUA, CON LA DOMENICA DELLE PALME

LA SETTIMANA SANTA
Sa Chira Santa è il momento più emozionante della Sardegna e rappresenta uno dei momenti più profondi dell’anno. Durante la celebrazione della settimana Santa le confraternite organizzano diverse manifestazioni che ci portano a scoprire i tesori più interessanti dell'isola

di Ennio Porceddu
(10-4-2019) Il 14 aprile ha inizio in tutto il mondo cristiano la Settimana Santa con la Domenica delle Palme(
foto dal web/Social) che precede il giorno di Pasqua, è anche l'ingresso di Gesù a Gerusalemme che accolto da una folla festante che agita i rami di palme e ramoscelli di olivo benedetti in segno di pace e prosperità. E' il giorno della passione di Gesù, la stessa folla che davanti a Pilato ha preferito salvare Barabba e crocifiggere il Signore. Gli episodi dell'ingresso del Salvatore sono raccontati nei Vangeli di Giovanni, Matteo e Marco. Secondo Matteo e Marco il Messia sarebbe arrivato a Gerusalemme in groppa a un'asina. Nella Settimana Santa (Sa Chida Santa), vengono celebrati gli ultimi giorni di Cristo, la passione, la morte e la sua resurrezione, in un susseguirsi di momenti di religiosità popolare accompagnati dai "gosos": canti tradizionali, detti anche "laudi" della Settimana Santa
La
Domenica delle Palme è celebrata anche nel convento dei cappuccini in Viale Fra Ignazio con la Santa Messa e la benedizione delle Palme all’interno del giardino e nel quartiere di Villanova da due confraternite: quella del Santissimo Crocefisso nella chiesa di San Giacomo, della Solitudine nella chiesa di San Giovanni, e dall’Arciconfraternita di Stampace.Nella chiesa di San Giovanni, la priora, è aiutata dalle consorelle, che rimuovono il lenzuolo dal Cristo, con un lungo e rigoroso rituale. Poi, le donne si aggrappano alla statua per tutta la processione, con lo scopo di assolvere un voto. Solitamente la processione ha inizio alle ore 13,00 con le consorelle della confraternita che, per l’occasione, indossano delle lunghe vesti nere in segno di lutto, le spalle sono avvolte da uno scialle, il volto è coperto da un velo e procedono lentamente verso la Cattedrale.Tutta la processione è scandita dal rullo del tamburo che segna il passo, mentre un coro di voci ripete i misteri della Passione del Signore, durante tutte le soste indispensabili per il cambio dei portatori della Croce. Quando la processione arriva in Cattedrale, la Croce è presa in consegna dal sacrestano che a sua volta la posa sul pavimento all’interno del duomo.Di sera, ore 16,00, dall’Oratorio della chiesa di San Giacomo, si avvia la processione della confraternita del Santissimo Crocefisso diretto verso la chiesa di San Lucifero, dove giunge, dopo le soste di rito, a tarda sera.Il Venerdì Santo, alle 20,00 dalla chiesa di Sant’Efisio di Stampace, esce la processione con il coro de “Is Cantoris” che accompagnano il Cristo adagiato su una lettiga lungo le strade del quartiere. Mentre il sabato mattina, le due Confraternite (della Solitudine e del Crocefisso), in Cattedrale e nella Chiesa di San Lucifero, al Cristo, rimuovono i chiodi e la corona di spine (su scravamentu) e adagiano il cristo sulla lettiga.La domenica di Pasqua, nei quartieri di Stampace (Corso Vittorio Emanuele), Marina (Via Roma) e Villanova (Via Garibaldi), si svolge la processione de “S’incontru” tra Gesù e la Madonna. Sono tre cerimonie di grande sentimento religioso ed emozionante, molto sentite e attese dai cittadini.E' domenica mattina, giorno di Pasqua, per le strade di Cagliari si snodano due diverse processioni: una composta di soli uomini con la statua del Cristo; l’altra, formata di sole donne con la statua della Madonna velata di nero. Nel momento in cui, le due colonne si trovano l’una di fronte all’altra (S’incontru), il Figlio s’inchina per tre volte, davanti alla Madre, intanto un confratello le toglie il velo nero. E’ l’attimo massimo della cerimonia. Intanto, i presenti, ne rilevano l’importanza con spari e lancio di mortaretti. (L’incontro è comune in tutte le parti dell’isola e non presenta nessuna variante).Le due processioni si riuniscono per proseguire appaiate fino alla chiesa dove saranno deposte le statue.


E' TUTTO PRONTO A ORISTANO PER LA SARTIGLIA DEL RISCATTO
GRANDE ATTESA PER LE CORSE
ALLA STELLA DI DOMENICA

PROGRAMMA NUTRITO
CON SPETTACOLI E PRODOTTI ALIMENTARI


di Ennio Porceddu
(1-3-2019) Archiviate le polemiche i codazzi giudiziari della edizione 2018, domenica e martedì riparte l’edizione della "la Sartiglia 2019 a Oristano(
foto dal web/Social). Il sindaco Andrea Lutzu, presentando la macchina organizzativa della giostra equestre ha comunque spiegato che cercherà di evitare possibili grattacapi. “Questa, ha affermato il primo cittadino, sarà la “Sartiglia del riscatto o per meglio dire la “Sartiglia da record”.Gli spettatori potranno trovare tribune certificate, tornelli a controllo elettronico per l'accesso, new jersey di cemento armato, medici, veterinari, ambulanze, personale qualificato addetto ai varchi e tanto altro. Quest’anno, afferma il sindaco, lo stanziamento per la manifestazione è attorno a 500 mila euro. "La metà è coperta dai contributi pubblici, l'altra metà dagli sponsor privati che generosamente hanno voluto contribuire per la riuscita della giostra più importante della Sardegna”, ha aggiunto Angelo Bresciani presidente della Fondazione Sa Sartiglia.Il Gremio dei Contadini, curerà la Sartiglia di domenica 3 marzo con "su cumponidori" Claudio Tuveri, mentre il Gremio dei Falegnami, curerà quella di martedì 5 con "su cumponidori Davide Musu e gli altri 115 cavalieri che prima sfileranno sul percorso di via Duomo, dove poi solo i prescelti dal capocorsa avranno la possibilità di correre alla stella, e poi si esibiranno nelle pariglie acrobatiche sulla pista opportunamente predisposta di via Mazzini.Tra i programmi. in attesa della giostra, apre i battenti, il Villaggio Sartiglia con una ricca offerta gastronomica e alimentare, spettacoli, laboratori e merchandising col marchio Sartiglia, e la rassegna Mediterranea, curata dalla camera di Commercio con le migliori produzioni artigianali del territorio in esposizione e vendita all'ex Teatro san Martino e in alcuni antichi palazzi a due passi dai percorsi della Sartiglia. Domenica e martedì, a giostra conclusa, spazio anche allo spettacolo con i concerti e i dj set organizzati in piazza Roma dall'amministrazione comunale in collaborazione con la Pro Loco.

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Ecco il programma pubblicato dalla fondazione Sa Sartiglia

La mattina della corsa "su Componidori" (il Capocorsa), dopo la visita alle scuderie per salutare gli amici e cavalieri, si reca presso la casa del presidente del gremio da dove verso le 11 il corteo si reca nella sede dove avverrà la Vestizione.Il gruppo dei tamburini e trombettieri, apre il corteo composto dalle “massaieddas” e dalla massaia manna, che portano con dei cestini gli abiti de su Componidori, i componenti del gremio, che custodiscono le spade e gli stocchi per la corsa, e su Componidori.Terminata la vestizione, dal tavolo dove è stato vestito, su Componidori monta sul cavallo. In quel momento il presidente del gremio gli consegna sa Pipia ‘e Maiu. Con segni di benedizione, salutando il presidente del gremio, e tutti i presenti, il Componidori si porta verso l’uscita riverso sul cavallo esce dalla sede del gremio.
ORE 13,15 - CORTEO
Al termine della cerimonia della vestizione de su Componidori, il corteo dei 120 cavalieri guidato dal capocorsa e preceduto dai trombettieri e tamburini, massaieddas e dal gremio dei Contadini, si dirige in sfilata, verso il percorso di via Duomo nel quale si svolge la corsa alla stella.

ORE 13,30 circa - CORSA ALLA STELLA
Con il triplice incrocio di spade tra su Componidori e il suo secondo che si svolge proprio sotto il nastro verde che sostiene la stella e il ritmo segnato dai tamburi ha inizio la corsa.La prima discesa spetta a Su Componidori poi a seguire i sui compagni di pariglia, la pariglia del Componidori della Sartiglia del martedì e tutti i cavalieri a cui concederà di scendere alla stella. Seguiranno le discese con lo stocco e sa Remada.Da quel momento si ricompone il corteo dei cavalieri che ripercorrendo la via Duomo e passando dal Corso Umberto e dalla piazza Roma, si dirige verso la via Mazzini, teatro dove si svolgeranno le Pariglie.
ORE 16,30 circa - PARIGLIE
Da Su Brocci, il piccolo tunnel che s’immette nella via Mazzini, prendono il via le spericolate acrobazie dei cavalieri. Su questo percorso, secondo l’ordine di sfilata, tutte le pariglie partecipanti potranno cimentarsi nelle evoluzioni: apre e chiude la corsa delle pariglie, la pariglia de su Componidori.
ORE 18,30 - SVESTIZIONE
- Domenica Svestizione de su Componidori nella sede del Gremio dei Contadini .
- Martedì Svestizione de su Componidori nella sede del Gremio dei Falegnami .
Al termine della corsa delle pariglie il corteo si ricompone e ritorna sul percorso della via Mazzini. Ormai all’imbrunire, la sfilata dei cavalli e dei cavalieri segna la fine della corsa. Al termine della sfilata il corteo formato dai trombettieri, dai tamburini, dal gremio e dai cavalieri, si dirige alla volta della sede del gremio dove è avvenuta la vestizione de su Componidori per procedere con la Svestizione. Levati il cilindro e il velo, lo straordinario rullo dei tamburi segna il momento in cui viene tolta la maschera. Da quel momento il gremio, i cavalieri e tutti i presenti si recano da lui per salutarlo e congratularsi.



SARDEGNA,C’ERA UNA VOLTA
“RADIO CAGLIARI CENTRALE”
TRASMETTEVA SULLA FREQUENZA DEI 95 MHZ DELLA MODULAZIONE DI FREQUENZA

di Enrico Ricordi
(21-2-2019)
Radio Cagliari Centrale(foto Beppe Piras):nasce nel 1977, trasmette dai 95,000 mhz sede in via Lamormora 22 al Castello a Cagliari. La fondano gli amici Ennio Porceddu (ex Radio Uta) e Mario Melis. Con loro ci sono anche gli altri fratelli Porceddu Claudio e Tonio, Gigi Pintus (primo speaker della radio) e sua sorella Giusy (voce degli stacchetti) poi molto nota come cantante in Italia e all’estero, Augusto Maccioni, Nicola Scanu (attualmente giornalista professionista a Videolina) Gigi e Beppe Piras, Daniele Caddeo, Antonio Porceddu, Giorgio Diana (per le classifiche), Raffaele "Raff" Farci, Pino Toma, Tore e Fiammetta Guercio, Zoraide, Gianni Deidda, Giuseppe Dore, Franco Zedda, Rita e Paola Canu, Carlo Ibba (di Videolina), Michele Losito (ex giocatore del Cagliari), Giorgio Piludu ed i giornalisti Andrea Porcu e Augusto Maccioni. Trasmette con 15 watt di potenza musica, informazione e cultura per tutto il Campidano.Nel 1978 potenzia il raggio di emissione per un raggio di 50 kilometri e si trasferisce nei pressi dell'ospedale SS. Trinità. Nel 1981 pubblica un quindicinale. Nel corso di un lustro si evidenzia come "voce" dell'isola poi, nel 1983, chiude per motivi finanziari. Ennio Porceddu la fa rivivere in uno struggente ricordo sul web. Scrive: "Fin dalla sua nascita Radio Cagliari Centrale si era imposta come emittente privata originale, per il suo modo produrre le trasmissioni da irradiare: non solo evasione ma, prima di tutto, informazione e cultura. La storia della radio inizia verso la metà del 1977, quando, insieme all'amico Mario Melis, abbiamo progettato di metterla in piedi, dopo l'esperienza che avevo acquisito con gli spettacoli, in qualità di organizzatore e presentatore, e come programmatore - redattore di Radio Uta, una delle prime emittenti radiofoniche del Campidano, nata nel 1975. La sede inizialmente si trovava in Castello nella via Lamormora al n. 22. I locali, se pur vetusti, erano ampi, ma era impossibile la convivenza con l’inquilino del piano di sopra. Questo, nonostante l’uso delle cuffie per non disturbare. Una sera, quando si era nel pieno di una trasmissione, questo signore pestò la soffitta con grande foga che caddero, dei calcinaci sopra le apparecchiature. Subito avvistato, mi recai dall’inquilino per capire perché aveva fatto un simile gesto. Per pronta risposta ottenni una serie di insulti. Chiamai la polizia che cerco di spiegare all’inquilino che non c’era nessun motivo per comportarsi in quel modo. Tutto sembrò finire lì, ma non era finita per niente. Il settimanale “Famiglia cristiana” dedicò una pagina all’episodio con un disegno che raffigurava la soffitta della sala regia sfondata e uno speacker che cercava di ripararsi dal calcinaci. Poi finì davanti al magistrato, con l’accusa di aver minacciato quel signore. Cosa assolutamente falsa. Dopo aver ascoltato i miei collaboratori, il magistrato prestò fede a quando dichiarato, e tutto fini. Dopo un mese, agli inizi del 1978, gli studi dell'emittente, li trasferimmo in un locale sito nei pressi dell'ospedale SS: Trinità. Il periodo che R,C,C. irradia i programmi attraverso i 95 MHz della modulazione di frequenza, si concretizza con la comparsa delle prime radio libere in Sardegna (radio Mambo, Radiolina e la Sintony). Radio Cagliari Centrale nasce sei mesi dopo la Sintony, con pochi mezzi ma tanta voglia di fare. La nostra idea era di inserire nel palinsesto tutta una serie di programmi, non solo musicali, ma anche culturali, d'arte e un notiziario che, oltre alla cronaca, comprendesse servizi e interviste sulle varie problematiche isolane. Agli inizi avevamo a disposizione delle apparecchiature molto limitate ma importanti per immetterci nella modulazione di frequenza dell'etere con il nostro segnale: un piccolo miscelatore, un registratore a bobina Akai, uno per Mc, due microfoni, alcune cuffie, una radiolina, due aste per microfoni, un trasmettitore da 15 watt e un lineare da 100 watt, quattro antenne, un centinaio di dischi e l'ottanta per cento vecchi e per giunta prestati da amici e conoscenti. Quando dopo alcuni mesi, con l'arrivo degli sponsor, potemmo acquistare un po' di dischi nuovi e delle musicassette vergini. In seguito arrivò anche un lineare da 400 watt, per avere un raggio d'azione più ampio. La produzione dei vari programmi comprendeva la messa in onda anche revival e folk sardi, oltre ai dischi di successo, Il nostro vantaggio era di essere ascoltati da tutti, in un raggio di 50 km, senza il pericolo di scandalizzare i nostri ascoltatori con delle oscenità o con banali volgarità. Anche gli argomenti più delicati da noi erano trattati con la dovuta cautela. Questo si poté attuare grazie ai collaboratori che furono dotti, dando così un valido contributo per la crescita dell'emittente. A tal proposito mi vengono in mente i primi compagni di viaggio, quali: Zoraide, Nicola Scano (attualmente giornalista di Videolina), Gigi Pintus (il primo speaker della radio), Susy Pintus (cantante molto nota, sorella di Gigi, che prestava la sua voce per gli stacchi della radio), Giorgio Diana (speaker specializzato nel redigere le classifiche dei migliori successi del momento), il comico Raff (al secolo Raffaele Farci) che con la sua bravura mimica sapeva interpretare bellissime e originali scenette: il bravo comico nelle sue interpretazioni prendeva spunto dal grande Totò ed era richiestissimo anche per gli spettacoli prodotti dall'emittente Tv Videolina. Raff era richiestissimo per gli spettacoli in piazza ma trattato malamente dagli organizzatori perché spesso lo sfruttavano. Poi, ancora gli amici: Beppe Piras (Dj), Daniele Caddeo, mio nipote (Dj), i miei fratelli Claudio e Tonio, Gianni Deidda, Giuseppe Dore, Franco Zedda, Rita e la preparatissima Paola Canu alla consol, i giornalisti: Andrea Porcu e Augusto Maccioni che curavano inizialmente il notiziario e successivamente le rubriche sportive, Vittorio Salvetti con i programmi del Festivalbar, Mario Melis, Carlo Ibba di Videolina, Tore e Fiammetta Guercio, Michele Losito (ex giocatore del Cagliari) e Giorgio Piludu che con la loro collaborazione, quasi sempre gratuita, avevano dato un'impronta professionale alla radio.
Radio Cagliari Centrale è stata, forse, l'unica emittente apolitica ad aver messo in onda in differita, ma solo di trenta minuti, tutto il discorso politico di Enrico Berlinguer tenutosi a Cagliari in via Roma, grazie alla splendida collaborazione dei miei compagni di viaggio Giorgio Diana e Gigi Piras che, per l'occasione, avevano improvvisato una staffetta per permettere la continuità del discorso dell'uomo politico, durante la trasmissione. Per quella divulgazione radiofonica, mandata in onda senza un commento, ricevetti la sgradita sorpresa della Digos che voleva sapere si quale schieramento politico era l'emittente. Naturalmente risposi a questi signori che Radio Cagliari Centrale era apolitica e che avrebbe trasmesso con lo stesso criterio i discorsi di personaggi appartenenti a qualsiasi altro schieramento politico se si fosse presentata l'opportunità. La radio, in quel momento, stava facendo solo informazione come prevede l'articolo 21 della nostra Costituzione. Tutto finì lì, ma a scanso di equivoci in futuro R.C.C. non mise mai più in onda trasmissioni simili. Dalle onde della nostra emittente sono stati trasmessi servizi di grande attualità come: l'epidemia del colera del 1979 con le interviste puntuali di Augusto Maccioni al prof: Goffredo Angioni, allora primario della Divisione malattie infettive di Cagliari; il disastro aereo avvenuto nel 1989 nei monti di Sarrok; l'affondamento del peschereccio Misurina; il caso dei bambini di Alghero e tutti gli scandali italiani del periodo, ecc. Inoltre non sono mai mancati i servizi giornalistici, sportivi e il notiziario con ben tre edizioni giornaliere, grazie anche alla cortese collaborazione dell'Agenzia Italia, allora diretta dal dott. Gianni Massa, e dei suoi collaboratori. Nel palinsesto della radio non sono venute meno le rubriche d'arte, le interviste del mondo della cultura e della musica. Dal 1980 in poi molti i programmi musicali nel palinsesto: "Buona Domenica", condotto da chi scrive; "Festivalbar" e "Super Juke Box", condotto da Vittorio Salvetti, ideatore dello spettacolo (in differita); Roger Lee in compagnia di Francesco (in differita), un bravissimo Dj di Milano: Pino Toma Show, condotto da Pino Toma e prodotto dallo Studio One di Roma; "Canzoni sotto la neve", un programma prodotto dalla Effe produzioni discografiche e distribuito dalla Golden Stars di Modena, in collaborazione col settimanale Cioè, presentato da Ruggero Po e Tiziana Bassanite.Diversi poeti si sono alternati ai microfoni della radio: tra questi, gli amici scomparsi Lino Vecchi e Nicola Aste. Il primo per le sue bellissime liriche improntate sulla vita degli uomini, il secondo sulle liriche che ci hanno portato a conoscere i pescatori e i sacrifici dei battellieri della sua terra natìa, Carloforte e i pastori delle zone interne della sua isola San Pietro. Durante le partite del Cagliari, Radio Cagliari Centrale aveva ereditato un quindicinale che distribuiva gratuitamente all'ingresso dello stadio S. Elia. Tutto questo era Radio Cagliari Centrale, un'emittente nata senza pretese per volontà di due amici: Ennio e Mario. La radio ha chiuso le sue trasmissioni dopo cinque anni, nel 1983, grazie (si fa' per dire) alle leggi restrittive e alle tasse esagerate che il governo ha imposto contro le emittenti radiofoniche private. Di Radio Cagliari Centrale sono rimasti solo i documenti del brevetto chiusi in un cassetto con dentro tutti i sogni di alcuni ragazzi e gli amarcord".



LA LEBBRA NEL MONDO ESISTE ANCORA,
L'INDIA IL PAESE PIU' COLPITO
QUANDO LA MALATTIA IN SARDEGNA
ERA ANCORA UN PROBLEMA

COS'E',QUALI I SINTOMI
E COME SI CURA


di Ennio Porceddu
(18-11-2018) La lebbra(foto dal web/Social), nell'Isola, esiste da molti secoli: la Sardegna nelle epoche passate è stata flagellata da questo morbo. Le prime segnalazioni sicure sulla sua comparsa , si riallacciano al XV secolo. Si narra anzi, che nel XIII secolo si trovava a Cagliari nei pressi del borgo S. Elia, un lebbrosario intitolato al Santo Lorenzo di Bagnara, situato quasi di sicuro, nel sito da tutti indicata come Lazzaretto.Scrive lo storico Pietro Martini nato a Cagliari il 29 sett. 1800 da Nicolò, notaio originario di Sanremo, e da Giuseppa Rita Cadeddu) che, in quegli anni, la malattia infuriava a tal punto da far costruire numerosi ospedali per "allontanare" dalla società "quei tremendi malati quasi bestie che incutevano disprezzo".La lebbra fu importata quasi certamente dai Fenici che fondarono la città di Tharros, nei pressi dello stagno di Cabras. L'epidemia lebbrosa, diffusasi nei secoli, colpiva più assiduamente tale zona e i paesi lungo le sue vie di comunicazione.In tutta la Sardegna furono costruiti diversi ricoveri per lebbrosi detti "Lazzaretti"(nome derivato dalla resurrezione di Lazzaro, anch'egli lebbroso, e dall'ordine religioso dei Lazzaristi).Questi religiosi governarono a Cagliari, l'ospedale S. Antonio, in via Manno, dove erano ricoverati i pazienti affetti da tale morbo (meglio conosciuto dai sardi come "fogu mandigadori").Nel 1636 agli Antoniani successero i Fatebenefratelli (Ordine religioso di San Giovanni di Dio) che gestirono l'ospedale S. Antonio sino a quando nel 1850 iniziò a funzionare l'ospedale Civile S. Giovanni di Dio. Nei giardini di quest’ospedale, sorse il primo vero lebbrosario che rimase operante sino al 1932.Fu quindi deciso di costruire un nuovo complesso sanitario, in muratura, adatto ad ospitare 30 pazienti, nella parte a nord del giardino dell'ospedale Civile, adiacente all'Anfiteatro Romano, noto col nome di villa Fiorita. A dirigere questo lebbrosario , dal 1933 al 1945, fu chiamato il professore Alberto Serra, studioso di lebrologia, Rettore per molti anni dell'Università di Cagliari, autore di diverse pubblicazioni sul morbo di Hansen.Gli eventi bellici de 1942 - 43, imposero lo sfollamento dei lebbrosi e portarono alla parziale distruzione della struttura, che, in seguito fu ricostruita e destinata ad altri usi.Con la fine della guerra, i lebbrosi vennero ospitati in un padiglione delle "casermette" di Is Mirrionis, che in precedenza aveva ospitato il "23° Reggimento Cannonieri."I casi di lebbra in Sardegna sono stati centinaia, circa duecento nel XX secolo, per la maggior parte nella provincia di Oristano (Cabras, S. Giusta, Terralba e nell'isola di San Pietro). Alla fine degli anni novanta del secolo appena passato, la lebbra era circoscritta a pochi focolai e i nuovi casi erano limitati a Senegalesi e a pochi casi autoctoni.Nel 1948 i casi di lebbra erano una trentina, ma nel corso degli anni (1991) si erano ridotti a 5 pazienti ricoverati nel reparto Hanseniani ad alto isolamento e altri 2 venivano seguiti ambulatorialmente".(da: Relazione Sanitaria 1991 - Usl 21 - Cagliari).

La lebbra sulla stampa


Nel 1982, si parla ampiamente di lebbra in un articolo redatto da chi scrive, con un’intervista all'allora prof. Alberto Lostia, primario del reparto Hanseniani dell'ospedale SS. Trinità di Cagliari, pubblicata dal quotidiano sardo "L'Altro Giornale"(martedì 9 novembre), che fa il punto su una situazione rassicurante , con soltanto cinque ricoverati tutti provenienti dall'oristanese.La Lebbra, una malattia infettiva cronica è ancora oggi considerata un flagello di notevole importanza sia per il numero di persone coinvolte, sia per l’estrema lentezza del decorso e le limitazioni da essa provocate. Soprattutto per la segregazione cui è costretto il paziente in molte parti del mondo.Nel mondo esistono più di dieci milioni di lebbrosi: di questi circa 4 milioni si trovano in Africa, Asia e centro-sud americano: tutti paesi dove esiste una grave crisi economico - sociale - politico.Oggi, però, la scienza ha vari mezzi di cura, soprattutto quando si riesce ad intervenire su vasta scala su bambini e sui giovani con una diagnosi tempestiva per limitare il contagio e debellare il bacillo di Hansen prima che abbia provocato danni fisici irreversibili.Per quanto riguarda il nostro Paese, la distribuzione regionale della lebbra è discontinua: le aree più colpite si trovano (in ordine decrescente) in Calabria, Sicilia, Puglia, Liguria, Sardegna, Toscana e Campania.Vi sono, tuttavia, importanti differenze: in Sardegna e in Liguria la malattia di Hansen esotica introdotta dai focolai esistenti è estremamente rara: dalla comparsa e nel mantenere intatti i focolai autoctoni , giocano sensibilmente le migrazioni interne. Un esempio lo può trovare nei focolai calabrese del circondario di Portigliola, dove la malattia era sta introdotta dalla Rumenia e dal Brasile nel 1868, e quello di Carloforte, verosimilmente dovuta all'immigrazione ligure.Dal 1952, la Divisione dermatologia e Hanseniani venne sistemata presso l'ospedale SS. Trinità di Cagliari. Nel 1982 i ricoverati affetti dalla lebbra erano cinque. A dirigere la divisione, il professor Alberto Lostia al quale abbiamo intervistato.

-Professore quanti sono i malati di lebbra in Sardegna?
"Non molti, sono solo 23".
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Quanti nella Divisione che Lei dirige?
"Cinque".
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Quali sono le zone di provenienza dei pazienti?
"Il centro più colpito è l'oristanese, perché era la zona più interessata per il territorio paludoso e con abitazioni malsane e da condizioni igienico - sanitarie precarie".
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Si è riuscito a debellare del tutto il morbo di Hansen nell'Isola?
"In linea di massima la lebbra è stata debellata nella nostra regione, in quanto non si sono più presentati casi nuovi da ormai 15 anni. I casi pervenuti ultimamente alla nostra osservazione sono stati controllati antecedentemente e hanno presentato altri aggravamenti. L'ultimo soggetto lo abbiamo ricoverato nel 1975 e si trattava di un fratello di due Hanseniani, e che ora vive presso la sua famiglia. L'Altro caso prevenuto alla nostra osservazione è un soggetto "d'importazione". Infatti , il malato proveniva dall'Argentina, dove la lebbra è ancora endemica".
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C'è qualche iniziativa per studiare una norma, anche di carattere legislativo sul problema?
" Certo. Per interessamento del reparto Hanseniani di Gioia del Colle (Bari), in collaborazione con tutti gli altri nosocomi specifici, in Italia, compreso il nostro, stiamo mettendo a punto una serie di studi per una migliore regolamentazione anche di carattere legislativo".
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Professor Lostia, oltre alla somministrazione di farmaci, col paziente, agite anche a livello psicologico?
"Certo. Oltre al trattamento specifico della malattia con la somministrazione di chemioterapici (Sulfoni, Rifampicina, ecc.), cerchiamo di non far pesare al paziente, la malattia, manifestando particolari attenzioni sia dal punto di vista morale (sociale, religioso), sia dal lato psicologico, perchè non possano sentirsi emarginati e "temuti" dalla società".
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Che cosa si fa in Italia a livello di Ministero della Sanità per la lebbra?
"A livello ministeriale si fa pochino. Tutto è legato alle nuove condizioni di assistenza sanitaria che sono devolute alle Usl, le quali, ancora non presentano sufficienti attrezzature, sia dal punto di vista amministrativo e programmatico. Si deve ammettere, tuttavia, che questi pazienti hanno la loro regolare assistenza sanitaria, il loro sussidio pensionistico e un trattamento particolare durante la loro degenza in ospedale".
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Com’è formata la sua équipe di lavoro in reparto?
"Lavorano con me due sanitari, il Dottor Patrizio Mulas , la Dottoressa Carolina Pastorelli e un numero sufficiente di infermieri professionali molto validi per questo tipo di lavoro".
STORIA DELLA LEBBRA

La lebbra è una malattia dalle radici profonde. Prima della nascita di Cristo. Su questa malattia ci sono molte leggende e molte paure. La Lebbra era conosciuta 1.500 anni prima di Cristo ed era nota col nome di "Kushta".Nel 600 a. C., il popolo Semita descrisse con quel nome un’infezione della pelle con ulcerazioni e alterazioni del sistema nervoso, curandole con olio di Chaulmoogra. Intorno alla lebbra, gli antichi avevano scritto delle leggende. Una cosa è certa: la lebbra esisteva a quei tempi in Indi , estendendosi poi in Cina, nell'arcipelago del Sud Asiatico, in Giappone, Persia, Egitto e nei paesi del Mediterraneo.In Cina trecento anni prima di Cristo, conosce la malattia col nome di "Lai - fom" In Egitto, in un antico papiro si descrive una malattia molto simile alla lebbra.Un'altra conferma venne nell’anno 250 a. C., al tempo di Ramsès II. Anche nella Bibbia, il popolo ebreo conobbe questa malattia, definendola una specie di castigo divino.Perciò, Fenici, Persiani, Egiziani, Ebrei, Greci e Romani, conoscevano questa malattia. Con il commercio e le guerre si diffuse anche nei paesi europei.Intorno al XIV secolo la lebbra ebbe un declino notevole che durò sino al XVII secolo. Scientificamente il morbo della lebbra cominciò a interessare nel XIX secolo. Danielssel e Boeck studiarono i casi clinicamente pubblicando anche un trattato. Danielssel non credeva che la malattia fosse contagiosa, mentre la considerava ereditaria.Nel 1852 Lucio y Alvarado, in Messico fece conoscere un trattato sulla lebbra. Nel 1868 un medico di Berger, il dottor Gerhard Armaur Hansen , inizia a lavorare nel lebbrosario di Berger con Danielssel. Qui approfondisce i suoi studi di anatomia patologica e si dedica alla ricerca scientifica.Nel1873 Hansen osservava un bastoncino di materiale specifico e si accorge che è quasi simile a quello scoperto da Koch nella tubercolosi, lo isola e si accorge che è quello che causa la lebbra (un bacillo acido resistente: il Mycobacterium Leprae. Hansen alla lebbra dedica 44 anni di studio.Nel 1881 Neisser studia sul bacillo scoperto da Hansn e descrive la possibilità alla colorazione di Gram.Nel 1897 Virshow descrive la cellula spugnosa caratteristica della lebbra "lepromatosa".Facet y Pogge nel 1941, usa per la prima volta il Sulfone su pazienti affetti dalla lebbra e ricoverati nel sanatorio di Carville (USA), scoprendone una terapia efficace.Altri esperimenti sono fatti da Shepard per la moltiplicazione dei Micobatteri (1960), e infine nel 1965 Sheskin, di Israele, utilizza per la prima volta la Talidomida nel trattamento per la reazione della lebbra, con esito positivo. Una scoperta molto importante per la diagnosi e l'evoluzione del processo.A Cagliari il professor Serra, segnala i reperti di bacilli acidi - resistenti nella secrezione nasale di soggetti sani che erano in contatto prolungato con gli Hanseniani.Di conseguenza la lebbra è una malattia infettiva cronica, endemica nelle regioni tropicali e subtropicali ed è causata dal bacillo di Hansen, dal nome dello scopritore. Si trasmette per contagio diretto, soprattutto in condizioni igieniche molto insufficienti inesistenti.L'incubazione può durare da qualche settimana sino a 30 anni, senza dare alcun segno clinico. Poi prosegue il periodo di invasione con febbre irregolare, malessere, brividi, cefalea, con una sintomatologia che può assumere tre gradi ben distinti: lepromatosa o tuberosa, nervosa e mista.



ENNIO PORCEDDU RICORDA UN GRANDE SCRITTORE,GIORNALISTA E STUDIOSO SARDO
Nicola Valle
Negli anni '70 ha redatto il volume dell'artista "Filippo Figari" pubblicato dall'Editrice Sarda Fossataro. Molti i suoi scritti su Grazia Deledda e altri artisti sardi

di Ennio Porceddu
(9-11-2018 / 2011) Musicologo, docente e giornalista era nato a Pirri- Cagliari il 14 novembre 1904. Dopo gli studi liceali e musicali, s'iscrive all'Università di Roma nella Facoltà di Lettere e Filosofia. Violinista e orchestrale nell'isola e in diverse città della penisola. Nel 1926 si laurea in Lettere e si dedica al giornalismo, collaborando per i quotidiani L'Unione Sarda, il Giornale d'Italia e per diversi periodici della Sardegna. Un anno dopo, inizia la sua carriera di docente di lettere. Sei Anni dopo gli è dato l'incarico d'insegnamento al Liceo Dettori di Cagliari. Impegno che riprende in seguito fino al 1974. Dal 1943 al 1946, per l'assenza di Renato Papò (chiamato alle armi), assume, per un certo periodo, la direzione alla Biblioteca universitaria cagliaritana, organizzando, tra le altre cose, il Gabinetto delle stampe.Dopo aver fatto parte di diversi incarichi in vari enti pubblici e associazioni, nel 1947 pubblica il saggio" L'idea autonomista in Sardegna".Nel 1944, assieme a Francesco Alziator, Nicola Valle fonda l'associazione "Amici del Libro", che presiede per molti anni.
Nel 1946, fonda e dirige "Il Convegno" e presiede fino al 1988, per molti anni, il Comitato regionale della "Dante Alighieri".


Critico musicale e teatrale e d'arte, Nicola Valle si è cimentato anche come compositore di musica e canzoni, partecipando a diverse manifestazioni, tra cui il "Primo Festival dei Bambini La Palma d'Oro 1975" di Cagliari, con il brano "Caro Papà", su testo di Melis. Brano interpretato dalla canterina Marisella Oppo e inciso dalla Hardy Records su un LP 33 giri contenente tutte le canzonette del festival. In seguito, Nicola Valle raccoglie, in diversi volumi: "Mattino sugli asfodeli" (1932), "Nuovi saggi (letteratura musica arte attualità)" (1990), i suoi scritti e gli interventi su Grazia Deledda, Filippo Figari e altri.
Ha inoltre, redatto, agli inizi degli anni '70, il Volume "Filippo Figari", pubblicato dall'Editrice Sarda Fossataro di Cagliari. Esperto e collezionista d'incisioni dell'otto-novecento, raccolti in tanti anni, sono stati devoluti dagli eredi nel 1997, all'amministrazione comunale di Cagliari.Nicola Valle scompare il 27 ottobre 1993.


C'ERA UNA VOLTA SANREMO,IL FESTIVAL DELLA CANZONE ITALIANA
ANCHE PER IL 2019 CI SARA' IL SOLITO CONCERTONE DI BAGLIONI,CHE TRISTEZZA!

di Ennio Porceddu
(11-9-2018) Sanremo si. Sanremo no(
foto dal web/Social Claudio Baglioni). Una volta, tantissimi anni fa, (parlo degli anni '70) ho scritto un articolo sul festival di Sanremo sul settimanale L'Aquilone di Benevento diretto dall'allora direttore dottor Foschini, denunciando la pessima organizzazione e i brogli che venivano perpetrati con la complicità delle grosse case discografiche che si erano chiuse a riccio per non dare la possibilità ai piccoli editori di parteciparvi. Solo nel 1974, quando l'organizzazione passò al comune di Sanremo con un assessore coraggioso, certo Napoleone, diede la possibilità anche ai piccoli editori di parteciparvi. Tutto andò liscio per alcuni anni e le canzoni ottennero un buon successo discografico e di vendita, anche per la nascita delle radio private che spuntarono in tutta Italia come funghi.I festival erano incentrati con le canzoni: infatti, erano gli autori e compositori che inviavano i loro brani per essere scelti da una apposita giuria. Gli interpreti venivano chiamati dall'organizzazione in un secondo tempo. La cosa più interessante e che c'erano si degli ospiti, ma erano solo un "contorno" e non una sfilata di farfalle e di seni o culi al vento; gli interpreti si presentavano al teatro Ariston con grande decoro: era il festival delle belle intenzioni e di grande prestigio. A nessuno dei partecipanti era permesse errare. C'erano anche delle cose che non andavano molto bene ma tutto, alla fine, si risolveva in buon successo.Era il tempo che i dischi targati Sanremo si vendevano a milioni. Era anche il tempo di Tiziana Rivale (chi se la ricorda?) di cognome Oliva , figlia di un impiegato statale, che cantava "sarà quel che sarà" è arrivata a Sanremo attraverso un concorso indetto da Domenica In e di Dori Ghezzi con Margherita non lo sa, già legata sentimentalmente con Fabrizio De Andrè, con il quale ha condiviso la triste esperienza del sequestro in Sardegna. Tanto per citarne qualcuno. C'erano anche grandi personaggi eterni o effimeri con i loro contrasti e polemiche, le lacrime e le esplosioni di allegria.Durante gli anni, però, il festival a perso la sua vivacità e il suo interesse. La formula che viene adottata da diversi anni a questa parte e sbagliata e irripetibile, "non si può - scrive Alberto Paleari, un esperto del festival - fare un festival con personaggi che nulla hanno a che vedere con la canzone". Poi l'edizione n. 68 secondo il mio parere sembrava un concerto di Baglioni e della Michelle Hunziker.Ora ho letto che anche per il 2019 il festival verrà condotto da Baglioni, magari con qualche farfallina col seno al vento. Se devo dire la mia, non sono d'accordo, come non sono d'accordo che una manifestazione canora si protragga per una settimana, ma poiché io non conto nulla, facciano come vogliono, vuol dire che anche per la prossima edizione non sarò uno spettatore - festival - dipendente.



DAL 28 AL 31 AGOSTO SI RINNOVA LA FESTA DI SANT'IGNAZIO DA LACONI
PREVISTA LA PARTECIPAZIONE DEI FEDELI PROVENIENTI DA TUTTA LA SARDEGNA E DALL'ESTERO

di Ennio Porceddu
(25-8-2018) Dal 28 al 31 agosto il piccolo centro di Laconi rinnova la festa grande in onore del cappuccino Sant'Ignazio(
foto dal web/Social), adorato in tutta la Sardegna. Egli nacque in una piccola casupola di agricoltori il 18 dicembre 1701, e fu subito battezzato Francesco Ignazio Vincenzo Peis. Fu poi miracoloso Fra Ignazio cappuccino, venerato ancora adesso, e sempre più, in tutta l'isola, che conserva inattaccabile, nel cuore delle sue donne forti, ed anche gli uomini semplici e retti, il profondo culto dell'insegnamento di Cristo, muore l'11 maggio 1781.Fra Nassiu, com'è conosciuto e onorato nel piccolo centro che fu residenza feudale dei nobili Aymerich, è stato beatificato il 16 giugno 1940 e Canonizzato il 21 ottobre 1951. Il Santo laconese occupa ormai da tanto tempo una posizione importante nella fede dei Sardi, e la parrocchia dedicata a S. Ambrogio, lo accoglierà come sempre con tutti gli onori.Il paese di Laconi conta ora circa 2500 abitanti ed è sito in una zona ricca di acque e luogo di villeggiatura estiva. Per Sa Festa Manna, il Santo fraticello richiama nel piccolo centro migliaia di fedeli da tutta la Sardegna e anche dall'estero, in una cornice di grande interesse turistico.Nell'ottocento Vittorio Angius, nel Dizionario geografico del Casalis, annotta:" Il paese giace sotto il fianco poco meno che verticale del Sarcidano, disteso in lungo, disposto in vari gradi con poca larghezza... e si presenta in una bella scena con i suoi principali edifizi, la chiesa, la casa baronale, alcune altre men superbe abitazioni, e gli avanzi dell'antico castello feudale.La suddetta sponda con le sue rupi rossastre e foracchiate forma uno sfondo veramente romantico".I festeggiamenti per Sant'Ignazio hanno inizio giovedì 28 e si protraggono fino al lunedì 1 settembre.S. Ignazio veniva da una famiglia poverissima in una delle poche casette che, assieme ad alcune capanne, erano situate intorno al Castello medievale di proprietà dei marchesi Aymerich, in una Sardegna ricca di leggende e di storie spesso circondate da superstizioni che accendevano la fantasia dei poveri abitanti. In una Laconi lontana dai centri storici e culturali dell'Isola. A quei tempi, i "letterati" a mala pena sapevano leggere o firmare. Un privilegio, la cultura, che era riservata solo ai proprietari del castello e ai parroci.In quest'ambiente, ha vissuto la sua prima giovinezza Francesco Ignazio Vincenzo Peis. In una casa che di comodo aveva ben poco, edificato con le pietre, la soffitta in canne sostenute da travi di legno con il pavimento in sola terra battuta.Secondo di nove figli, Sant'Ignazio fu cresimato all'età di sette anni dall'arcivescovo di Oristano mons. Francesco Masones y Nin. Da quel momento, il piccolo Ignazio iniziò a collaborare con la parrocchia del paese, ma doveva anche lavorare per aiutare la famiglia, per cui si alzava di buon mattino e si recava in parrocchia per sbrigare piccoli lavori che gli avrebbero fatto guadagnare qualche soldo. Ed è forse in quel periodo che, al piccolo Ignazio, sopraggiunse la vocazione. I biografi raccontano che spesse volte Ignazio fu sorpreso dal parroco a pregare nell'attesa che si aprisse il portale della chiesa. A vent'anni, in una giornata d'autunno, Ignazio, accompagnato dal genitore, lasciò il suo paese per andare a Cagliari. Le mura di Castello, il bastione e le torri, che si ergevano maestose, per Ignazio furono uno spettacolo immenso, straordinario. In quel periodo, la Sardegna, subiva una svolta politica con l'inizio del regno di Sardegna, mentre Casteddu (Cagliari), continuava a essere sotto il dominio degli spagnoli. Il giovane Vincenzo Ignazio, assieme al genitore, si presentò al provinciale dell'ordine dei Cappuccino, ma non fu ammesso per il suo minuto stato fisico malaticcio. Ci volle l'intervento del marchese Aymerich, per convincere il frate provinciale ad ammetterlo fra i novizi. Da quel momento Cagliari ebbe un nuovo fraticello che, pian piano, si fece conoscere e amare da tutta la popolazione."Devotissimo e dedito alla penitenza fin da giovane, indossò il saio francescano, nonostante la sua gracile costituzione, e fu dispensiere ed umile questuante nel convento di Iglesias e poi in altri conventi. Dopo quindici anni, fu richiamato a Cagliari nel convento del Buoncammino. Qui lavorò nel lanificio e come questuante in città, svolgendo per quarant'anni il suo apostolato tra poveri e peccatori, aiutando e convertendo. La gente lo chiamava "Padre santo", mentre un pastore protestante del reggimento fanteria tedesco, lo definì un santo vivente. Divenuto cieco due anni prima della morte, fu dispensato dalla questua ma continuò a osserva a Regola come i suoi fratelli". "Fra Ignazio", da buon questuante, si recava casa per casa per prendere qualcosa o per dare. "Deus ti du paghiri" amava dire nel ringraziare chi gli donava qualcosa che, poi, solitamente, regalava ad altre famiglie povere. Fra Ignazio portava sollievo a tutti i poveri e agli ammalati. La sua povera esistenza di frate questuante era fatta di carità e di preghiera. Fra Ignazio, morì all'età di ottanta anni. Ci sono voluti 170 anni (1995), perché il processo di beatificazione abbia avuto la sua conclusione.

SEDILO,SI RINNOVA IL RITO ANTICHISSIMO DELL'ARDIA DI SAN COSTANTINO
NEL SUGGESTIVO SANTUARIO DI SANTU ANTINU FESTEGGIAMENTI TRA CORSA EQUESTRE E GRANDE DEVOZIONE

di Ennio Porceddu
(6-7-2018) A Sedilo sono iniziati oggi i festeggiamenti della sagra più importante del centro Sardegna dedicata a San Costantino, e si protrarranno fino a domenica(foto dal web-Social). Il centro si trasfigura in una popolosa e rumorosa cittadina. Oltre 15/20 mila persone arrivano da ogni parte dell’isola, per assistere, con gran devozione, alla sagra, con l’intento di sciogliere un voto, davanti al simulacro dell’imperatore Costantino I (Flavio Costanzo).“Sono centinaia i cavalli montati da arditi cavalieri intraprendono la difficile corsa intorno alla chiesa compiendo sette giri per poi, di corsa scendere giù a precipizio nella vallata e compiervi altri sette giri ed evoluzioni intorno ad un recinto detto “Muredda”.La corsa sfrenata e la partecipazione dei cavalieri, rappresenta la guardia del corpo dell’Imperatore, disposti a tutto per difendere la sua incolumità. Per i cavalieri è anche un’occasione per dimostrare la propria bravura e per entrare di diritto nell’albo della “balentia”: un riconoscimento molto sentito dai sardi.“La maggior parte dei cavalieri porta ricchi stendardi e bandiere di broccato e i due capitani che dirigono l’Ardia hanno uno la bandiera gialla con lo stemma del Santo, l’altro di seta rossa con lo stemma dei quattro mori”.Secondo gli storici, era la più conosciuta, mentre per la stampa locale dell'ottocento, però, era un evento poco interessante, tanto non occupare spazio.Si è parlato di Sedilo il 15 settembre1911, inoccasione della visita di Vittorio Emanuele III a Sassari.La spettacolare sagra di “Santu Antine” (San Costantino) è sicuramente d’origine bizantina. Secondo la leggenda popolare, è attribuito all’intervento miracoloso dell’Imperatore romano che, manifestandosi in sogno a un sardo prigioniero dei mori, gli promise la libertà, ma in cambio doveva costruire una chiesa nell’agro del paese, in regione Mordai.La festa di Santu Antine, anticamente doveva essere un rito tribale, solo più tardi, con l’avvento del cristianesimo, si trasformò, in sagra religiosa.“Sono centinaia i cavalli montati da arditi cavalieri intraprendono la difficile corsa intorno alla chiesa compiendo sette giri per poi, di corsa scendere giù a precipizio nella vallata e compiervi altri sette giri ed evoluzioni intorno ad un recinto detto “Muredda”.
La corsa sfrenata e la partecipazione dei cavalieri, rappresenta la guardia del corpo dell’Imperatore, disposti a tutto per difendere la sua incolumità. Per i cavalieri è anche un’occasione per dimostrare la propria bravura e per entrare di diritto nell’albo della “balentia”: un riconoscimento molto sentito dai sardi. Nell’Ardia, lo stendardo maggiore (Sa Pandela madzore) è portato dal capo corsa, trofeo che il cavaliere riceve poco prima dal parroco.Dopo, il capo corsa sceglie altri due cavalieri (pandelas) che a loro volta provvedono a formare le scorte (s’iscorta) che, a loro volta, con lance e gli stendardi cercano, lanciati in uno sfrenato inseguimento, di ostacolare a corsa degli altri contendenti.A ufficializzare la corsa sono presenti le massime autorità del paese: il sindaco, e il parroco che dopo aver accompagnato i cavalieri a “su frontigheddu” (l’altura dove sì da avvio alla gara), si portano al Santuario per assistere al palio.I cavalieri, in testa “sa candela madore”, protetto dagli altri “pandelas”, scendono lungo il pendio scosceso per imboccare l’arco di Costantino e quindi risalire lungo una difficile arrampicata che conduce alla chiesa, compiendo tutto intorno, alcuni giri, per poi raggiungere “sa muredda”, dove è fissata innalzata una croce come segno di devozione al Santo, ma soprattutto un gran significato storico.L’Ardia è, in effetti, una competizione che, nonostante la sua originalità, è particolarmente pericolosa per il grande polverone sollevato dagli zoccoli dei cavalli e dagli spari a salve scaricati dai fucilieri durante il percorso.La sagra sedilese, termina con la Santa Messa officiata dal parroco e con l’offertorio (vino e dolci locali a tutti i partecipanti sistemati all’interno delle “cumbessias” (piccole abitazioni nei pressi del sagrato).



UNA LEGGENDA AMERICANA
NELL'ERA DEL FAR WEST

LA VERA STORIA DI BUFFALO BILL E QUELLA VOLTA CHE SBARCO' A ROMA COL SUO CIRCO

di Ennio Porceddu
(4-7-2018) La storia americana del XIX secolo ha lasciato diversi ricordi e molte emozioni. Eravamo allora nell'emozionante era del Far West, quando i soldati si scontravano con i pellirossa per dominare dei territori che per millenni erano appartenuti ai cosiddetti indiani d'America. Molti scrittori hanno compilato storie fantastiche su questo popolo. Molti altri, raccontavano episodi irreali pur di impadronisti di immensi territori ricchi di bisonti. Altri ancora andavano a caccia di questi animali per le loro pregiate pelli che poi vendevano. Uno degli uomini che andava a caccia di bisonti era un certo W. F. Cody, meglio conosciuto come Buffalo Bill(foto dal web-social). Fu soldato e colonnello dell'Esercito Americano durante la Guerra di Secessione Americana.Dopo la fine della guerra fu arruolato come guida civile per l'esercito statunitense e poi fu assunto dalla Pacific Railway, la compagnia responsabile della costruzione ferroviaria in America. Fu insignito della Medaglia d'Onore del Congresso, la più alta onorificenza militare degli Stati Uniti, per il "coraggio in azione" manifestato. Nel1883 quando smise di cacciare, i bisonti che erano il cibo essenziale degli indiani per la sopravvivenza, mise in piedi un circo il Buffalo Bill Wild West Show e inizio ad esibirsi in diversi Stati d'America, coinvolgendo diversi indiani, e raccontando nelle rappresentazioni western, diverse battaglie, fra cui la battaglia di Little Bighorn, dove perse la vita il Generale Custer.W. F. Cody nel 1890, arrivò con la sua carovana circense anche nel nostro paese, a Roma. Al suo seguito centinaia di persone, diversi pellerossa, oltre a animali e attrezzature. Per l'occasione la città di Roma li ospitò ai Prati di Castello, dove spesso si svolgevano le esercitazioni militari.Il successo fu assicurato. Grande la curiosità per la partecipazione degli indiani, e gli incassi andarono alle stelle. Si pensi che l'incasso fu di 160 000 lire nei primi 11 giorni. Il biglietto d’ingresso al circa Buffalo Bill West Show costava la notevole cifra di 5 lire.


ERA LA STAR DELLA TV,AVEVA 77 ANNI
E' MORTO RICHARD HARRISON,IL VECCHIO DI "AFFARI DI FAMIGLIA"

di Ennio Porceddu
(26-6-2018) E' morto stamattina Richard Benjamin Harrison(foto dal web), meglio conosciuto in tutto il mondo come il vecchio "The Old Man" del famosissimo reality tv Affari di Famiglia, seguitissimo in tutto il mondo ( trasmesso in Italia su Cielo) e ambientato nel negozio di pegni di Las Vegas "Gold&Silver Pawn Shop" che aveva fondato insieme al figlio Rick.Nato il 4 marzo 1941, giovanissimo si era arruolato in Marina: Dopo aver lasciato la divisa, nel 1988 ebbe l'idea di aprire un negozio di pegni, che per la sua originalità, ottenne un grande successo e nel 2009 dalla TV gli fu proposto di far diventare la sua attività un reality. Cosa che Richard accettò senza pensarci molto. In migliaia anche dal nostro paese, hanno scritto che era un grand'uomo e un personaggio che ha fatto compagnia e ha regalato tanti sorrisi con il suo modo brusco di interpretare le situazioni create dal figlio Rick, dal nipote "Smilzo"(Corey) e dal furbacchione Chumlee (Austin Russell).Il "vecchio brontolone" come veniva apostrofato dal figlio e dal nipote aveva lasciato il lavoro nel luglio 2017 per godersi la meritata pensione. Da anni combatteva con una malattia che non perdona il Parkinson. Questa mattina, ci ha lasciato.



IL POPOLO CAGLIARITANO SI
STRINGE ATTORNO AL SUO SANTO

362° SAGRA DI S. EFISIO

di Ennio Porceddu
(29-4-2018) Sono passati 362 anni da quando la municipalità cagliaritana ha invocato il martire più famoso della Sardegna perché intercedesse concretamente per salvare la città di Cagliari e il popolo sardo da quello che sembrava una maledizione, uno stato d'assedio(foto di Augusto Maccioni per TP). Poi finalmente nel 1656 la peste fu debellata. Non furono solo le preghiere ma anche le lacrime che la popolazione versò per i tanti morti che la terribile malattia che nel giro di poco tempo aveva mietuto, finalmente Cagliari riebbe la sua luce. Il vento impetuoso che la travolse, si diradò e tornò il sereno.Questo ci spiega quanto era diffusa la devozione per Sant'Efisio.

Una venerazione che non è mai cessata, anzi, è aumentata con l'afflizione della peste, per poi estendersi in tutta la Sardegna. Cagliari ha sempre avuto ottimi vincoli con Sant'Efisio. La devozione a S. Efisio arriva da molto lontano. Già nel 1548, la municipalità, riconoscendosi debitrice verso il Santo, istituì una rendita per le celebrazioni di Messe nella chiesa del Santo sita nel rione Stampace.Dal 1656 Cagliari avvia una processione che l'1 maggio la porta, con sfarzo e gioia per le strade della città fino alla chiesetta di Nora, sita nella cittadina di Pula, a due passi dal mare, dove si dice che Sant'Efisio ebbe il suo martirio.Nella processione di quest'anno sfileranno i costumi tradizionali di oltre 120 comuni con ottantanove associazioni di devoti. Corteo a piedi, ma anche sfilata di traccas, i tipici e colorati carri trainati dai buoi. Più gli uomini a cavallo, 255, con 56 miliziani di scorta al cocchio del santo.Il 1 maggio con il passaggio del cocchio e la statua del martire guerriero protettore dell'Isola tra le migliaia di persone che invaderanno il centro storico. Ci sarà il saluto dell'alter Nos, il rappresentante del Comune poi la ramadura con i petali che riempiranno di colori la strada percorsa dal santo. Sino al momento più emozionante, quando le sirene delle navi intoneranno a festa.Comunque per saperne di più conviene comperare il libro "San'Efisio" di Ennio Porceddu e Augusto Maccioni, pubblicato dalla "Ilmiolibro .it" o chiederlo agli autori.


Il 28 aprile per il popolo sardo è una giornata di festa che ricorda la cacciata dei piemontesi dal'isola nell'anno 1794. Un contenuto storico che traccia le tappe del sogno alla libertà civile e all’autonomia politica da parte del popolo sardo. Un sogno che, tuttavia, svanisce presto e per i sardi torna il buio
"SA DIE DE SA SARDIGNA",IL GIORNO DELL’INSURREZIONE DEI SARDI
“Fuori i piemontesi” , urlarono all’unisono i popolani sardi, incitati dai nobili e dalla borghesia cagliaritana, i veri artefici della sommossa contro i sabaudi, dopo che questi ultimi volevano congelare tutti i loro privilegi

di Ennio Porceddu
(24-4-2018) L’insurrezione esplose nel momento in cui i piemontesi arrestarono l’avvocato Vincenzo Cabras e il fratello bernardo al posto di Efisio Pintor, che era riuscito a scappare. Ma già iniziò un anno prima, nel 1793 quando i cagliaritani respinsero con grande determinazione le armate navali francesi. Sa die de sa Sardigna è la ricorrenza popolare che rievoca i cosiddetti “Vespri Sardi”, cioè l’insurrezione popolare del esplosa il giorno 28 aprile 1794 con il quale cacciarono da Cagliari i Piemontesi e il viceré Balbiano, in seguito al diniego del governo di Torino di esaudire le richieste che venivano dall’isola, titolare del Regno di Sardegna.In effetti, cosa chiedevano i sardi? Che fossero loro riservata una parte degli impieghi civili e militari e una maggiore indipendenza rispetto alle risoluzioni della classe dirigente locale. Al rifiuto del governo piemontese di accogliere qualsiasi petizione, la borghesia cagliaritana sorretta da tutta la popolazione, s’infiammò facendo nascere il moto insurrezionale. Le prime scintille della ribellione popolare iniziarono già negli anni Ottanta del Settecento ed erano continuate negli anni novanta, interessando poi tutta l’isola.Le ragioni del malcontento, erano di ordine politico ed economico insieme, da riallacciare al 1793, quando l’isola era stata implicata nella guerra della Francia rivoluzionaria contro stati europei e contro e il Piemonte. Così quando si parla di storia sarda, dobbiamo tener conto del biennio 1793/ 1794. I francesi, dopo aver, occuparono Nizza e Savoia, decisero di conquistare la Sardegna, convinti che conquistare l’isola fosse un’impresa facilissima. C’é da rammentare che la Sardegna in quel periodo era nel caos con gli isolani scontenti con un governo piemontese incapace di difendersi. Invece, accadde l’impensabile che i francesi non si aspettavano. Quando nel febbraio del 1793, la flotta, capeggiata dall’ammiraglio Truguet, si affacciò nella rada di Cagliari e iniziarono il cannoneggiamento, trovarono un’eroica opposizione dei Sardi, in difesa della loro terra. Con tale opposizione si manifestava un sentimento nazionale, che portò a scriverla nella sua autobiografia Vincenzo Sulis. Dopo aver evitato il pericolo dei francesi, I nobili sardi che avevano sollevato il popolo contro i francesi, giustamente, dai Piemontesi, si aspettavano una riconoscenza e una giusta gratificazione per la fedeltà manifestata alla corona. Le cose però andarono diversamente: tutte le richieste furono bocciate. “Mostrandosi il Ministro Granirei, contrario alle domande presentategli – scrive Pietro Meloni Satta – in nome degli Stamenti dai Deputati a ciò delegati, e accentuandosi sempre più la tracotanza, il contegno poco corretto, le satire e le insolenze continue dei Piemontesi contro gli Isolani, il malcontento assume proporzioni gravissime in tutta l’Isola, e specialmente nella capitale”. La fiamma che fece perdere il controllo ai cagliaritani fu (28 aprile 1794), l’arresto disposto dal viceré di due capi del partito patriottico, gli avvocati cagliaritani: Vincenzo Cabras ed Efisio Pintor.
In breve i fatti: Intorno all’una di pomeriggio di quel giorno, una Compagnia di granatieri del reggimento svizzero Schmidt, scende dalla Porta Reale, a Cagliari, avviandosi verso il quartiere di Stampace. I soldati sono in uniforme di parata: la gente che passa pensa di essere di fronte ad un’esercitazione. Poi con passo veloce, una parte dei soldati si schiera accerchiando l’abitazione dell’avvocato Vincenzo Cabras. Si predispone l’arresto del Cabras e del genero, Efisio Pintor, anche lui avvocato, considerati dalle Autorità Piemontesi due pericolosi rivoluzionari ma quest’ultimo riesce a scappare. Allora è arrestato il fratello Bernardo.“A questo punto – scrive Pietro Meloni Satta – “scoppia l’insurrezione nel sobborgo di Stampace. Si corre in folla forzando e bruciando una porta della Marina, e occupansi in pochi istanti le altre porte, e le batterie che guardano il mare. Nasce un vivissimo fuoco colle truppe con morti e feriti da ambo le parti. Il più duro conflitto avviene alla porta del Castello, chiusa e ben munita, di dentro, dalle truppe. Quivi si riversa la popolazione chiedendo, con grida furibonde, la liberazione dei due arrestati. Si da fuoco alla porta e si scala la muraglia. Penetrati in Castello si sostiene, per un’ora, un fuoco vivissimo colla truppa, che occupava le diverse imboccature delle strade, e ciò malgrado le rimostranze del marchese di Laconi e del Colonnello Schmidt: il primo dei quali, colle lacrime agli occhi, esortava il Viceré a far deporre le armi per risparmiare il sangue cittadino”. La popolazione furibonda, decise di cacciare dalla città il viceré Balbiano e tutti i Piemontesi.Incoraggiati dalle vicende cagliaritane, gli abitanti di Alghero e Sassari fanno altrettanto.
Per dovere di cronaca storica, occorre segnalare che furono i macellai, nei loro costumi tipici, i primi a sollevarsi contro i Piemontesi, con Ciccio Leccis in testa, il capo popolo che arringò la folla facendo scoppiare la rivolta. Gli insorti, conquistato il Castello, sfondano le porte e occupano palazzo Viceregio. Per prima cosa, allegoricamente, nel ricordare la molla che ha scatenato la sollevazione popolare e ad attestare un beffardo e tollerante spirito che sempre ha contraddistinto i cagliaritani, nel palazzo del vicerè è banchettato un ricco pasto di tutte le pietanze trovate nelle dispense, lasciate dai piemontesi.“Fuori i Piemontesi!” urlano i popolani per le strade di Castello, gli insorti. Subito dopo Don Francesco Asquer, visconte di Flumini a capo di oltre cento persone, fa arrestare i Piemontesi presenti in Castello per imbarcarli verso Torino. In attesa del giorno dell’imbarco, previsto per il 7 maggio, i Piemontesi sono alloggiati e protetti per evitare possibili tafferugli. Il giorno stabilito, i Piemontesi, con le loro masserizie, sono accompagnati al porto e imbarcati. Al quel punto i cagliaritani incominciano a chiedersi, perchè lasciare a loro, tutti i beni rapinati ai Sardi? Allora, è suggerita l’ipotesi di chiedere un risarcimento immediato ma interviene il macellaio Ciccio Leccis: “Lasciateli andare, che noi sardi benché poveri non abbiamo bisogno della merda dei piemontesi”. “Procurad’ ‘e moderare,/ Barones, sa tirannia, /chi si no, pro vida mia, /torrade a pe’ in terra!” (Cercate di moderare / baroni, la tirannia, / ché se no, per la mia vita!, / tornate a piedi a terra! Recitano alcuni versi de Su patriottu sardu a sos Feudatarios (Il patriota sardo ai Feudatari).Fu un episodio sicuramente considerevole per l’isola, per quei moti antifeudali, anche se certuni non approvano la lettura dei fatti, che lo animarono. Rientrata la rivolta, alcune richieste saranno accolte nel 1796.Nel 1993, il Consiglio Regionale sardo, con la legge n.44, ha istituito “Sa die de Sa Sardigna” come festa regionale, il 28 aprile di ogni anno, in ricordo di quell’avvenimento del 1794. Il”Giorno della Sardegna” è raccontato con manifestazioni culturali e una “rappresentazione scenica” degli scontri del 1794 nei luoghi reali, dove ebbero luogo gli avvenimenti. Molti i sardi e i turisti che si riversarono nel quartiere di Castello, l’elefante”, siamo tra quei sardi che non si perdono quest’occasione.



IL 1°MAGGIO 1794 IL SANTO NON PARTI',LA SAGRA FU RINVIATA AL 1° GIUGNO
CAGLIARI E LA SARDEGNA SI PREPARA A
FESTEGGIARE LA 362.ESIMA EDIZIONE DELLA GRANDE FESTA DI S.EFISIO


di Ennio Porceddu
(19-4-2018) La città di Cagliari si prepara a festeggiare la 362 edizione del santo più amato della Sardegna(
foto dal web). La popolazione onora questo santo martire da oltre trecento cinquant'anni . La città di Cagliari, per l'occasione, si riempie di fedeli e turisti che arrivano da tutte le parte del mondo per assistere alla più lunga è importante processione religiosa e folcloristica dell'isola.Il primo maggio Cagliari si veste a festa e assiste composita al passaggio del suo benefattore dalla chiesetta di Stampace, a lui dedicata, fino al Municipio in via Roma per poi proseguire fino alla chiesetta di Nora dove avvenne il suo martirio. Efisio,La Cagliari del '600 è tutta nei libri di storia e la pestilenza che travolse l'Italia non è una leggenda, ma è vera storia. Una pestilenza che poteva durare a lungo e che grazie alla intercessione di un umile santo, venne sconfitta. E di questo i sardi sono riconoscenti a S. Efisio.Il primo maggio è anche, tempo permettendo, il giorno che i cagliaritani per tradizione, dopo aver assistito alla processione, fanno i primi bagni al Poetto.Francesco Alziator, uno dei massimi interpreti delle tradizioni cagliaritane e della Sardegna, reputa la sagra di sant’Efisio il “più grande convegno folclorico del Mediterraneo”. Scriveva Pietro Aleo che la città di “Cagliari è molto legata alle sue vecchie tradizioni, a quelle religiose. Basterà ricordare con quale tenacia sono conservate le processioni della Settimana Santa, che sono seguite da folle di popolo ed in cui certamente la manifestazione più singolare è quella dei cantori che forse ripetono musiche secolari che meriterebbero di essere studiate”.La festività che Aleo ha ritenuto più importante in assoluto per i Cagliaritani. è senza dubbio la sagra di Sant’Efisio del 1. Maggio, legata come è al voto al voto compiuto dall’Amministrazione Comunale nel 1656, per aver interceduto alla liberazione della peste che dal 1652 stava decimando la popolazione di Cagliari e dell’Isola. La processione del Santo Martire è continuata anno dopo anno, ad anno, anche quando nel 1943 la città era crollata sotto i bombardamenti. Questo potrebbe far credere che per 362 anni, la solennità sia continuata interrottamente, anno dopo anno. Tuttavia, non è andata sempre così, infatti da un documento, dell’archivio Comunale di Cagliari si evidenzia che il 1 Maggio dell’anno 1794, la sagra di Sant’Efisio non partì. Il precedente 28 aprile era scoppiata in città una rivolta causata dal diffuso malcontento, e per le turbolenze lo Stamento militare decise di non effettuare la manifestazione. Tuttavia l’Amministrazione Comunale decise di celebrare la festa per quell’anno il 1º giugno, quando le acque si erano ormai calmate. Come è noto lo dicono i documenti di storia Moderna del Manno, e un ulteriore documento riproposto qualche anno fa, ricorda che Il 28 aprile 1784 a Cagliari scoppiò una rivolta ha causa dello scontento popolare per il mancato accoglimento delle richieste presentate in occasione della cacciata dei francesi dalle coste sarde. Tale rivolta si concluse con l’espulsione dei funzionari Piemontesi , che due giorni dopo furono imbarcati su cinque navi, poi trattenute in rada fino al 7 maggio, prima di prendere il largo.“In quei giorni di gravi turbolenze – continua Aleo – lo Stamento militare, che si può dire, sedeva in permanenza , credete opportuno proporre al magistrato della Reale Udienza, che aveva assunto il poteri di governo, la soppressione della festa di Sant’Efisio”. In effetti, la Reale Udienza accolse la richiesta, ma l’amministrazione Comunale non rimase molto soddisfatta, e infatti, un avviso pubblico in data 19 Maggio 1794, conservato nell’Archivio Comunale, il Magistrato Civico avvertiva che la festività di Sant’Efisio si sarebbe celebrata il 1 giugno successivo”.
>>>>>>>><<<<<<<<< Ad arricchire i libri di storia di questo Santo è uscito tre anni fa il volume "SANT'EFISIO - SAGRA, STORIA ANEDOTTI DEL SANTO MARTIRE" uscito dalla penna dei due giornalisti Ennio Porceddu e Augusto Maccioni per ILMIOLIBRO di Roma e stampato in Italia per il Gruppo Editoriale L'Espresso, contenente le foto di Arturo Bertolini, Ennio Porceddu, Raimondo Caddeo, Roberto Masala Azienda Autonoma Soggiorno - Turismo Cagliari e C. di Cagliari.

CAGLIARI,MOMENTI DI GRANDE FEDE E DEVOZIONE PER LE STRADE IN OCCASIONE DELLA PASQUA

di Ennio Porceddu
(31-3-2018) E' domenica mattina, giorno di Pasqua(foto dal web), per le strade di Cagliari si snodano due diverse processioni: una composta di soli uomini con la statua del Cristo; l’altra, formata di sole donne con la statua della Madonna velata di nero.Nel momento in cui, le due colonne si trovano l’una di fronte all’altra (S’incontru), il Figlio s’inchina per tre volte, davanti alla Madre, intanto un confratello le toglie il velo nero.E’ l’attimo massimo della cerimonia. Intanto, i presenti, ne rilevano l’importanza con spari e lancio di mortaretti (L’incontro è comune in tutte le parti dell’isola e non presenta nessuna variante).Le due processioni si riuniscono per proseguire appaiate fino alla chiesa dove saranno deposte le statue.
LA SETTIMANA SANTA A CAGLIARI
A Cagliari,la Settimana Santa si è celebrata nel quartiere di Villanova da due confraternite: quella del Santissimo Crocefisso della chiesa di San Giacomo e quella della Solitudine della chiesa di San Giovanni, e dall’Arciconfraternita di Stampace.Nella chiesa di San Giovanni, la priora, aiutata dalle consorelle, rimuovono il lenzuolo dal Cristo, con un lungo e rigoroso rituale.Dopo, le donne si aggrappano alla statua per tutta la processione, con lo scopo di assolvere un voto.La processione ha inizio alle ore 13,00 con le consorelle della confraternita che, per l’occasione, indossano delle lunghe vesti nere in segno di lutto, le spalle sono avvolte da uno scialle, il volto è coperto da un velo e procedono lentamente versola Cattedrale.Tutta la processione è scandita dal rullo del tamburo che segna il passo, mentre un coro di voci ripete i misteri della Passione del Signore, durante tutte le soste indispensabili per il cambio dei portatori della Croce.Arrivata in Cattedrale,la Croce è presa in consegna dal sacrestano che a sua volta la posa sul pavimento all’interno del duomo. Alle ore 16,00, dall’Oratorio della chiesa di San Giacomo, s’avvia la processione della confraternita del Santissimo Crocifisso diretto verso la chiesa di San Lucifero, dove giunge, dopo le soste di rito, nella tarda serata.Il Venerdì Santo, alle 20,00 dalla chiesa di Sant’Efisio di Stampace, esce la processione con il coro de “is cantoris” che, con accompagnano il Cristo adagiato su una lettiga lungo le strade del quartiere.Il sabato mattina, le due Confraternite (della Solitudine e del Crocefisso), in Cattedrale e nella Chiesa di San Lucifero, al Cristo, tolgono i chiodi e la corona di spine (su scravamentu) prima di essere adagiato sulla lettiga.
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Oggi domenica di Pasqua, nei quartieri di stampace (Corso Vittorio Emanuele), Marina (Via Roma) e Villanova (Via Garibaldi), si svolge la processione de “S’incontru” tra Gesù ela Madonna.Sono tre cerimonie di grande sentimento religioso e emozionanti, molto sentite e attese dai cittadini.






CAGLIARI/A TAVOLA ERANO IN 56 TRA FIGLI,
NIPOTI, BISNIPOTI E TRIS NIPOTI. L'ULTIMO E' NATO CINQUE MESI FA

CINQUE GENERAZIONI SI SONO RITROVATE IN UN RISTORANTE PER FESTEGGIARE LA LORO
CENTENARIA MAMMA E NONNA GIOVANNA VINCENZA LOI

di Ennio Porceddu
(Pirri - 13 novembre 2017) .Cento anni, un grande traguardo, costruire una famiglia di cinque generazioni, lei che ha vissuto i disastri del fascismo e la seconda guerra in piena evoluzione è riuscita a realizzare il suo sogno: diventare nonna di tris nipoti. Mia madre, nata il 10 novembre 1917, all'anagrafe Loi Giovanna, ma per tutti Vincenza, non trattiene le lacrime: oggi, alla sua festa ci sono tutti, meno la "piccolina Vale" che è costretta per motivi di lavoro a risiedere in provincia di Torino ma che presto la raggiungerà per
abbracciarla. Ha tavola, per la grande festa ci siamo ritrovati in 56, molti parenti sono arrivati da Roma e Genova per festeggiarla in un pranzo storico "Sono molto felice della mia famiglia e li ringrazio con amore. Sono felice ma anche stordita dalla felicità. Ho procreato sei figli, quattro uomini e due donne: Clorinda, Ennio, Antonio, Ignazio (che mi lasciato tanti anni fa, nel 1964), Mariella, (alle anagrafe Maria Bonaria) e Claudio". Con le moglie e i mariti c'erano 15 nipoti, 10 pronipoti e due trisnipoti, il secondo di cinque mesi.
Mio fratello Antonio, in nome di tutti il letto uno scritto"I tuoi cento anni mamma, ha scritto, sono un traguardo della tua vita che tutti sognano di raggiungere" e spero che qualcuno ci riesca visto che molti della mia generazione lo ha raggiunto. Penso ai miei parenti di Roma, Guspini, Cagliari, Gonnosfanadiga, Francia.Mia madre, cugina di Nanni Loy, morto nell'agosto del 1995, ha sempre saputo conservare la sua passione per la scrittura " Ricorda - nonostante i suoi cento anni e una mente lucida - conservo i primi quaderni della scuola e nello studio ero molto brava, mia nonna era un'insegnante di Guspini". Altri erano avvocati e medici. Il mio bisnonno Vincenzo era un azionista delle Manifatture Tabacchi e delle miniere di Montevecchio. E poi, ricorda ancora, che Giuseppe Loi era un armatore con sede a Cagliari e aveva i suoi uffici (Giuseppe Loi e Figli) nella salita di Viale Regina Margherita, angolo via Cavour. Altri abitavano in Castello, in via Santa Croce, altri ancora in Via Grazia Deledda, di fronte all'ingresso della Legione dei Carabinieri. Chi scrive, da ragazzo andava spesso a trovarli con mia madre. Allora Nanni Loi lavorava in televisione e aveva un grande successo con "Specchio segreto".I suoi cento anni non sono state tutti rose e fiori. Il diario della sua esistenza contiene anche pagine di grande dolore, quando nel 1964, si è spento Ignazio quando per una disattenzione è caduto da una rupe alta otto metri, ma ci sono state anche pagine belle piene di felicità di soddisfazione quando si sono laureate le nipoti Elisabetta, Valentia e alcuni giorni fa Andrea.Tutti gli intervenuti si sono commossi nel vedere Mamma e nonna Vincenza con le lacrime per la grande partecipazione dei suoi discendenti, lei che da ragazzina aveva dovuto abbandonare, assieme alle sue sorelline (Maria, Angela, Adelaide) la sua casa di Guspini, dopo la morte di mia nonna Vittoria Tidu e andare, chi a Pimentel, chi a Roma e chi in Francia. Una separazione che mio nonno non avrebbe voluto, ma che era necessario per non abbandonare il suo lavoro.Mia madre ha ricevuto un mazzo di cento rose rosse, una targa e dopo ha spento le candeline delle tre torte che componevano un grande numero:100. Auguri Mamma.



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