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DI TUTTO UN PO' - I MIEI ARTICOLI - di Ennio Porceddu

CAGLIARI, LA STORIA DELLA CHIESA
"SAN NICOLO' DEI NAPOLETANI"
DEL XVII SECOLO, DEMOLITA NEL 1869

di Ennio Porceddu
(27-9-2021) La chiesa San Nicolò di Bari dei Napoletani, molto probabilmente eretta alla fine del XVII secolo, sorgeva in un’area situata all’angolo tra le attuali, piazza di Carmine e via Sassari (una volta via S. Nicolò), nel quartiere Stampace. Fu demolita nel 1869. Si trovava esattamente davanti all’attuale Hotel Flora, a destra del Palazzo delle Poste in Piazza del Carmine (
foto dal web/Social). Le suppellettili, gli argenti le statue e i dipinti furono sistemati nella chiesa di Sant’Anna. La chiesa fu fondata per volere del Principe Don Nicola Pignatelli Aragon, nominato viceré di Sardegna nel 1686. Esiste una leggenda che narra che il Principe Don Nicola mentre era a bordo di una nave con tutta la famiglia, si scatenò una tempesta che non prometteva nulla di buono. Avendo paura per la propria vita e per quella dei familiari, fece voto di innalzare una chiesa a San Nicolò di Bari nella prima terra dove fosse approdato sano e salvo. La nave si riparò nel porto di Cagliari scampando al pericolo e così Don Pignatelli mantenne la promessa, facendo edificare la chiesa che intitolò a San Nicola di Bari, affidandola alla congregazione dei Napoletani presenti a Cagliari. La congregazione si sciolse in seguito. La statua di San Nicolò si trova attualmente nella chiesa di Sant’Anna, come una lampada che riporta lo stemma del Principe Pignatelli. Lo stemma che si trovava nella facciata della chiesa è conservato nella Pinacoteca Nazionale di Cagliari. Nella “Guida della città e dintorni di Cagliari”. Cagliari, Tipografia Timon, 1861, il canonico Giovanni Spano parla della chiesa e di com’era strutturata all’interno. Mentre scrive che all’esterno della chiesa c’era un grande stemma per ricordare il suo fondatore. E’ un documento, molto importante per capire la città di Cagliari di una volta. “Attraversata la piazza, a man sinistra si trova la chiesa di San Nicolò di Bari, chiesa nazionale dei Napoletani. Nella facciata vi è lo stemma, molto grande, del principe Pignatelli il quale ne fu il fondatore. Si racconta che questo principe trovandosi in mare con tutta la sua famiglia, ed essendo sorta una forte burrasca, fece voto di edificare una chiesa a questo Santo nella prima terra dove salvo sarebbe approdato. Essendosi la nave rifugiata nel golfo di Cagliari, fece tosto eseguire una chiesa che diede ad uffiziare ai Napoletani, i quali vi avevano una congregazione che poi si sciolse. Aveva un buon reddito che ora è ridotto a pochi censi, ed agli affitti di alcune case fabbricate attorno alla stessa chiesa. È uffiziata in tutte le domeniche, e nelle feste principali. La chiesa è di una navata, e di belle proporzioni con sei cappelle. La prima a sinistra entrando è dedicata a Santa Irene che hanno in devozione i Vasellaj, i quali ne facevano la festa. Il quadro è ordinario, opera del Massa. La bella statua di legno della stessa Santa nella cappella di mezzo a destra, è di Giov. Raim. Atzori. Così pure avvi un’altra statuetta di S. Greca di cattiva scoltura di Francesco Piras. Nella cappella di mezzo che segue vi è un gran quadro che rappresenta S. Nicolò con S. Gennaro pregando col popolo la Santa Vergine per difendere la città di Napoli ivi dipinta, sulla quale essa fa piovere denaro gettandolo colla man sinistra. Quando sarà accaduto questo miracolo? Il S. Gennaro ha una libro in mano su cui posano le ampolle del sangue miracoloso. Il dipinto ha qualche cosa di espressivo, ed è di pennello ignoto napoletano. L’altare maggiore, molto vasto, è di legno dorato. In mezzo vi è una nicchia dov’è collocata l’antica statua semicolossale del Santo. E’ una bella scultura napoletana d’incerto autore, ma pure è d’ammirare, sebbene sia stata restaurata. La prima cappella al lato dell’epistola è dedicata al crocifisso. Ha una tela antica di poco pregio: nelle basi delle colonne dell’altare vi sono dipinte le armi della città di Napoli con quelle del Console G. Battista Bono, a di cui spese forse sarà stato fatto l’altare. Ma la cappella che più merita attenzione è quella di San Michele, l’ultima vicino alla porta, per il quadro in tela di S. Michele. L’arcangelo, con belle mosse, sebbene abbia la gamba destra mal situata, percuote gli angeli ribelli che cadono con diverse movenze. Bella è la composizione, ed il colorito maggiormente; degna delle buone scuole napoletane del secolo XVIII. Sopra la tribuna finalmente avvi un bel quadro d’una Santa che sembra S. Giuliana, con diversi scompartimenti attorno e con iscrizioni: ma non si possono ben osservare per essere il quadro collocato troppo in alto”.



QUANDO IN SARDEGNA C’ERA LA PRESENZA TENEBROSA DE S’ACCABADORA

di Ennio Porceddu
(11-8-2021) Il personaggio dell’accabadora rappresenta uno delle immagini ambigue della sconfinata eredità culturale fatta di tradizioni popolari dell’Isola. Con tale finalità, originato probabilmente dalla lingua spagnola acabar (cioè finire), s’indica una donna solitamente di una certa età, ma raramente anche a una figura di sesso maschile, s’accabadore, alla quale era assegnato l’incarico di adoperarsi sui morenti, per porre fine al prolungarsi delle loro sofferenze. Nei giorni nostri si direbbe una vera propria eutanasia che appagava, da una parte, alla pietà per le sofferenze provate dai moribondi; dall’altra, a un criterio di usanze: nell’economia di sussistenza delle comunità rurali In pratica si pensava che le cure agli infermi senza possibilità di recupero della salute toglieva energie e tempo ad altre casi indispensabili, ponendo a repentaglio il fragile equilibrio delle famiglie di appartenenza dei malati. Di questo problema se n’è sempre molto discusso, ma la singolare miriade di documentazioni più o meno illustri, di memorie popolari, di riferimenti diretti in proverbi tradizionali, allontana pochi dubbi sulla attendibilità storica dell’accabadora, pur se risulta quanto mai difficile ricomporre un profilo approfondito, dato il tassativo riserbo dell’ufficio, a causa della contrarietà degli istituti civili e religiosi. Fu Alberto La Marmora il quale, nella prima edizione del suo Voyage en Sardaigne del 1826, che riferiva di questa pratica de accabadora diffusa nelle zone più conservatrici dell’isola fino alla prima metà del XVIII secolo. Ad avvalorare le parole del La Marmora, lo scrittore e viaggiatore inglese William Henry Smyth affermò che l’abbandono della pratica era stato dovuto all’opera missionaria del gesuita Giovanni Battista Vassallo, svolta tra il 1725 e il 1775. Le affermazioni dei due scrittori diedero il la a una polemica tra chi asseriva l’attendibilità storica di tali pratiche e chi le considerava narrazioni tradizionali popolari, tanto che il La Marmora, sentitosi tirato in causa, nella seconda edizione del suo Voyage del 1839, si dichiarava non all'altezza di scegliere se prestar fede o meno alle testimonianze raccolte. Nel 1833 Goffredo Casalis inserì il termine accabadora nel dizionario redatto da lui redatto. Mentre il religioso e uomo di cultura Vittorio Angius, difensore della veridicità storica, appoggiò la pratica dell’accabadora e asseriva attuato in Sardegna per mano dei figli, al compimento del settantesimo anno d’età dei genitori maschi. Questa pratica a sua volta, inserito in un abituale stato di ebbrezza attenuare la tensione drammatica del rito, fu messo in relazione con cosiddetto il Riso Sardonico.
C’è un episodio che narra Padre Bresciani, nel suo libro “Dei costumi dell’isola di Sardegna” (1850), di una donna che da giovane fu colpita da grave malattia, dopo aver ricevuto l’estrema unzione, quando vide s’accabadora fu presa dallo spavento che miracolosa guarì. Ovviamente Padre Bresciani può aver raccontato un fatto di pura invenzione che comunque nessuno studioso ha mai smentito. Durante i successivi decenni ci furono tante storie sull’accabadora e molto studiosi se ne occuparono, persino la chiesa cercò di trovare capire il problema. Si dice che nell’anno 1906 un prete fu testimone oculare di un fatto singolare: una vecchia dal brutto aspetto si avvicinò alla madre di un bimbo morente offrendosi come accabadora. La madre rifiutò, perché con la sofferenza il bambino si stava guadagnando il paradiso. Nella credenza popolare si pensava che l’agonia lunga e travagliata non fosse altro che una punizione per dei peccati commessi. Che peccati poteva avere quel bambino? Diverso per l’agro pastorale che potevano aver imbrogliato sui confini dei campi, in modo da impossessarsi di terreni d’altri, o l’aver buttato o bruciato un giogo per i buoi, azione che non andava fatta neanche quando l’arnese era divenuto inservibile, dato il suo carattere simbolico. Comunque in questo caso al moribondo era messo il giogo sotto la testa, nella convinzione che ciò ne affrettasse il decesso. La stanza doveva essere spogliata di tutto ciò che poteva aveva il compito di agevolare l’ammalato (amuleti, oggetti sacri) e di tutto ciò che egli aveva di più caro (affetti familiari, oggetti di valore materiale e sentimentale), in modo che la magia del rito non fosse ostacolata da tutto ciò che poteva tenere il morente legato alla vita terrena. Il La Marmora nel suo Voyage dice che l’atto vero e proprio dell’accabadora era messo in opera attraverso il soffocamento o in genere colpendo in un punto specifico il capo del moribondo con una specie di martello il legno di olivastro di cui è noto un unico esemplare, conservato nel Museo Etnografico di Luras. Per questo raccapricciante lavoro s’accabadora non riceveva compensi diretti una volta portato a termine il suo compito, si eclissava per evitare di incontrare i familiari del defunto. Vista la delicatezza del suo compito, l’accabadora spesso era richiesta da un paese vicino, in modo da evitare i coinvolgimenti dovuti all’appartenenza alla stessa comunità della famiglia del morto. La sua figura evocava timore e mistero: naturale che, almeno in tempi relativamente recenti, una volta indebolitasi la sua importanza all’interno della comunità, l’accabadora sia diventata oggetto di superstizione, spesso allargata a tutta la sua famiglia. L’origine della sua funzione era con ogni probabilità sacerdotale: lo conferma che, all’interno della comunità, le erano riconosciuti saperi e poteri, sia pratici sia trascendentali. Certamente più complicato teorizzare ipotesi sull’origine storica della figura dell’accabadora, anche lascia supporre a un’usanza arcaica che ha resistito anche alla cristianizzazione, almeno nelle zone interne e fino al Concilio di Trento. Questa pratica fu abolita ufficialmente nel XVIII secolo, ma protratta in modo clandestino fino al XX secolo e osteggiata dalla chiesa e dallo Stato in maniera non molto convinta, preferendo sopportare i sempre più rari casi come residui di un’arretratezza, anziché come un dannoso caso socievole. Su questa pratica qualcuno ci ha anche speculato scrivendo dei libri, che visto l’argomento, hanno avuto anche un certo successo.



ECCELLENTE INSEGNANTE E COMPOSITORE,
COLLABORO’ CON ARTISTI DEL CALIBRO DI MINA E CLAUDIO VILLA

AMARCORD DEL MAESTRO MADDALENINO NINO ABIS SCOMPARSO NEL 2015

di Ennio Porceddu
(4-8-2021) Lo avevo conosciuto nel lontano 1970. Per lui avevo composto diversi testi di canzoni (circa una quindicina), alcune in lingua spagnola. Nel 1972, l’edizione musicale Suono di Mestre/Venezia ci pubblicò la canzone “Senza fede”, in repertorio da alcuni complessi musicali (così si chiamavano allora i gruppi musicali) e programmata a Radio Sardegna. Poi fu la volta di “Mi ricordo bambino) incisa su dischi Galletti/Boston di Faenza nel 1972 dal gruppo quartese “La Nuova Era”, produttore chi scrive: canzone che ha fatto il giro del mondo con un ottimo successo ed è stata riproposta da diversi artisti internazionali nel 1982 e 1992 (Canada, Argentina).Poi, “Viva la Palma” (Porceddu – Abis) sigla ufficiale del Festival Nazionale dei bambini “La Palma D’Oro”, svoltosi a Cagliari negli anni 1975/1976 e organizzato sempre da chi scrive con la collaborazione di Antonio Linoti, noto manager e padre della cantante Silvana. La sigla del festival è incisa su disco LP dall’etichetta discografica Polimusic.I brani “Nostalgia di Napoli” e “ Na musica è l’ammore” (Edizioni musicali Galletti/Boston), hanno fatto parte dei Festival della Canzone Napoletana.Il caro amico Giovanni (Nino per gli amici)-
foto dal web/Social- è morto nella sua abitazione di Via Cairoli a La Maddalena sabato 31 ottobre 2015 .Aveva 87 anni.Nella sua vita c’era tantissima musica nel sangue: Compositore di musica, autore di un sistema d’insegnamento all’uso della chitarra oggi comunemente usato.Durante gli anni della maturità artistica Abis, oltre ad occuparsi dell’insegnamento, era entrato in contatto anche con i più grandi cantanti della musica leggera italiana, come il Trio Lescano di cui aveva composto una canzone : La pensione do re mi , Mina, Claudio Villa e altri.Nino era molto conosciuto in Sardegna e in Corsica.A metà degli anni Settanta, con spirito antesignano, aveva organizzato una seguitissima radio locale, praticamente la prima della Gallura costiera, ‘Radio Maddalena’ e successivamente una tv privata, nei cui studi si sono fatti le ossa numerosi giornalisti isolani che oggi collaborano con le testate giornalistiche regionali e nazionali.Compositore, diplomato al Conservatorio di Sassari. Insegnante nominato per i corsi corali e Polifonici, dal Provveditore. Cattedra di Musica alle scuole medie, insegnante di pianoforte alle Magistrali. Eclettico e virtuoso suonatore di diversi strumenti musicali. Diplomato in armonia all’Accademia di Roma.Nato a La Maddalena, nel 1928, Giovanni Abis, ha composto oltre mille canzoni, diverse centinaia pubblicate dai più grandi editori e notissimi della Galleria Del Corso di Milano. Più di cento, pubblicate dalle Messaggerie Musicali e Sugar – Caselli.Ha inciso col suo gruppo musicale con la Bentler, Combo, Nuraghe, per la Philips francese, uno spot pubblicitario, e per la televisione francese ”Bonne nuit les petits”.Il famoso spot “Cin, Cin Cinzano”, e quello della lama Bolzano, sono stati composti dal maestro Abis.Nella rassegna annuale UNCLA-RAI (in anni diversi), i brani del compositore maddalenino, conquistano i primi posti: “Fogu” (1° classificato); “Curri Curri” (3° classificato); “Alta marea” (2° classificata). Altri, invece, hanno avuto degli ottimi nelle finalissime trasmesse in diretta da Radio-RAI. I brani succitati, sono al successo discografico da Vittorio Inzaina.Il maestro Abis, ha curato gli arrangiamenti di diversi brani registrati da Pino D’Olbia (al secolo Giuseppe Fadda).Su incarico della Bentler-Rampordi-Zig Zig-Guerrini di Milano, ha diretto l’orchestra napoletana durante l’esibizione del cantante Milk che interpretava una canzone del gruppo editoriale milanese. Al concorso nazionale “Tre canzoni da lanciare”, si sono classificate Al primo e secondo posto con i brani: “Addio signora” e “ Non t’ascoltai”.Giovanni Abis, non è solo un compositore, ma anche un talent scout. Diversi i giovani che l’Abis, ha preparato e presentato a manifestazioni importanti: Castrocaro, Città di Milano e Sanremo.Alla fine degli anni ’70, Giovanni Abis, ha lanciato livello nazionale gli “AXIS”, un gruppo maddalenino che aveva una certa notorietà nel nord della Sardegna, con l’aiuto dell’amico G. F. Reverberi. (direttore d’orchestra, produttore discografico e direttore della R.C.A.). Voglio ricordare che il maestro Reverberi ha lanciato tanti artisti, tra i quali i genovesi Lauzi, Tengo, De André, Paoli e New Trolls.I tre brani registrati dagli “AXIS” portano la firma del compositore maddalenino: The Lonely man, “I look in the round”, Don’t i game tomorrow”.Per dovere di cronaca riportiamo la formazione degli “AXIS”: Francesco (sax e voce), Paolo (Tastiere), Umberto (chitarra solista e basso), Santo (batteria).




LA LEGGENDA
DI DEDALO


di Ennio Porceddu
(27-7-2021) Scrive lo storico Alberto Caocci che “un’antica memoria racconta che Dedalo per sfuggire alla prigionia del re Minosse, re di Creta, si riparò prima in Sicilia e poi in Sardegna: Qui per ricompensare i sardi della generosa ospitalità, insegnò tra le altre cose a costruire i nuraghi” e poi annotta che la più grande civiltà isolana è quella, appunto dei nuraghi che si è sviluppata nell’età del bronzo fino all’età del ferro, comprendendo il periodo di tempo che va dal 1600 a. C. al periodo romano del 111 a. C.”. Ma torniamo indietro nel tempo, per dire che Dedalo era figlio di Metione, e originario di Atene, dov'era un apprezzato scultore. In seguito all'omicidio del suo assistente e nipote Calo, che avrebbe ucciso perché geloso della sua maestria, fu accolto a Creta dal re Minosse. Durante questo suo soggiorno al palazzo, lo scultore attirò il desiderio di una schiava del re di Creta, di nome Naucrate, la quale s'innamorò perdutamente della sua maestria e della sua bellezza. Dedalo si unì alla giovane, che gli diede un figlio, Icaro. Pasifae la moglie del re di Creta Minosse aveva fortemente desiderato accoppiarsi con il toro sacro inviato da Poseidone. Dedalo la accontentò, costruendo una mucca di legno nella quale la moglie del re Minosse, s’introdusse dentro il ventre e si accoppiò. Da questa inverosimile unione nacque il Minotauro, che fu rinchiuso per ordine di Minosse nel labirinto costruito da Dedalo. Una volta finita la sua opera, per castigare Dedalo per aver organizzato l’accoppiamento della moglie Pasifae con il toro, fu rinchiuso con il figlio Icaro nel labirinto. Allora Dedalo pensò di scappare e dispose delle piume di uccello in fila, partendo dalle più piccole alle più grandi, in modo che sembrassero sorte su un pendio. Poi al centro le fissò con fili di lino, alla base con cera, e dopo averle saldate insieme, le curvò leggermente, per imitare ali vere. Dedalo raccomandò al figlio Icaro di volare a mezz’altezza in modo che l'umidità non appesantisse le ali e che il sole non facesse sciogliere la cera. Durante il volo Icaro fu molto imprudente, si avvicinò troppo al sole e il calore fuse la cera, facendolo cadere in mare. Dedalo oltre che come architetto del famoso labirinto costruito a Creta per Minosse, del quale si attirò poi l'ira per aver aiutato Teseo nell'uccisione del Minotauro rinchiuso in quella trappola senza via d’uscita.. Fuggito insieme al figlio Icaro che poi morì in mare), volando con ali artificiali applicate al corpo con la cera, giunse in Italia; dappertutto perseguitato dal re cretese, trovò alfine rifugio presso il re siculo Cocalo, le cui figlie uccisero Minosse, restituendogli la libertà. A Dedalo è attribuita anche, tra l'altro, l'invenzione degli xoana (simulacri lignei delle divinità) e degli attrezzi di falegnameria. Al di là del mito la figura di Dedalo impersona l'espansione della cultura minoica nel Mediterraneo, l'influsso dell'arte cretese in Attica e la colonizzazione greca della Sicilia.




L’INVASIONE DELLE CAVALLETTE
NELL’ANNO 1652 IN SARDEGNA

S’annu de sa lagusta et
de sa pigotta manna

di Ennio Porceddu
(26-6-2021) In un capitolo del libro di Giorgio Aleo, si parla della pioggia di cavallette che infestò la Sardegna nell’anno 1652. “Siamo ai tempi calamitosi –scrive il cappuccino – morto il viceré D. Beltram de Guevara, Sua M. conferì la vice reggenza al conte de Lemos, grande di Spagna, personaggio di grande virtù, nel marzo di quell’anno piove un’infinita quantità di cavallette che il sole ne rimase oscurato”. Quegli insetti (
foto dal web/Social)venuti dall’Africa iniziarono dalla parte di mezzogiorno a tagliare e a rodere i seminati e quant’altro di verdeggiante trovò. Nei paesi coprivano letteralmente i campi; nelle città le vie. Dopo di aver distrutto ogni vegetale nelle pianure e nelle montagne di Pula, Chia, Teulada, Palmas, Sulcis e Iglesias, nelle ore calde del giorno prendevano il volo lento e ordinato come le mosse di squadroni bene istruiti, e invadevano le parti interne dell’isola. Il danno arrecato da questo insetto nei seminati, nelle vigne, negli alberi e nei frutti fu così grave da non potersi valutare. I sacerdoti lo scongiurarono, i devoti fecero processioni; la popolazione usciva dalle loro abitazioni per portarsi nei campi con scope e frasche per distruggerli; ma tutto fu vano, ed era evidente considerare quell’insetto un flagello. La cavalletta era così velenosa che, il poco fieno rimasto nei campi, dato poi a mangiare ai cavalli, buoi e altri animali, morirono tutti intossicati. Siccome per la medesima ragione, si beveva l’acqua dei pozzi, fu consigliato di chiuderli, dietro il parere dei medici, il viceré pubblicò per mezzo di un bando, che nessuno si arrischiasse di mangiar galline, uova e pesci, perché le galline ed i pesci ghiottamente divoravano cavallette. Distrutte le cavallette, nessuno sospettò che il maledetto e schifoso insetto avesse lasciato le sue uova sui campi e l’anno seguente, all’intiepidirsi della stagione, vero gli ultimi del mese di marzo, iniziò a pullulare e a uscire dalla terra, in maggior quantità dell’anno precedente. In pratica prima di gettarsi a morire nei fiumi e nel mare, aveva deposto le sue uova nei terreni incolti, per la conservazione della specie. Gli agricoltori consapevoli dalle esperienze passate, che le cavallette avevano lasciato le uova, venuto l’inverno, andavano a cercarle e a dissotterrarle con zappe e picconi. “E così fu - scrive ancora G. Aleo - appena nacque la cavalletta, le si appiccò una pestilente infezione, per cui le nasceva un piccolo verme nel collo e presto moriva. Resta ancora la tradizione in Sardegna di tanto flagello venuto insieme al contagio del vaiolo nell’anno 1629, che per essere stato terribile, specialmente in danno dei bambini, chiamano l’or detto anno nella loro lingua natia: “S’annu de sa lagusta et de sa pigotta manna”. Ancora nel ventunesimo secolo, le cavallette invadono molti campi coltivati dell’Isola e gli agricoltori devono combattere per distruggerle, prima che compromettano il raccolto. Insomma, la maledizione de sa lacusta continua.
CHI ERA GIORGIO ALEO?
Lo storico padre cappuccino Giorgio Aleo nato e battezzato a Cagliari col nome di Lussorio nel 1620; fece solenne professione della regola francescana presso i Cappuccini in Iglesias, nell’anno 1640, tra le mani del padre Illuminato, dove allora aveva il noviziato, cambiando il suo nome di Lussorio in quello di fra Giorgio da Cagliari. Giovane di versatile ingegno, compiti gli studi letterari e scientifici, nel quale notevolmente si distinse, rivolse il suo animo ad applicarsi a quello della storia patria che venne a formare tutta l’occupazione della sua laboriosa vita. Egli percorse in lungo e in largo tutta quanta l’isola, unendo il ministero apostolico alle indagini storiche, in quei difficili tempi, in cui le più enormi distanze dell’isola, per deficienza di strade e per francescano dovere, non poteva egli in altro modo superare, se non viaggiando a piedi. Ciò nonostante, lesse tutte le antiche iscrizioni scoperte fino al suo tempo; setacciò tutti gli archivi civili e vescovili, monastici e parrocchiali, tanto dell’isola come della Spagna; visitò, oltre gli esistenti, anche le rovine degli antichi tempi, monasteri, e le vetuste torri, baluardi e castelli, come chiaramente risulta dai suoi pregevoli scritti che attestano la sua prodigiosa operosità. Padre Aleo s’interessò anche delle lacuste, le cavallette che all’improvviso infestavano i campi coltivati e le città sarde scrivendo nel capitolo 32^ .




Sigismondo Arquer,
l’uomo che osò sfidare

l’Inquisizione

di Ennio Porceddu
(8-6-2021) Cagliari nel XVI secolo (
foto dal web/Social) era in mano alla corruzione e al malaffare. Tra le mura di Castello e col bene placido della Chiesa e dentro le stanze dei palazzi nobiliari, si complottava nell’ombra. Era anche il tempo in cui sulla cittadella si allungava all’ombra la mano nera della Santa Inquisizione, spesso utilizzata per sostenere o ostacolare oscure convivenze di dominio. In questo clima di tumulti, incertezze e contrasti, numerosi furono i personaggi che si identificarono per tenacia e audacia, elaborando alcune tra le più belle ed avvincenti pagine della storia dell’Isola. Uno di questi personaggi fu il giovane cagliaritano Sigismondo Arquer, che passò secondo gli storici del tempo alla storia come il “Giordano Bruno sardo”. Nato a Cagliari nel 1530 da nobile famiglia Arquer, il padre Giovanni Antonio era consigliere del viceré Antonio de Cardona: quando quest'ultimo fu accusato di negromanzia, Giovanni Antonio Arquer fu coinvolto e arrestato dall'Inquisizione, poi assolto. Sigismondo studiò a Pisa e a Siena, dove conobbe Lelio Sozzini. Terminò gli studi nel 1547 con la doppia laurea in Diritto Canonico e Civile presso l’Università di Pisa e in Teologia a Siena. Poi rientrò in Sardegna, l'anno seguente, per sostenere la causa del padre che era finito invischiato in conflitti con la nobiltà locale, in particolare con la famiglia Aymerich.. Infine, intraprese un viaggio verso Bruxelles alla corte di Carlo V, presente in quel momento anche il principe Filippo. Durante il viaggio sostò in Svizzera: conobbe in particolare Celio Secondo Curione e Sebastian Münster, che lo invitò a collaborare alla sua Cosmographia universalis, uscita nel 1550, di cui l'Arquer curò la parte riguardante l’Isola scrivendo “Sardiniae Brevis Historiae et Descriptio” nella quale erano contenuti disegni e carte geografiche di Cagliari e della Sardegna, con riflessioni personali, statistiche, descrizioni e contenuti storiografici di vario genere. Questo lavoro fu molto apprezzato da Carlo V e da quel momento il giovane principe Filippo, lo assunse al suo servizio. Dopo aver seguito la corte imperiale ad Augusta, nel 1551 si trasferì in Spagna. Nel 1554 fu nominato consultore fiscale per la Sardegna. Oltre che a viaggiare e conoscere uomini di grande intelletto, la carica di avvocato fiscale lo portò Sigismondo Arquer a mettere le mani su quei loschi affari che già trent’anni prima avevano portato Giovanni Antonio a smascherare i membri più in vista dell’aristocrazia feudale sarda. Fu soprattutto Salvatore Aymerich a reggere le intricate fila del malaffare cagliaritano e a muovere la potente macchina dell’Inquisizione contro Sigismondo Arquer. In virtù della sua amicizia con l’inquisitore Andrea Sanna, nel 1558, Don Salvatore l’Aymerich, (lo stesso che anni dopo fu il mandante dell’omicidio di Gerolamo Selles, fratello del magistrato pubblico Bartolomeo, avversario della potentissima famiglia e a sua volta intimidito e oltraggiato per aver accusato i feudatari di speculazioni illecite sul grano), riuscì a far aprire un fascicolo contro l’Arquer, montando una serie di accuse per eresia. Anche l’amicizia con il Centellas – accusato di eresia e condannato alla pena del rogo a Valencia nel 1564 – sarà strumentalizzata nel processo che Sigismondo subirà più tardi, le quali, però, caddero proprio grazie alla difesa che quest’ultimo riuscì a prepararsi e portare in tribunale di Madrid davanti al re. Conscio che Cagliari non era più una città sicura per lui, nel 1560 Sigismondo ritornò in Spagna. Ma il suo destino sembrava ormai tracciato. Nel 1562 con l’arrivo dell’inquisitore Diego Calvo, temuto, feroce, corrotto e deciso ad andare fino in fondo alla questione per il nobile cagliaritano la situazione peggiorò. Trascorso poco meno di un anno, Sigismondo fu arrestato definitivamente con l’accusa di eresia a Toledo. Si diede inizio ad un processo lungo e doloroso durato oltre sette anni, durante la quali Sigismondo provò in tutti i modi a difendersi, dichiarandosi fino all’ultimo cattolico. Provò perfino a evadere, per poi essere catturato e nuovamente rinchiuso nelle carceri del Sant’Uffizio. Fu torturato due volte con l’obiettivo di estorcergli quella confessione necessaria per porre fine alla questione. Sigismondo doveva dichiararsi colpevole e firmare la sua abiura. Ma non poteva accettarlo. Dichiararsi colpevole avrebbe significato ammettere il falso e non poteva. Anche a costo della vita. Fu usato contro di lui anche un “pentito”, il francescano Arcangelo Bellit che dopo aver ammesso i propri delitti era stato condannato all’ergastolo per aver negato l’esistenza del purgatorio e la presenza di Cristo nell’ostia; diventato accusatore segreto di Arquer, ottenne la riduzione della pena a soli tre anni di carcere, poi mutati in una semplice nota di biasimo. Sigismondo, in quei momenti di grande sofferenza, iniziò a scrivere un memoriale difensivo in lingua castigliana, annotando i suoi appunti nel retro delle carte processuali nelle quali erano riportate le accuse contro di lui. Quelli che inizialmente erano semplici annotazioni, diventarono un componimento poetico che egli intitolò “Passion”, composto di 45 strofe e 10 versi ottosillabi con rima baciata e alternata. Eseguita la condanna a morte il 4 Giugno del 1571 a Toledo, fino alla fine, nonostante le fiamme avessero già cominciato a lambire il suo corpo, Sigismondo, urlava la sua innocenza. Dopo aver sopportato otto anni di carcerazione preventiva e la tortura, il giovane nobile cagliaritano non volle mentire per salvarsi e con grande coraggio dichiarò di preferire la morte.





RICORDIAMO UN'ALTRA VICENDA
TRISTE PER LA SARDEGNA

CORONAVIRUS,COME AI TEMPI
DEL COLERA:UNA PAGINA CUPA
DELLA STORIA DI CAGLIARI


di Ennio Porceddu
(5-6-2021 / 15-3-2020) La Sardegna, terra martoriata dalle innumerevoli dominazioni straniere, ha sofferto anche per le varie epidemie che l'hanno colpita nei secoli: peste, malaria, colera. Il colera ha fatto la sua ricomparsa nel 1973, dopo che si era manifestata prepotentemente in Campania. Napoli era la più colpita.A Cagliari(
foto di Augusto Maccioni per Terza Pagina Ospedale Civile), l'epidemia colerica si era manifestata alle ore 23 del 31 agosto sempre del '73.Il primo paziente A. M. di 50 anni di Selargius. Erano 62 anni che a Cagliari non si parlava di colera. Nei giorni che seguirono, ci furono altri 12 casi, tutti a causa del ceppo El Tor Ogawa. Un paziente morì. Furono individuati anche sette familiari sintomatici con escrezione del vibrione cholerae. Dei 13 casi, il più giovane aveva solo 22 anni. Otto pazienti erano di sesso maschile. In tutti i 13 pazienti accertarono che la causa primaria erano le arselle crude ingerite pochi giorni prima ed provenivano tutte dallo stagno di S. Gilla. Nove ammalati erano soliti raccogliere i molluschi personalmente nella zona meridionale dello stagno dove c'erano vari sbocchi di fognature e da due canali che collegavano le acque salmastre dello stagno nei pressi del giacimento di molluschi e le acque del porto di Cagliari.Per l'Istituto Superiore di Sanità, sul banco degli imputati c'erano le arselle: "Sul piano epidemiologico è il risultato dall'esame dei 13 casi verificatisi a Cagliari, dove inoltre le arselle con il vibrione cholerae hanno presentato gli unici campioni di frutti di mare, colera positivi fra gli esemplari esaminati."Le arselle appartenevano al tipo Eulamellibranchi, appartenenti allo stesso ordine delle ostriche e delle vongole.Le persone colpite dal vibrione furono ricoverate al primo piano (appena ristrutturato) della Divisione Malattie Infettive dell'Ospedale SS. Trinità diretta dall'indimenticabile prof. Goffredo Angioni. Quella sezione improvvisata con lettini d'emergenza, rese possibile il ricovero di quanti presentavano una sintomatologia clinica sospetta di tale malattia, o di una presunta gastroenterite acuta, dopo ingestione di molluschi crudi. Alle notizie di quanto stava avvenendo nella regione Campania e in Puglia, Cagliari era letteralmente sotto choc: il colera incuteva paura.Ogni piccolo disturbo intestinale faceva presagire la possibile infezione. I vari pronto soccorso degli ospedali cittadini erano letteralmente intasati. Gli Infermieri e i medici della divisione di malattie Infettivi erano mobilitati e sottoposti ad un super lavoro, spesso per 16 ore al giorno, mentre un'equipe di volontari venivano messi in quarantena per poter prestare una assistenza continua (24 ore su 24) ai ricoverati che erano una ottantina. L'epidemia colerica colpì il quartiere Marina, San Michele (Via Podgora), S. Elia e Pirri.Le radio e la televisione nazionale invitavano i cittadini ad osservare la massima igiene. Il toccasana per tutti era "acqua e sapone", niente frutti di mare, e le verdure sempre ben lavate. Nello stagno di S. Gilla fu vietata la raccolta delle arselle, divieto che perdurò per moltissimi anni. Poi, finalmente, verso la metà d'ottobre, il colera fu debellato, per riapparire nel 1979.


ICHNUSA TERRA DI CONFINE
IL NUOVO LIBRO DI
ENNIO PORCEDDU


di Enrico Ricordi
( 21-6-2021) La Sardegna, sebbene non presenti molte meraviglie artistiche, è però impregnata di avvenimenti che ne ha fatta un’importante terra di conquista. Fermo restando lo scopo cui s’ispira il mio lavoro, ho voluto dare, in sostanza, un libro non pedagogico, parlando anche di alcuni fatti, ma con contenuti sintetici e di facile consultazione. “L’Importanza del recupero di una dimensione locale nello studio della storia – scrive Alberto Caocci – è ormai affermata dagli studiosi: Una chiesa, un castello, una lapide, le rovine di una città sono testimonianze che servono ad approfondire delle vicende storiche dei personaggi e delle tradizioni del territorio”. La storia vera della Sardegna è quando la leggenda narra di un’immigrazione di genti libiche il cui Sardus avrebbe imposto il nome all’isola, la quale il popolo Cartaginese usò per la prima volta le armi contro i sardi. Gli antichi ci hanno tramandato una grande immigrazione di popoli sardi o Shardana, abili navigatori di stirpe mediterranea. Certi studiosi hanno fatto risalire al XIV secolo av. Cr., associando che i Shardana si sarebbero sistemati lungo le coste ove avrebbero costruito le loro città. Non meno leggendaria appare la presenza di Iolao (secondo la narrazione di Diodoro, amico di Ercole. Sempre secondo Diodoro, I fenici, dopo essersi arricchiti con i loro traffici commerciali in Oriente, avrebbero fondato colonie in Africa, Sicilia e Sardegna. Dei Fenici resta un’epigrafe rinvenuta a Nora e fatta risalire al periodo IX secolo av. Cr. Non si è certi quando si stabilirono nell’isola. Sappiamo però, che contribuirono a incrementare l’attività della pesca, del sale, dell’estrazione del minerale dal sottosuolo, della coltivazione delle olive e delle palme. Parlo anche di Castello (Castrum Karalis), “cronaca di una domenica speciale” dove scrivo del teatro civico. Lo storico Giovanni Spano descrive che “ ha quattro ordini con 84 palchetti e il loggione; è ben decorato, e stuccato in oro. Vi si rappresenta l'opera in musica in due stagioni dell'autunno e del carnevale. Può contenere mille spettatori, compresa la platea…” Inoltre, tra le altre cose, tratto della chiesa di Santa Caterina e San Giorgio, distrutta dai bombardamenti del 1943. Poi c’è il mare di Chia, i giganti di Monte Prama, i falsi D’Arborea, l’Insurrezione sarda e tanto altro. Nella seconda parte parlo di alcuni personaggi, uomini e le donne di malaffare (descritti molto bene dal canonico Francesco Liperi - Tolu nel suo libro dedicato a Osilo nel 1913) o legati al banditismo sardo: una piaga che ci ha coinvolti anche per tutto il XX secolo.




ANCHE QUEST’ANNO A CAUSA DEL PERDURARE DELLA PANDEMIA COVID -19, I FEDELI POTRANNO SEGUIRE SANT’EFISIO NEL SUO PERCORSO DA CAGLIARI A NORA IN STREAMING
1° MAGGIO FESTA
DI SANT’EFISIO

di Ennio Porceddu
Mentre per gli italiani il primo maggio è la festa del lavoro (ormai raro per oltre il 40% dei giovani laureati e diplomati) Cagliari, questo giorno, da ormai 365 anni, festeggia Sant’Efisio (
foto del 2019 di Augusto Maccioni) un appuntamento di fede che rende onore al Santo guerriero che da tutti i sardi è considerato il patrono che protesse la nostra terra della peste e dall’assalto dei francesi. Come l’anno scorso la sagra si svolgerà con un tono tranquillo e senza la marea dei fedeli a causa del perdurare della pandemia Covid-19. Insomma, la festa popolare che non si è fermata neppure durante i bombardamenti americani del II conflitto Mondiale che portò alla distruzione di un terzo della città di Cagliari, continuerà anche quest’anno, senza fedeli, da Cagliari a Nora, come è successo anche nel 1943, quando Efisineddu fu portato con il camioncino della ditta Gorini.Com’è stato confermato quindi, anche per quest’anno ci si atterra all’impianto della manifestazione della scorsa edizione, con il divieto di assembramenti e l’obbligo di distanziamento.

Perciò, le celebrazioni si terranno in un’unica giornata, quella del 1° maggio 2021 quando si svolgerà il rito dell’investitura dell’Alter Nos e avrà luogo la funzione religiosa. Confermato anche il pellegrinaggio del simulacro verso Nora a bordo di un mezzo scoperto, ma senza pubblico al seguito. Non ci sarà nessuna soste a Villa Ballero, Su Loi, Villa d’Orri, Sarroch e Settimo San Pietro. E il simulacro di Efis rientrerà la sera stessa a Cagliari, dove nella chiesetta di Sant’Efisio di Stampace sarà sciolto il voto.Tale decisione è stata decisa il 25 marzo 2021 – al termine dell’incontro del Comitato Provinciale Ordine e Sicurezza Pubblica, presieduta dal prefetto del capoluogo, Gianfranco Tomao, alla quale hanno preso parte oltre al Questore e ai Comandanti provinciali dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, l’Arcivescovo di Cagliari, i sindaci di Cagliari, Pula, Capoterra, Sarroch e Villa San Pietro, il Comandante della Regione militare autonoma della Sardegna, dei Vigili del Fuoco e della Capitaneria di Porto di Cagliari, e il presidente dell’Arciconfraternita di Sant’Efisio. Sicuramente i Cagliaritani, tutti i sardi e i continentali (com’è avvenuto l’anno scorso) potranno seguire il percorso, le cerimonie e i riti religioni in diretta streaming.




SARDEGNA, RICORDIAMO IL 28
APRILE 1794: L’INSURREZIONE
CHE MANDO’ A CASA I PIEMONTESI

“SA DIE SA SARDIGNIA”

di Ennio Porceddu
(21-4-2021) Duecentoventissette anni fa Cagliari fu protagonista di una sollevazione popolare. La prima che la storia ricordi per la città capitale della Sardegna. Era il 28 aprile 1794. Invece l’insurrezione esplose prima, cioè nel momento in cui i piemontesi arrestarono l’avvocato Vincenzo Cabras e il fratello Bernardo al posto di Efisio Pintor, che era riuscito a scappare. Ma, già iniziò un anno prima, nel 1793 quando i cagliaritani respinsero con grande determinazione le armate navali francesi. Sa die de sa Sardigna è la ricorrenza popolare che rievoca i cosiddetti “Vespri Sardi”, cioè l’insurrezione popolare del esplosa il giorno 28 aprile 1794 con il quale cacciarono da Cagliari i Piemontesi e il viceré Balbiano, in seguito al diniego del governo di Torino di esaudire le richieste che venivano dall’isola, titolare del Regno di Sardegna. In effetti, cosa chiedevano i sardi? Che fossero loro riservata una parte degli impieghi civili e militari e una maggiore indipendenza rispetto alle risoluzioni della classe dirigente locale. Al rifiuto del governo piemontese di accogliere qualsiasi petizione, la borghesia cagliaritana sorretta da tutta la popolazione, s’infiammò facendo nascere il moto insurrezionale. Le prime scintille della ribellione popolare iniziarono già negli anni Ottanta del Settecento ed erano continuate negli anni novanta, interessando poi tutta l’isola. Le ragioni del malcontento, erano di ordine politico ed economico insieme, da riallacciare al 1793, quando l’isola era stata implicata nella guerra della Francia rivoluzionaria contro stati europei e contro e il Piemonte. Così quando si parla di storia sarda, dobbiamo tener conto del biennio 1793/ 1794. I francesi, dopo aver, occuparono Nizza e Savoia, decisero di conquistare la Sardegna, consapevoli che conquistare l’isola fosse un’impresa facilissima. C’é da rammentare che la Sardegna in quel periodo era nel caos con gli isolani scontenti con un governo piemontese incapace di difendersi. Invece, accadde l’impensabile che i francesi non si aspettavano. Quando nel febbraio del 1793, la flotta, capeggiata dall’ammiraglio Truguet, si affacciò nella rada di Cagliari e iniziarono il cannoneggiamento, trovarono un’eroica opposizione dei Sardi, in difesa della loro terra. Con tale opposizione si manifestava un sentimento nazionale, che portò a scriverla nella sua autobiografia Vincenzo Sulis. Dopo aver evitato il pericolo dei francesi, I nobili sardi che avevano sollevato il popolo contro i francesi, giustamente, dai Piemontesi, si aspettavano una riconoscenza e una giusta gratificazione per la fedeltà manifestata alla corona. Le cose però andarono diversamente: tutte le richieste furono bocciate. “Mostrandosi il Ministro Granirei, contrario alle domande presentategli – scrive Pietro Meloni Satta – in nome degli Stamenti dai Deputati a ciò delegati, e accentuandosi sempre più la tracotanza, il contegno poco corretto, le satire e le insolenze continue dei Piemontesi contro gli Isolani, il malcontento assume proporzioni gravissime in tutta l’Isola, e specialmente nella capitale”. La fiamma che fece perdere il controllo ai cagliaritani fu (28 aprile 1794), l’arresto disposto dal viceré di due capi del partito patriottico, gli avvocati cagliaritani: Vincenzo Cabras ed Efisio Pintor.
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In breve i fatti: Intorno all’una di pomeriggio di quel giorno, una Compagnia di granatieri del reggimento svizzero Schmidt, scende dalla Porta Reale, a Cagliari, avviandosi verso il quartiere di Stampace. I soldati sono in uniforme di parata: la gente che passa pensa di essere di fronte ad un’esercitazione. Poi con passo veloce, una parte dei soldati si schiera accerchiando l’abitazione dell’avvocato Vincenzo Cabras. Si predispone l’arresto del Cabras e del genero, Efisio Pintor, anche lui avvocato, considerati dalle Autorità Piemontesi due pericolosi rivoluzionari ma quest’ultimo riesce a scappare. Allora è arrestato il fratello Bernardo.“A questo punto – scrive Pietro Meloni Satta – scoppia l’insurrezione nel sobborgo di Stampace. Si corre in folla forzando e bruciando una porta della Marina, e occupansi in pochi istanti le altre porte, e le batterie che guardano il mare. Nasce un vivissimo fuoco colle truppe con morti e feriti da ambo le parti. Il più duro conflitto avviene alla porta del Castello, chiusa e ben munita, di dentro, dalle truppe. Quivi si riversa la popolazione chiedendo, con grida furibonde, la liberazione dei due arrestati. Si da fuoco alla porta e si scala la muraglia. Penetrati in Castello si sostiene, per un’ora, un fuoco vivissimo colla truppa, che occupava le diverse imboccature delle strade, e ciò malgrado le rimostranze del marchese di Laconi e del Colonnello Schmidt: il primo dei quali, colle lacrime agli occhi, esortava il Viceré a far deporre le armi per risparmiare il sangue cittadino”.
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La popolazione furibonda, decise di cacciare dalla città il viceré Balbiano e tutti i Piemontesi. Incoraggiati dalle vicende cagliaritane, gli abitanti di Alghero e Sassari fanno altrettanto.
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Per dovere di cronaca storica, occorre segnalare che furono i macellai, nei loro costumi tipici, i primi a sollevarsi contro i Piemontesi, con Ciccio Leccis in testa, il capo popolo che arringò la folla facendo scoppiare la rivolta. Gli insorti, conquistato il Castello, sfondano le porte e occupano palazzo Viceregio. Per prima cosa, allegoricamente, nel ricordare la molla che ha scatenato la sollevazione popolare e ad attestare un beffardo e tollerante spirito che sempre ha contraddistinto i cagliaritani, nel palazzo del vicerè è banchettato un ricco pasto di tutte le pietanze trovate nelle dispense, lasciate dai piemontesi.“Fuori i Piemontesi!” urlarono i popolani per le strade di Castello, gli insorti. Subito dopo Don Francesco Asquer, visconte di Flumini a capo di oltre cento persone, fa arrestare i Piemontesi presenti in Castello per imbarcarli verso Torino. In attesa del giorno dell’imbarco, previsto per il 7 maggio, i Piemontesi sono alloggiati e protetti per evitare possibili tafferugli. Il giorno stabilito, i Piemontesi, con le loro masserizie, sono accompagnati al porto e imbarcati. Al quel punto i cagliaritani incominciano a chiedersi, perchè lasciare a loro, tutti i beni rapinati ai Sardi? Allora, è suggerita l’ipotesi di chiedere un risarcimento immediato ma interviene il macellaio Ciccio Leccis: “Lasciateli andare, che noi sardi benché poveri non abbiamo bisogno della merda dei piemontesi”. “Procurad’ ‘e moderare,/ Barones, sa tirannia, /chi si no, pro vida mia, /torrade a pe’ in terra!” (Cercate di moderare / baroni, la tirannia, / ché se no, per la mia vita!, / tornate a piedi a terra! Recitano alcuni versi de Su patriottu sardu a sos Feudatarios (Il patriota sardo ai Feudatari).
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Fu un episodio sicuramente considerevole per l’isola, per quei moti antifeudali, anche se certuni non approvò la lettura dei fatti, che lo animarono. Rientrata la rivolta, alcune richieste saranno accolte nel 1796. Nel 1993, il Consiglio Regionale sardo, con la legge n.44, ha istituito “Sa die de Sa Sardigna” come festa regionale, il 28 aprile di ogni anno, in ricordo di quell’avvenimento del 1794.
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“Il Giorno della Sardegna” è raccontato con manifestazioni culturali e una “rappresentazione scenica” degli scontri del 1794 nei luoghi reali, dove ebbero luogo gli avvenimenti, fino a qualche anno fa. Molti i sardi e i turisti si riversarono nel quartiere di Castello, l’elefante”: siamo tra quei sardi che non si perdevano quest’occasione. Ora, purtroppo con la pandemia, vera o falsa questo tipo di ricorrenze vengono meno. La Sardegna e l’Italia intera sono segregate e chissà quando finirà. Io avrei mandato il conto alla Cina per questo disastro mondiale. Chissà cosa ne pensa il governo italiano, molti lo vorrebbero sapere. (
foto dal web/Social)




LE CONTROVERSIE DELL’ABBAZIA DI TERGU E CASTELSARDO

di Ennio Porceddu
(12-4-2021) Negli stessi anni in cui il monastero benedettino di Saccargia raggiungeva i massimi splendori, un’altra chiesa, che il canonico Francesco Liperi Tolu di Osilo, nel 1912 definì monumentale, è l’abbazia Nostra Signora di Tergu (foto dal web/Social), sotto la giurisdizione di Osilo, che in quegli anni, poteva rivaleggiare per importanza e solidità economica. L’ingegner Dionigi Scano poneva l’abbazia nel territorio di Castelsardo. Di questo fatto ci fu una controversia tra il canonico di Osilo e quello di Castelsardo. Ha tal proposito il can. F. Liperi Tolu scrisse una lettera dettagliata all’ing. Dionigi Scano per spiegare quali difficoltà si trovasse il prete nell’officiare la Santa Messa, la questua, la festa della Madonna di Tergu il giorno 8 settembre. “Ella – scriveva il can Liperi – faccia rilevare l’importanza dell’edificio, il genere che non ha confronti (…). Pensi, che si sia già interessata per qualche cosa di meno che non sia la Chiesa di Tergu. Siccome dovrebbero concorrere nelle spese tutti gli enti interessati. Da tutto questo le controversie tra Osilo e l’arciprete Turritano si accentuarono a causa delle decime, dei diritti ed esenzioni. Nel 1143, esisteva già questa controversia, per cui il Papa Eugenio III inviò una bolla a Villano, allora arcivescovo di Pisa, per ricomporre la controversia sorta tra l’Arciprete di Torrese e i monaci dell’abbazia di Tergu. Dove si capisce che l’influenza dei monaci e l’importanza del monastero sono evidenti per la Chiesa. Un documento riporta lo storico Gattola e ricordato anche dal Tola nel suo dizionario, che il re concesse grandi privilegi all’abbazia.

La controversia durò oltre settecento anni. “Le cose andarono lisce – scrive il can. Liperi – fino al 1885. Gli osilesi esercitavano diverse funzioni, la S. Messa, la questua, tutte funzioni mattutine per giungere a Osilo trionfale. Nel 1850 un devoto chiede di poter pagare un panegirico alla festa di Tergu, la Collegiata non d’accordo per la brevità dell’ora. Ecco però, un fatto nuovo nel giorno della festività dell’8 settembre; nella sacrestia c’era un decreto del vescovo di allora Paolo Pinna che vietava la questua e la predicazione, Intervenne il canonico di Osilo Filippo Felice Serra che strappò il decreto e lo ridusse a pezzi. Il vescovo ricorse al metropolitano e Monsignor Marongiu in una lettera imponeva al parroco di Osilo di attenersi alla sola Messa e alle confessioni, per la buona pace di tutti finalmente la controversia finì.

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PALAZZO PILO BOYL, PIETRA
MILIARE DELLA CAGLIARI DEL ‘700


di Ennio Porceddu
(16-3-2021) A Cagliari palazzi che possono suscitare un certo interesse per il turista, non ne esistono, fatta eccezione per il palazzo Boyl (
foto dal web/Social), la cui facciata imponente si affaccia sulla sommità del bastione San Remy che sembra sia a vigilare sull’incolumità della città. Una particolarità che ha incuriosito tutti sono le tre palle di cannone conficcati sulla facciata, che con l’aiuto di un binocolo si possono leggere le date: 1708, 1717, 1793. Risalendo alla storia, dal 1700 in poi, la città di Cagliari si trovò in conflitto con mezza Europa. A voler edificare il palazzo fu un discendente di Filippo Pilo Boyl, che nel XIV secolo aiutò gli aragonesi a sconfiggere i pisani e ad impadronirsi della rocca della città. Si racconta che i pisani quando lasciarono Castello, passarono dalla porta sotto la torre del Leone dove fu poi edificato il palazzo. Il conte Carlo era anche un architetto non molto originale, infatti, aveva l’abitudine di rifare quanto aveva visto in altre città del continente. Perciò volle costruire un palazzo di tale solennità che gli consentisse di ben figurare con i nobili della città. Perciò progetto l’opera che includesse la torre del Leone. Per far posto al nuovo caseggiato demolì una piccola torre del periodo pisano posta nel bastione di S. Caterina. Il palazzo Boyl risultò un enorme caseggiato di cinque piani in stile neoclassico. L’intenzione del conte era di dare al palazzo l’aspetto di un castello con una torre ai lati. Riuscì nel suo intento solo in parte: riuscì a erigere solo la torretta di sinistra, poi nel 1859 lo colse la morte. Pur non riuscendo a portare a termine il suo progetto, fece conficcare sulla facciata del palazzo le tre palle per ricordare le tre date di cui ho fatto cenno sopra. Poi, il palazzo è stato abbellito con la sistemazione di quattro statue che rappresentano le stagioni e al centro uno scudo con le armi delle famiglie Pilo e Boyl inquartate con i pali d’Aragona.A fine 1800 l'edificio appartenne alla famiglia Rossi, come ne simboleggia la "R", scolpita in qualche finestra. Attualmente ne sono i proprietari conti marchigiani Tomassini Barbarossa. L'edificio in stile neoclassico, è simile alla porta del Regio Arsenale militare e a porta Cristina, altre due opere di Carlo Pilo Boyl. Nell'edificio vi è una balaustra marmorea ornata da quattro statue, ognuna delle quali simboleggia una stagione, mentre nel mezzo è scolpito lo stemma del casato. Una mano che tiene un ciuffo di capelli (in sardo pilu) per il casato Pilo, un toro (in sardo boi) per la famiglia Boyl e quello d'Aragona (dei pali rossi su sfondo dorato). Il palazzo incorpora la torre del Leone (menzionata erroneamente "torre dell'Aquila") costruita dall'architetto Giovanni Capula, autore anche delle altre due torri di Cagliari: la torre dell'Elefante e la torre di San Pancrazio. Venne gravemente danneggiata nel 1708 dai bombardamenti inglesi, nel 1717 dai cannoni spagnoli e infine nel 1793 . Dall'attacco da parte dei francesi la torre perse la sua parte superiore e, ridotta quasi ad un rudere, venne incorporata nell'edificio.




E' MORTO RAOUL CASADEI, IL RE
DEL LISCIO. AVEVA 83 ANNI

Negli anni sessanta aveva preso
in eredità l’orchestra dello zio

UN SUCCESSO INCREDIBILE:
350 CONCERTI ALL'ANNO

di Ennio Porceddu
(13-3-2021) Raul Casadei (foto dal web/Social), l’uomo che ha tramutato il folklore romagnolo in un genere riconosciuto e apprezzato in tutta d’Italia è deceduto Aveva 83 anni. Famoso il brano ‘Romagna Mia’ composta dallo zio, Secondo Casadei, che lui ha costruito una carriera leggendaria all’insegna dell’allegria, della solarità e della genuinità tipica della sua terra. Se ne è andato dopo essere stato ricoverato, il 2 marzo, all’ospedale Bufalini di Cesena per Covid. La notizia è stata data alcune ore fa dall’agenzia Ansa. Era stato ricoverato in ospedale dopo che i medici avevano notato una lieve polmonite e ne avevano consigliato il ricovero. Dopo una decina di giorni di lotta contro il virus e l’aggravarsi delle condizioni il re del liscio non ce la fatta. E’ calato il sipario su un artista che ha fatto della musica il suo modo di vivere, una vita lasciata in eredità l’orchestra fondata dallo zio Secondo Casadei, di Villamarina di Cesenatico nel lontano 1928 e inventore del liscio. Raul, come ha avuto l’occasione di raccontare al suo ottantesimo compleanno, negli anni sessanta era un maestro elementare con la passione per la chitarra. Poi, ottenuta l’eredità, negli anni settanta ha avuto un eccezionale successo con l’orchestra e con i suoi dischi. “ Da solo disse – vendevo più dischi di tutti gli artisti che erano nella mia casa discografica”, la Produttori Associati, che vantava gente del calibro di Fabrizio De Andre’. Facevo 300/350 concerto l’anno. Incredibile. La sua orchestra era capace di coinvolgere le persone, non solo nei locali tradizionalmente dedicati al folk con la mia ‘Musica Solare”. Nel 2000, ha lasciato dato le redini dell’orchestra al figlio Mirko, che ha continuato la sua strada Raul Casadei, tra i tanti riconoscimenti ricevuti, è stato insignito, nel 2019, del “Premio Romagnolo dell’Anno” e ha partecipato al film’Tutto Liscio’, uscito nel 2019, dove ha interpretato se stesso. Fra le sue canzoni più note dell’orchestra Casadei “Ciao Mare”, “Romagna e Sangiovese” “Simpatia”, la “Musica Solare” e “Romagna Capitale”.




TESTIMONIANZA, GLI ANNI
DEL COLERA A CAGLIARI


di Ennio Porceddu
(9-3-2021) Nel 1973 tredici persone furono colpite dal vibrione del colera. Tutto incominciò alle ore 23 del 31 agosto quando il telefono del reparto infettivi dell’ospedale SS. Trinità di Cagliari, sistemato nel lungo e buio corridoio, squillò insistentemente. Dall’altro capo del filo un medico del pronto soccorso dell’Ospedale S. Giovanni di Dio – piuttosto preoccupato – chiedeva di parlare col medico di guardia del reparto che non c’era, perché essendo unico per tutto il complesso ospedaliero, in quel momento si trovava nel reparto Medicina per un ricovero. Avvisato subito, il sanitario scoprì che il medico del S. Giovanni di Dio aveva appena visitato un paziente con probabile affezione da colera: i sintomi erano inconfondibili. Era il primo caso di colera dopo 62 anni. Infatti, nel 1911 a Cagliari (
foto di Augusto Maccioni) ci fu un’epidemia colerica che aveva colpito i quartieri di Stampace (fra via Azuni e via S. Margherita), Corso Vittorio Emanuele fino al sobborgo di S. Avendrace e via Garibaldi (vicoli compresi). IL paziente si chiamava A. M., 50 anni di Selargius, di professione arsellaro. Nei giorni che seguirono ci furono altri dodici casi. Tutti colpiti dal ceppo El Tor Ogawa. Un paziente, dopo alcune ore del suo ricovero morì. I giornali parlarono del primo decesso per colera, ma non era la verità: il paziente aveva mangiato dell’uva non lavata e ancora impregnata dal verde rame. Il verderame, essendo un fungicida a base di rame, presenta una certa tossicità. Furono individuati anche sette familiari asintomatici con escrezione del vibrione cholerae. Dei tredici pazienti, il più giovane aveva appena ventidue anni: otto erano di sesso maschile. Per tutti si era accertato che la causa primaria era dovuta alle arselle crude ingerite pochi giorni prima, provenienti dallo stagno Santa Gilla. Nove di questi pazienti erano soliti pescare molluschi personalmente nella zona meridionale dello stagno, alimentato da vari sbocchi di fognature e da piccoli canali che collegavano le acque salmastre, nei pressi del giacimento con le acque del porto. Per l’Istituto Superiore di Sanità, sul banco degli imputati c’erano appunto le arselle. Sul piano epidemiologico risultò, fra gli esemplari esaminati, che le arselle aveva il vibrione cholerae: Le arselle erano di tipo Eulamellibranchi, appartenenti allo stesso ordine delle ostriche e delle vongole.Le persone colpite dal colera furono ricoverate al primo piano della nuova Divisione di Malattie Infettive (appena ristrutturato) diretto dal prof. Goffredo Angioni. Questa sezione del primo piano fu improvvisata con brandine di emergenza e rese possibili il ricovero di quanti - numerosi . presentavano una sintomatologia sospetta o una presunta gastroenterite acuta dopo ave ingerito molluschi crudi.
All’ora su l’eco di quanto stava avvenendo in Campania e Puglia, Cagliari era letteralmente sotto choc: l’ambulatorio della Divisione Malattie Infettive era preso d’assalto all’inverosimile. La cittadinanza per non correre rischi (il colera faceva paura) si presentava ai pronto soccorso dei nosocomi cittadini per essere sottoposti a visita medica. Il caos era totale. Ogni piccolo disturbo intestinale creava panico. Gli infermieri e i medici del reparto infettivi furono mobilitati e sottoposti ad un super lavoro : spesso di 16-20 ore al giorno. mentre una equipe di paramedici fu messo in quarantena per prestare un’assistenza continua ai circa 80 pazienti ricoverati.
Intanto, ogni giorno radio Sardegna e la televisione invitava i cittadini a osservare al massimo l’igiene: un toccasana per tutti era “acqua e sapone”, niente frutti di mare e ingerire molta frutta e verdura ben lavata.
Per immunizzare quante più persone possibili, l’Assessorato Regionale della Sanità penso di far arrivare i vaccini. Si organizzò un ambulatorio al piano terra della Divisione Malattie Infettive dove furono mobilitati altri medici e infermieri che fuori dall’orario di servizio prestarono la loro opera con abnegazione. Era una corsa al tempo. Si doveva vaccinare quante persone possibili per poter sconfiggere il vibrione. La gente rispose all’appello della sanità pubblica e affluiva in massa verso l’ospedale, per cui ogni giorno si presentarono migliaia di persone formando una lunga coda che iniziava da metà della via Is Mirrionis fino all’ingresso del reparto. Tutti i giorni, per qualche settimana nell’ambulatorio vaccinale si lavorò intensamente.
Nello stagno S. Gilla le autorità sanitarie vietarono la raccolta delle arselle (divieto che perdurò per moltissimi anni), Poi a metà del mese di ottobre (dopo 45 giorni d’inferno), il colera fu debellato, per riapparire nel novembre del 1979. A essere colpita per prima, fu un’anziana signora di Quartu S. Elena di settantasette anni. esattamente due giorni dopo un’intervita rilasciata dal Dr. Berretta igienista AL giornalista Augusto Maccioni di Radio Cagliari Centrale diretta da chi scrive. Secondo l’igienista “la situazione igienico sanitario di Quartu S. Elena è sotto controllo”. “Il giorno 2 novembre – dirà il prof. Angioni in un’intervita alla radio succitata – abbiamo ricoverato la signora G. C. di Quartu S. Elena che, cinque giorni prima aveva acquistato delle arselle in una pescheria sita nel comune. La paziente prima di venire in questa Divisione è stata ricoverata all’’Istituto di Patologia Medica perché presentava scariche diarroiche e condizioni generali compromesse”
L’Istituto di Patologia Medica diagnosticò il sospetto di colera prima e affetta da cholerae poi.La paziente fu subito isolata e trattata con un’adeguata terapia medica. Poi furono ricoverati altri se pazienti, fra i quali un ragazzo sordomuto. Dopo una degenza di cinque settimane, tutti i pazienti furono dimessi e seguiti ambulatorialmente per alcuni mesi. Una particolarità del colera è che colpisce quasi sempre i quartieri poveri e spesso più emarginati di una città, è sempre buona abitudine, quando di acquistano delle arselle di lavarle bene con acqua corrente e cuocerle. Mai mangiarle non cotte. Un altro consiglio: mai acquistare arselle o mitili che hanno sostato per molte ore al sole.



PASSEGGIANDO PER CAGLIARI
VISITA AL NUOVO AMBULATORIO
CHIRURGICO AVANZATO DEL
DR. GIORGIO MATTANA

di Ennio Porceddu
(11-1-2021) Alcuni giorni or sono, ho fatto una passeggiata per le strade di Cagliari, ancora in zona gialla covid, imposta dal governo. Il mio intento era quello di macinare un po’ di kilometri e poi visitare il nuovo ambulatorio Chirurgico Avanzato “Oculus Centro Oculistico Laser”, sito in via Molise 40. Un Centro accreditato dalla Regione Sardegna come “Ambulatorio Chirurgico Avanzato”. Ed ho scoperto che ha dirigerlo è lo stesso fondatore e direttore sanitario D. Giorgio Mattana (foto) con spalle un’esperienza di ben 35 anni, con oltre 40.000 interventi chirurgici effettuati ed è considerato uno tra i chirurghi più esperti nel campo della chirurgia oculare. Visitando il Centro con la guida dello stesso Dr. Mattana ho potuto constatare che è dotato di tutte le apparecchiature più moderne e all’avanguardia per la diagnosi e la cura delle patologie oculari, pertanto il paziente potrà essere seguito per tutto il suo percorso , dalla visita all’intervento chirurgico, da uno Staff ad altissima specializzazione e con un’elevata esperienza sul campo, utilizzando le più moderne e sofisticate apparecchiature. Al Centro Oculus accreditato dalla Regione Sardegna, ha la principale sala operatoria che è stata allestita seguendo le più recenti direttive della delibera regionale G:R: n. 51/22, ed è possibile effettuare interventi chirurgici senza più le lunghe attese a cui ognuno di noi era abituato.

Inoltre grazie ai numerosi protocolli attuati per il Covid 19 e al minore afflusso di persone rispetto a una struttura ospedaliera, è garantita la totale sicurezza per il paziente durante tutto il percorso di cura. Durante la visita al Centro, il Dr. Mattana mi spiega “Siamo impegnati nell’offrire il miglior servizio possibile, saia dal lato medico che da quello umano”. “Da noi – è infatti possibile la diagnosi grazie a visite oculistiche accurate con l’aiuto di esami diagnostici moderni ed intervenire immediatamente con l’intervento chirurgico qualora fosse necessario. In Sardegna siamo conformi alle migliori realtà nel campo dell’oculistica, soprattutto per quanto riguarda la Chirurgia Laser”. Inoltre il Centro Oculus è particolarmente impegnato nella chirurgia della Cataratta con tecnica Femto Laser Flac con impianto di Lenti Premium e nella chirurgia Refrattiva Laser, tecniche che permettono di eliminare i difetti visivi (miopia, ipermetropia, astigmatismo e Presbiopia). Durante la visita al Centro, il Dr. Mattana mi informa quali sono gli altri interventi oltre quelli citati: Cataratta con tecnica di Facomulsificazione ad ultrasuoni,Cheratocono,Argo laser, Argo per patologie retiniche, Yag Laser per cataratta secondario o glaucoma, Vitrecomia anteriore e posteriore, Glaucoma, Stenosi vie lacrimali, interventi alle palpebre (Calazio, orzaioli, cisti, entropion, ptosi palpebrale, blefaroplastica). La mia visita al Centro è durata quasi un’ora. Un’ora dove ho potuto acquisire interessanti informazioni sull’attività del Centro Oculus Laser. Un Centro, come accennato all’inizio, nato dopo 35 anni di esperienza professionale.
Per contatti: Via Molise 40 Cagliari / tel. 070370710 – cell.: 3475869129. Per chi vuole: vedi anche Facebook, Instagram e You Tube.



LA GROTTA DELLA VIPERA
IN UNA CAGLIARI FELICE E SOLARE


di Ennio Porceddu
(18-12-2020) Sfogliando alcune riviste degli anni ’70 ho trovato un articolo che parla della Grotta della vipera (
foto dal web/Social) e dei versi grafiti sulla pietra. L’articolo lo trovato su Terza Pagina cartacea (anno 1 N° 1 - 1977) intitolato “Cagliari : una città solare” di I. De Magistris. (Tenditum per longum Karalis). Vale a dire: Si passa attraverso una lunga Karalis. Parlando di una cosa che a noi cagliaritani ci appartiene, ne voglio riproporre alcuni passaggi.“Credo che non ci sia un cagliaritano che abbia un minimo di istruzione - scrive De Magistris - il quale facendo sfoggio di erudizione dovendo dare una qualche indicazione generale sulla città , non sappia citare il verso Tenditum per longum Karalis!”“Sono altrettanto sicuro che siano pochi i cagliaritani che sanno che la loro città è custode di alcuni versi grafiti sulla pietra nella Grotta della vipera. Sono versi – continua De Magistris che danno dignità poetica a un autore. Purtroppo scrive “ il poeta di lingua greca della Grotta è ignoto e che costituisce titolo di ammissione alla patria delle letture per la città che li conserva”.“A godimento di quanti non conoscono questi versi, li riporto nella traduzione italiana che esclude – chiarisce, non è mia altrimenti sarei un poeta. Ecco il primo verso: Dalle tue ceneri O Pontilla germogliano viole e gigli e possa tu cosi rifiorire nei petali delle rose” (Nec violae semper nec germinabit virga lilia ex favilla et tu Domine Pontilla revirida in petalis de rosis).“Purtroppo però, mentre è innegabilmente poeta chi ha scritto questi versi, si è dimostrato poco profeta. Infatti, i cagliaritani di tutti i secoli che sono seguiti non hanno eccelso nelle letture e nemmeno in poesia , tanto in lingua quanto in dialetto. Dicendo questo - aggiunge l’autore- non voglio essere ipercritico, ma intendo semplicemente affermare che, aimè, anche se qualcuno in questi ultimi due secoli emerso un poco, nessuno ha mai eccelso.
Quando ha scritto quest’articolo, il De Magistris aveva un problema che è oggi attuale: La città era piovosa. “Una città maledettamente piovosa”. Anzi, per meglio dire; un inverno maledettamente piovoso. Poi si tranquillizza affermando che la meteorologia di lì a poco lo conforterà un bel sole splendente di gennaio e febbraio e con l’azzurro del cielo. De Magistris in quel momento deve ritenersi fortunato: c’era la pioggia ma non c’era la pandemia.
La Grotta della Vipera" è situata nel Viale S. Avendrace. Il nome "Grotta della Vipera", deriva dalla presenza sul frontone di due serpenti scolpiti affrontati, il cui significato è stato variamente interpretato dagli studiosi: secondo alcuni, essi rappresenterebbero le figure divine di Isis e Osiris. secondo altri, si tratterebbe invece della rappresentazione simbolica di Lucio Cassio Filippo e di Atilia Pomptilla e, al contempo, della fedeltà coniugale, oltre che un monito ai passanti per il rispetto del luogo funebre. In realtà è un ipogeo funerario (ossia una catacomba scavata nella roccia). Cioè, un mausoleo familiare della nobildonna romana Atilia Pomptilla e del marito Lucio Cassio Filippo. Quest'ultimo, si volle affermare che era parente dell'anziano giurista Gaio Cassio Longino, esiliato in Sardegna dall'imperatore Nerone nel 65 d.C. Anche Lucio Cassio Filippo e la consorte Atilia Pomptilla erano stati condannati all'esilio nell'isola.
La facciata, della Grotta scavata nella roccia, riproduce quella di un tempietto in stile ionico composito di Cagliari, dove secondo gli amanti della città il cielo è più azzurro e fa manto allo scenario lontano dei monti dei sette Fratelli e di Serpeddi da un lato e dai monti di Capoterra dall’altro e alla distesa del Campidano, al luccichio dello Stagno di Santa Gilla, Molentargiu e al Golfo che i geologi chiamano Golfo degli Angeli. All'interno, il mausoleo è suddiviso in tre ambienti: un vestibolo, una prima camera funeraria, una seconda camera funeraria. Nel mausoleo risultano praticati sia il rito funerario dell'inumazione sia quello dell'incinerazione.
(Alcuni note sono da Google, altre da Terzapagina anno 1 numero 1 - 1977)



La presenza dei
fenici in Sardegna


di Ennio Porceddu
(16-12-2020 / 16-12-2019) Che la Sardegna fosse di grande interesse commerciale, lo dimostra un’epigrafe presumibilmente del IX secolo a. C. ed è considerato il più antico documento scritto trovato nell’isola, anche se, con certezza, si può affermare che i primi abitatori di questa penisoletta, furono i Proto sardi. Tuttavia non possiamo risalire con certezza al periodo in cui questo popolo semitico si stabilì nell’isola, per mancanza di altri indizi.L’epigrafe reca incise delle lettere (da destra verso sinistra) ”b sh r d n” che se noi inseriamo la vocale “a” forma la parola “Ba shardan” cioè Sardegna.Questo è l’unico documento storico a disposizione, che dimostra la presenza della popolazione fenicia in Sardegna.Comunque è certo che questo popolo, tenendo conto della situazione economica del loro paese, rivolse lo sguardo sull’isola e principalmente sulle coste, spinti dall’idea di trovare immense ricchezze naturali che avrebbero costituito principali fonti di prosperità per i loro fabbisogni.I fenici prima approdarono lungo le coste(
foto dal web/Social Tharros), dove certamente iniziarono il commercio con gli “indigeni”. Poi si spinsero più all’interno e forse formarono delle colonie o vere città. Alcune di queste colonie furono Kàralis (Cagliari), Nora (poco distante da Pula), Sulci (per indicare il bacino minerario dell’iglesiente, che doveva essere senza dubbio una fonte economica considerevole, e Tharros (nel Sinis – Oristano).Era caratteristica la posizione topografica delle colonie fenicie. Infatti, queste rispecchiavano, per ubicazione, quelle della madre patria: Su di una lingua di terra protesa verso il mare, con due parti utilizzabili a secondo dei venti, e alla estremità una insenatura o meglio su un’isola affacciata al continente.Tutto questo era studiato in modo che la colonia fosse accessibile dal mare, e nello stesso tempo difendibile dalla parte della terra.Tuttavia è possibile che oltre a esserci una certa colonizzazione, ci fosse stato un vero dominio di questo popolo che contribuì a incrementare alcune attività quali l’estrazione dei minerali dal sottosuolo, l’industria del sale o della pesca. Con la colonizzazione dei fenici, i sardi poterono entrare in contatto con la scrittura, ignorata dai nuragici fino a quel periodo.Oltre all’epigrafe, può essere presa in considerazione un’altra traccia che testimonierebbe la presenza fenicia non solo sulle coste, ma anche nell’entroterra. Secondo alcuni ricercatori della zona del Cixerri, in prossimità della chiesa di San Giacomo a Siliqua, in località Sui Cunventeddu, ci siano i resti di fondamenta fenicie. Un’ipotesi ancora da avvalorare dopo accurati scavi archeologici.Dei fenici, comunque, non conosciamo molto. Non si conosce com’era articolato l’ordinamento politica, neanche il riferimento al governo delle colonia. L’unica cosa che si conosce è la religione che era politeistica con carattere strettamente agrario, mentre le divinità erano rappresentate da pietre a forma di colonne o coni e rispondevano a nomi quali Ball e Astarte, presumibilmente, in relazione ai luoghi dove il culto veniva praticato.


FESTE CIVILI E RELIGIOSE
IN SARDEGNA

LA FESTA DI SANT’ANTIOCO A
CAGLIARI NEL 1600 ERA UNA REALTA’


di Ennio Porceddu
(20-10-2020) Generalmente le principali sagre in Sardegna, nei libri sono descritte seguendo un ordine temporale legato all’avvicendarsi delle stagioni e dei mesi dell’anno. In questi libri mancano alcuni riferimenti Essi scandiscono la vita delle collettività isolane attraverso un calendario che non necessariamente ricalca quello liturgico cristiano o l’anno della loro nascita. Nel compendio di leggi, decreti e ordinanze “Leyes y pragmáticas” del ricercatore sassarese F. Angelo Vico e edita a Napoli nel 1640, si attesta che “nella Cagliari del primo Seicento, la vita sociale e collettiva era giunta a un certo grado di organizzazione e di perfezione e le festività religiose e civili erano molteplici”. Ad affermarlo c’è anche Joaquín Arce, autore di molti lavori tra cui “La Spagna in Sardegna” (Madrid 1960 e Cagliari 1982), dove si legge che, “senza contare le domeniche, le feste di Natale e di Pasqua e le altre feste mobili, erano ben settantaquattro le festività infrasettimanali”. In pratica dice che i sardi, in quei giorni, onoravano i patroni dei gremi e delle confraternite e i santi ai quali si rivolgevano per chiedere di preservarli dalle malattie e dalle lunghe carestie. Molte feste sono scomparse e non restano tracce. Altre si sono estinte molti anni fa, altri ancora, addirittura due secoli fa, come la sagra di S. Antioco (
foto dal web/Social) che si svolgeva a Cagliari, il 5 maggio, nella collina di Bonaria, a cui partecipavano i contadini con le traccas, provenienti da diverse parti del Campidano. Ne abbiamo notizia dal Fuos, un cappellano militare , che percorse la Sardegna negli anni Settanta del secolo XVIII e ci lasciò un’interessante descrizione nel testo «La Sardegna nel 1773-1776 descritta da un contemporaneo”. Joseph Fuos, pastore luterano cappellano militare e memorialista dell’ Isola sabauda settecentesca, riferisce che la sagra di S. Antioco era, con quella di Sant’Efisio, la più rilevante in tutto l’anno e aveva carattere spiccatamente rurale. La descrizione che fa il Fuos sulle traccas, che intervenivano a decine alla sagra, è interessantissima. Lo cita anche F. Alziator nel libro «La città del sole». L'attribuzione a Joseph Fuos è che l'autore anonimo del libro con questo titolo, apparso a Lipsia nel 1780 in forma di una raccolta di tredici lettere destinate a un anonimo barone del Baden, è stato in Sardegna, a Cagliari, negli anni dal 1773 al 1777, in qualità di cappellano militare, probabilmente del reggimento di svizzeri Royal Allemand allora di guarnigione a Cagliari al servizio del Re di Sardegna. La notorietà dell'opera e del suo probabile autore si deve alla tarda edizione italiana dell'avvocato cagliaritano Pasquale Gastaldi Millelire nel 1899. Parecchi dei successivi viaggiatori e memorialisti in Sardegna hanno attinto liberamente a questo suo testo, specie dopo la traduzione italiana e in particolare per quanto riguarda le usanze locali e i giudizi sul carattere e sul modo di vivere dei sardi di quei tempi e nel passato.



La cantante sarda, ripartendo dal profondo Sulcis e dalle doloranti esperienze di fatica, di dramma e di morte, ha ritrovato, con le canzoni popolari sarde, l'antica anima dei suoi progenitori barbaricini.
ANNA LODDO
e il tremolio di canne


di Ennio Porceddu
Qualcuno ha scritto che è un "vulcano in eruzione" e, tra le più rappresentative del folck sardo. Un critico, invece, ha affermato che Anna Loddo “sa esprimere con la sua musica la magia e l’arte popolare, vibrazione di un sentimento profondo, dove riaffiora, con struggente malinconia, la nostalgia per modo d’essere e “diverso”, più intimo e sofferto”.Anna Loddo, nata a Carbonia, ma cagliaritana di adozione, è un'interprete dotata di gran sensibilità percettività e raffinata espressività, con la sua voce calda e appassionata, canta d’istinto l’antica anima dei progenitori barbaricini ripartendo dalle esperienze del profondo Sulcis, dalle brutture della vita e dalla fatica per esistere, dai drammi della gente fino alla fine.Nelle sue canzoni c’è sempre la dolcezza, le gioie, e insieme i tormenti, le passioni e la disperazione e solitudine di un popolo da sempre vessato e costretto alla recessione.Sono canti chela Folck Singer, interpreta con grande amore. Sono lamenti reconditi di Sardegna, una terra, una patria perduta, con una cultura autentica e genuina che è stata soffocata, ma che, per fortuna, si può ancora salvare. “La speranza è sempre l’ultima a morire”.

Anna Loddo è la voce dell’Isola. L’unica e vera ambasciatrice del folklore sardo nel mondo.Tantissime le tournée, la partecipazione a programmi televisivi nazionali: Adesso Musica; Un’ora con voi con Corrado; Canto popolare con Lilian Terry; Natale ‘76; L’altra campana con Enzo Tortora; Fantastico 5 con Pippo Baudo. Diversi anche i concerti e le apparizioni televisive all’estero.La carriera della Folk Singer Sarda è nata a metà degli anni ‘50, ma fin da bambina si è sempre dedicata al canto studiando musica e solfeggio.Ha vinto tanti concorsi nazionali e internazionali, due medaglie d’oro; ma il più importante riconoscimento per lei, quando classificò prima al concorso nazionale: “Alla ricerca del folklore italiano”, organizzato dalla RAI-TV. Tra le dieci finaliste perla Sardegna, si piazzò al 1°posto con la canzone “A Desulo”, poesia del famoso poeta Antioco Casula “ noto “Montanaru”, che la cantante adattò al canto Nuorese. L'esibizione fu un grandissimo successo; un successo che le aprì le porte del firmamento musicale e dei contratti discografici. Da quel momento Anna Loddo s'impose al grande pubblico in Italia e all'estero.Di Anna, il giornalista e critico d'arte prof. Fernando Pilia aveva scritto: "Nel quadro del recupero e del rilancio del fascinoso patrimonio etnomusicale della Sardegna, in concomitanza col nuovo corso del folk italiano, notevole è la presenza di Anna Loddo che, ripartendo dal profondo Sulcis. dalle doloranti esperienze di fatica, di dramma e di morte, ha ritrovato l'antica anima dei suoi progenitori barbaricini. Con la sua voce calda e appassionata, canta d'istinto, con duttile versatilità, nelle diverse "mode" isolane, esprimendo tutta la dolcezza e tutta la disperazione di un popolo ingannato dalla fortuna, vittima della sua solitudine, segregato in un antica recessione, ma ancora oggi capace di slanci vigorosi verso originali e suggestive melodie che sono rimaste immutate da millenni (...) Nelle interpretazioni di Anna Loddo si sente la magia di questa arte popolare, c'è la vibrazione di un sentimento profondo, riaffiora, con struggente malinconia, la nostalgia per un modo di essere che è "diverso", più intimo e sofferto".

Sentimento profondo che ha saputo ancora una volta esternare nel concerto all'Anfiteatro con Noa un'artista israeliana profondamente impegnata nell'utilizzo della musica come strumento di riavvicinamento fra popoli in conflitto.Quando qualche giornalista le chiede qual è il brano che l'affascina di più, la risposta dell'amica Loddo è sempre la stessa: "Non potho reposare", incluso nel 33 giri ""Tremolio di canne", una interpretazione molto diversa da altri artisti, interpretazione particolare e soprattutto genuina.Durante tutta la sua lunga carriera ha inciso quattro dischi LP e un 45 giri. Due perla Fonit- Cetra di Torino, gli altri con l’Aedo: “Anna Loddo tremolio di canne (ca so tremende che fozzas de canne) ”. Quest'ultima pubblicazione risale al 1975; “Sardegna”; “In concerto”; “A unu frade sorridente”, contenente una poesia di Graziano Mesina “Unu frade sorridente (“Visita in camposanto”), scritta nel1972 incarcere e, dedicato al fratello Giovanni, ucciso nel pieno della sua giovinezza, che Anna Loddo ha voluto rivestire di musica; e infine “Es nadu su bambinu”/”Pizzineddu” (disco 45).

Altri brani sono inclusi in alcuni CD che fanno bella mostra nelle vetrine dei negozi di dischi specializzati e nelle piattaforme On line.Nel 1976 la troviamo “madrina” al Festival dei BambiniLa Palmad’Oro di Cagliari, chiamata da chi scrive, organizzatore dell'evento, dove ottiene un gran successo.Sempre lo stesso anno, in collaborazione col coretto “I Piccoli Cantori Sardi”, diretti da chi scrive, il 45 giri “Es nadu su bambinu”, un disco prodotto dall’Aedo di Pizzi, e distribuito nell’Isola e all’estero in occasione del Natale. Diverse le apparizioni in televisione, sia locali che Nazionali e i concerti nelle piazze dell'isola, in occasione delle feste popolari.

Tracce discografiche

Anna Loddo

Sardegna (disco 33 giri, Fonit-Cetra).

Tremolio di canne (disco 33 giri Fonit-Cetra, 1975).

In concerto (disco 33 giri, Aedo).

A unu frade sorridente (disco 33 giri, Aedo).

Anna Loddo con i Piccoli Cantori Sardi diretti da Ennio Porceddu

Es nadu su bambinu / Su pizzineddu (con i chitarristi Nanni Serra e Pino Pisano).

(disco 45 giri, Aedo, Cagliari, 1976)


Giovanni Maria Tolu fu probabilmente il più famoso tra tutti i banditi sardi: si diede alla macchia dopo aver ridotto in fin di vita il parroco del suo paese
Storia di un bandito sardo
Giovanni Maria Tolu di Florinas
Esce postumo la sua biografia"Giovanni Tolu, storia di un bandito sardo narrata da lui medesimo" nel 1897 dettata allo scrittore Enrico Costa

di Ennio Porceddu
(14-8-2020 / 4-2-2015) Presentato dalla voce popolare come un bandito nobile e disinteressato dell'ottocento, Giovanni Maria Tolu, nato nel 1822 a Florinas, in un piccolo villaggio del Sassarese, nel novembre del 1895 di reca da Enrico Costa, già noto scrittore e giornalista sassarese, perché vuole affidargli la sua verità. È stanco delle menzogne che girano sul suo conto in Italia e all’estero. Lo scrittore ne parla con l'editore Giuseppe Dessì che accoglie il progetto e dal gennaio successivo iniziano gli incontri nello studio dello scrittore Tolu fuma la pipa e narra la sua storia. I quasi trent’anni di latitanza, li vive tra nascondigli di amici e le grotte, di giorno dorme mentre la notte vigila per non essere sorpreso dalle forze dell'ordine. Per lui sono anni meno faticosi dei venticinque mesi di detenzione nelle carceri di Sassari, Oristano, Cagliari e Frosinone dopo la sua cattura e dove dal processo ne esce assolto. Dal racconto del Tolu ne viene fuori una rocambolesca biografia che E. Costa descrive in profondità e con grande sapienza il periodo e i diversi aspetti della "società del malessere" della Sardegna del XIX secolo.

Dalla sua verità ricca di umanità, nasce un testo di ampio respiro che lo scrittore rende autenticamente rapsodico e di gradevole lettura dove ricorda che in quei momenti la presenza dello Stato era sostituita delle compagnie barracellari, un autentico forma di polizia rurale che trova ben pochi paragoni nel panorama dei corpi di polizia dell’Europa moderna. In quel tempo la compagnia baracellare si presentava come una speciale squadra di polizia campestre che, in cambio dei contributi versati dagli allevatori e dai coltivatori, s’impegnava a controllare il territorio, a salvaguardare le attività agricole, a prevenire i reati, a sorvegliare i beni rurali e nello specifico, a risarcire i danni causati da furti, dagli atti vandalici e dagli sconfinamenti del bestiame.Dal racconto appassionato del Tolu si viene a sapere che la madre Vincenza Bazzoni diede alla luce, con un parto gemellare, uno dei più efferati banditi sardi della seconda metà dell'Ottocento; Il padre, Pietro Gavino, era un agricoltore dinamico e allo stesso tempo severo con i propri figli, impartendo loro un'educazione molto rigida secondo una sua direttiva personale "Figli miei: o buoni o morti".Dopo la scomparsa del padre, si era trovato a soli diciassette anni, a dover badare alla famiglia alla quale, lavorando duramente nelle campagne, era riuscito ad assicurare un modesto benessere.Meglio da solo - diceva - che con sferza e modi bruschi. Così impara a leggere e scrivere Giovanni Tolu (1822-1896). Autodidatta adulto, perché da bambino rinuncia allo studio presso un severo parente prete.

I libri e quaderni, amici fedeli, conservano parole capaci di rendere manifesta la verità.A 25 anni, Giovanni Maria s'innamorò follemente della serva del parroco del paese don Pittui che aveva appena compiuto 15 anni. A ostacolare il giovane innamorato è lo stesso sacerdote, che diventò ostile.Ma, nonostante la contrarietà del religioso, che gli impediva di sposare la ragazza, che, secondo voci del tempo, in realtà pare fosse la figlia del pio uomo di chiesa, incline a diversivi non propriamente spirituali, il 17 aprile, all'età di 27 anni la sposò. La tranquillità familiare dei due sposi duro poco tempo. " La giovane moglie, mal consigliata da vicini e parenti e dallo stesso sacerdote Pittui, assunse nel tempo un comportamento duro e scontroso osteggiando il Tolu su ogni decisione familiare. Le liti si conclusero in una separazione quando la ragazza, in attesa di un figlio, si rifiutò di andare a vivere in una nuova casa che i due avevano scelto di comune accordo. Ne nacque una accesa discussione nel corso del quale Giovanni Maria Tolu diede un manrovescio alla moglie. "L’intervento del padre della ragazza- scrive E. Costa, nella biografia di Tolu - in preda ad un attacco di collera, si diede a gettare in strada le masserizie della coppia, fece perdere il lume della ragione al Tolu che, impugnato il fucile, minacciò il suocero. Il chiasso attirò una folla di curiosi, arrivarono il sindaco e il prete Pittui che dichiarò che il matrimonio poteva considerarsi concluso. Nelle fredde e buie giornate d’inverno il Tolu, tormentato da dolori alle giunture che attribuiva ai malefici del prete Pittui, pensava a come vendicarsi di quel sacerdote, causa della sua rovina".Così, all’alba del 27 dicembre 1850 lo affrontò mentre si recava a dir messa nell’oratorio di S. Croce e lo aggredì nella strada del paese, riducendolo in fin di vita, poi, invece di consegnarsi ed essere condannato a una pena lieve per tentato omicidio, si diede alla macchia dopo, secondo il Tolu, aver vendicato l'intromissione del sacerdote Pittui nella sua vita familiare."Nascosi - Racconta Giovanni Tolu allo scrittore Enrico Costa - l’arma sotto il cappotto e tornai ad appoggiarmi allo stipite della porta tenendo l’occhio sempre fisso sulla strada dell’oratorio. Finalmente, verso le sei, vidi il prete che scantonava. Il cielo si faceva sempre più fosco e il sole non era ancora levato. Per le vie non si vedeva anima viva. Le porte delle case erano tutte chiuse, poiché il freddo tratteneva più dell’usato gli abitanti i quali non avevano l’obbligo di lavorare in quel giorno festivo. Avvolto nel suo lungo pastrano dalle ampie saccocce, col bavero alzato, il prete attraversò il breve tratto di strada col capo chino contro il vento furioso che gli soffiava di fronte. Passò come una visione e scomparve. Allora io mi mossi e affrettai il passo per tenergli dietro. Scantonata la via, studia di camminare rasente le case per raggiungerlo inosservato. Il vento che ci soffiava di fronte gli impediva di avvertire il rumore delle mie pedate. Gli tenni dietro per una cinquantina di passi, e lo raggiunsi all’imbocco del largo detto Funtana manna, in cui a destra la strada fa scarpa in campagna aperta, fronteggiando il villaggio di Codrongianus. Il sito era opportuno perché spazioso e poco frequentato. Giunto a tre passi da lui, tolsi la pistola di sotto il cappottane, gliela puntai quasi a bruciapelo alla nuca e premetti il grilletto. L’arma non prese fuoco, perché il cane non aveva schiacciato il fulminante. Continuai a camminare assieme a lui, sempre alla stessa distanza, e altre tre volte ritentai il tiro. Il colpo non partì mai e il vento contrario impedì che lo scatto del grilletto giungesse all’orecchio del prete. Io era atterrito. […] Feci ancora altri due passi avanti, levai in alto il braccio e con tutta la mia forza lo lasciai ricadere con un manrovescio sulla guancia sinistra del prete, che stramazzò supino. Gli fui sopra come una tigre, gli posi un ginocchio sul petto, lo afferrai colla sinistra alla gola e puntandogli la pistola all’occhio, feci scattare tre o quattro volte il grilletto, sempre invano. Il prete si dimenava in tutti i sensi e mandava sordi rantoli che si confondevano col gemito del vento. Aveva la lingua tutta fuori, gli occhi spalancati, Le sue unghie penetravano nelle mie carni, ma le mie braccia erano di acciaio. […] Nel frattempo dietro di me diverse porte si spalancarono con fracasso. Una dozzina di uomini robusti si lanciò verso di noi (da: E. Costa, Giovanni Tolu, Autobiografia di un bandito sanguinario, Ed. L’Unione Sarda, Cagliari 2005, p. 71-72).La latitanza durò circa una trentina d'anni Da quel momento sua vita avventurosa divenne una leggenda, temuta e rispettata allo stesso tempo, e scampato a numerosi conflitti, dopo aver ucciso alcuni carabinieri.La sua contumacia finì il 22 settembre 1880 quando si fece arrestare dai carabinieri per evitare una sparatoria e per non spaventare la figlia Maria Antonia, incinta, che era con lui. Fu, in seguito trasferito a Sassari dove si radunò una folla di curiosi. Due anni dopo fu celebrato il processo a Frosinone per evitare che l’enorme clamore suscitato in Sardegna dal suo arresto, potesse influenzare la giuria. Il caso, seguito da tutti i giornali nazionali, suscitò una grande e appassionata partecipazione. Il verdetto, attesissimo, giunse dopo soli tre giorni di dibattimento: Giovanni Maria Tolu, assolto per aver agito per legittima difesa.Tornato in Sardegna si recò dallo scrittore Enrico Costa, chiedendogli di scrivere la sua biografia. Il libro fu pubblicato nel 1897, col titolo "Giovanni Tolu, storia di un bandito sardo narrata da lui medesimo".Giovanni Tolu non poté mai leggerlo, infatti, l'anno precedente si era spento improvvisamente a 74 anni, in un cuile della Nurra da una malattia frequente nelle zone agricole: il carbonchio (conosciuta anche come antrace).

Alta circa 120 centimetri, la scultura è sistemata in piazza Matteotti e ritrae il Maestro a mezzo busto
LA SCULTURA DI GIUSEPPE
VERDI A CAGLIARI

di Ennio Porceddu
(20-7-2020) Enrico Costa, storico e scrittore del XIX secolo definì “la città di Cagliari “monarchica, bigotta, festaiola in cerimonie e larga in cortesia nel mar si specchia e si fa civettuola tra i rigattieri e l’aristocrazia”, ma era anche una città di grande sviluppo e percorsa da forti tensioni sociali. Dotata di spiccata sensibilità e d’indubbia cultura musicale, essa fu profondamente colpita dalla scomparsa del grande compositore Giuseppe Verdi(
foto dal web/Social). Prese allora corpo, tra alcuni cittadini, l'idea di finanziare un'opera che ne celebrasse la figura e l'arte. C’è da dire che Cagliari non ha tante statue e busti ottocenteschi nelle sue piazze. A parte la statua di Carlo Felice, con il braccio rivolto verso via Manno, anziché Corso Vittorio. Quando i Piemontesi migliorarono la città dal punto di vista urbanistico, demolirono in parte la logica architettonica e urbanistica medievale, applicando le elaborazioni stilistiche francesi, non ebbero la capacità di abbellire le tanto piazze e luoghi della città perché le finanze come sempre erano insufficienti. Nel periodo sabaudo e più avanti durante il Regno d’Italia, qualche statua fu allestita. Famosa e discussa (tuttora) quella di Carlo Felice in piazza Yenne, meno famosi (e più bistrattati) i busti di Verdi, Bovio, Dante e Bruno. Il 27 gennaio dell’1901 Cagliari fu colpita dalla morte di Verdi: a tal punto che un gruppo di cittadini finanziò la costruzione di un’opera per celebrarlo. Nella redazione dell'Unione Sarda arrivata la notizia, dal direttore Marcello Vinelli. Parte l'idea di dedicare al compositore toscano un monumento. Fu interpellato Giuseppe Boero stampacino, classe 1876, mano d'oro, mente arguta, e il genio di chi l'arte ce l'ha nelle vene. Il busto Giuseppe Verdi, alto circa 120 centimetri, fu collocato in piazza Matteotti. La scultura lavorata alla forgia, ritrae il Maestro a mezzo busto, austero e pensoso nel volto, incorniciato dall'inconfondibile barba e da un cappello a tese larghe. Collocata su un alto e sobrio pilastro in pietra di Serrenti, recante semplicemente le scritte "Verdi" e "1911", la figura è adornata da una lira e da rami di quercia e alloro, simboleggianti rispettivamente l'arte della Musica e la straordinaria perizia dell'autore di composizioni ineguagliabili quali l'Aida ed il Nabucco. L’unico neo che ne dequalifica la statua del maestro Verdi, la data di morte: Il compositore emiliano è morto nel 1901. Due appunti: nel 1943 durante i bombardamenti il pilastro e la data della morte furono in parte rovinati. Il restauro fece danni anche peggiori: al posto della vecchia data, venne sistemata in modo grossolano e superficiale una data sbagliata: 1911. Quella data è ancora lì. Secondo appunto: il busto si trova in piazza Matteotti, la porta della città, da sempre degradata e ora finalmente, in fase di restauro. Speriamo che assieme al risanamento della piazza si “restauri” anche la data della morte del grande compositore.


LA SARDEGNA SPLENDE CON LE
FESTE E LE TRADIZIONI POPOLARI

VIAGGIO TRA I RITI RELIGIOSI E RITUALI PAGANI ALLA SCOPERTA DELLE MERAVIGLIE DELL'ISOLA

di Ennio Porceddu
(25-6-2020) “Sardegna quasi un continente”, scrive Marcello Serra, nel suo libro di maggiore successo. Sardegna un’isola prigioniera del Mediterraneo, ma contenta di esistere. Un’isola con bellissime coste, insenature, spiagge e un mare cristallino con eccezionali fondali e anfratti in una ambientazione unica. I monti e le foreste, la flora e la fauna, nonostante l’ignobile azione vandalica degli incendiari che ogni anno distruggono centinaia d’ettari di bosco, conservano, in esemplari unici, mufloni, cavallini di bassa statura (tipi della giara di Gestori), l’avvoltoio, i fenicotteri, e tante altre specie d’uccelli che si possono osservare nello stagno di Molentargiu. Dal punto di vista sociale – culturale - storico –folcloristico, insieme con quello propriamente gastronomico, le tradizioni popolari dell’isola hanno origini molto profonde che si perdono nella notte dei tempi. La Sardegna sente maggiormente questa presenza ed ha sempre tentato di sostenerla con il diritto della continuità territoriale (sempre negata da Roma) con le altre regioni italiane. Malgrado tutto, l’isola vive il massimo del suo splendore con le feste e le tradizioni popolari che la rendono unica al mondo. Ogni anno,la Sardegna, si svolgono centinaia di festeggiamenti in onore dei santi che vedono la partecipazione di un popolo sempre più numeroso e attento con i caratteristici costumi sardi dei paesi di provenienza. Ogni paese dell’isola si differenzia per l’abbigliamento e la foggia, fatta eccezione per alcuni che sono analoghi sia nei colori, sia nei disegni. Le feste sarde sono sempre religiose o pagane, in onore di santi o pseudo protettori (San Costantino, come santo non è mai esistito perla Chiesadi Roma), che richiamano migliaia di fedeli e turisti. Con le tradizioni popolari, il turista ha scoperto i mammuthones di Mamoiada, i boes di Ottana e tante altre maschere, che si pensa appartengono solo alla Sardegna, ma che invece, ritroviamo simili in qualche paese europeo (esempio, in Germania), o addirittura in Italia, nel bellunese. Anticamente fra le feste più importanti, predominavano quelle religiose: dell’Immacolata Concezione, della Beata Vergine Maria, della Madonna delle Grazie, del Rosario, di Santa Croce, di San Luigi, di Nostra Signora di Bonaria, di Sant’Efisio (patrono della Sardegna), ecc.
A Tergu, in provincia di Sassari si festeggiava Sant’Antonio (prediletto dai giovani), San Narcisio (degli agricoltori) San Sebastiano (dei pastori), San Vincenzo (dei pastori e degli agricoltori), SS. Trinità (dei negozianti e macellai), San Lussorio (protettore del centro Sardegna) e infine San Gavino (Portotorres ha dedicato a questo santo la propria Basilica romanica, la più imponente dell’isola, costruita intorno al XII secolo.
Altri martiri turritani sono: Proto e Gianuario
In bambagia troviamo, molto venerato, San Francesco, Lula, (immortalato dal poeta Sebastiano Satta come “il santo dei banditi”). A Laconi si festeggia Sant’Ignazio, il taumaturgo amato da tutti i sardi. Le solennità, generalmente, precedono sempre la veglia (bidazolzu), che si esplicano col protrarsi della notte, in continui divertimenti nei pressi del tempio cristiano (Canti e balli, corse o palio: l’Ardia di Sedilo,La Sartigliadi Oristano, ecc.): Nei paesi barbaricini, da diversi anni si propone. “Autunno in Barbagia”.

UN GRANDE MUSICISTA E AMICO
DIMENTICATO DE “IS CANTORES”

ALBINO PUDDU
UN GRANDE SUCCESSO LO OTTENNE CON IL SUO PRIMO ALBUM. L’AVE MARIA FU RIPRESA DA DE ANDRE' CON GLI ARRANGIAMENTI DEL MUSICISTA SARDO


di Ennio Porceddu
(2-6-2020) Ricordo quando per la prima volta, ho presentato il disco di Albino (Is cantores) a Radio Uta nel 1976,,. Fu un successo. L’incontro con Albino, nato ad Alghero, ma cagliaritano di adozione, avvenne molti anni prima, nel 1961, quando la sua famiglia si trasferì nei pressi di casa mia. Io allora avevo appena venti anni. Lui era già un bravo chitarrista, io un promettente autore di canzoni. Albino era anche un bravo intraprendente organizzatore e aveva intenzione di mettere in piedi una piccola rivista musicale: un po' di canzoni con delle parodie comiche. Uno di questi spettacolini lo presentammo in un circolo delle Acli, Io ero il presentatore ufficiale. In quell’occasione un amico cantante interpretò una mia canzone “Voglio trovarti”, Per noi fu una grande esperienza. Lo stesso spettacolino lo ripetemmo all’ospedale Binaghi con un buon successo. Ricordo che i pazienti del nosocomio erano talmente felici che chiesero l’autografo.L’anno presentai una mia canzone “Follia” (la prima canzone rock, scritta da un sardo ) al festival di Roma (VIII parata della canzone italiana, dove vinsi il terzo premio. Nel 1963 organizzai la seconda dizione del concorso Voci Nuove “Coppa S. Eusebio”. Per accompagnare i concorrenti chiamai albino Puddu che allora aveva messo in piedi il complesso “I DRITTI” con Antonio Stara alla fisarmonica, Marco Mura alla batteria, Giuseppe Bruchietti alla chitarra, Giovanni Alcioni al sax, Mario Murru, Ettore Rovasio al basso e da Albino alla chitarra solista, Tutti i musicisti proveniva da altre esperienze. Il repertorio dei Dritti erano prevalentemente costituiti da motivi che venivano da oltreoceano. Tra gli ospiti c’era Carmen Medda appena rientrata in Sardegna dopo il successo ottenuto al Gran Premio, la trasmissione televisiva della RAI di fine anno. Gli altri ospiti : Tonio Puddu (pugile), Antonio Giorri, il poeta-attore Flavio Sorrentino e il complesso I Condors di Demetrio Caddeo. Naturalmente chi scrive non era solo l’organizzatore ma anche il presentatore- Quell’edizione vinse il primo premio Paola Aguecci una ragazza di 15 anni che interpretava la canzone “La Partita di Pallone”, un successo di Rita Pavone. Intanto nel 1965, organizzai la terza edizione del concorso Voci Nuove alla terrazza dell’Hotel Enalc di piazza Giovanni a Cagliari, con il gruppo I Marines, ospiti Vittorio Laconi e il maestro Armando Sciascia, proprietario della casa discografica Vedette di Milano.Poi, Albino creò il gruppo Le Ombre, dove tra l’altro entro il Cantante Giorgio Zuddas e altri musicisti. Per tanti anni ci siamo allontanati, io con le mie canzoni i gruppi musicali e le mie produzioni discografiche (Serenella, Miriam, I Nuovi Condors, La Nuova Era, I Black Stones) con le mie etichette Hardy Records e Polimusic, lui con i suoi impegni in Sardegna. Quando sono arrivate le radio private, mentre io mi occupavo di alcuni programmi a Radio Uta (siamo nel 1976), ricevo una telefonata da Albino Puddu. “Ciao Ennio, io e il mio gruppo Is Cantores, abbiamo inciso un LP e vorremmo che tu lo presentassi nel tuo programma radio”:Felice di risentire Albino, un amico di sempre, gli fissai un appuntamento a Uta presso la redazione della radio. Albino arrivò con tutto gruppo:Raffaele Zuddas (vocal – chitarra 12 corde – mandola – percussioni), Giorgio Zuddas (vocale e percussioni), Antonello Schirra (vocal – basso – percussioni –chitarra 12 corde). La trasmissione fu ascoltata con grande successo da mezza Sardegna. Presentai il disco LP che avevano registrato presso gli studi della Rca a Roma, condita con una bella intervista collettiva. Il 33 giri su etichetta C.S.S. (Cantores Super Stereo), contiene una versione stupenda della Ave Maria con arrangiamenti di Albino Puddu artista sardo forse troppo dimenticato ma di grandissimo talento. Un grazie all'amico.Intanto io continuai a occuparmi di trasmissioni da Radio Uta, poi nel 1977, assieme all’amico Mario Melis, un piccolo imprenditore di Cagliari, misi in piedi Radio Cagliari Centrale. Sempre nel 1975 e 1976 organizzai il Festival dei Bambini “La Palma D’Oro”.Nel 1977, mentre ero impegnato a produrre delle canzoni con autori e compositori provenienti da tutta Italia (Catarsi, Salizzato, Gardino, Fascetti, Monti, Mateicich ed altri), mi arrivo una telefonata da Albino: mi chiedeva un appuntamento nella sua cartoleria di via Col Di Lana, a due passi dal cinema Astoria, per un problema importante.C’incontrammo nel suo negozio e mi propose di produrre il suo nuovo disco che doveva contenere dieci brani nuovi. Ma, alla mia richiesta di inserire nell’album alcuni mie canzoni, Albino non fu d’accordo e quindi non se ne fece nulla. Poi ci siamo incontrati due anni dopo e mi ha regalato la cassetta prodotta da Palmas. Sinceramente mi dispiacque molto non aver prodotto quel disco. Poi ci siamo ancora persi di vista, so che abitava dopo Capoterra e continuava a comporre e a suonare.Ora la notizia dall’amico Giorgio Zuddas che Albino Puddu è morto mi riempie di dolore. R.I.P. caro amico.



CRONACA DI UNA DOMENICA SPECIALE (1 MAGGIO) PER LA SAGRA S. EFISIO. MENTRE IL SANTO SI APPRESTA A RAGGIUNGERE NORA, LUOGO DEL SUO MARTIRIO, I TURISTI INVADONO LA CITTA’, IL POETTO E CASTELLO
CAGLIARI – CASTELLO CRONACA
DI UNA DOMENICA SPECIALE

Nei pressi del Teatro Civico, a ridosso della scuola Santa Caterina, c’è la piazzetta intitolata al Professor Goffredo Angioni, emerito specialista di malattie infettive dell’Ospedale SS. Trinità di Cagliari, deceduto nel 1988

di Ennio Porceddu
(13-5-2020/2014)E’ passato poco più di un mese ma il ricordo di quella domenica non si può dimenticarla. Era il primo maggio, a Cagliari, una moltitudine di turisti occupava la città di Cagliari per rendere omaggio al Santo protettore della città e della Sardegna tutta. Quando il cocchio di Sant’Efisio da via Roma s’incamminò, dopo aver viaggiato per le vie del centro, verso la chiesetta di Giorgino di proprietà della famiglia Balletto, per cambiare gli indumenti e riprendere il cammino verso Nora, molti forestieri si avviarono verso le strade della città per raggiungere un luogo di ristoro. Dopo essersi rifocillati, molti di questi “graditi ospiti”, sncamminarono, a piedi, in giro per Castello, che, diciamolo, per molti sono un’attrattiva stupenda, con le sue strade, i palazzi, le torri e la sua storia. Altri, invece preferirono farsi scarrozzare con i bus-turistico o il trenino (che sembra ricordare una vecchia canzone che titolava: il trenino di latta verde), che da piazza Carmine o da Largo Carlo Felice li portò verso Castello.Il pomeriggio faceva molto caldo, non era proprio adatto alle passeggiate, ma certi turisti, sembravano non risentirne e s’incamminarono tranquilli e determinati dentro il quartiere storico. Un gruppo, dopo aver attraversato Porta Cristina e piazza Indipendenza, s’infilò in via Pietro Martini e costeggiò il Palazzo Viceregio, la Cattedrale(
foto dal web/Social) e il vecchio Palazzo Civico, e s’incunea verso via Del Fossario, lasciando alle spalle la chiesetta della Speranza di proprietà degli Aimerich.Qui il panorama che si presentava suscitò, agli ospiti, grande stupore: il quartiere di Villanova, la chiesa di Bonaria, monte Urpino, il Poetto e tutto il Campidano, con le mura del castello S. Michele si manifestarono in tutto il loro splendore. In questo caso le foto non si sprecarono, perchè le immagini della città sono una prova manifesta che Cagliari e il suo circondario, è stupefacente.La passeggiata continuò e in men che non si dica, il gruppo raggiunse il bastione Santa Caterina, oggi Piazza Goffredo Angioni, un medico, che, chi scrive, ha conosciuto molto bene per la sua professionalità e per la sua umanità. Intanto, mentre il gruppo dei turisti, affascinato dalla terrazza del Bastione San Remy, ammirava il panorama, davo origine a una breve scheda di questo medico che tutti chiamava legittimamente “Professore”. Coniugato con Donna Anna Aimerich, era primario dal 1946 al 1982 della Divisione Malattie Infettive dell’Ospedale SS. Trinità di Cagliari. Molto apprezzato per la sua indubbia professionalità, aveva dovuto affrontare e risolvere molti problemi legati alla sanità. Nel 1973 e nel 1979, aveva combattuto con i casi di colera. Per il professore, che non conosceva pause, fare il medico voleva dire affrontare giornalmente casi di meningite, epatite, tifo e quant’altro con grande senso di responsabilità. Autore di tantissime pubblicazioni scientifiche Prof. Angioni è scomparso nel 1988. La città di Cagliari gli ha intitolato, appunto, questa piazzetta.Intanto, il gruppo scendeva la scalinata della terrazza del bastione Santa Caterina, lasciando alla loro destra il palazzo Boyl. Poi, si soffermarono sul teatro Civico che lo storico Francesco Corona ha definito “assai meschino”, e chiesero notizie alla guida che li accompagnava. La storia del teatro è abbastanza singolare come la descrive il Valery: “Il teatro civico del Castello, nel quale si rappresenta l’opera in autunno e in inverno è stato recentemente ampliato secondo il progetto di Giuseppe Cominotti. Superiore anche all’elegante sala di Sassari, è uno dei principali ornamenti della città. Il bastione di Santa Caterina serve da passeggiata d’inverno. Alcune parti delle fortificazioni spagnole nei pressi di Villanova, costruite nel XVI secolo, sono molto superiori alle nuove fortificazioni che non vi si ricollegano troppo. Esse dureranno molto più a lungo; vi si sente l’impronta d’una nazione allora potente, di un’epoca gloriosa che fa risaltare la mediocrità di tutto il resto”.Il primo teatro di cui si ha notizia a Cagliari fu il “Teatro dell’Università”, un ambiente molto limitato che prevedeva appena trenta logge e poteva contenere non più di trecento spettatori, e nacque verso la metà del XVIII secolo tra Via Canelles e Via Lamarmora e di cui si hanno poche informazioni. Demolito verso il 1764, poco prima del 1770 fu costruito, un nuovo teatro, il Regio, per l’intraprendenza del barone Zapata, aveva una capienza di circa 600 spettatori, divenendo immediatamente il centro della vita culturale e mondana di Castello. Per quasi un ventennio vi si svolsero tre stagioni d’opera l’anno (Estate, Autunno e Carnevale), spettacoli teatrali e balletto. Alla fine del secolo dovette interrompere le programmazioni. Fu riaperto in occasione dell’arrivo in città della famiglia reale e per quasi un quindicennio ebbe luogo una ricca attività teatrale. Dopo il rientro dei Savoia a Torino decadde rapidamente e per alcuni anni rimase chiuso.Nel 1831, per ordine del Re Carlo Felice, fu acquisito dall’Amministrazione Municipale, in cambio di una vigna, assumendo la denominazione di “Civico” e riprendendo a pieno ritmo l’attività con rappresentazioni di ottimo livello artistico e culturale. Poi, fu abbandonato e in seguito demolito e ricostruito nel 1836 su progetto dell’architetto cagliaritano Gaetano Cima. Lo storico Giovanni Spano lo descrive così: “Ha quattro ordini con 84 palchetti e il loggione; è ben decorato, e stuccato in oro. Vi si rappresenta l’opera in musica in due stagioni dell’autunno e del carnevale. Può contenere mille spettatori, compresa la platea… Non poteva scegliersi un sito più centrale per il comodo di tutti i quartieri.” Il teatro di Castello si qualificò principalmente come “teatro dell’opera” ma si adeguò a mettere in scena spettacoli di altro genere, compresa la prosa, solo in momenti di difficoltà e comunque senza grande entusiasmo. Nel 1911 il Comune di Cagliari, lo cedette all’impresa Cadeddu, che lo trasformò in cinematografo. Solo dopo il cambio di gestione il Civico ospitò qualche stagione d’operetta, di varietà e di prosa, e, dai primi anni venti, le stagioni concertistiche.Nel 1930 per iniziativa del podestà Enrico Endrich e del Maestro Renato Fasano, il Comune decise di rilanciare il Civico e organizzare stagioni liriche di alto livello. L’ultima rappresentazione d’opera si ebbe nel 1939, alla presenza di Umberto e Maria Josè di Savoia; in scena I quattro Rusteghi di Ermanno Wolf Ferrari. Il 26 febbraio 1943 i bombardamenti che colpirono la città, il Civico teatro fu colpito dalle bombe. Rimasero in piedi solo la zona del foyer e i muri esterni della sala. Fu una perdita gravissima, che seguiva di qualche mese l’incendio che nella notte del 17 dicembre 1942 aveva abbattuto il teatro Politeama Regina Margherita. In seguito al recente restauro, portato a termine i primi mesi del 2006, il Teatro Civico di Castello ha ricominciato la sua attività, accogliendo rappresentazioni culturali, concerti, varietà e programmazioni cinematografiche.Tornando ai turisti, dopo aver lasciato il Teatro Civico, s’inoltrarono verso Piazza dell’Indipendenza, passando da Via Università, via Santa Croce e le stradine che portano in Via Lamarmora. Finita la salita e arrivati in piazza dell’Indipendenza, il gruppo, di fronte al vecchio Museo, trovò il trenino turistico che li portò verso Largo Carlo Felice, rasentando Piazza Yenner.Qui finiva la mia cronaca improvvisata nella giornata dedicata a Sant’Efis, ma per la città di Cagliari era ancora festa e non mancarono spettacoli di musica e balli folclorico: la notte era lunga e la festa continuava fino alle prime luci dell’alba.Forse qualche protesta era arrivata dagli abitanti del quartiere la Marina (una volta Lapola) per gli schiamazzi notturni di certi “ospiti”, irrispettosi. Ma, anche questa volta, in occasione della sagra del Santo protettore, gli abitanti di una delle tre appendici di Castello, avevano tollerato pazientemente.

Copyright Ennio Porceddu 2014


Pisa fondò questo quartiere nel 1200 e lo fortificò, dotandolo di poderose mura che ancora nel nostro tempo serrano gran parte del perimetro di Castello. Mentre nel 1326 la conduzione dei lavori di fortificazione fu assunta dai Catalani.
STRANA CAGLIARI
DI PIETRA

"Cagliari è una Città che ha affascinato tanti scrittori italiani e stranieri: D. H. Lawrence, Gaston Vuillier, Carlo Levi e Francesco Alziator che la definita "Città del sole"

di Ennio Porceddu
(11-5-2020) A vederlo al tramonto, il Castello di Cagliari(
foto dal web/Social), la rocca che ha dato il nome al suo quartiere più importante, commuove. Qualcuno ha scritto che quel tramonto fa venire il groppo di commozione in gola. Francesco Alziator la definita "Città del sole" perché, anche se non sembra Cagliari è straordinariamente affascinante e ammaliante nella sua complessità e naturalezza. Le luci straordinarie riflesse nel cielo limpido si rifrangono sulle rocce calcaree creando uno straordinario effetto di colori che ha ben pochi ugual con le altre città che si affacciano al Mediterraneo. Con un reticolo di strade che ha un gioco di riflessi unici che ha portato ai posteri l'incanto di un tempo lontano. Carlo Levi ha definito Cagliari: "Una città bellissima, aspra, pietrosa, con mutevoli colori tra le rocce, la pianura africana, le lagune, con una storia tutta scritta e apparente nelle pietre, come i segni di un tempo sul viso".
"Strana Cagliari di Pietra. Ci inerpicammo - lo scrittore inglese David Herbert Lawrence - su per una strada fatta come una scala a chiocciola. E vedemmo i manifesti per un ballo in maschera per bambini. Cagliari è molto ripida. A metà c'è uno strano posto chiamato, i bastioni, un ampio spazio pianeggiante simile a una piazza d'armi con alberi, curiosamente sospeso sopra la città, e dal quale parte un piano inclinato, simile a un ampio viadotto di traverso sopra la strada a chiocciola che s’inerpica verso l'alto. Sopra ai bastioni la città continua a salire ripida verso la Cattedrale e la fortezza. La sommità di Cagliari è la fortezza: la vecchia porta, i vecchi bastioni di bella arenaria giallastra a nido d'ape. Il muro di cinta sale su con un'ampia curvatura, spagnolo, splendido e vertiginoso". "Cagliari è una Città che ha affascinato D. H. Lawrence, e che descrive nel suo libro "Mare e Sardegna", su un viaggio che ha effettuato nel gennaio del 1921. Lo scrittore narra della traversata intrapresa con la moglie Frieda, da Taormina in Sicilia verso Cagliari e poi nell'interno della Sardegna visitando Cagliari, Mandas, Sorgono e Nuoro. Sebbene la sua visita sia stata breve, Lawrence decanta un particolare sunto dell'isola e del popolo sardo, ora ancora distinguibile. "Curiosi - scrive - i bambini di Cagliari. I poveri sembrano veramente poveri monelli scalzi. Invece, i bambini più benestanti sono così raffinati: vestiti in modo così straordinariamente elegante. Ti lascia sbigottito. Non tanto per gli adulti. I bambini. Tutto lo "chic", la moda, tutta l'originalità è profusa sui bambini. E con parecchio successo. Molto spesso è meglio che ai Giardini di Kensington. E passeggiano con papà e mamma con tale baldanza, avendo portato in salvo la loro tenuta alla moda. Chi se lo sarebbe aspettato?"Perfino Gaston Vuillier (1846 - 1915), scrittore e disegnatore francese. Nella sua permanenza a Cagliari, si era dimostrato estasiato di quanto aveva visto, in un innegabile ambiente aristocratico. Passeggiando nelle strette stradine, si era imbattuto nel bastione di Santa Croce, nello stupendo balcone aereo sul lato occidentale di Castello, inondato di luce, che domina i tetti di Stampace su cui magicamente s'intravedono la cupola e i due campanili della Chiesa di S. Anna, il Largo Carlo Felice, il porto e lo stagno di S. Gilla.Davanti al bastione di S. Croce, lo scrittore francese, aveva potuto ammirare un vasto panorama, l'immenso luccichio del mare, e il cielo azzurro che sovrasta le anguste strade del quartiere, probabilmente prigioniere di un'assurda fatalità. L'arciduca Francesco d'Austria Este, nel 1812, si cimentò a scrivere una nota sulle strade di Castello: " Nel Castello le strade sono strette appena vi passa una carrozza, sono quasi tutte in salita, e discesa, mal selciate con pietre rotonde, senza trottoires (marciapiedi) per li pedoni… non vi sono canali sotterranei per dare scolo alle immondizie. Si pretende che ve ne sono degli antichi ma rovinati, ora inservibili: essendo un pendio l'acqua scola dalle contrade, e i condannati delle galere alle volte puliscono un poco. Pozzi non vi sono, ma vi sono le cisterne delle case, e una o due fontane in Castello, da dove i carri portano l'acqua nelle case, che si compra. La notte la città, ed il Castello di Cagliari è male illuminato, vi sono pochissime lanterne nelle contrade innanzi al Palazzo della Corte, e poco più…".Il quartiere medievale di Castello è il più antico dei quattro quartieri storici, è l'emblema e il nucleo della città di Cagliari, sorge in un sito preminente, su un colle, a circa cento metri sul livello del mare. Pisa fondò questo quartiere nel 1200 e lo fortificò, dotandolo di poderose mura che ancora nel nostro tempo serrano gran parte del perimetro di Castello, le monumentali torri pisane di San Pancrazio e dell'Elefante, il Bastione di Saint Remy che si affaccia a Piazza Martiri, la Porta dei Leoni, la Cattedrale di Santa Maria, le strette viuzze e gli antichi palazzi signorili, il Palazzo Viceregio, la Cittadella dei Musei e i laboratori degli antiquari e artigiani, l'ex Palazzo di città, antica sede municipale di Cagliari sino alla fine del XIX secolo, il Palazzo Arcivescovile, il Palazzo delle Seziate, adiacente alla torre di San Pancrazio, nel quale si tenevano le sedute durante le quali il viceré ascoltava le richieste dei prigionieri della vicina torre; il Palazzo dell'Università e il Palazzo Boyl, in stile neoclassico.
Breve storia della fortificazione
La realizzazione della cittadella fortificata di Cagliari è datata all'inizio del XIII secolo, quando la Giudicessa Benedetta di Massa concesse il colle, dove aveva origine l'attuale quartiere di Castello, al Comune di Pisa. Si giunse così all’attuazione di una cinta difensiva, provvista di torri circolari o quadrate poste nei punti delicati del percorso e in particolare delle tre torri poste a difesa dei principali accessi: la torre di San pancrazio a Nord, quella dell'Elefante a Ovest e quella del Leone a Sud.
Dal 1326 la conduzione dei lavori di fortificazione fu assunta dai Catalani, ma le mura conservarono immutata l’ossatura originale sino alla fine del XV secolo quando, si mostrò l’esigenza di rafforzare le fortificazioni e della città fu interessata da una serie di provvedimenti che definirono il nuovo volto della cittadella fortificata, da questo momento mantenuto in pratica integro fino alle demolizioni avvenute nel XIX secolo. I primi bastioni furono concretati dal viceré Dusay (1491 - 1508): quello di San Pancrazio a Nord, quello di Santa Croce a Ovest, quello del Belice a Sud-Ovest, mentre a Sud - Est quello della fontana Bona e del Leone, non fu concretato. Nel 1500 il percorso posto a sud di Castello fu protetto dal Bastione del Belice, dalla cortina di Porta Castello e dal Bastione dello Sperone. Il lato Est fu invece difeso dal lato orientale del Bastione dello Sperone, dal Baluarte della Fontana Bona e dal Baluarte de Villanueva.Fin dalla periodo pisano, le fortificazioni del lato est, si mostravano meno spesse grazie alla configurazione del colle su cui si innalzavano e che dal suddetto versante era particolarmente inaccessibile. Oltrepassate due torri, la Manayra e quella della Fontana Bona, lo sbarramento si sviluppava fino alla torre di San Pancrazio. Il Bastione di Saint Remy, fu innalzato alla fine del XIX secolo sugli antichi bastioni spagnoli della Zecca e dello Sperone, con esterno in granito e calcare giallo e bianco, mentre la Terrazza Umberto, la Passeggiata Coperta e il belvedere di Cagliari sono dei primi del Novecento. Castello ha sette chiese: in stile gotico la Chiesa della Purissima, Santa Lucia, Madonna della Speranza, S. Maria del Monte. Mentre in stile barocco: Basilica di Santa Croce, dell'Ordine dai Santi Maurizio e Lazzaro, e la Chiesa di San Giuseppe Calasanzio, anticamente meglio conosciuta Chiesa degli Scolopi. La più importante è la Chiesa di Santa Maria, meglio conosciuta come la Cattedrale, edificata dai Pisani nel XIII secolo.




La cacciata dei piemontesi da Cagliari doveva essere una giornata di festa. Un contenuto storico che traccia le tappe del sogno alla libertà civile e all’autonomia politica da parte del popolo sardo. Un sogno che, tuttavia, svanisce molto presto
SA DIE DE SA SARDIGNA
IL 28 APRILE E’IL GIORNO DELL’INSURREZIONE
“Fuori i piemontesi”, urlarono all’unisono i popolani sardi, incitati dai nobili e dalla borghesia cagliaritana, i veri artefici della sommossa contro i sabaudi, dopo che questi ultimi volevano congelare tutti i loro privilegi

di Ennio Porceddu
(25-4-2020) In un momento in cui tutta l’Italia è costretta a restare a casa per colpa della Pandemia e delle restrizioni del governo, Sa die de sa Sardigna(
foto dal web/Social) si può solo festeggiare rileggendo la storia che portò quel giorno all’insurrezione di un popolo disabituato e non abituato a tali proteste. Un popolo che ha sempre subito angherie di ogni genere dai numerosi invasori che si sono succeduti nel corso di millenni. L’insurrezione esplose nel momento in cui i piemontesi arrestarono l’avvocato Vincenzo Cabras e il fratello bernardo al posto di Efisio Pintor, che era riuscito a scappare. La contesa iniziò un anno prima, nel 1793 quando i cagliaritani respinsero con grande determinazione le armate navali francesi. Sa die de sa Sardigna è la ricorrenza popolare che rievoca i cosiddetti “Vespri Sardi”, cioè l’insurrezione popolare esplosa il giorno 28 aprile 1794 con il quale cacciarono da Cagliari i Piemontesi e il viceré Balbiano, in seguito al diniego del governo di Torino di esaudire le richieste della borghesia, titolari del Regno di Sardegna. In effetti, cosa chiedevano i sardi? Che fossero loro riservata una parte degli impieghi civili e militari e una maggiore indipendenza rispetto alle risoluzioni della classe dirigente locale. Per avvalorare le loro attese, gli insurrezionisti coinvolsero il popolino con promesse di grande cambiamento per il loro futuro di sudditi. Al rifiuto del governo piemontese di accogliere qualsiasi petizione, la borghesia cagliaritana sorretta da tutta la popolazione, s’infiammò facendo nascere il moto insurrezionale. Le prime scintille della ribellione popolare iniziarono già negli anni Ottanta del Settecento ed erano continuate negli anni novanta, interessando poi tutta l’isola. Le ragioni del malcontento, erano di ordine politico ed economico insieme, da riallacciare al 1793, quando l’isola era stata implicata nella guerra della Francia rivoluzionaria contro stati europei e contro e il Piemonte. Così quando si parla di storia sarda, dobbiamo tener conto del biennio 1793/ 1794. I francesi, dopo aver, occuparono Nizza e Savoia, decisero di conquistare la Sardegna, convinti che conquistare l’isola fosse un’impresa facilissima. C’é da rammentare che la Sardegna in quel periodo era nel caos con gli isolani scontenti con un governo piemontese incapace di difendersi. Invece, accadde l’impensabile che i francesi non si aspettavano. Quando nel febbraio del 1793, la flotta, capeggiata dall’ammiraglio Truguet, si affacciò nella rada di Cagliari e iniziarono il cannoneggiamento, trovarono un’eroica opposizione dei Sardi, in difesa della loro terra. Con tale opposizione si manifestava un sentimento nazionale, che portò a scriverla nella sua autobiografia Vincenzo Sulis. Dopo aver evitato il pericolo dei francesi, I nobili sardi che avevano sollevato il popolo contro i francesi, giustamente, dai Piemontesi, si aspettavano una riconoscenza e una giusta gratificazione per la fedeltà manifestata alla corona. Le cose però andarono diversamente: tutte le richieste furono bocciate. “Mostrandosi il Ministro Granirei, contrario alle domande presentategli – scrive Pietro Meloni Satta – in nome degli Stamenti dai Deputati a ciò delegati, e accentuandosi sempre più la tracotanza, il contegno poco corretto, le satire e le insolenze continue dei Piemontesi contro gli Isolani, il malcontento assume proporzioni gravissime in tutta l’Isola, e specialmente nella capitale”. La fiamma che fece perdere il controllo ai cagliaritani fu (28 aprile 1794), l’arresto disposto dal viceré di due capi del partito patriottico, gli avvocati cagliaritani: Vincenzo Cabras ed Efisio Pintor.In breve i fatti: Intorno all’una di pomeriggio di quel giorno, una Compagnia di granatieri del reggimento svizzero Schmidt, scende dalla Porta Reale, a Cagliari, avviandosi verso il quartiere di Stampace. I soldati sono in uniforme di parata: la gente che passa pensa di essere di fronte ad un’esercitazione. Poi con passo veloce, una parte dei soldati si schiera accerchiando l’abitazione dell’avvocato Vincenzo Cabras. Si predispone l’arresto del Cabras e del genero, Efisio Pintor, anche lui avvocato, considerati dalle Autorità Piemontesi due pericolosi rivoluzionari ma quest’ultimo riesce a scappare. Allora è arrestato il fratello Bernardo.“A questo punto – scrive Pietro Meloni Satta – “scoppia l’insurrezione nel sobborgo di Stampace. Si corre in folla forzando e bruciando una porta della Marina, e occupansi in pochi istanti le altre porte, e le batterie che guardano il mare. Nasce un vivissimo fuoco colle truppe con morti e feriti da ambo le parti. Il più duro conflitto avviene alla porta del Castello, chiusa e ben munita, di dentro, dalle truppe. Quivi si riversa la popolazione chiedendo, con grida furibonde, la liberazione dei due arrestati. Si da fuoco alla porta e si scala la muraglia. Penetrati in Castello si sostiene, per un’ora, un fuoco vivissimo colla truppa, che occupava le diverse imboccature delle strade, e ciò malgrado le rimostranze del marchese di Laconi e del Colonnello Schmidt: il primo dei quali, colle lacrime agli occhi, esortava il Viceré a far deporre le armi per risparmiare il sangue cittadino”. La popolazione furibonda, decise di cacciare dalla città il viceré Balbiano e tutti i Piemontesi Incoraggiati dalle vicende cagliaritane, gli abitanti di Alghero e Sassari fanno altrettanto.Per dovere di cronaca storica, occorre segnalare che furono i macellai, nei loro costumi tipici, i primi a sollevarsi contro i Piemontesi, con Ciccio Leccis in testa, il capo popolo che arringò la folla facendo scoppiare la rivolta. Gli insorti, conquistato il Castello, sfondano le porte e occupano palazzo Viceregio. Per prima cosa, allegoricamente, nel ricordare la molla che ha scatenato la sollevazione popolare e ad attestare un beffardo e tollerante spirito che sempre ha contraddistinto i cagliaritani, nel palazzo del vicerè è banchettato un ricco pasto di tutte le pietanze trovate nelle dispense, lasciate dai piemontesi.“Fuori i Piemontesi!” urlano i popolani per le strade di Castello, gli insorti. Subito dopo Don Francesco Asquer, visconte di Flumini a capo di oltre cento persone, fa arrestare i Piemontesi presenti in Castello per imbarcarli verso Torino. In attesa del giorno dell’imbarco, previsto per il 7 maggio, i Piemontesi sono alloggiati e protetti per evitare possibili tafferugli. Il giorno stabilito, i Piemontesi, con le loro masserizie, sono accompagnati al porto e imbarcati. Al quel punto i cagliaritani incominciano a chiedersi, perchè lasciare a loro, tutti i beni rapinati ai Sardi? Allora, è suggerita l’ipotesi di chiedere un risarcimento immediato ma interviene il macellaio Ciccio Leccis: “Lasciateli andare, che noi sardi benché poveri non abbiamo bisogno della merda dei piemontesi”. “Procuradi ‘e moderare,/ Barones, sa tirannia, /chi si no, pro vida mia, /torrade a pe’ in terra!” (Cercate di moderare / baroni, la tirannia, / ché se no, per la mia vita!, / tornate a piedi a terra! Recitano alcuni versi de Su patriottu sardu a sos Feudatarios (Il patriota sardo ai Feudatari). Fu un episodio sicuramente considerevole per l’isola, per quei moti antifeudali, anche se certuni non approvò la lettura dei fatti, che lo animarono. Rientrata la rivolta, alcune richieste saranno accolte nel 1796. Nel 1993, il Consiglio Regionale sardo, con la legge n.44, ha istituito “Sa die de Sa Sardigna” come festa regionale, il 28 aprile di ogni anno, in ricordo di quell’avvenimento del 1794. Il”Giorno della Sardegna” è raccontato con manifestazioni culturali e una “rappresentazione scenica” che quest’anno non sarà possibile svolgere, degli scontri del 1794 nei luoghi reali, dove ebbero luogo gli avvenimenti. Molti i sardi e i turisti che si riversarono nel quartiere di Castello negli anni passati. Quest’anno purtroppo sarà possibile.





SANT'EFISIO,QUEST’ANNO I FEDELI POTRANNO ASSISTERE ALLE FASI DELLE CELEBRAZIONI ATTRAVERSO LA TV O IN STREAMING

di Ennio Porceddu
(18-4-2020) Il Comune di Cagliari in quest’anno difficile, comunica che non verrà meno al solenne voto che lega la città al Santo Martire. Tutto è fissato per Domenica 3 maggio 2020 con il simulacro del martire guerriero che attraverserà in solenne silenzio le vie della città di Cagliari per recarsi direttamente al piccolo Tempio di Nora dove saranno ufficiate delle funzioni religiose, Al termine, Sant’Efisio rientrerà nella stessa giornata nel capoluogo isolano, nella sua chiesa di Stampace.Data l'emergenza sanitaria in corso e il Decreto sul Coronavirus #Io restoacasa. in vigore, tutte le fasi dello scioglimento del voto si terranno con la sola presenza degli officianti, dei rappresentanti dell'Arciconfraternita del Gonfalone e dell'Alter Nos, senza la partecipazione dei fedeli.I comuni di Capoterra, Sarroch, Villa San Pietro e Pula saranno meta di un pellegrinaggio straordinario al termine di questo periodo di emergenza.Il trasporto del simulacro avverrà, qualora fosse possibile, con l’utilizzo di un veicolo scoperto, così da favorire momenti di devozione condivisa dai balconi, evitando in ogni caso la presenza di fedeli lungo la strada.Non è la prima volta che Sant’Efisio viaggia con l’utilizzo di un mezzo pubblico: 1943. Il santo è portato in processione sopra il camioncino della ditta Gorini(
foto dal web/Social) che solitamente trasporta il latte, e non è la prima volta che il nostro santo protettore rimanda a giorni migliori la processione.L'unico caso in cui non ci fu la processione, nel 1917 per l'ostinata ottusità delle autorità di pubblica sicurezza, quando in piena guerra (1° conflitto mondiale), si ritenne prudente non accordare l'autorizzazione.La scelta della data del 3 maggio non è casuale: questa giornata rappresenta una delle due festività canoniche dedicate a Sant'Efisio e celebra, al contempo, l'Inventio Crucis, ovvero del ritrovamento della Santa Croce, impressa sul palmo della mano destra del martire guerriero.Per garantire a tutti la possibilità di assistere a questo storico evento, tutte le fasi delle celebrazioni, ivi comprese quelle relative allo spostamento del Santo, saranno trasmesse in tv e via streaming.
Per chi volesse approfondire
la storia e tutti gli aneddoti del Santo possono leggere il libro “Sant’Efisio, storia e aneddoti e santo martire” di Ennio Porceddu e Augusto Maccioni. Richiedendolo a “ILMIOLIBRO.IT”.




IN QUESTA SETTIMANA DI ANGOSCIA PER
IL CORONAVIRUS NON POSSIAMO DIMENTICARE LA SETTIMANA SANTA A CAGLIARI


di Ennio Porceddu
(9-4-2020) Nel momento in cui siamo agli arresti domiciliari per non essere contagiati dal Coronavirus nel rispetto del decreto del governo, non possiamo dimenticarela Settimana Santa, una ricorrenza che a Cagliari(
foto dal web/Social) fino all’anno scorso, era celebrata, lo vogliamo ricordare nel quartiere di Villanova da due confraternite: quella del Santissimo Crocefisso della chiesa di San Giacomo e quella della Solitudine della chiesa di San Giovanni, e dall’Arciconfraternita di Stampace.Mentre nella chiesa di San Giovanni, la priora, aiutata dalle consorelle, rimuoveva il lenzuolo dal Cristo, con un lungo e rigoroso rituale.Dopo, le donne si aggrappavano alla statua per tutta la processione, con lo scopo di assolvere un voto.La processione aveva inizio, puntuale come un orologio svizzero, alle ore 13,00 con le consorelle della confraternita che, per l’occasione, indossavano delle lunghe vesti nere in segno di lutto, le spalle sono avvolte da uno scialle, il volto era coperto da un velo e si procedeva lentamente versola Cattedrale.Tutta la processione era scandita dal rullo del tamburo che segnava il passo, mentre un coro di voci ripeteva i misteri della Passione del Signore, durante tutte le soste indispensabili per il cambio dei portatori della Croce.Arrivata in Cattedrale,la Croceera presa in consegna dal sacrestano che a sua volta la posava sul pavimento all’interno del duomo.Alle ore 16,00, dall’Oratorio della chiesa di San Giacomo, si avviava la processione della confraternita del Santissimo Crocefisso diretto verso la chiesa di San Lucifero, dove giungeva, dopo le soste di rito, nella tarda serata.Il Venerdì Santo, alle 20,00 dalla chiesa di Sant’Efisio di Stampace, si avviava la processione con il coro de “is cantoris” che scortavano il Cristo adagiato su una lettiga lungo le strade del quartiere.Il sabato mattina, le due Confraternite (della Solitudine e del Crocefisso), in Cattedrale e nella Chiesa di San Lucifero, al Cristo, toglievano i chiodi e la corona di spine (su scravamentu) prima di essere adagiato sulla lettiga.La domenica, nei quartieri di stampace (Corso Vittorio Emanuele), Marina (Via Roma) e Villanova (Via Garibaldi), si svolgevano le processioni de “S’incontru” tra Gesù ela Madonna.Tre cerimonie di grande sentimento religioso e emozionanti, molto sentite e attese dai cittadini.Ora, tutto questo, lo possiamo solo immaginare, da casa, mentre da Fb o dalle dirette dalla Cattedrale possiamo assistere alla celebrazione, in compagnia dei nostri familiari in un giorno di grande passione, di emozione e di preghiera. Preghiera per tutti quelli che sono stati colpiti dal virus e sono deceduti, lasciando il nostro Paese in una manifestazione collettiva di grande sconforto, con la speranza che i medici riescano a trovare al più presto una terapia adeguata, senza paletti. Speriamo anche che la classe scientifica possa arrivare al più presto un vaccino, perché i casi dei contagiati sono in aumento quasi 100, come sono in aumento i decessi anche in Sardegna 64. Di conseguenza da casa, non ci resta che pregare che il Signore ci ascolti e intervenga perché questo incubo finisca al più presto, e non facciamo sciocchezze: uscite da casa solo per le cose importanti alle quali non se ne può fare a meno (per ritirare farmaci o per andare a fare la spesa). Buona Pasqua a tutti.



RICORDIAMO UN'ALTRA VICENDA
TRISTE PER LA SARDEGNA

CORONAVIRUS,COME AI TEMPI
DEL COLERA:UNA PAGINA CUPA
DELLA STORIA DI CAGLIARI


di Ennio Porceddu
(15-3-2020) La Sardegna, terra martoriata dalle innumerevoli dominazioni straniere, ha sofferto anche per le varie epidemie che l'hanno colpita nei secoli: peste, malaria, colera. Il colera ha fatto la sua ricomparsa nel 1973, dopo che si era manifestata prepotentemente in Campania. Napoli era la più colpita.A Cagliari(
foto di Augusto Maccioni per Terza Pagina Ospedale Civile), l'epidemia colerica si era manifestata alle ore 23 del 31 agosto sempre del '73.Il primo paziente A. M. di 50 anni di Selargius. Erano 62 anni che a Cagliari non si parlava di colera. Nei giorni che seguirono, ci furono altri 12 casi, tutti a causa del ceppo El Tor Ogawa. Un paziente morì. Furono individuati anche sette familiari sintomatici con escrezione del vibrione cholerae. Dei 13 casi, il più giovane aveva solo 22 anni. Otto pazienti erano di sesso maschile. In tutti i 13 pazienti accertarono che la causa primaria erano le arselle crude ingerite pochi giorni prima ed provenivano tutte dallo stagno di S. Gilla. Nove ammalati erano soliti raccogliere i molluschi personalmente nella zona meridionale dello stagno dove c'erano vari sbocchi di fognature e da due canali che collegavano le acque salmastre dello stagno nei pressi del giacimento di molluschi e le acque del porto di Cagliari.Per l'Istituto Superiore di Sanità, sul banco degli imputati c'erano le arselle: "Sul piano epidemiologico è il risultato dall'esame dei 13 casi verificatisi a Cagliari, dove inoltre le arselle con il vibrione cholerae hanno presentato gli unici campioni di frutti di mare, colera positivi fra gli esemplari esaminati."Le arselle appartenevano al tipo Eulamellibranchi, appartenenti allo stesso ordine delle ostriche e delle vongole.Le persone colpite dal vibrione furono ricoverate al primo piano (appena ristrutturato) della Divisione Malattie Infettive dell'Ospedale SS. Trinità diretta dall'indimenticabile prof. Goffredo Angioni. Quella sezione improvvisata con lettini d'emergenza, rese possibile il ricovero di quanti presentavano una sintomatologia clinica sospetta di tale malattia, o di una presunta gastroenterite acuta, dopo ingestione di molluschi crudi. Alle notizie di quanto stava avvenendo nella regione Campania e in Puglia, Cagliari era letteralmente sotto choc: il colera incuteva paura.Ogni piccolo disturbo intestinale faceva presagire la possibile infezione. I vari pronto soccorso degli ospedali cittadini erano letteralmente intasati. Gli Infermieri e i medici della divisione di malattie Infettivi erano mobilitati e sottoposti ad un super lavoro, spesso per 16 ore al giorno, mentre un'equipe di volontari venivano messi in quarantena per poter prestare una assistenza continua (24 ore su 24) ai ricoverati che erano una ottantina. L'epidemia colerica colpì il quartiere Marina, San Michele (Via Podgora), S. Elia e Pirri.Le radio e la televisione nazionale invitavano i cittadini ad osservare la massima igiene. Il toccasana per tutti era "acqua e sapone", niente frutti di mare, e le verdure sempre ben lavate. Nello stagno di S. Gilla fu vietata la raccolta delle arselle, divieto che perdurò per moltissimi anni. Poi, finalmente, verso la metà d'ottobre, il colera fu debellato, per riapparire nel 1979.


ORISTANO(SARDEGNA),INIZIA LA SARTIGLIA,LA GIOSTRA MILLENARIA
CHE VIENE DA LONTANO


di Ennio Porceddu
(22-2-2020) Domenica 23 febbraio la città di Oristano come ogni anno presenta la Sartiglia 2020. Una manifestazione che arriva da lontano. Una giostra equestre di antiche origini.Il 2 febbraio, giorno della Candelora, il Gremio nomina il Componidori e gli consegna per mano del più importante rappresentante, una candela benedetta ornata di un nastro con i colori sociali. Secondo la credenza popolare, segna la fine dell’inverno e l’inizio del Carnevale e che essa è di solito legata a elementi originari e retaggio di antichi riti agrari di fine d’anno. “Il gioco dell’anello” o “il gioco della Quintana” è un torneo cavalleresco in voga anche in Europa nel XIII secolo, sempre secondo alcuni storici, avrebbe avuto inizio nel XVI, grazie al Canonico Giovanni Dessì, per “dare al popolo un sano divertimento, sottraendolo dalle bettole e dal peccato”. Perché, il torneo, si conservasse nel tempo, lo stesso Canonico, avrebbe donato al Gremio San Giovanni, l’associazione che era preposta all’organizzazione della manifestazione, un terreno chiamato poi “su cungiau de sa Sartiglia”. Per quanto si riferisce ancora alla Sardegna, si ha notizia di una corsa all’anello organizzata nel 1714 a Cagliari, in occasione della nascita di un principe spagnolo.La domenica i cavalieri corrono sotto la protezione di San Giovanni Battista, mentre il martedì sotto la protezione di San Giuseppe (Gremio dei falegnami che organizzano l’evento).Da quel momento, ogni anno, il rituale si ripete. In tutte le contrade, l’Araldo (il banditore) legge il bando del primo cittadino della città che invita tutta la popolazione oristanese e tutte le Curatorie della Sardegna a partecipare alla Sartiglia(
foto dal web/Social).Per l’occasione, il capo corsa riceve un cero benedetto e viene invitato a pranzo dal presidente del Gremio (su Majorali). Il pomeriggio in cui si svolge il torneo, il Componitori è accompagnato da su Majorali, nella sala della vestizione.

Programma Sartiglia 2020
Domenica 23 febbraio - Sartiglia del Gremio dei Contadini - Lunedì 24 febbraio 2020 – Sartigliedda Martedì 25 febbraio - Sartiglia del Gremio dei Falegnami
Ore 10 - Bando Della Sartiglia
Di primo mattino, il gruppo dei tamburini e dei trombettieri partendo dalla piazza Eleonora davanti al Palazzo del Comune e alla sede della Fondazione Sartiglia, scorta un araldo a cavallo che nelle vie del centro storico, da lettura del Bando della Sartiglia, invitando il popolo ad assistere alla giostra equestre. ORE 11 - ANNULLO POSTALE SARTIGLIA Apertura Ufficio Postale con Annullo Postale Speciale nella Sede della Fondazione. Uno sportello filatelico straordinario, a cura di Poste Italiane, annullerà tutta la corrispondenza con gli annulli figurati speciali predisposti per celebrare la Sartiglia. Inoltre sarà predisposto un Folder filatelico che conterrà le cartoline affrancate e annullate e i dati salienti della Sartiglia. ORE 12 - VESTIZIONE SU COMPONIDORI Domenica, vestizione de su Componidori nella sede del Gremio dei Contadini in via Aristana.- Martedì, vestizione de su Componidori nello spazio allestito dal Gremio dei Falegnami. La mattina della corsa su Componidori (il Capocorsa), dopo la visita alle scuderie per salutare gli amici e cavalieri, si reca presso la casa del presidente del gremio da dove verso le 11 il corteo si reca nella sede dove avverrà la Vestizione. Il gruppo dei tamburini e trombettieri, apre il corteo composto dalle “massaieddas” e dalla massaia manna, che portano con dei cestini gli abiti de su Componidori, i componenti del gremio, che custodiscono le spade e gli stocchi per la corsa, e su Componidori. Terminata la vestizione, dal tavolo dove è stato vestito, su Componidori monta sul cavallo. In quel momento il presidente del gremio gli consegna sa Pipia ‘e Maiu. Con segni di benedizione, salutando il presidente del gremio, l e tutti i presenti, il Componidori si porta verso l’uscita riverso sul cavallo esce dalla sede del gremio. ORE 13,15 – CORTEO Al termine della cerimonia della vestizione de su Componidoru, il corteo dei 120 cavalieri guidato dal capocorsa e preceduto dai trombettieri e tamburini, massaieddas e dal gremio dei Contadini, si dirige in sfilata, verso il percorso di via Duomo nel quale si svolge la corsa alla stella. ORE 13,30 circa - CORSA ALLA STELLA Con il triplice incrocio di spade tra su Componidori e il suo secondo che si svolge proprio sotto il nastro verde che sostiene la stella e il ritmo segnato dai tamburi ha inizio la corsa. La prima discesa spetta a Su Componidori poi a seguire i sui compagni di pariglia, la pariglia del Componidori della Sartiglia del martedì e tutti i cavalieri a cui concederà di scendere alla stella.Seguiranno le discese con lo stocco e sa Remada. Da quel momento si ricompone il corteo dei cavalieri che ripercorrendo la via Duomo e passando dal corso Umberto e dalla piazza Roma, si dirige verso la via Mazzini, teatro dove si svolgeranno le Pariglie. ORE 16,30 circa - CORSA DELLE PARIGLIE Da "Su Brocci", il piccolo tunnel che si immette nella via Mazzini, prendono il via le spericolate acrobazie dei cavalieri. Su questo percorso, secondo l’ordine di sfilata, tutte le pariglie partecipanti potranno cimentarsi nelle evoluzioni: apre e chiude la corsa delle Pariglie la pariglia de su Componidori.ORE 18,30 – SVESTIZIONE Domenica Svestizione de su Componidori nella sede del Gremio dei Contadini . Martedì Svestizione de su Componidori nella sede del Gremio dei Falegnami . Al termine della corsa delle pariglie il corteo si ricompone e ritorna sul percorso della via Mazzini. Ormai all’imbrunire, la sfilata dei cavalli e dei cavalieri segna la fine della corsa. Al termine della sfilata il corteo formato dai trombettieri, dai tamburini, dal gremio e dai cavalieri, si dirige alla volta della sede del gremio dove è avvenuta la vestizione de su Componidori per procedere con la Svestizione. Levati il cilindro e il velo, lo straordinario rullo dei tamburi segna il momento in cui viene tolta la maschera. Da quel momento il gremio, i cavalieri e tutti i presenti si recano da lui per salutarlo e congratularsi.


IL ROCK VIENE DA LONTANO
NEL NOSTRO PAESE SI E’ SVILUPPATO CON
LITTLE TONY,CELENTANO,BOBY SOLO E GIORGIO GABER


di Enrico Ricordi
(18-2-2020) Affrontare un argomento importante come la storia del rock, fin dalla sua nascita, non è cosa da poco in una ventina di pagine. Senz'altro è un lavoro molto impegnativo che comporta una conoscenza non indifferente dell'argomento, per la quale solo gli storici della musica possono approfondire.Io non sono uno storico, ma semplicemente un modesto artigiano della musica che si diletta a comporre, scrivere e a raccontare il corso degli eventi del passato, dal 1950 al 1970, soprattutto con l'ausilio della memoria e dei documenti in mio possesso: dischi, spartiti, riviste e giornali del passato, pur consapevole che è uno spazio molto limitato.Alla fine queste pagine sono un breve lavoro monografico, interessante ma senza pretese, per i lettori che vogliono avere una certa conoscenza di com’è nata originariamente la musica rock e come si è evoluta nel panorama internazionale.Si scopre così che questo genere musicale è nato dal blues (la musica popolare dei negri resi schiavi e strappati via dalla loro terra africana per lavorare nelle piantagioni dei proprietari terrieri degli Stati sudisti), ma anche dalla ballata folk europea che nel corso del diciannovesimo secolo, si è sviluppata come linguaggio musicale al quale molti artisti hanno attinto.Tra i vari esecutori di questo nuovo ritmo troviamo: Patton, Blind Lemon Jefferson e Herddie Leadbetter, Bessie Smith, Wolf, fino ad arrivare a Billy Haley, Joe Turner ed Elvis Presley.Dopo, naturalmente, sono arrivati tutti gli altri musicisti e interpreti, compresi gli italiani.Nel nostro paese il rock si è sviluppato con i vari Little Tony, Gaber (Ciao ti dirò), Bobby Solo e Celentano(
foto dal web/Social) che del brano di Haley, “Rock around the clock”, agli inizi degli anni sessanta, ne ha fatto un suo successo personale, ed altri.In Sardegna questo ritmo, nato dal blues dei negri, nel 1961, con i vari giovani artisti che cercavano di imitarne la moda, con i brani che approdavano da oltre oceano, mentre i compositori erano ancora impegnati a comporre canzonette del genere melodico. In questa confusione musicale, nel 1961 si è affacciato prepotentemente la canzone rock "Follia" (poi Follia Rock), composta dal binomio Ennio Porceddu – Gianni Pellicciaro e interpretata dalla cantante romana Luciana Salvatori, della casa discografica M.E.C., al Festival di Roma (VIII^ Parata della Canzone Italiana), classificatasi al terzo posto su 124 canzoni selezionate.Com’è stato scritto su un settimanale sardo nel 2000 da Augusto Maccioni: "Follia" è la prima canzone rock scritta da un autore sardo”.
(
Tratto dalla presentazione del libro “Breve storia del rock” di Ennio Porceddu, di prossima pubblicazione)




CARALIS ALLA FINE
DEL XIII SECOLO

di Ennio Porceddu
(11-2-2020) Cagliari, alla fine del XIII secolo, era diventata una città di grande interesse commerciale(
foto di Augusto Maccioni). I pisani si erano ordinati in comune autonomo, sempre però, sotto il controllo della città di Pisa. Castello era uno straordinario centro pulsante della città medievale. Mentre il quartiere della Liapola (Marina), una "pertinenza" di castello, come Stampace, fu il vero baricentro.La struttura amministrativa di Cagliari pisana era rappresentata, inizialmente, da due castellani che, in sostanza gestivano la vita cittadina, con l'ausilio di un assessore per i problemi giuridici.I diritti legislativi si rifacevano al "Breve Castelli castri de Kallari", un ordinamento redatto sicuramente dal governo di Pisa, mentre l'attività portuale era disciplinata dal "Breve Portus Kallaritani": questo fa capire quanto fosse importante l'attività portuale della città, per lo scambio commerciale mediante le navi provenienti da tutte le città del Mediterraneo. Poiché Cagliari era la città "chiave dell'Isola" per il suo porto, Pisa era convinta di doverla rinforzare al massimo e renderla inespugnabile e perfettamente difendibile.Così, a poco a poco, aveva visto sorgere, tutt'intorno, una cinta muraria sempre più possente che aveva lo scopo di proteggerla da incursioni nemiche. Con l'arrivo degli aragonesi a Cagliari (1326), non si può negare di aver instaurato un governo amministrativo municipale, appropriato ad una città privilegiata. Un dominio (Il Regno di Sardegna) che resto iberico per quasi quattrocento anni, dal 1323 al 1720. Come scrive il professor Francesco Cesare Casula: "...assorbendo molte tradizioni, costumi, espressioni linguistiche e modi di vita spagnoli, oggi rappresentati nelle sfilate folcloristiche di S. Efisio a Cagliari, della Cavalcata a Sassari, e del Redentore a Nuoro".Cagliari nel 1793, a causa di un certo Viceré Balbiano, non degno di governare l'Isola, per la sua codardia, rischiava di essere preda dei francesi, ma grazie al "risveglio eroico" e alla benevolenza della nobiltà e del clero, furono racimolati migliaia di scudi per sostenere 4000 soldati di fanteria per tutto il tempo dell'aggressione e reclutati miliziani da tutta la Sardegna. Concentrate tutte le forze e grazie ad un forte impegno dei sardi e all'intercessione di Sant'Efisio, fu scongiurata l'invasione francese. Questa è solo una parte della storia che ha attraversato Castrum KaralisLa storia di Cagliari è anche altro, e altro ancora. Cagliari è una città di grande religiosità con tantissime chiese e monasteri di grande rilievo, ma anche di ingiustizie, basti pensare alla chiesa di San Domenico, sede del tribunale dell'inquisizione (l'istituzione ecclesiastica creata dalla chiesa per indagare e punire, mediante un apposito tribunale, chi sosteneva teorie contrarie all'ortodossia cattolina), o di prepotenze.
(
Tratto dal libro “Cagliari, il turista e l’elefante” di Ennio Porceddu – Ilmiolibro.it – 2013)

(Tutti i diritti riservati)





LA CITTA’,VISTA DALLO SCRITTORE INGLESE LAWRENCE,
SI ERGE FIERA CON LA SUA MASSICCIA STRUTTURA E
FORTIFICAZIONI, PROBABILMENTE FONDATA, SECONDO
SOLINO, DALL’EROE ARISTEO

CARALIS

di Ennio Porceddu
(23-1-2020) "Improvvisamente ecco Cagliari: una città nuda - scrive D. H. Lawrence - che si alza ripida, dorata accatastata nuda verso il cielo dalla pianura all'inizio della profonda baia senza forme. È strana e piuttosto sorprendente, per nulla somigliante all'Italia. La città (
foto di Augusto Maccioni) si ammucchia verso l'alto, quasi in miniatura, e mi fa pensare a Gerusalemme: senza alberi, senza riparo che si erge spoglia e fiera, remota come se fosse indietro nella storia, come una città nel messale miniato da un monaco. Ci si chiede come abbia fatto ad arrivare là. Sembra la Spagna, o Malta: non l'Italia".Cagliari è apparsa così allo scrittore inglese Lawrence, appena sbarcato dalla nave proveniente da Palermo. Una città nuda, apparentemente insignificante, senza alberi, con un vento gelido e senza riparo, ma soprattutto che si ergeva spoglia e fiera, come se fosse ritornata indietro nella storia, ma forte. Cagliari o Karalis da Karel "città forte".Lo scrittore latino Solino riferisce, nella sua opera De Mirabilus Mundi, che la città di Caralis, fu fondata dall'eroe Aristeo, figlio di dio Apollo e della Ninfa Cirene, arrivato nell'Isola dalla Beozia."Non importa dunque narrare come Sardo, nato da Ercole, Norace da Mercurio, l'uni dall'Africa e l'altro da Tartesso della Spagna, arrivassero fino a quest'isola, e da Sardo si sia denominata la regione, e da Norace la città di Nora; e che più tardi Aristeo, nel periodo in cui governava, una contrada vicina a questi, cioè nella città di Caralis che egli stesso aveva fondato, dopo aver fuso insieme il sangue dell'uno e l'altro popolo, avesse unificato il costume di vita di genti sino a lui pervenute senza alcuna unione, e che per la loro fierezza rifiutavano ogni autorità". (Caio Giulio Solino, De Mirabilus Mundi, cap. IV).
"Fu destino della Città - scrive Enrico Endrich (18 aprile 1934) - prefazione Forma Karalis di Dionigi Scano - fin dalle sue origini fenicie (ci fu una Cagliari nuragica?) guardare il mare ed opporre, a difesa della civiltà europea, alle montanti maree dei popoli la massiccia struttura delle sue fortificazioni. Dopo la conquista romana fu conservata in Sardegna e fu custodita in Cagliari, Sardiniae caput, la tradizione latina, che visse e fiorì nell'architettura delle chiese".L'architettura bizantina, che ha significato un mutamento delle conformazioni latine in accostamento con le configurazioni arrivate dall'oriente, qui da noi ottenne un effetto forte. Un esempio proviene dalla chiesa di San Saturnino, il più importante monumento dell'arte Bizantina dell'Isola, a cui Antonio Taramelli, "Sovrintendente di I classe agli scavi e musei archeologici della Sardegna", ha dedicato un apprezzabile restauro. Poi, come sappiamo, danneggiata dai bombardamenti del 1943, e in seguito, ristrutturata e riportata al culto.

Cagliari, alla fine del XIII secolo, era diventata una città di grande interesse commerciale. I pisani si erano ordinati in comune autonomo, sempre però, sotto il controllo della città di Pisa. Castello era uno straordinario centro pulsante della città medievale. Mentre il quartiere della Liapola (Marina), una "pertinenza" di castello, come Stampace, fu il vero baricentro.
La struttura amministrativa di Cagliari pisana era rappresentata, inizialmente, da due castellani che, in sostanza gestivano la vita cittadina, con l'ausilio di un assessore per i problemi giuridici.
I diritti legislativi si rifacevano al "Breve Castelli castri de Kallari", un ordinamento redatto sicuramente dal governo di Pisa, mentre l'attività portuale era disciplinata dal "Breve Portus Kallaritani": questo fa capire quanto fosse importante l'attività portuale della città, per lo scambio commerciale mediante le navi provenienti da tutte le città del Mediterraneo.
Poiché Cagliari era la città "chiave dell'Isola" per il suo porto, Pisa era convinta di doverla rinforzare al massimo e renderla inespugnabile e perfettamente difendibile.Così, a poco a poco, aveva visto sorgere, tutt'intorno, una cinta muraria sempre più possente che aveva lo scopo di proteggerla da incursioni nemiche. Con l'arrivo degli aragonesi a Cagliari (1326), non si può negare di aver instaurato un governo amministrativo municipale, appropriato ad una città privilegiata. Un dominio (Il Regno di Sardegna) che resto iberico per quasi quattrocento anni, dal 1323 al 1720. Come scrive il professor Francesco Cesare Casula: "...assorbendo molte tradizioni, costumi, espressioni linguistiche e modi di vita spagnoli, oggi rappresentati nelle sfilate folcloristiche di S. Efisio a Cagliari, della Cavalcata a Sassari, e del Redentore a Nuoro".


E' STATO PITTORE, ILLUSTRATORE, CARICATURISTA E POETA DEL NOVECENTO, TRA L'ARTE PURA E L'ARTE APPLICATA
TARQUINIO SINI
INDICATO COME "IL MAESTRO D'IRONIA", ERA UN ACUTO OSSERVATORE DEL SOCIALE. FIN DA GIOVANISSIMO INIZIA A LAVORARE PER "IL PASQUINO" DI TORINO. NEL 1916, A GENOVA, LA SUA PRIMA PERSONALE . DOPO IL MATRIMONIO SI TRASFERI' A TEULADA IN PROVINCIA DI CAGLIARI

di
Ennio Porceddu
(24-12-2019/ 26-12-2012) Pittore, nato a Sassari il 27 marzo 1891, nel panorama artistico sardo, ha avuto un ruolo certamente complesso e originale con la sagace e spregiudicata stira rivolta alla modernità, come illustratore, caricaturista e pubblicitario. Diverso dal rinnovamento figurato che emana una luce nuova trita e austera tradizione sarda. In questa triade troviamo Filippo Figari (con opere che testimoniano l'attenzione alle tradizioni, usi e costumi del popolo sardo), Francesco Ciusa e Giuseppe Biasi (quest'ultimo noto come il maggior pittore sardo del primo Novecento, definito dalla critica più autorevole, magistrale narratore della vita del popolo sardo, perfettamente aggiornato sulle tendenze nazionali e internazionali.

Anche se fra loro non si è concretata una continuità, i quattro hanno avuto riferimento lo stesso avviamento riformatore sull'arte di pertinenza, sia scultura, pittura o illustrazione.Tarquinio Sini è sempre stato a metà, fra l'arte pura e l'arte applicata. Le sue opere comprovano una certa familiarità con il disegno, ma manifestano anche, il desiderio di volersi contrapporsi con tecniche indiscutibilmente pittoriche, come ad esempio la tempera su carta, salvo rare eccezioni.Definito da qualche critico "Maestro d'ironia", egli è stato illustratore e acuto osservatore del sociale che trascina, con straordinaria sottigliezza e umorismo, nel suo romanzo, "A quel paese" del 1929, una specie di testamento culturale.Sini, in questo modo, mostra di essere un pregevole scrittore, in grado di trascinare all'interno del romanzo, la sua carica umoristica, lo stesso piacere bozzettistico che carica ogni sua tempera.A soli diciannove anni, inizia il lavoro d'illustratore delle copertine della rivista"Paquino", creata a Torino Casimiro Teja nel 1856.

Tra i temi proposti da Sini, dai primi scioperi, alla guerra italo-turca, la rivendicazione femminile al suffragio.In questo modo, l'artista sardo dimostra una grande capacità espressiva - creativa ma ancora lontano dal suo stile personale.Finita la collaborazione con la rivista, approda a Parigi (1914), dove realizza diverse etichette per profumi. Ben presto però è costretto ad abbandonare per l'entrata in guerra dell'Italia. Tarquinio Siniè chiamato alle armi. Durante il periodo bellico ha l'occasione di collaborare alla rivista secessionista "Sardegna" diretta da Attilio Deffenu, e alla rivista torinese di satira "Numero".Nel 1916, presenta una sua personale a Genova, e un anno dopo sulla rivista "Il mondo" ha una sua rubrica.Alla fine dell'1^ guerra mondiale, il pittore si reca a Roma, e collabora con la Cines, in seguito diventata "Unione Cinematografica Italiana", realizzando manifesti e pannelli promozionali per la stampa. Collabora a diverse riviste, dove, nelle caricature emerge tutta la sua arte che in seguito espone alla Casa d'Arte Bragaglia di Roma. Tra i suoi lavori c'è anche la realizzazione di copertine per spartiti musicali.Al rientro nell'Isola (1925), raggiunge la piena maturità artistica. Con la produzione cagliaritana e le pubblicazioni nelle varie riviste, espone 25 tempere dall'artista battezzate "Contrasti" alla Bottega dell'Arte. Da questi lavori sono tratte delle cartoline diffuse poi, in tutta la Sardegna.

Tarquinio Sini si cimenta anche con la poesia, esternando tutto il folclore dell'Isola. Nel 1929, Tarquinio Sini contrae matrimonio Teresa Tanda, una giovane cantante lirica e per circa un anno si trasferisce a Teulada.
Durante il soggiorno nel paese suscitano, sperimenta nuove tecniche e abbandona lo stile consueto dei "contrasti".Alla fine degli anni venti si cimenta anche nelle arti applicative, osservando i vari Anfossi e tavolata. Crea pupazzi popolari dell'isola ed esegue disegni su ceramiche che fa realizzare all'artista Albisola. Lavora per l'Essevi di Sandro Vacchetti, poi si trasferisce a Milano (1930- 1933) e crea diversi nudi con la sua magica matita. Opere oggi introvabili, come ha modo di scrivere Nicola Valli: "Nei suoi momenti più felici creava dei magnifici nudi".A Milano realizza grafica pubblicitaria e illustrazioni per i libri dei ragazzi.
Rientrato a Cagliari, l'artista realizza una nuova serie di "contrasti" e allo stesso tempo illustrazioni per dei libri. In seguito s'impegna in una serie di allestimenti in Sardegna curando spesso la parte grafica e l'arredamento.Tarquinio Sini muore a Cagliari il 17 febbraio 1943. Nel 1998, la città di Cagliari gli ha dedicato una mostra, per non dimenticare il grande artista sardo. (
foto dal web/Social)



La presenza dei
fenici in Sardegna


di Ennio Porceddu
(16-12-2019) Che la Sardegna fosse di grande interesse commerciale, lo dimostra un’epigrafe presumibilmente del IX secolo a. C. ed è considerato il più antico documento scritto trovato nell’isola, anche se, con certezza, si può affermare che i primi abitatori di questa penisoletta, furono i Proto sardi. Tuttavia non possiamo risalire con certezza al periodo in cui questo popolo semitico si stabilì nell’isola, per mancanza di altri indizi.L’epigrafe reca incise delle lettere (da destra verso sinistra) ”b sh r d n” che se noi inseriamo la vocale “a” forma la parola “Ba shardan” cioè Sardegna.Questo è l’unico documento storico a disposizione, che dimostra la presenza della popolazione fenicia in Sardegna.Comunque è certo che questo popolo, tenendo conto della situazione economica del loro paese, rivolse lo sguardo sull’isola e principalmente sulle coste, spinti dall’idea di trovare immense ricchezze naturali che avrebbero costituito principali fonti di prosperità per i loro fabbisogni.I fenici prima approdarono lungo le coste(
foto dal web/Social Tharros), dove certamente iniziarono il commercio con gli “indigeni”. Poi si spinsero più all’interno e forse formarono delle colonie o vere città. Alcune di queste colonie furono Kàralis (Cagliari), Nora (poco distante da Pula), Sulci (per indicare il bacino minerario dell’iglesiente, che doveva essere senza dubbio una fonte economica considerevole, e Tharros (nel Sinis – Oristano).Era caratteristica la posizione topografica delle colonie fenicie. Infatti, queste rispecchiavano, per ubicazione, quelle della madre patria: Su di una lingua di terra protesa verso il mare, con due parti utilizzabili a secondo dei venti, e alla estremità una insenatura o meglio su un’isola affacciata al continente.Tutto questo era studiato in modo che la colonia fosse accessibile dal mare, e nello stesso tempo difendibile dalla parte della terra.Tuttavia è possibile che oltre a esserci una certa colonizzazione, ci fosse stato un vero dominio di questo popolo che contribuì a incrementare alcune attività quali l’estrazione dei minerali dal sottosuolo, l’industria del sale o della pesca. Con la colonizzazione dei fenici, i sardi poterono entrare in contatto con la scrittura, ignorata dai nuragici fino a quel periodo.Oltre all’epigrafe, può essere presa in considerazione un’altra traccia che testimonierebbe la presenza fenicia non solo sulle coste, ma anche nell’entroterra. Secondo alcuni ricercatori della zona del Cixerri, in prossimità della chiesa di San Giacomo a Siliqua, in località Sui Cunventeddu, ci siano i resti di fondamenta fenicie. Un’ipotesi ancora da avvalorare dopo accurati scavi archeologici.Dei fenici, comunque, non conosciamo molto. Non si conosce com’era articolato l’ordinamento politica, neanche il riferimento al governo delle colonia. L’unica cosa che si conosce è la religione che era politeistica con carattere strettamente agrario, mentre le divinità erano rappresentate da pietre a forma di colonne o coni e rispondevano a nomi quali Ball e Astarte, presumibilmente, in relazione ai luoghi dove il culto veniva praticato.


SARDEGNA,LACONI,QUINTA
EDIZIONE OCRAXUS 2019

NEL PAESE DI SANT'IGNAZIO SI RIEVOCA L'ATMOSFERA DEL PASSATO,TRA ANTICHI MESTIERI,COSTUMI E PRODOTTI LOCALI

di Ennio e Elisabetta Porceddu
(11-11-2019) Ocraxus, alla quinta edizione, che ha avuto tanto successo in passato, è una manifestazione che vede implicati i rioni del paese di Laconi, dove si potrà rievocare l’atmosfera del passato tra costumi(foto dal web/Social), balli, antichi mestieri, memorie storiche e prodotti locali, percorrendo le vie del centro storico, guidati dai fuochi rionali si potranno visitare le vecchie case e le antiche ville nelle quali potrete conoscere le produzioni artistiche, artigianali ed enogastronomiche del paese. Insomma, la formula numero due de Is Cortas Apertas.Durante lo svolgimento della manifestazione si potrà visitare il Museo dei Menhir, la casa natale di Sant’Ignazio, il Parco Aymerich con il ruderi del suo Castello, le cascate e le grotte. Com’è spiegato dai linguisti sardi Ocraxus sta a indicare i rioni dei paesi. Non mancheranno i balli sardi, gli arcieri di Sanluri e Guasila, giocolieri e artisti vari.
Il programma in breve
Il mattino del sedici, alle ore 8,30 si potrà parcheggiare nell’area Piso, di fronte all’albergo Sardegna. Escursione “Camminera de Sarcidano, alla scoperta del territorio. Alle ore 9,30 si possono visitare le vecchie dimore del centro storico con esposizioni artigianali e manufatti all’interno delle abitazioni. Nel centro storico ci saranno dei punti di ristoro e degustazione dei tipici prodotti locali. Mentre nel palazzo Aymerich ci sarà una mostra di pittura di un noto pittore sardo. Sempre nel centro storico mostra Biodiversità delle piante coltivate a cura di Agris Sardegna. Nella casa del poeta Elia Lai lettura di poesie di poeti locali, con animazione.,Esposizioni di sculture Su Strindu de Murrettoso.
Di sera, dalle 15,00:Arte mestieri e tiro all’arco, Canti con accompagnamento alla chitarra, Suonatori di organetto. Palazzo Aymerich presentazione di un libro, mentre alle 20.00 nel centro storico si esibiranno giocolieri e acrobati.
Domenica 17. oltre alle informazioni già elencate del giorno prima, la novità è andare a infornare il pane, con la sfilata del gruppo folk Tradizioni popolari di S. Ignazio da Laconi. Dopo rievocazione medievali per le vie del centro con la partecipazione dell’associazione Castello Siviller di Villasor, arcieri storici e medievali Sanluri, Guasila, Falchi e aquile di S. Gavino Monreale,Ore 15,00: Casa Palmas esibizioni di organetto. Lungo il percorso canti a tenore, canti tradizionali sardi, coro femminile Laconese, balli sardi, La manifestazione continua fino il martedì 19 Novembre.


SARDEGNA / C’ERA UNA VOLTA LA COLONIA PENALE DEL COMUNE DI CASTIADAS
NEL 1877 OSPITO’ CIRCA
OTTOCENTO DETENUTI


di Ennio Porceddu
(10-11-2019) La Colonia penale di Castiadas(
foto dal web/Social) si trovava ai piedi della spiaggia sulla costa orientale della Sardegna. Quando sbarcarono i primi trenta detenuti, accompagnati da sette guardie carcerarie, nel porto di Sinzias, era l’undici luglio del 1875. Il gruppo era accompagnato dal cavalier Eugenio Cicognini. Allora la spiaggia era deserta, e tutto intorno c’era una fitta vegetazione che rendeva difficile inoltrarsi, in sostanza non esisteva dei sentieri. Era un territorio appariva inesplorato e incontaminato.Dalla narrazione del Comune di Castiadas si arguisce che l’obiettivo dell’Ispettore generale carceraria era quello di bonificare tutto il territorio abbandonato da oltre 350 anni. Con l’aiuto dei detenuti. A tal proposito arrivarono altri detenuti per un totale di trecento. Molti di questi avevano un’esperienza lavorativa in vari mestieri artigianali.“Arrivarono presto altri detenuti che aiutarono nell’opera di bonifica e di costruzione, e gli atti riferiscono che dopo il secondo anno, nella zona fossero presenti più di trecento forzati, tutti in possesso di esperienze lavorative precedenti nell’edilizia”.Inizialmente l’alloggio dei detenuti si trovava sul promontorio conosciuto col nome di Prailis (Frailis) tra due corsi d’acqua: Guttus Frascu e Baccu de Figu. Più tardi impiantarono una falegnameria, un’officina di fabbri una carpenteria, e infine un’infermeria. Poi una farmacia, un pronto soccorso, un centro telefonico e un piccolo ufficio postale per dare la possibilità ai detenuti di inviare della posta ai loro familiari.Più avanti, nelle zone non bonificate, erano realizzate delle case di legno che potevano accogliere solo una decina di “ospiti”.Cerano degli ospiti che dovevano dedicarsi all’agricoltura. Infatti, s’impiantarono le viti, agrumeti, campi di grano, cereali e legumi, mentre i folti boschi vennero, in parte sfrondati ed impiegati per produrre il carbone da arrivare intorno al 1920 a 1600 quintali. In quella data, la colonia penale di Castiadas ospitava circa ottocento carcerati. Non mancava, il carcere duro: celle di Isolamento e la stanza oscura, priva di luce e aria, dove il carcerato sostava legato da ferri e camicia di forza, e nutrito solamente con acqua e pane.La particolarità era che i detenuti dovevano sostentarsi con il loro lavoro. Solo i detenuti più rispettosi avevano l’opportunità di lavorare all’aperto, sui campi, gli altri, invece, scontavano la pena all’interno del carcere.Un’attuazione che si potrebbe ripristinare per alleggerire le spese dello Stato e i denari che sono impiegati per mantenere i detenuti, utilizzati per altri fini: creazione dei posti di lavoro per i giovani, che oggi, nonostante abbiamo una laurea, o una scolarità eccellente, sono costretti a emigrare per lavorare. La colonia penale di Castiadas cessò di essere tale nell’anno 1952.


IN UN LIBRO DI SERGIO ATZENI LA STORIA DI "RADIO CAGLIARI CENTRALE"
E' STATA UNA DELLE MIGLIORI EMITTENTI DELLA CITTA' NEGLI ANNI 1970-'80

di Ennio Porceddu
(6-11-2019) Sergio Atzeni, evidentemente amava Radio Cagliari Centrale che trasmetteva sui 95 Mhz, fondata da Ennio Porceddu e Mario Melis. Ennio Porceddu, giornalista pubblicista, ha condotto con grande intelligenza per oltre cinque anni,una radio apolitica, dove oltre alla musica si potevano ascoltare programmi briosi, il notiziario, grazie alla collaborazione dell’Agenzia Italia, diretta dal dr. Gianni Massa, programmi musicali di grande effetto con Vittorio Salvetti ideatore e conduttore di Festivalbar, dello Studio Audioproduzioni, dello Studio Smash One di Roma, di Selezione del Reader Digest di Milano, Augusto Maccioni per i servizi sportivi sulla squadra del Cagliari, e di tantissimi speakers e giornalisti che si sono impegnati gratuitamente fin dalla sua nascita Giugno 1977. Radio Cagliari Centrale(foto dal web/Social) è l’unica radio regionale che ha trasmesso in differita ( (a distanza di mezzora) tutto il discorso di Enrico Berlinguer quando venne a Cagliari. Per questa trasmissione la radio ha ricevuto la sgradita sorpresa dalla Digos, perché volevano sapere qual era il partito di appartenenza dell’emittente. La risposta del direttore fu semplice. “Noi facciamo informazione e siamo apolitici. Se avesse parlato il capo di un altro partito politico, l’avremmo trasmesso ugualmente L’emittente ha chiuso le trasmissioni nel 1983. Della radio sono rimasti i vari brevetti, e tanto materiale discografico, pubblicitario e programmi radiofonici.Così inzia il libro di Sergio Atzeni “I sogni della città bianca, pubblicato dalla casa editrice “Il Maestrale” nel 2008 Citando Radio Cagliari Centrale.“Brutta storia di tedeschi cattivi.Una produzione Radio Cagliari Centrale. La vostra radio.C’è un bar.C’è un bar sul lungo mare. Una striscia di cemento, il lungo mare che passa sulla sabbia – e taglia la spiaggia: sabbia da una parte, e dall’altra. Proprio gettata sulla sabbia, la strada. E tutto attorno mare e stagno. Acqua negli occhi, sempre acqua, dappertutto E stabilimenti balneari (……)”.Poi a pagina 14 , dopo aver raccontato l’inizio di una storia non molto edificante, Sergio Atzeni , evidentemente ancora impregnato dalla radio Cagliaritana come un ascoltatore irrecuperabile, scrive ancora: “Ah!. Non spaventatevi” . scrive lo scrittore nato a Capoterra nel 1952, ma da subito residente a Cagliari – “carini! E’ una storia d’amore!”“E’ una produzione Radio Cagliari Centrale. La vostra Radio”.Su questo libro hanno scritto : Nel libro – Scrive Mauro Tetti, scrittore - il primo incubo in forma di racconto è quello di Puppipepper, sergente tedesco. La sua bmw taglia l’aria come una freccia fra lo stagno e il mare. Ma la Tuborg annebbia gli occhi di Puppi e la bmw cozza contro qualcosa, forse un cane, o un ciclista? «O fosse stato, sergente, addirittura, un pedone? Eh? Sergente!» Sarebbe stato un altro cagliaritano investito da un militare tedesco. Puppi carica una prostituta bionda, vanno dentro una casupola. «C’è un letto. Un abat-jour. Un comodino. La lucerna e la scorta di preservativi. Il giorno sarebbero visibili anche altre sozzure, sul pavimento, nel piccolo cesso semiaperto, sulle lenzuola. Ma di notte, al buio, qualunque posto merdoso può diventare un paradiso.» Puppi vuole scopare ma il suo membro non risponde, Puppi si arrabbia e picchia la prostituta bionda, le tira un pugno nel ventre, lei urla, nessuno la sente.Ma state tranquilli, dice Radio Cagliari Centrale, è comunque una storia d’amore.




ENNIO PORCEDDU RICORDA UN GRANDE SCRITTORE,GIORNALISTA E STUDIOSO SARDO
Nicola Valle
Negli anni '70 ha redatto il volume dell'artista "Filippo Figari" pubblicato dall'Editrice Sarda Fossataro. Molti i suoi scritti su Grazia Deledda e altri artisti sardi

di Ennio Porceddu
(4-9-2019/9-11-2018 / 2011) Musicologo, docente e giornalista era nato a Pirri- Cagliari il 14 novembre 1904. Dopo gli studi liceali e musicali, s'iscrive all'Università di Roma nella Facoltà di Lettere e Filosofia. Violinista e orchestrale nell'isola e in diverse città della penisola. Nel 1926 si laurea in Lettere e si dedica al giornalismo, collaborando per i quotidiani L'Unione Sarda, il Giornale d'Italia e per diversi periodici della Sardegna. Un anno dopo, inizia la sua carriera di docente di lettere. Sei Anni dopo gli è dato l'incarico d'insegnamento al Liceo Dettori di Cagliari. Impegno che riprende in seguito fino al 1974. Dal 1943 al 1946, per l'assenza di Renato Papò (chiamato alle armi), assume, per un certo periodo, la direzione alla Biblioteca universitaria cagliaritana, organizzando, tra le altre cose, il Gabinetto delle stampe.Dopo aver fatto parte di diversi incarichi in vari enti pubblici e associazioni, nel 1947 pubblica il saggio" L'idea autonomista in Sardegna".Nel 1944, assieme a Francesco Alziator, Nicola Valle(
foto dal web/Social) fonda l'associazione "Amici del Libro", che presiede per molti anni.
Nel 1946, fonda e dirige "Il Convegno" e presiede fino al 1988, per molti anni, il Comitato regionale della "Dante Alighieri".


Critico musicale e teatrale e d'arte, Nicola Valle si è cimentato anche come compositore di musica e canzoni, partecipando a diverse manifestazioni, tra cui il "Primo Festival dei Bambini La Palma d'Oro 1975" di Cagliari, con il brano "Caro Papà", su testo di Melis. Brano interpretato dalla canterina Marisella Oppo e inciso dalla Hardy Records su un LP 33 giri contenente tutte le canzonette del festival. In seguito, Nicola Valle raccoglie, in diversi volumi: "Mattino sugli asfodeli" (1932), "Nuovi saggi (letteratura musica arte attualità)" (1990), i suoi scritti e gli interventi su Grazia Deledda, Filippo Figari e altri.
Ha inoltre, redatto, agli inizi degli anni '70, il Volume "Filippo Figari", pubblicato dall'Editrice Sarda Fossataro di Cagliari. Esperto e collezionista d'incisioni dell'otto-novecento, raccolti in tanti anni, sono stati devoluti dagli eredi nel 1997, all'amministrazione comunale di Cagliari.Nicola Valle scompare il 27 ottobre 1993.


GRANDI FESTEGGIAMENTI A
LACONI PER SANT'IGNAZIO

L'appuntamento piu' importante del Sarcidano di fine agosto
LA STORIA E LA LEGGENDA DEL CAPPUCCINO PIU' AMATO

di Ennio e Elisabetta Porceddu
(28-8-2019) Grandi festeggiamenti a Laconi nel piccolo borgo del Sarcidano che conta in questo periodo circa 2500 abitanti, sito in una zona ricca di acque, luogo di villeggiatura estiva e che ha dato i natali al cappuccino più amato da tutti i sardi. Il Santo fraticello richiama migliaia di fedeli in una cornice di grande interesse di devozione religiosa e turistico.Il paese è molto amato da essere definito "la perla del Sarcidano". Nell'ottocento Vittorio Angius, nel Dizionario geografico del Casalis, annottava: "Il paese giace sotto il fianco poco meno che verticale del Sarcidano, disteso in lungo, disposto in vari gradi con poca larghezza... e si presenta in una bella scena con i suoi principali edifizi, la chiesa, la casa baronale, alcune altre men superbe abitazioni e gli avanzi dell'antico castello feudale. La suddetta sponda con le sue rupi rossastre e foracchiate forma uno sfondo veramente romantico".I festeggiamenti per Sant'Ignazio hanno inizio il giorno 29 e si protraggono fino al 31 agosto.

La storia in breve di Ignazio Pes Francesco Ignazio Vincenzo Pes (questo il nome anagrafico del santo) era nato il 18 dicembre 1701 da una famiglia poverissima in una delle poche casette che, assieme ad alcune capanne, si trovavano intorno al Castello medievale di proprietà dei marchesi Aymerich, in una Sardegna ricca di leggende e di storie spesso circondate da superstizioni che accendevano la fantasia dei poveri abitanti. In una Laconi lontana dai centri storici e culturali dell'Isola.A quei tempi, i "letterati" a mala pena sapevano leggere o firmare. Un privilegio, la cultura, che era riservata solo ai proprietari del castello e ai parroci.In quest'ambiente, ha vissuto la sua prima giovinezza Francesco Ignazio Vincenzo Pes. In una casa che di comodo aveva ben poco, edificata con le pietre, la soffitta in canne sostenute da travi di legno con il pavimento in sola terra battuta.

Secondo di nove figli, Ignazio fu cresimato all'età di sette anni dall'arcivescovo di Oristano mons. Francesco Masones y Nin.Da quel momento, il piccolo Ignazio iniziò a collaborare con la parrocchia del paese, ma doveva anche lavorare per aiutare la famiglia, per cui si alzava di buon mattino e si recava in parrocchia per sbrigare piccoli lavori che gli avrebbero fatto guadagnare qualche soldo. Ed è forse in quel periodo che, al piccolo Ignazio, sopraggiunse la vocazione.I biografi raccontano che spesse volte il ragazzo fu sorpreso dal parroco a pregare nell'attesa che si aprisse il portale della chiesa.A vent'anni, in una giornata d'autunno, Ignazio, accompagnato dal genitore, lasciò il suo paese per andare a Cagliari.Le mura di Castello, il bastione e le torri, che si ergevano maestose, per lui furono uno spettacolo immenso, straordinario. In quel periodo, la Sardegna, subiva una svolta politica con l'inizio del regno di Sardegna, mentre Casteddu (Cagliari), continuava a essere sotto il dominio degli spagnoli.Il giovane Vincenzo Ignazio, assieme al genitore, si presentò al provinciale dell'ordine dei Cappuccino, ma non fu ammesso per il suo minuto stato fisico malaticcio. Ci volle l'intervento del marchese Aymerich, per convincere il frate provinciale ad ammetterlo fra i novizi.Da quel momento Cagliari ebbe un nuovo fraticello che, pian piano, si fece conoscere e amare da tutta la popolazione. "Fra Ignazio", da buon questuante, si recava di casa in casa per prendere qualcosa o per dare. "Deus ti du paghiri" amava dire nel ringraziare chi gli donava qualcosa che, poi, solitamente, regalava ad altre famiglie povere.Fra Ignazio portava sollievo a tutti i poveri e agli ammalati. La sua povera esistenza di frate questuante era fatta di carità e di preghiera.Fra Ignazio, morì all'età di ottanta anni. Ci sono voluti 170 anni (1995), perché il processo di beatificazione ottenga la sua conclusione.
Il paese natale di Laconi, dal 29 agosto e per diversi giorni, fino al martedì 31, festeggia questo Santo fraticello, richiamando migliaia di pellegrini provenienti da tutta L'Isola: un miracolo che Sant'Ignazio compie regolarmente ogni anno.(
foto dal web/Social)



Dal Libro "Compagni Di Viaggio" di Ennio Porceddu
Vinse la prima edizione del concorso regionale "Voci Nuove" Coppa S. Eusebio 1962 organizzato dal Club Artistico Musicale di Cagliari con "Ti scrivo e piango"

ANGELO FAGIOLI
UN CANTANTE DALLA VOCE ARMONIOSA
Un suo personale successo nelle piazze sarde "Uniti per sempre" un twist inciso su nastro MC con l'orchestra "I Magnifici nella sede del C.A.M. di Cagliari


di Ennio Porceddu
(19-8-2019/20-8-2014) Nato a Cagliari nel 1937, dotato di una voce straordinaria e armoniosa da essere paragonata ai vari mostri della canzone italiana di allora: Emilio Pericoli, Giorgio Consolini, Johnny Dorelli, ecc., fin da giovanissimo Angelo Fagioli, che in seguito assume il nome d'arte di Angelo Lovers, ha sempre avuto una spiccata tendenza per la musica e per il canto. Appena sedicenne già calcava i palcoscenici sardi, riscuotendo ottimi consenti dal pubblico e dalla critica.Per diversi anni aveva fatto parte di complessi isolani molto in voga nel sessanta: Jolly, Arcobaleno (gruppo musicale, dove c'era il cantante Fausto Vacca, nativo di Villamar ma residente a Iglesias, autore tra l'altro della canzone "Soli nella notte" radiotrasmessa a Radio Cagliari), The Fires, l'orchestra diretta da Rino Biggio,carlofortino, che aveva fatto della musica il suo unico scopo di vita e, aveva preso la residenza a Cagliari nel rione Stampace, in Via Azuni, di fronte alla chiesa S. Anna. Nel momento in cui il maestro Biggio, lasciò la vita terrena, numerosi musicisti e cantanti isolani, ai quali aveva insegnato tantissimo, lo piansero. Chi scrive aveva conosciuto il maestro, proprio grazie a Angelo Fagioli. La sua casa era immersa da strumenti musicali e spartitiAngelo Fagioli poteva considerarsi un cantante completo. Il suo repertorio era vasto e vario: lui, di norma nel suo repertorio includeva melodie degli anni '20 - '30, con arrangiamenti moderni. Ricordiamo: "Ti scrivo e piango", "Torna piccina mia", e tante altre.

Nel 1965 doveva, tra l'altro, partecipare ala 1^ edizione del Festival "Sardegna Canora", che si stava tentando di mettere in cantiere, grazie anche ai suggerimenti di Simenone Porcedda, uno degli organizzatori delle prime edizioni, aveva dato la sua adesione (attraverso il padre, un funzionare delle Belle Arti di Verona) il cantante veronese Dino (al secolo Dino Zambelli), che nel 1964 aveva portato al successo "Te lo leggo negli occhi". Dino era nel momento più fulgido della sua carriera e aveva espresso il desiderio di venire in Sardegna che non conosceva ancora. Al festival avevano dato la loro adesione, Tra l'altro: Paola Aguecci, Anna Gioia e Gim Nat (della scuderia Gilbert Records di Napoli); Anna Maria Clave (della Colossal Record di Taurianova, oggi importante industria discografica australiana); Loredana Faby di Torino; Antonio Giorri, ecc. Alla fine però, la manifestazione, per diversi motivi legati all'invidia di certi "musicisti"(?) noti solo a livello locale, quelli "ci siamo solo noi", non si realizzò. Ma questa è un'altra storia che forse ho già raccontato in qualche altro mio articolo.Angelo con la sua possente voce poteva interpretare qualsiasi canzone, dalla melodica a quell'urlata e, ogni esibizione, era un successo.A cavallo tra il 1960 e il 1966, si era esibito a fianco dei più noti artisti nazionali: Gianni Meccia, Julia De Palma, Jimmy Fontana, Stella Dizzy, ecc. Ha partecipato a tantissimi concorsi canori regionali e nazionali. Al concorso ENAL del 1961 si classificò al primo posto, sbaragliando una marea di concorrenti. All'Ottobrata Iglesiente del 1962 ottenne un ottimo piazzamento.Nel 1963 entrò in contatto con chi scrive che in quel periodo organizzava, tra l'altro il primo concorso regionale per voci nuove "Coppa S. Eusebio" a Cagliari. Partecipò alla manifestazione e, con la sua grinta e la sua stupenda voce, sbaragliò tutti e vinse il primo premio. Ad accompagnare il giovane artista c'erano "I Magnifici", un gruppo di musicisti molto preparati che prepotentemente si stava affermando in Sardegna.In seguito, collaborò attivamente al Club Artistico Musicale, diretto da chi scrive, con l'intento di valorizzare giovani artisti sardi.E' in quel periodo che chi scrive ha composto il brano "Uniti per sempre" un twist molto brioso dedicato alla mia futura moglie che, con l'accompagnato del gruppo "I Magnifici", ottenne un discreto successo in tutte le piazze isolane.Nel 1964, chi scrive, presentò il giovane artista al discografico Gilbert Paraschiva, titolare e direttore artistico della Gilbert Records di Napoli. Ne nacque un provino cui doveva seguire un'incisione discografica, ma per motivi legati al lavoro, non se ne fece nulla.Intanto, per alcuni anni, Angelo Fagioli continuò a esibirsi con il gruppo cagliaritano "I Dritti" diretto da Albino Puddu, dove tra l'altro c'era Giuseppe Brucchietti e, come cantante. oltre a Angelo, Paola Aguecci, prima classificata al concorso Voci Nuove regionale "Coppa S. Eusebio" di Cagliari 1963. Nel momento in cui tale formazione si sciolse, seguì Albino Puddu, che nel 1966 aveva appena fondato il gruppo musicale "Ombre" con all'organico Antonio Stara all'organo, Alberto Perisi al basso, Ele Casula alla tromba, Giorgio Zuddas alla voce. Poi, all'improvviso, Angelo trasferì la sua residenza a Nichelino, un paese in provincia di Torino. Per un po' di tempo s'instaurò una corrispondenza, poi, alla fine, si persero definitivamente le tracce. Inutili i tentativi di rintracciarlo, anche per telefono.Del cantante esiste una registrazione della canzone "Uniti per sempre", eseguita nel 1963 durante un concerto in occasione della festa patronale di S. Avendrace.

Tracce Discografiche
Angelo Fagioli
Uniti per sempre (E. Porceddu)

(nastro MC - archivio E. Porceddu, 1963). Oggi si può ascoltare il brano su Youtube, basta andare su Google, cliccare Ennio Porceddu e scegliere il video.

Nei giorni 6 e 7 luglio a Sedilo si svolge quella che
secondo alcuni storici era la più importante sagra della Sardegna

L’ARDIA DI SEDILO O
LA SAGRA DI SANTU ANTINE

di Ennio Porceddu
(1-7-2019) Tutto è pronto, nella cittadina di Sedilo, per ospitare la bella manifestazione che vede gareggiare i più intrepidi cavalieri dell’isola in una corsa sfrenata in onore di S. Costantino I con l’intento di sciogliere un voto.Secondo gli storici, l’Ardia di Sedilo(
foto dal web/Social), era la più grande festa della Sardegna. Per i giornali dell’ottocento, era un avvenimento poco interessante, tanto da non occupare spazi. Il nome di Sedilo, ricorda Arcangelo Marras nel 1895 su “L’Unione Sarda”, compare in un articolo per parlare del bandito Giovanni Maria Pinna. Poi, se ne parlato per richiamare gli amministratori locali alla costruzione della strada Ottana – Sedilo, per evitare alla popolazione dei due centri percorsi difficoltosi. Poi, si è parlato di Sedilo il 15 settembre.1911, in occasione della visita di Vittorio Emanuele III a Sassari. Un cenno all’Ardia, sempre nel quotidiano sardo lo troviamo il 19 luglio 1922, a Sedilo, festa nazionale per la cacciata dei mori. Uno scritto chiaramente polemico. “Era l’intesa tra sardisti e fascisti – scrive Remo Concas nel 1982 – mancava poco alla marcia su Roma, e il direttore, Francesco Caput, era dell’avviso che i sardisti non potessero intenderci in alcun modo con i fascisti”.L’articolo ha un duplice valore, finalmente si parla chiaramente della sagra di San Costantino, definita la miglior festa dell’isola.Il cronista, che non firma il “pezzo” scrive: “Nei giorni 6 e 7 luglio, Sedilo si trasfigura in una popolosa e rumorosa cittadina. Oltre 15/20 mila persone arrivati da ogni parte dell’isola, si recano ad assistere, con gran devozione, con l’intento di sciogliere un voto, davanti al simulacro dell’imperatore Costantino I (Flavio Costanzo).“Sono un migliaio i cavalli che montati da arditi cavalieri intraprendono la difficile corsa intorno alla chiesa compiendo sette giri per poi, di corsa scendere giù a precipizio nella vallata e compiervi altri sette giri ed evoluzioni intorno ad un recinto detto “Muredda”.“La maggior parte dei cavalieri portano ricchi stendardi e bandiere di broccato e i due capitani che dirigono l’Ardia hanno uno la bandiera gialla con lo stemma del Santo, l’altro di seta rossa con lo stemma dei quattro mori .San Costantino, non esiste come santo per la Chiesa Latina, mentre è riconosciuto da tutte le Chiese Orientali.Si ritiene che in secoli molto lontani ci siano stati dei legami tra la Sardegna e l’Oriente, proprio con riferimento al culto di San Costantino.Nel calendario della Chiesa Greca, il 21 maggio, si onora la memoria di Costantino, assieme agli apostoli e a Sant’Elena.
Costantino (muore il 22 maggio 337), è ricordato anche dagli Armeni, unitamente a San Silvestro papa e ai 318 Padri del Concilio Niceno, mentre il calendario copto, il 12 agosto ricorda solennemente la vittoria riportata da Costantino il 312 contro Massenzio.Secondo la tradizione cristiana, prima della battaglia, egli si era convertito al cristianesimo, dopo una visione in cui gli era apparsa una croce di luce, sovrapposta al sole con la scritta “In hoc signo vinces”, aveva fatto disegnare come insegna, sugli scudi dei suoi soldati, il monogramma del Signor Gesù Cristo.Il grande Costantino attribuì la sua vittoria al volere del Dio cristiano.
Dopo quest’avvenimento, l’imperatore s’incontrò con Licinio a Milano (suo cognato per avergli concesso in sposa a sorellastra Costanza), si accordò con lui per un programma religioso-politico, che si tradusse nell’Editto di Milano, con il quale era assicurata la libertà di culto per tutti. Inoltre, erano restituiti a tutti i cristiani, i beni confiscati.Non pago di ciò, Costantino fece delle donazioni e concesse dei privilegi alla chiesa.Morì dopo aver ricevuto il battesimo dal vescovo Eusebio di Cesarea. Fu sepolto a Costantinopoli nel mausoleo che si era fatto edificare, adiacente alla chiesa degli Apostoli.La spettacolare sagra di “Santu Antine” (San Costantino) è sicuramente d’origine bizantina. Secondo la leggenda popolare, attribuito all’intervento miracoloso dell’Imperatore romano che, manifestandosi in sogno a un sardo prigioniero dei mori, gli promise la libertà, ma in cambio doveva costruire una chiesa nell’agro del paese, in regione Mordai.Da numerose iscrizioni tombali rinvenute è probabile pensare che i bizantini abbiano posto nella zona una numerosa guarnigione militare a vigilare i varchi del fiume Tirso.Pare, in ogni modo, che secoli prima ci fu un certo insediamento romano.La festa di Santu Antine, anticamente doveva essere un rito tribale, solo più tardi, con l’avvento del cristianesimo, si trasformò, in sagra religiosa.C’è da credere che la chiesetta innalzata dal prigioniero sardo, sia sorta nei pressi del paese, perché è stata rilevata di un’antica pavimentazione.L’Ardia, un po’ degenerata negli anni settanta, per episodi poco edificanti e di civiltà, è stata rivalutata come la festa grande della Sardegna.La corsa sfrenata e la partecipazione dei cavalieri, rappresenta la guardia del corpo dell’Imperatore, disposti a tutto per difendere la sua incolumità. Per i cavalieri è anche un’occasione per dimostrare la propria bravura e per entrare di diritto nell’albo della “balentia”: un riconoscimento molto sentito dai sardi.

Sa Pandela MADZORE (LO stendardo maggiore)

Nell’Ardia, lo stendardo maggiore è portato dal capo corsa (sa Pandera madore), trofeo che il cavaliere riceve poco prima dal parroco.Dopo, il capo corsa sceglie altri due cavalieri (pandelas) che a loro volta provvedono a formare le scorte (s’iscorta) che, a loro volta, con lance e gli stendardi cercano, lanciati in uno sfrenato inseguimento, di ostacolare a corsa degli altri contendenti.A ufficializzare la corsa sono presenti le massime autorità del paese: il sindaco, e il parroco che dopo aver accompagnato i cavalieri a “su frontigheddu” (l’altura dove sì da avvio alla gara), si portano al Santuario per assistere al palio.I cavalieri, in testa “sa candela madore”, protetto dagli altri “pandelas”, scendono lungo il pendio scosceso per imboccare l’arco di Costantino e quindi risalire lungo una difficile arrampicata che conduce alla chiesa, compiendo tutto intorno, alcuni giri, per poi raggiungere “sa muredda”, dove è fissata innalzata una croce come segno di devozione al Santo, ma soprattutto un gran significato storico.L’Ardia è, in effetti, una competizione che, nonostante la sua originalità, è particolarmente pericolosa per il grande polverone sollevato dagli zoccoli dei cavalli e dagli spari a salve scaricati dai fucilieri durante il percorso.La sagra sedilese, termina con la Santa Messa officiata dal parroco e con l’offertorio (vino e dolci locali a tutti i partecipanti sistemati all’interno delle “cumbessias” (piccole abitazioni ubicate nei pressi del sagrato).L’Ardia, come in tanti hanno affermato, è forse una delle più importanti manifestazioni di fede della Sardegna. “Per questo – scrive Remo Concas – ora ha spazio nei giornali e non solo, ma l’anima antica resta chiusa nel tempo passato; e per questo, forse, piace di più, per i suoi caratteri arcani che ne fanno un grande mistero di fede popolare”.

IL PROGRAMMA DELL’ ARDIA DI SEDILO 2019

VENERDI 6 LUGLIO
Ore 06.00 e successivamente ogni ora: SS. Messe nel Santuario
Ore 07:30 e 09.30: Santa Messa in parrocchia
Ore 11.00: Santa Messa solenne nel Santuario presieduta dal Vescovo di Ales-Terralba Mons. Roberto Carboni
Ore 16.00, 17.00 e 18.00: Santa Messa nel Santuario

Ore 18.30: Al Santuario di San Costantino: Ardia accompagnata dai fucilieri di Sedilo e dalla banda musicale di Ales

Ore 22.30: In piazza Regina Margherita in Sedilo concerto “Dj Prezioso con Valleskas e Marvin”

SABATO 7 LUGLIO

Ore 06.00 – 06.45 – 07.30: S. Messe nel Santuario
Ore 06.30 – 11.30: S. Messe in parrocchia

Ore 07.30: Al Santuario di San Costantino: Ardia accompagnata dai fucilieri di Sedilo e dalla banda musicale di Ales. Segue S. Messa nel Santuario

Ore 18.30: Vespri solenni e processione di San Costantino, con la presenza del Vescovo di Alghero-Bosa Mons. Mauro Maria Morfino.
Ore 22.30: In piazza Regina Margherita in Sedilo, “Enrico Ruggeri e Decibel” in concerto



121 ANNI FA NASCEVA
IL GRANDE TOTO'

RICORDIAMO IL GRANDE ARTISTA
NAPOLETANO,TRA LE SUE PASSIONI CI SONO ANCHE LE PERNACCHIE E LA BRILLANTINA


di Ennio Porceddu
(13-6-2019) A centoventun anni dalla sua nascita (15 febbraio 1898) il nostro giornale in questo numero di giugno 2019, vuole ricordare questo grande artista napoletano dalle mille facce: “l’uomo, la maschera, la musica e il linguaggio, tanto amato dal pubblico italiano e da registi come Federico Fellini.“Ad uno spiritello lunare, un angelo buffo - come soleva apostrofarlo il regista Fellini - che si è incarnato con la missione mai tradita di regalare buon umore, risate, festa, gaiezza e renderci tutti più allegri, soddisfatti e confortati”.Totò (
foto dal web/Social) aveva sognato per tutta la vita di poter fare un film con il regista ma non riuscì nel suo intento perchè a Fellini non erano mai venuto in mente di scrivergli qualcosa.” Tuttalpiù - diceva il grande regista - mi sarebbe piaciuto, piuttosto, dedicargli un piccolo saggio cinematografico, un ritratto in movimento”.Ma chi era davvero Totò, iscritto all’anagrafe col nome di Antonio de Curtis e che nella vita amava fregiarsi del titolo di principe?Totò parlava di Totò come di un essere, o di un’entità, indipendente da lui. Totò - diceva - non sono io, io non sono Totò. Una affermazione che spesso pronunciava ad amici, parenti, collaboratori e giornalisti con una punta di civetteria.“Ogni tanto - affermava - bisogna riprendere fiato e concedersi una pausa e un po' di tranquillità”. Il grande comico tra un lazzo e una capriola, un sogghigno e una piroetta, tornava ogni volta a cedere il passo al principe de Curtis. Un altro personaggio, molto serio, educato, colto, talvolta un po' triste, malinconico, affettuoso, amante della musica e della poesia. Quella persona affettuosa e un po' sentimentale amava scrivere canzoni che poi inseriva nei suoi spettacoli e nei film: spesso d’amore, impregnate a volte di una vena malinconica, a volte aperte a motivi ironici e scanzonati. Totò a getto continuo, con una vena inesauribile, scrisse copioni per sé e per i suoi attori: sketch, macchiette, duetti, canovacci per riviste. La sua creatività nasceva dall’osservazione quotidiana della vita; dai suoi ricordi di un’infanzia poverissima passata nel rione popoloso Sanità, dove era nato e dove aveva vissuto per tanti anni. Fiero del suo blasone giovanile, Totò, lo era altrettanto delle sue umili origini.Per il comico napoletano recitare era un fatto naturale, come mangiare, bere o fare l’amore.Sempre molto tollerante, non sopportava la mancanza di rispetto: questo lo irritava moltissimo.Tra le passioni, Totò, aveva quella per l’eleganza, per gli animali, per la poesia, per la brillantina, per le pernacchie, per la lingua italiana e per le donne. Al gentil sesso, il grande comico, dedicò la “miseria e nobiltà del suo mestiere, inseguendo il miraggio della seduzione come un vero conforto della sua vena malinconica”. Anche se era fermamente convinto che le donne fossero pericolose e rompiscatole perché “tendono a schiacciare l’uomo”. Della pernacchia, Totò, ripeteva a Carlo Croccolo, spalla del principe in diverse avventure cinematografiche e prestanome della voce in decine di films come doppiaggio per gli “esterni” quando Totò stava diventando cieco “più che uno sberleffo, è un suono musicale, una modulazione di frequenza”.Antonio de Curtis era molto generoso, stimava tantissimo la moglie del grande Fellini, Giulietta Masina e si vantava di aver intuito per primo il suo grande talento, quando avevano recitato insieme in “Sette giorni di guai”. Fu molto lusingato quando la giovane, appena diciassettenne, Delia Scala, lo giudicò un uomo seducente. Non fece mai la corte all’attrice. “Belle o brutte mi piaccion tutte”, ripeteva in omaggio della rivista omonima del 1942 scritta assieme agli autori Inglese e Tramonti, con alcuni brani classici ripresi dal teatro popolare napoletano.Per Ruggero Guarini, critico e curatore di una pubblicazione del grande comico, Totò, “era un piccolo principe innamorato, prima ancora delle molte donne che ispiravano gran parte dei suoi versi, ma era anche una scatola dei giochi, o meglio di un unico gioco: quello del quale si sa che i pezzi sono metafore e metri, immagini e suoni, sillabe e analogie”.Totò improvvisava sul set con battute che non esistevano nel copione che poi si rivelavano di grande effetto. Il suo era un metodo ormai collaudato in tanti anni di avanspettacolo. Una battuta, affinché avesse l’effetto insperato, poteva essere cambiata più di una volta. Un esempio della sua straordinaria abilità nell’interpretazione “a soggetto” è data dalla scenetta “L’Onorevole in vagone letto”, nel film “Totò a Colori”, quando Totò finge di starnutire e l’Onorevole, interpretato da Mario Castellani, cerca di aiutarlo: Totò si carica, si dimena, articola le sue espressioni esasperatamente ed ogni volta, quando sembra debba irrompere in un potente starnuto, all’improvviso si affloscia e pronuncia la fatidica “Ha abortito!”.Il segreto del suo successo Totò, lo doveva, altre che alla sua faccia e alla sua intelligenza, nell’affiatamento. Totò si circondava quasi sempre degli stessi attori, tra i quali si instaura una naturale sintonia. Spesso succedeva che qualche attore o attrice si dimenticava la battuta, allora era lo stesso Totò ad aiutarli consigliando loro: “Dite quello che vi passa per la testa, al resto penso io”.Tra i comici esisteva un’intesa perfetta che permetteva loro di ignorare il copione, improvvisando le battute. Si pensi, per esempio, a quello, celeberrimo, in cui il principe intratteneva a lungo, fino all’esasperazione, la sua spalla di turno con l’interminabile racconto delle ingiurie, minacce e percosse ricevute da uno sconosciuto che lo aveva affrontato inferocito, finché Totò esortato a spiegare il mistero della sua candida indifferenza esplode con la famosa battuta: “mica so’ Pasquale, io!” “Non si può essere sempre Totò, neanche quando si è Totò”. Totò sapeva essere Totò-Pinocchio in “Volimineide: una apparizione che fu una scossa, una percossa, uno strappo: lo strappo attraverso il quale si rivelò, forse per la prima volta, una delle figure più impressionanti di ciò che solo molti anni dopo avrebbe appreso che si chiamava il perturbante.Totò ha avuto a fianco artisti come Anna Campora, Silvana Campanini, Peppino de Filippo, Franca Marzi, Titina de Filippo, Sofia Loren, ecc., in films come Totò, Peppino e i fuorilegge, Miseria e Nobiltà, Totò cerca casa, San Giovanni decollato, Totò a colori, che conteneva la scena dell’onorevole nel treno letto, Guardia e ladri, tanto per citarne alcuni. Nel 1947, il grande Totò, riceve la Maschera d’argento cui fa seguito (quattro ani dopo) il Nastro d’argento per l’interpretazione nel film Guardi e ladri di Steno Monicelli.Dopo l’esperienza matrimoniale con Diana Bandini Rogliani del 1935 e la nascita della figlia Liliana, nel 1952 si innamora di Franca Faldini a cui resterà legato fino alla morte. Il 15 aprile del 1967 il grande Totò, osannato da molti e ignorato da registi come Fellini, si spegne per una grave crisi cardiaca.Federico Fellini, di Totò, osannandolo dopo la sua scomparsa ebbe a scrivere: “Ma è esistita davvero una creatura così che più passa il tempo e più diventa irreale, mito, leggenda, invenzione della fantasia?”.



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