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DI TUTTO UN PO' - I MIEI ARTICOLI - di Ennio Porceddu

ENNIO PORCEDDU RICORDA UN GRANDE SCRITTORE,GIORNALISTA E STUDIOSO SARDO
Nicola Valle
Negli anni '70 ha redatto il volume dell'artista "Filippo Figari" pubblicato dall'Editrice Sarda Fossataro. Molti i suoi scritti su Grazia Deledda e altri artisti sardi

di Ennio Porceddu
(4-9-2019/9-11-2018 / 2011) Musicologo, docente e giornalista era nato a Pirri- Cagliari il 14 novembre 1904. Dopo gli studi liceali e musicali, s'iscrive all'Università di Roma nella Facoltà di Lettere e Filosofia. Violinista e orchestrale nell'isola e in diverse città della penisola. Nel 1926 si laurea in Lettere e si dedica al giornalismo, collaborando per i quotidiani L'Unione Sarda, il Giornale d'Italia e per diversi periodici della Sardegna. Un anno dopo, inizia la sua carriera di docente di lettere. Sei Anni dopo gli è dato l'incarico d'insegnamento al Liceo Dettori di Cagliari. Impegno che riprende in seguito fino al 1974. Dal 1943 al 1946, per l'assenza di Renato Papò (chiamato alle armi), assume, per un certo periodo, la direzione alla Biblioteca universitaria cagliaritana, organizzando, tra le altre cose, il Gabinetto delle stampe.Dopo aver fatto parte di diversi incarichi in vari enti pubblici e associazioni, nel 1947 pubblica il saggio" L'idea autonomista in Sardegna".Nel 1944, assieme a Francesco Alziator, Nicola Valle(
foto dal web/Social) fonda l'associazione "Amici del Libro", che presiede per molti anni.
Nel 1946, fonda e dirige "Il Convegno" e presiede fino al 1988, per molti anni, il Comitato regionale della "Dante Alighieri".


Critico musicale e teatrale e d'arte, Nicola Valle si è cimentato anche come compositore di musica e canzoni, partecipando a diverse manifestazioni, tra cui il "Primo Festival dei Bambini La Palma d'Oro 1975" di Cagliari, con il brano "Caro Papà", su testo di Melis. Brano interpretato dalla canterina Marisella Oppo e inciso dalla Hardy Records su un LP 33 giri contenente tutte le canzonette del festival. In seguito, Nicola Valle raccoglie, in diversi volumi: "Mattino sugli asfodeli" (1932), "Nuovi saggi (letteratura musica arte attualità)" (1990), i suoi scritti e gli interventi su Grazia Deledda, Filippo Figari e altri.
Ha inoltre, redatto, agli inizi degli anni '70, il Volume "Filippo Figari", pubblicato dall'Editrice Sarda Fossataro di Cagliari. Esperto e collezionista d'incisioni dell'otto-novecento, raccolti in tanti anni, sono stati devoluti dagli eredi nel 1997, all'amministrazione comunale di Cagliari.Nicola Valle scompare il 27 ottobre 1993.


GRANDI FESTEGGIAMENTI A
LACONI PER SANT'IGNAZIO

L'appuntamento piu' importante del Sarcidano di fine agosto
LA STORIA E LA LEGGENDA DEL CAPPUCCINO PIU' AMATO

di Ennio e Elisabetta Porceddu
(28-8-2019) Grandi festeggiamenti a Laconi nel piccolo borgo del Sarcidano che conta in questo periodo circa 2500 abitanti, sito in una zona ricca di acque, luogo di villeggiatura estiva e che ha dato i natali al cappuccino più amato da tutti i sardi. Il Santo fraticello richiama migliaia di fedeli in una cornice di grande interesse di devozione religiosa e turistico.Il paese è molto amato da essere definito "la perla del Sarcidano". Nell'ottocento Vittorio Angius, nel Dizionario geografico del Casalis, annottava: "Il paese giace sotto il fianco poco meno che verticale del Sarcidano, disteso in lungo, disposto in vari gradi con poca larghezza... e si presenta in una bella scena con i suoi principali edifizi, la chiesa, la casa baronale, alcune altre men superbe abitazioni e gli avanzi dell'antico castello feudale. La suddetta sponda con le sue rupi rossastre e foracchiate forma uno sfondo veramente romantico".I festeggiamenti per Sant'Ignazio hanno inizio il giorno 29 e si protraggono fino al 31 agosto.

La storia in breve di Ignazio Pes Francesco Ignazio Vincenzo Pes (questo il nome anagrafico del santo) era nato il 18 dicembre 1701 da una famiglia poverissima in una delle poche casette che, assieme ad alcune capanne, si trovavano intorno al Castello medievale di proprietà dei marchesi Aymerich, in una Sardegna ricca di leggende e di storie spesso circondate da superstizioni che accendevano la fantasia dei poveri abitanti. In una Laconi lontana dai centri storici e culturali dell'Isola.A quei tempi, i "letterati" a mala pena sapevano leggere o firmare. Un privilegio, la cultura, che era riservata solo ai proprietari del castello e ai parroci.In quest'ambiente, ha vissuto la sua prima giovinezza Francesco Ignazio Vincenzo Pes. In una casa che di comodo aveva ben poco, edificata con le pietre, la soffitta in canne sostenute da travi di legno con il pavimento in sola terra battuta.

Secondo di nove figli, Ignazio fu cresimato all'età di sette anni dall'arcivescovo di Oristano mons. Francesco Masones y Nin.Da quel momento, il piccolo Ignazio iniziò a collaborare con la parrocchia del paese, ma doveva anche lavorare per aiutare la famiglia, per cui si alzava di buon mattino e si recava in parrocchia per sbrigare piccoli lavori che gli avrebbero fatto guadagnare qualche soldo. Ed è forse in quel periodo che, al piccolo Ignazio, sopraggiunse la vocazione.I biografi raccontano che spesse volte il ragazzo fu sorpreso dal parroco a pregare nell'attesa che si aprisse il portale della chiesa.A vent'anni, in una giornata d'autunno, Ignazio, accompagnato dal genitore, lasciò il suo paese per andare a Cagliari.Le mura di Castello, il bastione e le torri, che si ergevano maestose, per lui furono uno spettacolo immenso, straordinario. In quel periodo, la Sardegna, subiva una svolta politica con l'inizio del regno di Sardegna, mentre Casteddu (Cagliari), continuava a essere sotto il dominio degli spagnoli.Il giovane Vincenzo Ignazio, assieme al genitore, si presentò al provinciale dell'ordine dei Cappuccino, ma non fu ammesso per il suo minuto stato fisico malaticcio. Ci volle l'intervento del marchese Aymerich, per convincere il frate provinciale ad ammetterlo fra i novizi.Da quel momento Cagliari ebbe un nuovo fraticello che, pian piano, si fece conoscere e amare da tutta la popolazione. "Fra Ignazio", da buon questuante, si recava di casa in casa per prendere qualcosa o per dare. "Deus ti du paghiri" amava dire nel ringraziare chi gli donava qualcosa che, poi, solitamente, regalava ad altre famiglie povere.Fra Ignazio portava sollievo a tutti i poveri e agli ammalati. La sua povera esistenza di frate questuante era fatta di carità e di preghiera.Fra Ignazio, morì all'età di ottanta anni. Ci sono voluti 170 anni (1995), perché il processo di beatificazione ottenga la sua conclusione.
Il paese natale di Laconi, dal 29 agosto e per diversi giorni, fino al martedì 31, festeggia questo Santo fraticello, richiamando migliaia di pellegrini provenienti da tutta L'Isola: un miracolo che Sant'Ignazio compie regolarmente ogni anno.(
foto dal web/Social)



Dal Libro "Compagni Di Viaggio" di Ennio Porceddu
Vinse la prima edizione del concorso regionale "Voci Nuove" Coppa S. Eusebio 1962 organizzato dal Club Artistico Musicale di Cagliari con "Ti scrivo e piango"

ANGELO FAGIOLI
UN CANTANTE DALLA VOCE ARMONIOSA
Un suo personale successo nelle piazze sarde "Uniti per sempre" un twist inciso su nastro MC con l'orchestra "I Magnifici nella sede del C.A.M. di Cagliari


di Ennio Porceddu
(19-8-2019/20-8-2014) Nato a Cagliari nel 1937, dotato di una voce straordinaria e armoniosa da essere paragonata ai vari mostri della canzone italiana di allora: Emilio Pericoli, Giorgio Consolini, Johnny Dorelli, ecc., fin da giovanissimo Angelo Fagioli, che in seguito assume il nome d'arte di Angelo Lovers, ha sempre avuto una spiccata tendenza per la musica e per il canto. Appena sedicenne già calcava i palcoscenici sardi, riscuotendo ottimi consenti dal pubblico e dalla critica.Per diversi anni aveva fatto parte di complessi isolani molto in voga nel sessanta: Jolly, Arcobaleno (gruppo musicale, dove c'era il cantante Fausto Vacca, nativo di Villamar ma residente a Iglesias, autore tra l'altro della canzone "Soli nella notte" radiotrasmessa a Radio Cagliari), The Fires, l'orchestra diretta da Rino Biggio,carlofortino, che aveva fatto della musica il suo unico scopo di vita e, aveva preso la residenza a Cagliari nel rione Stampace, in Via Azuni, di fronte alla chiesa S. Anna. Nel momento in cui il maestro Biggio, lasciò la vita terrena, numerosi musicisti e cantanti isolani, ai quali aveva insegnato tantissimo, lo piansero. Chi scrive aveva conosciuto il maestro, proprio grazie a Angelo Fagioli. La sua casa era immersa da strumenti musicali e spartitiAngelo Fagioli poteva considerarsi un cantante completo. Il suo repertorio era vasto e vario: lui, di norma nel suo repertorio includeva melodie degli anni '20 - '30, con arrangiamenti moderni. Ricordiamo: "Ti scrivo e piango", "Torna piccina mia", e tante altre.

Nel 1965 doveva, tra l'altro, partecipare ala 1^ edizione del Festival "Sardegna Canora", che si stava tentando di mettere in cantiere, grazie anche ai suggerimenti di Simenone Porcedda, uno degli organizzatori delle prime edizioni, aveva dato la sua adesione (attraverso il padre, un funzionare delle Belle Arti di Verona) il cantante veronese Dino (al secolo Dino Zambelli), che nel 1964 aveva portato al successo "Te lo leggo negli occhi". Dino era nel momento più fulgido della sua carriera e aveva espresso il desiderio di venire in Sardegna che non conosceva ancora. Al festival avevano dato la loro adesione, Tra l'altro: Paola Aguecci, Anna Gioia e Gim Nat (della scuderia Gilbert Records di Napoli); Anna Maria Clave (della Colossal Record di Taurianova, oggi importante industria discografica australiana); Loredana Faby di Torino; Antonio Giorri, ecc. Alla fine però, la manifestazione, per diversi motivi legati all'invidia di certi "musicisti"(?) noti solo a livello locale, quelli "ci siamo solo noi", non si realizzò. Ma questa è un'altra storia che forse ho già raccontato in qualche altro mio articolo.Angelo con la sua possente voce poteva interpretare qualsiasi canzone, dalla melodica a quell'urlata e, ogni esibizione, era un successo.A cavallo tra il 1960 e il 1966, si era esibito a fianco dei più noti artisti nazionali: Gianni Meccia, Julia De Palma, Jimmy Fontana, Stella Dizzy, ecc. Ha partecipato a tantissimi concorsi canori regionali e nazionali. Al concorso ENAL del 1961 si classificò al primo posto, sbaragliando una marea di concorrenti. All'Ottobrata Iglesiente del 1962 ottenne un ottimo piazzamento.Nel 1963 entrò in contatto con chi scrive che in quel periodo organizzava, tra l'altro il primo concorso regionale per voci nuove "Coppa S. Eusebio" a Cagliari. Partecipò alla manifestazione e, con la sua grinta e la sua stupenda voce, sbaragliò tutti e vinse il primo premio. Ad accompagnare il giovane artista c'erano "I Magnifici", un gruppo di musicisti molto preparati che prepotentemente si stava affermando in Sardegna.In seguito, collaborò attivamente al Club Artistico Musicale, diretto da chi scrive, con l'intento di valorizzare giovani artisti sardi.E' in quel periodo che chi scrive ha composto il brano "Uniti per sempre" un twist molto brioso dedicato alla mia futura moglie che, con l'accompagnato del gruppo "I Magnifici", ottenne un discreto successo in tutte le piazze isolane.Nel 1964, chi scrive, presentò il giovane artista al discografico Gilbert Paraschiva, titolare e direttore artistico della Gilbert Records di Napoli. Ne nacque un provino cui doveva seguire un'incisione discografica, ma per motivi legati al lavoro, non se ne fece nulla.Intanto, per alcuni anni, Angelo Fagioli continuò a esibirsi con il gruppo cagliaritano "I Dritti" diretto da Albino Puddu, dove tra l'altro c'era Giuseppe Brucchietti e, come cantante. oltre a Angelo, Paola Aguecci, prima classificata al concorso Voci Nuove regionale "Coppa S. Eusebio" di Cagliari 1963. Nel momento in cui tale formazione si sciolse, seguì Albino Puddu, che nel 1966 aveva appena fondato il gruppo musicale "Ombre" con all'organico Antonio Stara all'organo, Alberto Perisi al basso, Ele Casula alla tromba, Giorgio Zuddas alla voce. Poi, all'improvviso, Angelo trasferì la sua residenza a Nichelino, un paese in provincia di Torino. Per un po' di tempo s'instaurò una corrispondenza, poi, alla fine, si persero definitivamente le tracce. Inutili i tentativi di rintracciarlo, anche per telefono.Del cantante esiste una registrazione della canzone "Uniti per sempre", eseguita nel 1963 durante un concerto in occasione della festa patronale di S. Avendrace.

Tracce Discografiche
Angelo Fagioli
Uniti per sempre (E. Porceddu)

(nastro MC - archivio E. Porceddu, 1963). Oggi si può ascoltare il brano su Youtube, basta andare su Google, cliccare Ennio Porceddu e scegliere il video.

Nei giorni 6 e 7 luglio a Sedilo si svolge quella che
secondo alcuni storici era la più importante sagra della Sardegna

L’ARDIA DI SEDILO O
LA SAGRA DI SANTU ANTINE

di Ennio Porceddu
(1-7-2019) Tutto è pronto, nella cittadina di Sedilo, per ospitare la bella manifestazione che vede gareggiare i più intrepidi cavalieri dell’isola in una corsa sfrenata in onore di S. Costantino I con l’intento di sciogliere un voto.Secondo gli storici, l’Ardia di Sedilo(
foto dal web/Social), era la più grande festa della Sardegna. Per i giornali dell’ottocento, era un avvenimento poco interessante, tanto da non occupare spazi. Il nome di Sedilo, ricorda Arcangelo Marras nel 1895 su “L’Unione Sarda”, compare in un articolo per parlare del bandito Giovanni Maria Pinna. Poi, se ne parlato per richiamare gli amministratori locali alla costruzione della strada Ottana – Sedilo, per evitare alla popolazione dei due centri percorsi difficoltosi. Poi, si è parlato di Sedilo il 15 settembre.1911, in occasione della visita di Vittorio Emanuele III a Sassari. Un cenno all’Ardia, sempre nel quotidiano sardo lo troviamo il 19 luglio 1922, a Sedilo, festa nazionale per la cacciata dei mori. Uno scritto chiaramente polemico. “Era l’intesa tra sardisti e fascisti – scrive Remo Concas nel 1982 – mancava poco alla marcia su Roma, e il direttore, Francesco Caput, era dell’avviso che i sardisti non potessero intenderci in alcun modo con i fascisti”.L’articolo ha un duplice valore, finalmente si parla chiaramente della sagra di San Costantino, definita la miglior festa dell’isola.Il cronista, che non firma il “pezzo” scrive: “Nei giorni 6 e 7 luglio, Sedilo si trasfigura in una popolosa e rumorosa cittadina. Oltre 15/20 mila persone arrivati da ogni parte dell’isola, si recano ad assistere, con gran devozione, con l’intento di sciogliere un voto, davanti al simulacro dell’imperatore Costantino I (Flavio Costanzo).“Sono un migliaio i cavalli che montati da arditi cavalieri intraprendono la difficile corsa intorno alla chiesa compiendo sette giri per poi, di corsa scendere giù a precipizio nella vallata e compiervi altri sette giri ed evoluzioni intorno ad un recinto detto “Muredda”.“La maggior parte dei cavalieri portano ricchi stendardi e bandiere di broccato e i due capitani che dirigono l’Ardia hanno uno la bandiera gialla con lo stemma del Santo, l’altro di seta rossa con lo stemma dei quattro mori .San Costantino, non esiste come santo per la Chiesa Latina, mentre è riconosciuto da tutte le Chiese Orientali.Si ritiene che in secoli molto lontani ci siano stati dei legami tra la Sardegna e l’Oriente, proprio con riferimento al culto di San Costantino.Nel calendario della Chiesa Greca, il 21 maggio, si onora la memoria di Costantino, assieme agli apostoli e a Sant’Elena.
Costantino (muore il 22 maggio 337), è ricordato anche dagli Armeni, unitamente a San Silvestro papa e ai 318 Padri del Concilio Niceno, mentre il calendario copto, il 12 agosto ricorda solennemente la vittoria riportata da Costantino il 312 contro Massenzio.Secondo la tradizione cristiana, prima della battaglia, egli si era convertito al cristianesimo, dopo una visione in cui gli era apparsa una croce di luce, sovrapposta al sole con la scritta “In hoc signo vinces”, aveva fatto disegnare come insegna, sugli scudi dei suoi soldati, il monogramma del Signor Gesù Cristo.Il grande Costantino attribuì la sua vittoria al volere del Dio cristiano.
Dopo quest’avvenimento, l’imperatore s’incontrò con Licinio a Milano (suo cognato per avergli concesso in sposa a sorellastra Costanza), si accordò con lui per un programma religioso-politico, che si tradusse nell’Editto di Milano, con il quale era assicurata la libertà di culto per tutti. Inoltre, erano restituiti a tutti i cristiani, i beni confiscati.Non pago di ciò, Costantino fece delle donazioni e concesse dei privilegi alla chiesa.Morì dopo aver ricevuto il battesimo dal vescovo Eusebio di Cesarea. Fu sepolto a Costantinopoli nel mausoleo che si era fatto edificare, adiacente alla chiesa degli Apostoli.La spettacolare sagra di “Santu Antine” (San Costantino) è sicuramente d’origine bizantina. Secondo la leggenda popolare, attribuito all’intervento miracoloso dell’Imperatore romano che, manifestandosi in sogno a un sardo prigioniero dei mori, gli promise la libertà, ma in cambio doveva costruire una chiesa nell’agro del paese, in regione Mordai.Da numerose iscrizioni tombali rinvenute è probabile pensare che i bizantini abbiano posto nella zona una numerosa guarnigione militare a vigilare i varchi del fiume Tirso.Pare, in ogni modo, che secoli prima ci fu un certo insediamento romano.La festa di Santu Antine, anticamente doveva essere un rito tribale, solo più tardi, con l’avvento del cristianesimo, si trasformò, in sagra religiosa.C’è da credere che la chiesetta innalzata dal prigioniero sardo, sia sorta nei pressi del paese, perché è stata rilevata di un’antica pavimentazione.L’Ardia, un po’ degenerata negli anni settanta, per episodi poco edificanti e di civiltà, è stata rivalutata come la festa grande della Sardegna.La corsa sfrenata e la partecipazione dei cavalieri, rappresenta la guardia del corpo dell’Imperatore, disposti a tutto per difendere la sua incolumità. Per i cavalieri è anche un’occasione per dimostrare la propria bravura e per entrare di diritto nell’albo della “balentia”: un riconoscimento molto sentito dai sardi.

Sa Pandela MADZORE (LO stendardo maggiore)

Nell’Ardia, lo stendardo maggiore è portato dal capo corsa (sa Pandera madore), trofeo che il cavaliere riceve poco prima dal parroco.Dopo, il capo corsa sceglie altri due cavalieri (pandelas) che a loro volta provvedono a formare le scorte (s’iscorta) che, a loro volta, con lance e gli stendardi cercano, lanciati in uno sfrenato inseguimento, di ostacolare a corsa degli altri contendenti.A ufficializzare la corsa sono presenti le massime autorità del paese: il sindaco, e il parroco che dopo aver accompagnato i cavalieri a “su frontigheddu” (l’altura dove sì da avvio alla gara), si portano al Santuario per assistere al palio.I cavalieri, in testa “sa candela madore”, protetto dagli altri “pandelas”, scendono lungo il pendio scosceso per imboccare l’arco di Costantino e quindi risalire lungo una difficile arrampicata che conduce alla chiesa, compiendo tutto intorno, alcuni giri, per poi raggiungere “sa muredda”, dove è fissata innalzata una croce come segno di devozione al Santo, ma soprattutto un gran significato storico.L’Ardia è, in effetti, una competizione che, nonostante la sua originalità, è particolarmente pericolosa per il grande polverone sollevato dagli zoccoli dei cavalli e dagli spari a salve scaricati dai fucilieri durante il percorso.La sagra sedilese, termina con la Santa Messa officiata dal parroco e con l’offertorio (vino e dolci locali a tutti i partecipanti sistemati all’interno delle “cumbessias” (piccole abitazioni ubicate nei pressi del sagrato).L’Ardia, come in tanti hanno affermato, è forse una delle più importanti manifestazioni di fede della Sardegna. “Per questo – scrive Remo Concas – ora ha spazio nei giornali e non solo, ma l’anima antica resta chiusa nel tempo passato; e per questo, forse, piace di più, per i suoi caratteri arcani che ne fanno un grande mistero di fede popolare”.

IL PROGRAMMA DELL’ ARDIA DI SEDILO 2019

VENERDI 6 LUGLIO
Ore 06.00 e successivamente ogni ora: SS. Messe nel Santuario
Ore 07:30 e 09.30: Santa Messa in parrocchia
Ore 11.00: Santa Messa solenne nel Santuario presieduta dal Vescovo di Ales-Terralba Mons. Roberto Carboni
Ore 16.00, 17.00 e 18.00: Santa Messa nel Santuario

Ore 18.30: Al Santuario di San Costantino: Ardia accompagnata dai fucilieri di Sedilo e dalla banda musicale di Ales

Ore 22.30: In piazza Regina Margherita in Sedilo concerto “Dj Prezioso con Valleskas e Marvin”

SABATO 7 LUGLIO

Ore 06.00 – 06.45 – 07.30: S. Messe nel Santuario
Ore 06.30 – 11.30: S. Messe in parrocchia

Ore 07.30: Al Santuario di San Costantino: Ardia accompagnata dai fucilieri di Sedilo e dalla banda musicale di Ales. Segue S. Messa nel Santuario

Ore 18.30: Vespri solenni e processione di San Costantino, con la presenza del Vescovo di Alghero-Bosa Mons. Mauro Maria Morfino.
Ore 22.30: In piazza Regina Margherita in Sedilo, “Enrico Ruggeri e Decibel” in concerto



121 ANNI FA NASCEVA
IL GRANDE TOTO'

RICORDIAMO IL GRANDE ARTISTA
NAPOLETANO,TRA LE SUE PASSIONI CI SONO ANCHE LE PERNACCHIE E LA BRILLANTINA


di Ennio Porceddu
(13-6-2019) A centoventun anni dalla sua nascita (15 febbraio 1898) il nostro giornale in questo numero di giugno 2019, vuole ricordare questo grande artista napoletano dalle mille facce: “l’uomo, la maschera, la musica e il linguaggio, tanto amato dal pubblico italiano e da registi come Federico Fellini.“Ad uno spiritello lunare, un angelo buffo - come soleva apostrofarlo il regista Fellini - che si è incarnato con la missione mai tradita di regalare buon umore, risate, festa, gaiezza e renderci tutti più allegri, soddisfatti e confortati”.Totò (
foto dal web/Social) aveva sognato per tutta la vita di poter fare un film con il regista ma non riuscì nel suo intento perchè a Fellini non erano mai venuto in mente di scrivergli qualcosa.” Tuttalpiù - diceva il grande regista - mi sarebbe piaciuto, piuttosto, dedicargli un piccolo saggio cinematografico, un ritratto in movimento”.Ma chi era davvero Totò, iscritto all’anagrafe col nome di Antonio de Curtis e che nella vita amava fregiarsi del titolo di principe?Totò parlava di Totò come di un essere, o di un’entità, indipendente da lui. Totò - diceva - non sono io, io non sono Totò. Una affermazione che spesso pronunciava ad amici, parenti, collaboratori e giornalisti con una punta di civetteria.“Ogni tanto - affermava - bisogna riprendere fiato e concedersi una pausa e un po' di tranquillità”. Il grande comico tra un lazzo e una capriola, un sogghigno e una piroetta, tornava ogni volta a cedere il passo al principe de Curtis. Un altro personaggio, molto serio, educato, colto, talvolta un po' triste, malinconico, affettuoso, amante della musica e della poesia. Quella persona affettuosa e un po' sentimentale amava scrivere canzoni che poi inseriva nei suoi spettacoli e nei film: spesso d’amore, impregnate a volte di una vena malinconica, a volte aperte a motivi ironici e scanzonati. Totò a getto continuo, con una vena inesauribile, scrisse copioni per sé e per i suoi attori: sketch, macchiette, duetti, canovacci per riviste. La sua creatività nasceva dall’osservazione quotidiana della vita; dai suoi ricordi di un’infanzia poverissima passata nel rione popoloso Sanità, dove era nato e dove aveva vissuto per tanti anni. Fiero del suo blasone giovanile, Totò, lo era altrettanto delle sue umili origini.Per il comico napoletano recitare era un fatto naturale, come mangiare, bere o fare l’amore.Sempre molto tollerante, non sopportava la mancanza di rispetto: questo lo irritava moltissimo.Tra le passioni, Totò, aveva quella per l’eleganza, per gli animali, per la poesia, per la brillantina, per le pernacchie, per la lingua italiana e per le donne. Al gentil sesso, il grande comico, dedicò la “miseria e nobiltà del suo mestiere, inseguendo il miraggio della seduzione come un vero conforto della sua vena malinconica”. Anche se era fermamente convinto che le donne fossero pericolose e rompiscatole perché “tendono a schiacciare l’uomo”. Della pernacchia, Totò, ripeteva a Carlo Croccolo, spalla del principe in diverse avventure cinematografiche e prestanome della voce in decine di films come doppiaggio per gli “esterni” quando Totò stava diventando cieco “più che uno sberleffo, è un suono musicale, una modulazione di frequenza”.Antonio de Curtis era molto generoso, stimava tantissimo la moglie del grande Fellini, Giulietta Masina e si vantava di aver intuito per primo il suo grande talento, quando avevano recitato insieme in “Sette giorni di guai”. Fu molto lusingato quando la giovane, appena diciassettenne, Delia Scala, lo giudicò un uomo seducente. Non fece mai la corte all’attrice. “Belle o brutte mi piaccion tutte”, ripeteva in omaggio della rivista omonima del 1942 scritta assieme agli autori Inglese e Tramonti, con alcuni brani classici ripresi dal teatro popolare napoletano.Per Ruggero Guarini, critico e curatore di una pubblicazione del grande comico, Totò, “era un piccolo principe innamorato, prima ancora delle molte donne che ispiravano gran parte dei suoi versi, ma era anche una scatola dei giochi, o meglio di un unico gioco: quello del quale si sa che i pezzi sono metafore e metri, immagini e suoni, sillabe e analogie”.Totò improvvisava sul set con battute che non esistevano nel copione che poi si rivelavano di grande effetto. Il suo era un metodo ormai collaudato in tanti anni di avanspettacolo. Una battuta, affinché avesse l’effetto insperato, poteva essere cambiata più di una volta. Un esempio della sua straordinaria abilità nell’interpretazione “a soggetto” è data dalla scenetta “L’Onorevole in vagone letto”, nel film “Totò a Colori”, quando Totò finge di starnutire e l’Onorevole, interpretato da Mario Castellani, cerca di aiutarlo: Totò si carica, si dimena, articola le sue espressioni esasperatamente ed ogni volta, quando sembra debba irrompere in un potente starnuto, all’improvviso si affloscia e pronuncia la fatidica “Ha abortito!”.Il segreto del suo successo Totò, lo doveva, altre che alla sua faccia e alla sua intelligenza, nell’affiatamento. Totò si circondava quasi sempre degli stessi attori, tra i quali si instaura una naturale sintonia. Spesso succedeva che qualche attore o attrice si dimenticava la battuta, allora era lo stesso Totò ad aiutarli consigliando loro: “Dite quello che vi passa per la testa, al resto penso io”.Tra i comici esisteva un’intesa perfetta che permetteva loro di ignorare il copione, improvvisando le battute. Si pensi, per esempio, a quello, celeberrimo, in cui il principe intratteneva a lungo, fino all’esasperazione, la sua spalla di turno con l’interminabile racconto delle ingiurie, minacce e percosse ricevute da uno sconosciuto che lo aveva affrontato inferocito, finché Totò esortato a spiegare il mistero della sua candida indifferenza esplode con la famosa battuta: “mica so’ Pasquale, io!” “Non si può essere sempre Totò, neanche quando si è Totò”. Totò sapeva essere Totò-Pinocchio in “Volimineide: una apparizione che fu una scossa, una percossa, uno strappo: lo strappo attraverso il quale si rivelò, forse per la prima volta, una delle figure più impressionanti di ciò che solo molti anni dopo avrebbe appreso che si chiamava il perturbante.Totò ha avuto a fianco artisti come Anna Campora, Silvana Campanini, Peppino de Filippo, Franca Marzi, Titina de Filippo, Sofia Loren, ecc., in films come Totò, Peppino e i fuorilegge, Miseria e Nobiltà, Totò cerca casa, San Giovanni decollato, Totò a colori, che conteneva la scena dell’onorevole nel treno letto, Guardia e ladri, tanto per citarne alcuni. Nel 1947, il grande Totò, riceve la Maschera d’argento cui fa seguito (quattro ani dopo) il Nastro d’argento per l’interpretazione nel film Guardi e ladri di Steno Monicelli.Dopo l’esperienza matrimoniale con Diana Bandini Rogliani del 1935 e la nascita della figlia Liliana, nel 1952 si innamora di Franca Faldini a cui resterà legato fino alla morte. Il 15 aprile del 1967 il grande Totò, osannato da molti e ignorato da registi come Fellini, si spegne per una grave crisi cardiaca.Federico Fellini, di Totò, osannandolo dopo la sua scomparsa ebbe a scrivere: “Ma è esistita davvero una creatura così che più passa il tempo e più diventa irreale, mito, leggenda, invenzione della fantasia?”.


LA SARDEGNA DEL XVIII SECOLO: UNA TERRA PROMESSA PER SCRITTORI, POETI E STORIOGRAFI
Un periodo grigio per le arti (fatta eccezione per Giovanni Marghinotti e Gaetano Cima). In evidenza Domenico Alberto Azuni e Francesco Ignazio Mannu, autore del famoso “Innu de su patriottu sardu contra sos feudatariuos”

di Ennio Porceddu
(25-5-2019) La Sardegna del 1800 non esprimeva alcuna manifestazione d’arte di un certo rilievo. Come se i sardi fossero negati ad ogni forma di risveglio artistico-culturale. Un vuoto lo si trova anche nella musica. Quindi è evidente che la nostra isola risentiva ancora di quell’ambiente depresso e arretrato dei secoli precedenti. Fra i giovani mancava quello sprone necessario per risvegliarne le attitudini alle arti libere. L’unico interesse era rivolto alle arti minori, come la oreficeria d’ornamento (i costumi sardi erano carichi d’oro lavorato con pregevole e delicata raffinatezza), la lavorazione della filigrana, dell’intaglio delle cassapanche, che mostravano qualche originalità, e dei mobili che ancora possiamo ammirarne la fattura in qualche negozio di antiquariato.In quel senso di tanto anonimato, solo due artisti meritano di essere ricordati: l’architetto Gaetano Cima(
foto di Augusto Maccioni Ospedale San Giovanni di Dio a Cagliari, è considerato l'opera più importante del Cima), vissuto dal 1805 al 1878 e il pittore Giovanni Marghinotti, nato nel 1798 e morto nel 1865.Giovanni Marghinotti ha cercato di spaziare con la sua discontinua e vasta produzione ricca di impegno e di originalità, cimentandosi in grandi tele commemorative, come quelle su Carlo Alberto. Molte sue opere le possiamo ammirare nelle pinacoteche e nelle chiese dell’isola. Molti suoi lavori sono incentrati sulla religione. Dello stesso Marghinotti, non mancano un gran numero di ritratti di pregevole composizione e dei piccoli bozzetti molto armoniosi.Dell’architetto Gaetano Cima, ritroviamo invece delle opere di notevole interesse artistico che ne rivelano un particolare gusto neoclassico. Tra queste possiamo menzionare la parrocchia di Guasila realizzata nel 1839, la chiesa di San Francesco di Oristano del 1841, che ne ripete gli elementi nella facciata e l’Ospedale Civile di Cagliari costruito un anno dopo (1842), la villa dei marchesi Aymerich realizzata nel 1846, all’interno del parco di Laconi (monumento maturale con numerose e bellissime piante e fiori esotici). Ma il grande vuoto riscontrato nelle arti, fu riempito dalla letteratura, che in quel periodo fu abbastanza florida, anche se non emersero dei grandi capolavori,Varie furono le forme e le discipline che caratterizzarono l’ottocento, dalla storia della filosofia al romanzo, dalla novella alla poesia, a diritto alla politica.Molti di questi scrittori, pur risiedendo nel continente, furono invogliati dal desiderio di scrivere sulla Sardegna, non furono invogliati dal desiderio di scrivere sulla Sardegna, non solo per gli stessi sardi ma per la, allora, nascente Italia. Molti di questi autori hanno cercato di fare, nei lori scritti, una accurata indagine storica, rivolta soprattutto a infondere nei sardi un anelito all’autonomia, non più soffocata dall’eccessivo accentramento statale del Piemonte, ma sulla scia del regno d’Italia.Tra il settecento e l’ottocento, si distinsero Domenico Alberto Azuni e Francesco Ignazio Mannu. L’Azuni fu emerito cultore in Francia e scrisse “Essai sur l’histoire de la Sardegna” e “ Histoire gèographique. Politique, et naturelle de la Sardegna”, mentre il Mann, di professione magistrato, molto note sono alcune poesie che lo resero famoso. Una di queste, fu il canto dei moti angioini: “L’innu de su patriottu sardu contra sos feudatarius”. Questa era la prima strofa di un canto patriottico che era chiaramente rivolto ai sardi perché prendessero coscienza per rivoltarsi allo sfruttamento dei feudatari e dei Piemontesi.Altri furono: Giuseppe Manno (1786 – 1868) con la storia di Sardegna dalle origini fino all’ultimo decennio del settecento: una storia della Sardegna elaborata in un momento in cui era abbastanza difficile raccogliere notizie remote. Il suo fu uno sfogo un po pomposo, assertore dell’assolutismo e tenace conservatore nonché autore di una storia moderna dell’isola che risultò un vero e proprio processo ai moti antifeudali e agli Angioi; Francesco Sulis (1797 – 1892), storico, letterato e giurista, professore di diritto a Sassari, Pavia e Roma. Inoltre, deputato al Parlamento e convinto liberale. La sua opera più nota rimane: Dei moti liberali dell’isola di Sardegna dal 1793 al 1821, dove si nota, senza spunti polemici, un’esposizione contraria a quella del Manno sugli avvenimenti di fine secolo; Vittorio Angius (1797 – 1862) che occupa un posto ragguardevole per la sua conoscenza profonda dell’isola, interessandosi di geografia, archeologia, storia, filosofia, teatro e poesia; mentre dobbiamo a Pasquale Tola (1800 – 1874) il “Codex Diplomaticum Sardiniae”, un’opera di vasta mole, dove delineò meticolosamente la storia della Sardegna sotto l’aspetto cronologico. Suo fu anche il “Dizionario degli Uomini Illustri della Sardegna” È bene precisare che in Pasquale Tola si evidenziano (a distanza di un secolo e mezzo) delle lacune e una impreparazione sul periodo giudicale e nelle trascrizioni di documenti logudoresi. Altri storici, nel decennio che seguì, furono quelli che diedero (almeno ci provarono) un contributo all’isola. Parliamo di Pietro Martini, Giovanni Spano e Giovanni Siotto Pintor. Un contributo storico – letterario notevole, indispensabile per capire a fondo la storia e la letteratura della nostra terra.Sempre del 1800, non dobbiamo dimenticare il giornalista Giovanni Battista Tuveri, che fu Deputato e illustre pensatore, vissuto quasi tutta la vita a Forru, suo paese natio (fu lui che fece mutare il nome Forru i Collinas), e che ha lascia to innumerevoli scritti interessanti. Di estrema importanza è anche il Voyage en Sardaigne” di Alberto Ferrero Della Marmora, approdato nell’isola del 1819 per sfuggire alle schermaglie politiche in Piemonte, Questo suo lavoro servì ad aprire la strada ad ogni altra scoperta e a valorizzare sempre di più la terra sarda.Una letteratura, insomma, a differenza del vuoto lasciato dalla musica e dalle poche opere d’arte, che nel XVIII secolo in poi ebbe una interessante crescita, da essere ancora oggi considerata valida e necessaria per capire meglio la storia e i vari aspetti storico - culturali e politici della Sardegna.


IL 1°MAGGIO 1794 IL SANTO NON PARTI',
LA SAGRA FU RINVIATA AL 1° GIUGNO

CAGLIARI E LA SARDEGNA SI PREPARANO
A FESTEGGIARE LA 363.ESIMA EDIZIONE DELLA GRANDE FESTA DI S.EFISIO


di Ennio Porceddu
(28-4-2019) La città di Cagliari si prepara a festeggiare la 363 edizione del santo più amato della Sardegna(le
foto sono di Gianfranco Speranza). La popolazione onora questo santo martire da oltre trecento cinquant'anni . La città di Cagliari, per l'occasione, si riempie di fedeli e turisti che arrivano da tutte le parte del mondo per assistere alla più lunga è importante processione religiosa e folcloristica dell'isola.Il primo maggio Cagliari si veste a festa e assiste composita al passaggio del suo benefattore dalla chiesetta di Stampace, a lui dedicata, fino al Municipio in via Roma per poi proseguire fino alla chiesetta di Nora dove avvenne il suo martirio. Efisio,La Cagliari del '600 è tutta nei libri di storia e la pestilenza che travolse l'Italia non è una leggenda, ma è vera storia. Una pestilenza che poteva durare a lungo e che grazie alla intercessione di un umile santo, venne sconfitta. E di questo i sardi sono riconoscenti a S. Efisio.

Il primo maggio è anche, tempo permettendo, il giorno che i cagliaritani per tradizione, dopo aver assistito alla processione, fanno i primi bagni al Poetto.Francesco Alziator, uno dei massimi interpreti delle tradizioni cagliaritane e della Sardegna, reputa la sagra di sant’Efisio il “più grande convegno folclorico del Mediterraneo”. Scriveva Pietro Aleo che la città di “Cagliari è molto legata alle sue vecchie tradizioni, a quelle religiose. Basterà ricordare con quale tenacia sono conservate le processioni della Settimana Santa, che sono seguite da folle di popolo ed in cui certamente la manifestazione più singolare è quella dei cantori che forse ripetono musiche secolari che meriterebbero di essere studiate”.La festività che Aleo ha ritenuto più importante in assoluto per i Cagliaritani. è senza dubbio la sagra di Sant’Efisio del 1. Maggio, legata come è al voto al voto compiuto dall’Amministrazione Comunale nel 1656, per aver interceduto alla liberazione della peste che dal 1652 stava decimando la popolazione di Cagliari e dell’Isola. La processione del Santo Martire è continuata anno dopo anno, ad anno, anche quando nel 1943 la città era crollata sotto i bombardamenti. Questo potrebbe far credere che per 363 anni, la solennità sia continuata interrottamente, anno dopo anno. Tuttavia, non è andata sempre così, infatti da un documento, dell’archivio Comunale di Cagliari si evidenzia che il 1 Maggio dell’anno 1794, la sagra di Sant’Efisio non partì. Il precedente 28 aprile era scoppiata in città una rivolta causata dal diffuso malcontento, e per le turbolenze lo Stamento militare decise di non effettuare la manifestazione.

Tuttavia l’Amministrazione Comunale decise di celebrare la festa per quell’anno il 1º giugno, quando le acque si erano ormai calmate. Come è noto lo dicono i documenti di storia Moderna del Manno, e un ulteriore documento riproposto qualche anno fa, ricorda che Il 28 aprile 1784 a Cagliari scoppiò una rivolta ha causa dello scontento popolare per il mancato accoglimento delle richieste presentate in occasione della cacciata dei francesi dalle coste sarde. Tale rivolta si concluse con l’espulsione dei funzionari Piemontesi , che due giorni dopo furono imbarcati su cinque navi, poi trattenute in rada fino al 7 maggio, prima di prendere il largo.“In quei giorni di gravi turbolenze – continua Aleo – lo Stamento militare, che si può dire, sedeva in permanenza , credete opportuno proporre al magistrato della Reale Udienza, che aveva assunto il poteri di governo, la soppressione della festa di Sant’Efisio”. In effetti, la Reale Udienza accolse la richiesta, ma l’amministrazione Comunale non rimase molto soddisfatta, e infatti, un avviso pubblico in data 19 Maggio 1794, conservato nell’Archivio Comunale, il Magistrato Civico avvertiva che la festività di Sant’Efisio si sarebbe celebrata il 1 giugno successivo”.
>>>>>>>><<<<<<<<< Ad arricchire i libri di storia di questo Santo è uscito tre anni fa il volume "SANT'EFISIO - SAGRA, STORIA ANEDOTTI DEL SANTO MARTIRE" uscito dalla penna dei due giornalisti Ennio Porceddu e Augusto Maccioni per ILMIOLIBRO di Roma e stampato in Italia per il Gruppo Editoriale L'Espresso, contenente le foto di Arturo Bertolini, Ennio Porceddu, Raimondo Caddeo, Roberto Masala Azienda Autonoma Soggiorno - Turismo Cagliari e C. di Cagliari.

Il 28 aprile per il popolo sardo è una giornata di festa che ricorda la cacciata dei piemontesi dall'isola nell'anno 1794. Un contenuto storico che traccia le tappe del sogno alla libertà civile e all’autonomia politica da parte del popolo sardo. Un sogno che, tuttavia, svanisce presto e per i sardi torna il buio
"SA DIE DE SA SARDIGNA",
IL GIORNO DELL’INSURREZIONE DEI SARDI

“Fuori i piemontesi” , urlarono all’unisono i popolani sardi, incitati dai nobili e dalla borghesia cagliaritana, i veri artefici della sommossa contro i sabaudi, dopo che questi ultimi volevano congelare tutti i loro privilegi

di Ennio Porceddu
(28-4-2019) L’insurrezione esplose nel momento in cui i piemontesi arrestarono l’avvocato Vincenzo Cabras e il fratello bernardo al posto di Efisio Pintor, che era riuscito a scappare. Ma già iniziò un anno prima, nel 1793 quando i cagliaritani respinsero con grande determinazione le armate navali francesi. Sa die de sa Sardigna è la ricorrenza popolare che rievoca i cosiddetti “Vespri Sardi”, cioè l’insurrezione popolare del esplosa il giorno 28 aprile 1794 con il quale cacciarono da Cagliari i Piemontesi e il viceré Balbiano, in seguito al diniego del governo di Torino di esaudire le richieste che venivano dall’isola, titolare del Regno di Sardegna.In effetti, cosa chiedevano i sardi? Che fossero loro riservata una parte degli impieghi civili e militari e una maggiore indipendenza rispetto alle risoluzioni della classe dirigente locale. Al rifiuto del governo piemontese di accogliere qualsiasi petizione, la borghesia cagliaritana sorretta da tutta la popolazione, s’infiammò facendo nascere il moto insurrezionale. Le prime scintille della ribellione popolare iniziarono già negli anni Ottanta del Settecento ed erano continuate negli anni novanta, interessando poi tutta l’isola.Le ragioni del malcontento, erano di ordine politico ed economico insieme, da riallacciare al 1793, quando l’isola era stata implicata nella guerra della Francia rivoluzionaria contro stati europei e contro e il Piemonte. Così quando si parla di storia sarda, dobbiamo tener conto del biennio 1793/ 1794. I francesi, dopo aver, occuparono Nizza e Savoia, decisero di conquistare la Sardegna, convinti che conquistare l’isola fosse un’impresa facilissima. C’é da rammentare che la Sardegna in quel periodo era nel caos con gli isolani scontenti con un governo piemontese incapace di difendersi. Invece, accadde l’impensabile che i francesi non si aspettavano. Quando nel febbraio del 1793, la flotta, capeggiata dall’ammiraglio Truguet, si affacciò nella rada di Cagliari e iniziarono il cannoneggiamento, trovarono un’eroica opposizione dei Sardi, in difesa della loro terra. Con tale opposizione si manifestava un sentimento nazionale, che portò a scriverla nella sua autobiografia Vincenzo Sulis. Dopo aver evitato il pericolo dei francesi, I nobili sardi che avevano sollevato il popolo contro i francesi, giustamente, dai Piemontesi, si aspettavano una riconoscenza e una giusta gratificazione per la fedeltà manifestata alla corona. Le cose però andarono diversamente: tutte le richieste furono bocciate. “Mostrandosi il Ministro Granirei, contrario alle domande presentategli – scrive Pietro Meloni Satta – in nome degli Stamenti dai Deputati a ciò delegati, e accentuandosi sempre più la tracotanza, il contegno poco corretto, le satire e le insolenze continue dei Piemontesi contro gli Isolani, il malcontento assume proporzioni gravissime in tutta l’Isola, e specialmente nella capitale”. La fiamma che fece perdere il controllo ai cagliaritani fu (28 aprile 1794), l’arresto disposto dal viceré di due capi del partito patriottico, gli avvocati cagliaritani: Vincenzo Cabras ed Efisio Pintor.
In breve i fatti: Intorno all’una di pomeriggio di quel giorno, una Compagnia di granatieri del reggimento svizzero Schmidt, scende dalla Porta Reale, a Cagliari, avviandosi verso il quartiere di Stampace. I soldati sono in uniforme di parata: la gente che passa pensa di essere di fronte ad un’esercitazione. Poi con passo veloce, una parte dei soldati si schiera accerchiando l’abitazione dell’avvocato Vincenzo Cabras. Si predispone l’arresto del Cabras e del genero, Efisio Pintor, anche lui avvocato, considerati dalle Autorità Piemontesi due pericolosi rivoluzionari ma quest’ultimo riesce a scappare. Allora è arrestato il fratello Bernardo.“A questo punto – scrive Pietro Meloni Satta – “scoppia l’insurrezione nel sobborgo di Stampace. Si corre in folla forzando e bruciando una porta della Marina, e occupansi in pochi istanti le altre porte, e le batterie che guardano il mare. Nasce un vivissimo fuoco colle truppe con morti e feriti da ambo le parti. Il più duro conflitto avviene alla porta del Castello, chiusa e ben munita, di dentro, dalle truppe. Quivi si riversa la popolazione chiedendo, con grida furibonde, la liberazione dei due arrestati. Si da fuoco alla porta e si scala la muraglia. Penetrati in Castello si sostiene, per un’ora, un fuoco vivissimo colla truppa, che occupava le diverse imboccature delle strade, e ciò malgrado le rimostranze del marchese di Laconi e del Colonnello Schmidt: il primo dei quali, colle lacrime agli occhi, esortava il Viceré a far deporre le armi per risparmiare il sangue cittadino”. La popolazione furibonda, decise di cacciare dalla città il viceré Balbiano e tutti i Piemontesi.Incoraggiati dalle vicende cagliaritane, gli abitanti di Alghero e Sassari fanno altrettanto.
Per dovere di cronaca storica, occorre segnalare che furono i macellai, nei loro costumi tipici, i primi a sollevarsi contro i Piemontesi, con Ciccio Leccis in testa, il capo popolo che arringò la folla facendo scoppiare la rivolta. Gli insorti, conquistato il Castello, sfondano le porte e occupano palazzo Viceregio. Per prima cosa, allegoricamente, nel ricordare la molla che ha scatenato la sollevazione popolare e ad attestare un beffardo e tollerante spirito che sempre ha contraddistinto i cagliaritani, nel palazzo del vicerè è banchettato un ricco pasto di tutte le pietanze trovate nelle dispense, lasciate dai piemontesi.“Fuori i Piemontesi!” urlano i popolani per le strade di Castello, gli insorti. Subito dopo Don Francesco Asquer, visconte di Flumini a capo di oltre cento persone, fa arrestare i Piemontesi presenti in Castello per imbarcarli verso Torino. In attesa del giorno dell’imbarco, previsto per il 7 maggio, i Piemontesi sono alloggiati e protetti per evitare possibili tafferugli. Il giorno stabilito, i Piemontesi, con le loro masserizie, sono accompagnati al porto e imbarcati. Al quel punto i cagliaritani incominciano a chiedersi, perchè lasciare a loro, tutti i beni rapinati ai Sardi? Allora, è suggerita l’ipotesi di chiedere un risarcimento immediato ma interviene il macellaio Ciccio Leccis: “Lasciateli andare, che noi sardi benché poveri non abbiamo bisogno della merda dei piemontesi”. “Procurad’ ‘e moderare,/ Barones, sa tirannia, /chi si no, pro vida mia, /torrade a pe’ in terra!” (Cercate di moderare / baroni, la tirannia, / ché se no, per la mia vita!, / tornate a piedi a terra! Recitano alcuni versi de Su patriottu sardu a sos Feudatarios (Il patriota sardo ai Feudatari).Fu un episodio sicuramente considerevole per l’isola, per quei moti antifeudali, anche se certuni non approvano la lettura dei fatti, che lo animarono. Rientrata la rivolta, alcune richieste saranno accolte nel 1796.Nel 1993, il Consiglio Regionale sardo, con la legge n.44, ha istituito “Sa die de Sa Sardigna” come festa regionale, il 28 aprile di ogni anno, in ricordo di quell’avvenimento del 1794. Il”Giorno della Sardegna” è raccontato con manifestazioni culturali e una “rappresentazione scenica” degli scontri del 1794 nei luoghi reali, dove ebbero luogo gli avvenimenti. Molti i sardi e i turisti che si riversarono nel quartiere di Castello, l’elefante”, siamo tra quei sardi che non si perdono quest’occasione.



IL PRESIDENTE SOLINAS
"E' LA FESTA
DI TUTTI
I SARDI"

La Sardegna,con "Sa Die de sa Sardigna", ha ricordato un fatto storico,quello dei vespri sardi del 28 aprile 1794,ma quel guizzo di libertà potrebbe essere importante anche per la situazione attuale.Con la seduta del Consiglio regionale si è voluto dare solennemente voce alla Sardegna in un contesto politico,e non solo,a livello nazionale e il presidente della Regione Christian Solinas(
foto dal web/Social) parlando in lingua sarda ha rivendicato l'identità sarda,inventando,ha detto, "anche quella turistica,economica e ambientale".E per iniziare a cambiare e a porsi in una posizione privilegiata si deve iniziare con la lingua sarda perchè "la lingua,ha detto Solinas,non è solo un mezzo per comunicare ma anche qualcosa utile per stestimoniare pensieri e sensazioni".Quella pagina storica de"Sa die de sa Sardigna" la rievochiamo con l'articolo di Ennio Porceddu.



HA INIZIO IN TUTTO IL MONDO CRISTIANO, LA SETTIMANA
SANTA CHE PRECEDE LA SANTA PASQUA, CON LA DOMENICA DELLE PALME

LA SETTIMANA SANTA
Sa Chira Santa è il momento più emozionante della Sardegna e rappresenta uno dei momenti più profondi dell’anno. Durante la celebrazione della settimana Santa le confraternite organizzano diverse manifestazioni che ci portano a scoprire i tesori più interessanti dell'isola

di Ennio Porceddu
(10-4-2019) Il 14 aprile ha inizio in tutto il mondo cristiano la Settimana Santa con la Domenica delle Palme(
foto dal web/Social) che precede il giorno di Pasqua, è anche l'ingresso di Gesù a Gerusalemme che accolto da una folla festante che agita i rami di palme e ramoscelli di olivo benedetti in segno di pace e prosperità. E' il giorno della passione di Gesù, la stessa folla che davanti a Pilato ha preferito salvare Barabba e crocifiggere il Signore. Gli episodi dell'ingresso del Salvatore sono raccontati nei Vangeli di Giovanni, Matteo e Marco. Secondo Matteo e Marco il Messia sarebbe arrivato a Gerusalemme in groppa a un'asina. Nella Settimana Santa (Sa Chida Santa), vengono celebrati gli ultimi giorni di Cristo, la passione, la morte e la sua resurrezione, in un susseguirsi di momenti di religiosità popolare accompagnati dai "gosos": canti tradizionali, detti anche "laudi" della Settimana Santa
La
Domenica delle Palme è celebrata anche nel convento dei cappuccini in Viale Fra Ignazio con la Santa Messa e la benedizione delle Palme all’interno del giardino e nel quartiere di Villanova da due confraternite: quella del Santissimo Crocefisso nella chiesa di San Giacomo, della Solitudine nella chiesa di San Giovanni, e dall’Arciconfraternita di Stampace.Nella chiesa di San Giovanni, la priora, è aiutata dalle consorelle, che rimuovono il lenzuolo dal Cristo, con un lungo e rigoroso rituale. Poi, le donne si aggrappano alla statua per tutta la processione, con lo scopo di assolvere un voto. Solitamente la processione ha inizio alle ore 13,00 con le consorelle della confraternita che, per l’occasione, indossano delle lunghe vesti nere in segno di lutto, le spalle sono avvolte da uno scialle, il volto è coperto da un velo e procedono lentamente verso la Cattedrale.Tutta la processione è scandita dal rullo del tamburo che segna il passo, mentre un coro di voci ripete i misteri della Passione del Signore, durante tutte le soste indispensabili per il cambio dei portatori della Croce. Quando la processione arriva in Cattedrale, la Croce è presa in consegna dal sacrestano che a sua volta la posa sul pavimento all’interno del duomo.Di sera, ore 16,00, dall’Oratorio della chiesa di San Giacomo, si avvia la processione della confraternita del Santissimo Crocefisso diretto verso la chiesa di San Lucifero, dove giunge, dopo le soste di rito, a tarda sera.Il Venerdì Santo, alle 20,00 dalla chiesa di Sant’Efisio di Stampace, esce la processione con il coro de “Is Cantoris” che accompagnano il Cristo adagiato su una lettiga lungo le strade del quartiere. Mentre il sabato mattina, le due Confraternite (della Solitudine e del Crocefisso), in Cattedrale e nella Chiesa di San Lucifero, al Cristo, rimuovono i chiodi e la corona di spine (su scravamentu) e adagiano il cristo sulla lettiga.La domenica di Pasqua, nei quartieri di Stampace (Corso Vittorio Emanuele), Marina (Via Roma) e Villanova (Via Garibaldi), si svolge la processione de “S’incontru” tra Gesù e la Madonna. Sono tre cerimonie di grande sentimento religioso ed emozionante, molto sentite e attese dai cittadini.E' domenica mattina, giorno di Pasqua, per le strade di Cagliari si snodano due diverse processioni: una composta di soli uomini con la statua del Cristo; l’altra, formata di sole donne con la statua della Madonna velata di nero. Nel momento in cui, le due colonne si trovano l’una di fronte all’altra (S’incontru), il Figlio s’inchina per tre volte, davanti alla Madre, intanto un confratello le toglie il velo nero. E’ l’attimo massimo della cerimonia. Intanto, i presenti, ne rilevano l’importanza con spari e lancio di mortaretti. (L’incontro è comune in tutte le parti dell’isola e non presenta nessuna variante).Le due processioni si riuniscono per proseguire appaiate fino alla chiesa dove saranno deposte le statue.


E' TUTTO PRONTO A ORISTANO PER LA SARTIGLIA DEL RISCATTO
GRANDE ATTESA PER LE CORSE
ALLA STELLA DI DOMENICA

PROGRAMMA NUTRITO
CON SPETTACOLI E PRODOTTI ALIMENTARI


di Ennio Porceddu
(1-3-2019) Archiviate le polemiche i codazzi giudiziari della edizione 2018, domenica e martedì riparte l’edizione della "la Sartiglia 2019 a Oristano(
foto dal web/Social). Il sindaco Andrea Lutzu, presentando la macchina organizzativa della giostra equestre ha comunque spiegato che cercherà di evitare possibili grattacapi. “Questa, ha affermato il primo cittadino, sarà la “Sartiglia del riscatto o per meglio dire la “Sartiglia da record”.Gli spettatori potranno trovare tribune certificate, tornelli a controllo elettronico per l'accesso, new jersey di cemento armato, medici, veterinari, ambulanze, personale qualificato addetto ai varchi e tanto altro. Quest’anno, afferma il sindaco, lo stanziamento per la manifestazione è attorno a 500 mila euro. "La metà è coperta dai contributi pubblici, l'altra metà dagli sponsor privati che generosamente hanno voluto contribuire per la riuscita della giostra più importante della Sardegna”, ha aggiunto Angelo Bresciani presidente della Fondazione Sa Sartiglia.Il Gremio dei Contadini, curerà la Sartiglia di domenica 3 marzo con "su cumponidori" Claudio Tuveri, mentre il Gremio dei Falegnami, curerà quella di martedì 5 con "su cumponidori Davide Musu e gli altri 115 cavalieri che prima sfileranno sul percorso di via Duomo, dove poi solo i prescelti dal capocorsa avranno la possibilità di correre alla stella, e poi si esibiranno nelle pariglie acrobatiche sulla pista opportunamente predisposta di via Mazzini.Tra i programmi. in attesa della giostra, apre i battenti, il Villaggio Sartiglia con una ricca offerta gastronomica e alimentare, spettacoli, laboratori e merchandising col marchio Sartiglia, e la rassegna Mediterranea, curata dalla camera di Commercio con le migliori produzioni artigianali del territorio in esposizione e vendita all'ex Teatro san Martino e in alcuni antichi palazzi a due passi dai percorsi della Sartiglia. Domenica e martedì, a giostra conclusa, spazio anche allo spettacolo con i concerti e i dj set organizzati in piazza Roma dall'amministrazione comunale in collaborazione con la Pro Loco.

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Ecco il programma pubblicato dalla fondazione Sa Sartiglia

La mattina della corsa "su Componidori" (il Capocorsa), dopo la visita alle scuderie per salutare gli amici e cavalieri, si reca presso la casa del presidente del gremio da dove verso le 11 il corteo si reca nella sede dove avverrà la Vestizione.Il gruppo dei tamburini e trombettieri, apre il corteo composto dalle “massaieddas” e dalla massaia manna, che portano con dei cestini gli abiti de su Componidori, i componenti del gremio, che custodiscono le spade e gli stocchi per la corsa, e su Componidori.Terminata la vestizione, dal tavolo dove è stato vestito, su Componidori monta sul cavallo. In quel momento il presidente del gremio gli consegna sa Pipia ‘e Maiu. Con segni di benedizione, salutando il presidente del gremio, e tutti i presenti, il Componidori si porta verso l’uscita riverso sul cavallo esce dalla sede del gremio.
ORE 13,15 - CORTEO
Al termine della cerimonia della vestizione de su Componidori, il corteo dei 120 cavalieri guidato dal capocorsa e preceduto dai trombettieri e tamburini, massaieddas e dal gremio dei Contadini, si dirige in sfilata, verso il percorso di via Duomo nel quale si svolge la corsa alla stella.

ORE 13,30 circa - CORSA ALLA STELLA
Con il triplice incrocio di spade tra su Componidori e il suo secondo che si svolge proprio sotto il nastro verde che sostiene la stella e il ritmo segnato dai tamburi ha inizio la corsa.La prima discesa spetta a Su Componidori poi a seguire i sui compagni di pariglia, la pariglia del Componidori della Sartiglia del martedì e tutti i cavalieri a cui concederà di scendere alla stella. Seguiranno le discese con lo stocco e sa Remada.Da quel momento si ricompone il corteo dei cavalieri che ripercorrendo la via Duomo e passando dal Corso Umberto e dalla piazza Roma, si dirige verso la via Mazzini, teatro dove si svolgeranno le Pariglie.
ORE 16,30 circa - PARIGLIE
Da Su Brocci, il piccolo tunnel che s’immette nella via Mazzini, prendono il via le spericolate acrobazie dei cavalieri. Su questo percorso, secondo l’ordine di sfilata, tutte le pariglie partecipanti potranno cimentarsi nelle evoluzioni: apre e chiude la corsa delle pariglie, la pariglia de su Componidori.
ORE 18,30 - SVESTIZIONE
- Domenica Svestizione de su Componidori nella sede del Gremio dei Contadini .
- Martedì Svestizione de su Componidori nella sede del Gremio dei Falegnami .
Al termine della corsa delle pariglie il corteo si ricompone e ritorna sul percorso della via Mazzini. Ormai all’imbrunire, la sfilata dei cavalli e dei cavalieri segna la fine della corsa. Al termine della sfilata il corteo formato dai trombettieri, dai tamburini, dal gremio e dai cavalieri, si dirige alla volta della sede del gremio dove è avvenuta la vestizione de su Componidori per procedere con la Svestizione. Levati il cilindro e il velo, lo straordinario rullo dei tamburi segna il momento in cui viene tolta la maschera. Da quel momento il gremio, i cavalieri e tutti i presenti si recano da lui per salutarlo e congratularsi.



SARDEGNA,C’ERA UNA VOLTA
“RADIO CAGLIARI CENTRALE”
TRASMETTEVA SULLA FREQUENZA DEI 95 MHZ DELLA MODULAZIONE DI FREQUENZA

di Enrico Ricordi
(21-2-2019)
Radio Cagliari Centrale(foto Beppe Piras):nasce nel 1977, trasmette dai 95,000 mhz sede in via Lamormora 22 al Castello a Cagliari. La fondano gli amici Ennio Porceddu (ex Radio Uta) e Mario Melis. Con loro ci sono anche gli altri fratelli Porceddu Claudio e Tonio, Gigi Pintus (primo speaker della radio) e sua sorella Giusy (voce degli stacchetti) poi molto nota come cantante in Italia e all’estero, Augusto Maccioni, Nicola Scanu (attualmente giornalista professionista a Videolina) Gigi e Beppe Piras, Daniele Caddeo, Antonio Porceddu, Giorgio Diana (per le classifiche), Raffaele "Raff" Farci, Pino Toma, Tore e Fiammetta Guercio, Zoraide, Gianni Deidda, Giuseppe Dore, Franco Zedda, Rita e Paola Canu, Carlo Ibba (di Videolina), Michele Losito (ex giocatore del Cagliari), Giorgio Piludu ed i giornalisti Andrea Porcu e Augusto Maccioni. Trasmette con 15 watt di potenza musica, informazione e cultura per tutto il Campidano.Nel 1978 potenzia il raggio di emissione per un raggio di 50 kilometri e si trasferisce nei pressi dell'ospedale SS. Trinità. Nel 1981 pubblica un quindicinale. Nel corso di un lustro si evidenzia come "voce" dell'isola poi, nel 1983, chiude per motivi finanziari. Ennio Porceddu la fa rivivere in uno struggente ricordo sul web. Scrive: "Fin dalla sua nascita Radio Cagliari Centrale si era imposta come emittente privata originale, per il suo modo produrre le trasmissioni da irradiare: non solo evasione ma, prima di tutto, informazione e cultura. La storia della radio inizia verso la metà del 1977, quando, insieme all'amico Mario Melis, abbiamo progettato di metterla in piedi, dopo l'esperienza che avevo acquisito con gli spettacoli, in qualità di organizzatore e presentatore, e come programmatore - redattore di Radio Uta, una delle prime emittenti radiofoniche del Campidano, nata nel 1975. La sede inizialmente si trovava in Castello nella via Lamormora al n. 22. I locali, se pur vetusti, erano ampi, ma era impossibile la convivenza con l’inquilino del piano di sopra. Questo, nonostante l’uso delle cuffie per non disturbare. Una sera, quando si era nel pieno di una trasmissione, questo signore pestò la soffitta con grande foga che caddero, dei calcinaci sopra le apparecchiature. Subito avvistato, mi recai dall’inquilino per capire perché aveva fatto un simile gesto. Per pronta risposta ottenni una serie di insulti. Chiamai la polizia che cerco di spiegare all’inquilino che non c’era nessun motivo per comportarsi in quel modo. Tutto sembrò finire lì, ma non era finita per niente. Il settimanale “Famiglia cristiana” dedicò una pagina all’episodio con un disegno che raffigurava la soffitta della sala regia sfondata e uno speacker che cercava di ripararsi dal calcinaci. Poi finì davanti al magistrato, con l’accusa di aver minacciato quel signore. Cosa assolutamente falsa. Dopo aver ascoltato i miei collaboratori, il magistrato prestò fede a quando dichiarato, e tutto fini. Dopo un mese, agli inizi del 1978, gli studi dell'emittente, li trasferimmo in un locale sito nei pressi dell'ospedale SS: Trinità. Il periodo che R,C,C. irradia i programmi attraverso i 95 MHz della modulazione di frequenza, si concretizza con la comparsa delle prime radio libere in Sardegna (radio Mambo, Radiolina e la Sintony). Radio Cagliari Centrale nasce sei mesi dopo la Sintony, con pochi mezzi ma tanta voglia di fare. La nostra idea era di inserire nel palinsesto tutta una serie di programmi, non solo musicali, ma anche culturali, d'arte e un notiziario che, oltre alla cronaca, comprendesse servizi e interviste sulle varie problematiche isolane. Agli inizi avevamo a disposizione delle apparecchiature molto limitate ma importanti per immetterci nella modulazione di frequenza dell'etere con il nostro segnale: un piccolo miscelatore, un registratore a bobina Akai, uno per Mc, due microfoni, alcune cuffie, una radiolina, due aste per microfoni, un trasmettitore da 15 watt e un lineare da 100 watt, quattro antenne, un centinaio di dischi e l'ottanta per cento vecchi e per giunta prestati da amici e conoscenti. Quando dopo alcuni mesi, con l'arrivo degli sponsor, potemmo acquistare un po' di dischi nuovi e delle musicassette vergini. In seguito arrivò anche un lineare da 400 watt, per avere un raggio d'azione più ampio. La produzione dei vari programmi comprendeva la messa in onda anche revival e folk sardi, oltre ai dischi di successo, Il nostro vantaggio era di essere ascoltati da tutti, in un raggio di 50 km, senza il pericolo di scandalizzare i nostri ascoltatori con delle oscenità o con banali volgarità. Anche gli argomenti più delicati da noi erano trattati con la dovuta cautela. Questo si poté attuare grazie ai collaboratori che furono dotti, dando così un valido contributo per la crescita dell'emittente. A tal proposito mi vengono in mente i primi compagni di viaggio, quali: Zoraide, Nicola Scano (attualmente giornalista di Videolina), Gigi Pintus (il primo speaker della radio), Susy Pintus (cantante molto nota, sorella di Gigi, che prestava la sua voce per gli stacchi della radio), Giorgio Diana (speaker specializzato nel redigere le classifiche dei migliori successi del momento), il comico Raff (al secolo Raffaele Farci) che con la sua bravura mimica sapeva interpretare bellissime e originali scenette: il bravo comico nelle sue interpretazioni prendeva spunto dal grande Totò ed era richiestissimo anche per gli spettacoli prodotti dall'emittente Tv Videolina. Raff era richiestissimo per gli spettacoli in piazza ma trattato malamente dagli organizzatori perché spesso lo sfruttavano. Poi, ancora gli amici: Beppe Piras (Dj), Daniele Caddeo, mio nipote (Dj), i miei fratelli Claudio e Tonio, Gianni Deidda, Giuseppe Dore, Franco Zedda, Rita e la preparatissima Paola Canu alla consol, i giornalisti: Andrea Porcu e Augusto Maccioni che curavano inizialmente il notiziario e successivamente le rubriche sportive, Vittorio Salvetti con i programmi del Festivalbar, Mario Melis, Carlo Ibba di Videolina, Tore e Fiammetta Guercio, Michele Losito (ex giocatore del Cagliari) e Giorgio Piludu che con la loro collaborazione, quasi sempre gratuita, avevano dato un'impronta professionale alla radio.
Radio Cagliari Centrale è stata, forse, l'unica emittente apolitica ad aver messo in onda in differita, ma solo di trenta minuti, tutto il discorso politico di Enrico Berlinguer tenutosi a Cagliari in via Roma, grazie alla splendida collaborazione dei miei compagni di viaggio Giorgio Diana e Gigi Piras che, per l'occasione, avevano improvvisato una staffetta per permettere la continuità del discorso dell'uomo politico, durante la trasmissione. Per quella divulgazione radiofonica, mandata in onda senza un commento, ricevetti la sgradita sorpresa della Digos che voleva sapere si quale schieramento politico era l'emittente. Naturalmente risposi a questi signori che Radio Cagliari Centrale era apolitica e che avrebbe trasmesso con lo stesso criterio i discorsi di personaggi appartenenti a qualsiasi altro schieramento politico se si fosse presentata l'opportunità. La radio, in quel momento, stava facendo solo informazione come prevede l'articolo 21 della nostra Costituzione. Tutto finì lì, ma a scanso di equivoci in futuro R.C.C. non mise mai più in onda trasmissioni simili. Dalle onde della nostra emittente sono stati trasmessi servizi di grande attualità come: l'epidemia del colera del 1979 con le interviste puntuali di Augusto Maccioni al prof: Goffredo Angioni, allora primario della Divisione malattie infettive di Cagliari; il disastro aereo avvenuto nel 1989 nei monti di Sarrok; l'affondamento del peschereccio Misurina; il caso dei bambini di Alghero e tutti gli scandali italiani del periodo, ecc. Inoltre non sono mai mancati i servizi giornalistici, sportivi e il notiziario con ben tre edizioni giornaliere, grazie anche alla cortese collaborazione dell'Agenzia Italia, allora diretta dal dott. Gianni Massa, e dei suoi collaboratori. Nel palinsesto della radio non sono venute meno le rubriche d'arte, le interviste del mondo della cultura e della musica. Dal 1980 in poi molti i programmi musicali nel palinsesto: "Buona Domenica", condotto da chi scrive; "Festivalbar" e "Super Juke Box", condotto da Vittorio Salvetti, ideatore dello spettacolo (in differita); Roger Lee in compagnia di Francesco (in differita), un bravissimo Dj di Milano: Pino Toma Show, condotto da Pino Toma e prodotto dallo Studio One di Roma; "Canzoni sotto la neve", un programma prodotto dalla Effe produzioni discografiche e distribuito dalla Golden Stars di Modena, in collaborazione col settimanale Cioè, presentato da Ruggero Po e Tiziana Bassanite.Diversi poeti si sono alternati ai microfoni della radio: tra questi, gli amici scomparsi Lino Vecchi e Nicola Aste. Il primo per le sue bellissime liriche improntate sulla vita degli uomini, il secondo sulle liriche che ci hanno portato a conoscere i pescatori e i sacrifici dei battellieri della sua terra natìa, Carloforte e i pastori delle zone interne della sua isola San Pietro. Durante le partite del Cagliari, Radio Cagliari Centrale aveva ereditato un quindicinale che distribuiva gratuitamente all'ingresso dello stadio S. Elia. Tutto questo era Radio Cagliari Centrale, un'emittente nata senza pretese per volontà di due amici: Ennio e Mario. La radio ha chiuso le sue trasmissioni dopo cinque anni, nel 1983, grazie (si fa' per dire) alle leggi restrittive e alle tasse esagerate che il governo ha imposto contro le emittenti radiofoniche private. Di Radio Cagliari Centrale sono rimasti solo i documenti del brevetto chiusi in un cassetto con dentro tutti i sogni di alcuni ragazzi e gli amarcord".



LA LEBBRA NEL MONDO ESISTE ANCORA,
L'INDIA IL PAESE PIU' COLPITO
QUANDO LA MALATTIA IN SARDEGNA
ERA ANCORA UN PROBLEMA

COS'E',QUALI I SINTOMI
E COME SI CURA


di Ennio Porceddu
(18-11-2018) La lebbra(foto dal web/Social), nell'Isola, esiste da molti secoli: la Sardegna nelle epoche passate è stata flagellata da questo morbo. Le prime segnalazioni sicure sulla sua comparsa , si riallacciano al XV secolo. Si narra anzi, che nel XIII secolo si trovava a Cagliari nei pressi del borgo S. Elia, un lebbrosario intitolato al Santo Lorenzo di Bagnara, situato quasi di sicuro, nel sito da tutti indicata come Lazzaretto.Scrive lo storico Pietro Martini nato a Cagliari il 29 sett. 1800 da Nicolò, notaio originario di Sanremo, e da Giuseppa Rita Cadeddu) che, in quegli anni, la malattia infuriava a tal punto da far costruire numerosi ospedali per "allontanare" dalla società "quei tremendi malati quasi bestie che incutevano disprezzo".La lebbra fu importata quasi certamente dai Fenici che fondarono la città di Tharros, nei pressi dello stagno di Cabras. L'epidemia lebbrosa, diffusasi nei secoli, colpiva più assiduamente tale zona e i paesi lungo le sue vie di comunicazione.In tutta la Sardegna furono costruiti diversi ricoveri per lebbrosi detti "Lazzaretti"(nome derivato dalla resurrezione di Lazzaro, anch'egli lebbroso, e dall'ordine religioso dei Lazzaristi).Questi religiosi governarono a Cagliari, l'ospedale S. Antonio, in via Manno, dove erano ricoverati i pazienti affetti da tale morbo (meglio conosciuto dai sardi come "fogu mandigadori").Nel 1636 agli Antoniani successero i Fatebenefratelli (Ordine religioso di San Giovanni di Dio) che gestirono l'ospedale S. Antonio sino a quando nel 1850 iniziò a funzionare l'ospedale Civile S. Giovanni di Dio. Nei giardini di quest’ospedale, sorse il primo vero lebbrosario che rimase operante sino al 1932.Fu quindi deciso di costruire un nuovo complesso sanitario, in muratura, adatto ad ospitare 30 pazienti, nella parte a nord del giardino dell'ospedale Civile, adiacente all'Anfiteatro Romano, noto col nome di villa Fiorita. A dirigere questo lebbrosario , dal 1933 al 1945, fu chiamato il professore Alberto Serra, studioso di lebrologia, Rettore per molti anni dell'Università di Cagliari, autore di diverse pubblicazioni sul morbo di Hansen.Gli eventi bellici de 1942 - 43, imposero lo sfollamento dei lebbrosi e portarono alla parziale distruzione della struttura, che, in seguito fu ricostruita e destinata ad altri usi.Con la fine della guerra, i lebbrosi vennero ospitati in un padiglione delle "casermette" di Is Mirrionis, che in precedenza aveva ospitato il "23° Reggimento Cannonieri."I casi di lebbra in Sardegna sono stati centinaia, circa duecento nel XX secolo, per la maggior parte nella provincia di Oristano (Cabras, S. Giusta, Terralba e nell'isola di San Pietro). Alla fine degli anni novanta del secolo appena passato, la lebbra era circoscritta a pochi focolai e i nuovi casi erano limitati a Senegalesi e a pochi casi autoctoni.Nel 1948 i casi di lebbra erano una trentina, ma nel corso degli anni (1991) si erano ridotti a 5 pazienti ricoverati nel reparto Hanseniani ad alto isolamento e altri 2 venivano seguiti ambulatorialmente".(da: Relazione Sanitaria 1991 - Usl 21 - Cagliari).

La lebbra sulla stampa


Nel 1982, si parla ampiamente di lebbra in un articolo redatto da chi scrive, con un’intervista all'allora prof. Alberto Lostia, primario del reparto Hanseniani dell'ospedale SS. Trinità di Cagliari, pubblicata dal quotidiano sardo "L'Altro Giornale"(martedì 9 novembre), che fa il punto su una situazione rassicurante , con soltanto cinque ricoverati tutti provenienti dall'oristanese.La Lebbra, una malattia infettiva cronica è ancora oggi considerata un flagello di notevole importanza sia per il numero di persone coinvolte, sia per l’estrema lentezza del decorso e le limitazioni da essa provocate. Soprattutto per la segregazione cui è costretto il paziente in molte parti del mondo.Nel mondo esistono più di dieci milioni di lebbrosi: di questi circa 4 milioni si trovano in Africa, Asia e centro-sud americano: tutti paesi dove esiste una grave crisi economico - sociale - politico.Oggi, però, la scienza ha vari mezzi di cura, soprattutto quando si riesce ad intervenire su vasta scala su bambini e sui giovani con una diagnosi tempestiva per limitare il contagio e debellare il bacillo di Hansen prima che abbia provocato danni fisici irreversibili.Per quanto riguarda il nostro Paese, la distribuzione regionale della lebbra è discontinua: le aree più colpite si trovano (in ordine decrescente) in Calabria, Sicilia, Puglia, Liguria, Sardegna, Toscana e Campania.Vi sono, tuttavia, importanti differenze: in Sardegna e in Liguria la malattia di Hansen esotica introdotta dai focolai esistenti è estremamente rara: dalla comparsa e nel mantenere intatti i focolai autoctoni , giocano sensibilmente le migrazioni interne. Un esempio lo può trovare nei focolai calabrese del circondario di Portigliola, dove la malattia era sta introdotta dalla Rumenia e dal Brasile nel 1868, e quello di Carloforte, verosimilmente dovuta all'immigrazione ligure.Dal 1952, la Divisione dermatologia e Hanseniani venne sistemata presso l'ospedale SS. Trinità di Cagliari. Nel 1982 i ricoverati affetti dalla lebbra erano cinque. A dirigere la divisione, il professor Alberto Lostia al quale abbiamo intervistato.

-Professore quanti sono i malati di lebbra in Sardegna?
"Non molti, sono solo 23".
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Quanti nella Divisione che Lei dirige?
"Cinque".
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Quali sono le zone di provenienza dei pazienti?
"Il centro più colpito è l'oristanese, perché era la zona più interessata per il territorio paludoso e con abitazioni malsane e da condizioni igienico - sanitarie precarie".
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Si è riuscito a debellare del tutto il morbo di Hansen nell'Isola?
"In linea di massima la lebbra è stata debellata nella nostra regione, in quanto non si sono più presentati casi nuovi da ormai 15 anni. I casi pervenuti ultimamente alla nostra osservazione sono stati controllati antecedentemente e hanno presentato altri aggravamenti. L'ultimo soggetto lo abbiamo ricoverato nel 1975 e si trattava di un fratello di due Hanseniani, e che ora vive presso la sua famiglia. L'Altro caso prevenuto alla nostra osservazione è un soggetto "d'importazione". Infatti , il malato proveniva dall'Argentina, dove la lebbra è ancora endemica".
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C'è qualche iniziativa per studiare una norma, anche di carattere legislativo sul problema?
" Certo. Per interessamento del reparto Hanseniani di Gioia del Colle (Bari), in collaborazione con tutti gli altri nosocomi specifici, in Italia, compreso il nostro, stiamo mettendo a punto una serie di studi per una migliore regolamentazione anche di carattere legislativo".
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Professor Lostia, oltre alla somministrazione di farmaci, col paziente, agite anche a livello psicologico?
"Certo. Oltre al trattamento specifico della malattia con la somministrazione di chemioterapici (Sulfoni, Rifampicina, ecc.), cerchiamo di non far pesare al paziente, la malattia, manifestando particolari attenzioni sia dal punto di vista morale (sociale, religioso), sia dal lato psicologico, perchè non possano sentirsi emarginati e "temuti" dalla società".
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Che cosa si fa in Italia a livello di Ministero della Sanità per la lebbra?
"A livello ministeriale si fa pochino. Tutto è legato alle nuove condizioni di assistenza sanitaria che sono devolute alle Usl, le quali, ancora non presentano sufficienti attrezzature, sia dal punto di vista amministrativo e programmatico. Si deve ammettere, tuttavia, che questi pazienti hanno la loro regolare assistenza sanitaria, il loro sussidio pensionistico e un trattamento particolare durante la loro degenza in ospedale".
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Com’è formata la sua équipe di lavoro in reparto?
"Lavorano con me due sanitari, il Dottor Patrizio Mulas , la Dottoressa Carolina Pastorelli e un numero sufficiente di infermieri professionali molto validi per questo tipo di lavoro".
STORIA DELLA LEBBRA

La lebbra è una malattia dalle radici profonde. Prima della nascita di Cristo. Su questa malattia ci sono molte leggende e molte paure. La Lebbra era conosciuta 1.500 anni prima di Cristo ed era nota col nome di "Kushta".Nel 600 a. C., il popolo Semita descrisse con quel nome un’infezione della pelle con ulcerazioni e alterazioni del sistema nervoso, curandole con olio di Chaulmoogra. Intorno alla lebbra, gli antichi avevano scritto delle leggende. Una cosa è certa: la lebbra esisteva a quei tempi in Indi , estendendosi poi in Cina, nell'arcipelago del Sud Asiatico, in Giappone, Persia, Egitto e nei paesi del Mediterraneo.In Cina trecento anni prima di Cristo, conosce la malattia col nome di "Lai - fom" In Egitto, in un antico papiro si descrive una malattia molto simile alla lebbra.Un'altra conferma venne nell’anno 250 a. C., al tempo di Ramsès II. Anche nella Bibbia, il popolo ebreo conobbe questa malattia, definendola una specie di castigo divino.Perciò, Fenici, Persiani, Egiziani, Ebrei, Greci e Romani, conoscevano questa malattia. Con il commercio e le guerre si diffuse anche nei paesi europei.Intorno al XIV secolo la lebbra ebbe un declino notevole che durò sino al XVII secolo. Scientificamente il morbo della lebbra cominciò a interessare nel XIX secolo. Danielssel e Boeck studiarono i casi clinicamente pubblicando anche un trattato. Danielssel non credeva che la malattia fosse contagiosa, mentre la considerava ereditaria.Nel 1852 Lucio y Alvarado, in Messico fece conoscere un trattato sulla lebbra. Nel 1868 un medico di Berger, il dottor Gerhard Armaur Hansen , inizia a lavorare nel lebbrosario di Berger con Danielssel. Qui approfondisce i suoi studi di anatomia patologica e si dedica alla ricerca scientifica.Nel1873 Hansen osservava un bastoncino di materiale specifico e si accorge che è quasi simile a quello scoperto da Koch nella tubercolosi, lo isola e si accorge che è quello che causa la lebbra (un bacillo acido resistente: il Mycobacterium Leprae. Hansen alla lebbra dedica 44 anni di studio.Nel 1881 Neisser studia sul bacillo scoperto da Hansn e descrive la possibilità alla colorazione di Gram.Nel 1897 Virshow descrive la cellula spugnosa caratteristica della lebbra "lepromatosa".Facet y Pogge nel 1941, usa per la prima volta il Sulfone su pazienti affetti dalla lebbra e ricoverati nel sanatorio di Carville (USA), scoprendone una terapia efficace.Altri esperimenti sono fatti da Shepard per la moltiplicazione dei Micobatteri (1960), e infine nel 1965 Sheskin, di Israele, utilizza per la prima volta la Talidomida nel trattamento per la reazione della lebbra, con esito positivo. Una scoperta molto importante per la diagnosi e l'evoluzione del processo.A Cagliari il professor Serra, segnala i reperti di bacilli acidi - resistenti nella secrezione nasale di soggetti sani che erano in contatto prolungato con gli Hanseniani.Di conseguenza la lebbra è una malattia infettiva cronica, endemica nelle regioni tropicali e subtropicali ed è causata dal bacillo di Hansen, dal nome dello scopritore. Si trasmette per contagio diretto, soprattutto in condizioni igieniche molto insufficienti inesistenti.L'incubazione può durare da qualche settimana sino a 30 anni, senza dare alcun segno clinico. Poi prosegue il periodo di invasione con febbre irregolare, malessere, brividi, cefalea, con una sintomatologia che può assumere tre gradi ben distinti: lepromatosa o tuberosa, nervosa e mista.



ENNIO PORCEDDU RICORDA UN GRANDE SCRITTORE,GIORNALISTA E STUDIOSO SARDO
Nicola Valle
Negli anni '70 ha redatto il volume dell'artista "Filippo Figari" pubblicato dall'Editrice Sarda Fossataro. Molti i suoi scritti su Grazia Deledda e altri artisti sardi

di Ennio Porceddu
(9-11-2018 / 2011) Musicologo, docente e giornalista era nato a Pirri- Cagliari il 14 novembre 1904. Dopo gli studi liceali e musicali, s'iscrive all'Università di Roma nella Facoltà di Lettere e Filosofia. Violinista e orchestrale nell'isola e in diverse città della penisola. Nel 1926 si laurea in Lettere e si dedica al giornalismo, collaborando per i quotidiani L'Unione Sarda, il Giornale d'Italia e per diversi periodici della Sardegna. Un anno dopo, inizia la sua carriera di docente di lettere. Sei Anni dopo gli è dato l'incarico d'insegnamento al Liceo Dettori di Cagliari. Impegno che riprende in seguito fino al 1974. Dal 1943 al 1946, per l'assenza di Renato Papò (chiamato alle armi), assume, per un certo periodo, la direzione alla Biblioteca universitaria cagliaritana, organizzando, tra le altre cose, il Gabinetto delle stampe.Dopo aver fatto parte di diversi incarichi in vari enti pubblici e associazioni, nel 1947 pubblica il saggio" L'idea autonomista in Sardegna".Nel 1944, assieme a Francesco Alziator, Nicola Valle fonda l'associazione "Amici del Libro", che presiede per molti anni.
Nel 1946, fonda e dirige "Il Convegno" e presiede fino al 1988, per molti anni, il Comitato regionale della "Dante Alighieri".


Critico musicale e teatrale e d'arte, Nicola Valle si è cimentato anche come compositore di musica e canzoni, partecipando a diverse manifestazioni, tra cui il "Primo Festival dei Bambini La Palma d'Oro 1975" di Cagliari, con il brano "Caro Papà", su testo di Melis. Brano interpretato dalla canterina Marisella Oppo e inciso dalla Hardy Records su un LP 33 giri contenente tutte le canzonette del festival. In seguito, Nicola Valle raccoglie, in diversi volumi: "Mattino sugli asfodeli" (1932), "Nuovi saggi (letteratura musica arte attualità)" (1990), i suoi scritti e gli interventi su Grazia Deledda, Filippo Figari e altri.
Ha inoltre, redatto, agli inizi degli anni '70, il Volume "Filippo Figari", pubblicato dall'Editrice Sarda Fossataro di Cagliari. Esperto e collezionista d'incisioni dell'otto-novecento, raccolti in tanti anni, sono stati devoluti dagli eredi nel 1997, all'amministrazione comunale di Cagliari.Nicola Valle scompare il 27 ottobre 1993.


C'ERA UNA VOLTA SANREMO,IL FESTIVAL DELLA CANZONE ITALIANA
ANCHE PER IL 2019 CI SARA' IL SOLITO CONCERTONE DI BAGLIONI,CHE TRISTEZZA!

di Ennio Porceddu
(11-9-2018) Sanremo si. Sanremo no(
foto dal web/Social Claudio Baglioni). Una volta, tantissimi anni fa, (parlo degli anni '70) ho scritto un articolo sul festival di Sanremo sul settimanale L'Aquilone di Benevento diretto dall'allora direttore dottor Foschini, denunciando la pessima organizzazione e i brogli che venivano perpetrati con la complicità delle grosse case discografiche che si erano chiuse a riccio per non dare la possibilità ai piccoli editori di parteciparvi. Solo nel 1974, quando l'organizzazione passò al comune di Sanremo con un assessore coraggioso, certo Napoleone, diede la possibilità anche ai piccoli editori di parteciparvi. Tutto andò liscio per alcuni anni e le canzoni ottennero un buon successo discografico e di vendita, anche per la nascita delle radio private che spuntarono in tutta Italia come funghi.I festival erano incentrati con le canzoni: infatti, erano gli autori e compositori che inviavano i loro brani per essere scelti da una apposita giuria. Gli interpreti venivano chiamati dall'organizzazione in un secondo tempo. La cosa più interessante e che c'erano si degli ospiti, ma erano solo un "contorno" e non una sfilata di farfalle e di seni o culi al vento; gli interpreti si presentavano al teatro Ariston con grande decoro: era il festival delle belle intenzioni e di grande prestigio. A nessuno dei partecipanti era permesse errare. C'erano anche delle cose che non andavano molto bene ma tutto, alla fine, si risolveva in buon successo.Era il tempo che i dischi targati Sanremo si vendevano a milioni. Era anche il tempo di Tiziana Rivale (chi se la ricorda?) di cognome Oliva , figlia di un impiegato statale, che cantava "sarà quel che sarà" è arrivata a Sanremo attraverso un concorso indetto da Domenica In e di Dori Ghezzi con Margherita non lo sa, già legata sentimentalmente con Fabrizio De Andrè, con il quale ha condiviso la triste esperienza del sequestro in Sardegna. Tanto per citarne qualcuno. C'erano anche grandi personaggi eterni o effimeri con i loro contrasti e polemiche, le lacrime e le esplosioni di allegria.Durante gli anni, però, il festival a perso la sua vivacità e il suo interesse. La formula che viene adottata da diversi anni a questa parte e sbagliata e irripetibile, "non si può - scrive Alberto Paleari, un esperto del festival - fare un festival con personaggi che nulla hanno a che vedere con la canzone". Poi l'edizione n. 68 secondo il mio parere sembrava un concerto di Baglioni e della Michelle Hunziker.Ora ho letto che anche per il 2019 il festival verrà condotto da Baglioni, magari con qualche farfallina col seno al vento. Se devo dire la mia, non sono d'accordo, come non sono d'accordo che una manifestazione canora si protragga per una settimana, ma poiché io non conto nulla, facciano come vogliono, vuol dire che anche per la prossima edizione non sarò uno spettatore - festival - dipendente.



DAL 28 AL 31 AGOSTO SI RINNOVA LA FESTA DI SANT'IGNAZIO DA LACONI
PREVISTA LA PARTECIPAZIONE DEI FEDELI PROVENIENTI DA TUTTA LA SARDEGNA E DALL'ESTERO

di Ennio Porceddu
(25-8-2018) Dal 28 al 31 agosto il piccolo centro di Laconi rinnova la festa grande in onore del cappuccino Sant'Ignazio(
foto dal web/Social), adorato in tutta la Sardegna. Egli nacque in una piccola casupola di agricoltori il 18 dicembre 1701, e fu subito battezzato Francesco Ignazio Vincenzo Peis. Fu poi miracoloso Fra Ignazio cappuccino, venerato ancora adesso, e sempre più, in tutta l'isola, che conserva inattaccabile, nel cuore delle sue donne forti, ed anche gli uomini semplici e retti, il profondo culto dell'insegnamento di Cristo, muore l'11 maggio 1781.Fra Nassiu, com'è conosciuto e onorato nel piccolo centro che fu residenza feudale dei nobili Aymerich, è stato beatificato il 16 giugno 1940 e Canonizzato il 21 ottobre 1951. Il Santo laconese occupa ormai da tanto tempo una posizione importante nella fede dei Sardi, e la parrocchia dedicata a S. Ambrogio, lo accoglierà come sempre con tutti gli onori.Il paese di Laconi conta ora circa 2500 abitanti ed è sito in una zona ricca di acque e luogo di villeggiatura estiva. Per Sa Festa Manna, il Santo fraticello richiama nel piccolo centro migliaia di fedeli da tutta la Sardegna e anche dall'estero, in una cornice di grande interesse turistico.Nell'ottocento Vittorio Angius, nel Dizionario geografico del Casalis, annotta:" Il paese giace sotto il fianco poco meno che verticale del Sarcidano, disteso in lungo, disposto in vari gradi con poca larghezza... e si presenta in una bella scena con i suoi principali edifizi, la chiesa, la casa baronale, alcune altre men superbe abitazioni, e gli avanzi dell'antico castello feudale.La suddetta sponda con le sue rupi rossastre e foracchiate forma uno sfondo veramente romantico".I festeggiamenti per Sant'Ignazio hanno inizio giovedì 28 e si protraggono fino al lunedì 1 settembre.S. Ignazio veniva da una famiglia poverissima in una delle poche casette che, assieme ad alcune capanne, erano situate intorno al Castello medievale di proprietà dei marchesi Aymerich, in una Sardegna ricca di leggende e di storie spesso circondate da superstizioni che accendevano la fantasia dei poveri abitanti. In una Laconi lontana dai centri storici e culturali dell'Isola. A quei tempi, i "letterati" a mala pena sapevano leggere o firmare. Un privilegio, la cultura, che era riservata solo ai proprietari del castello e ai parroci.In quest'ambiente, ha vissuto la sua prima giovinezza Francesco Ignazio Vincenzo Peis. In una casa che di comodo aveva ben poco, edificato con le pietre, la soffitta in canne sostenute da travi di legno con il pavimento in sola terra battuta.Secondo di nove figli, Sant'Ignazio fu cresimato all'età di sette anni dall'arcivescovo di Oristano mons. Francesco Masones y Nin. Da quel momento, il piccolo Ignazio iniziò a collaborare con la parrocchia del paese, ma doveva anche lavorare per aiutare la famiglia, per cui si alzava di buon mattino e si recava in parrocchia per sbrigare piccoli lavori che gli avrebbero fatto guadagnare qualche soldo. Ed è forse in quel periodo che, al piccolo Ignazio, sopraggiunse la vocazione. I biografi raccontano che spesse volte Ignazio fu sorpreso dal parroco a pregare nell'attesa che si aprisse il portale della chiesa. A vent'anni, in una giornata d'autunno, Ignazio, accompagnato dal genitore, lasciò il suo paese per andare a Cagliari. Le mura di Castello, il bastione e le torri, che si ergevano maestose, per Ignazio furono uno spettacolo immenso, straordinario. In quel periodo, la Sardegna, subiva una svolta politica con l'inizio del regno di Sardegna, mentre Casteddu (Cagliari), continuava a essere sotto il dominio degli spagnoli. Il giovane Vincenzo Ignazio, assieme al genitore, si presentò al provinciale dell'ordine dei Cappuccino, ma non fu ammesso per il suo minuto stato fisico malaticcio. Ci volle l'intervento del marchese Aymerich, per convincere il frate provinciale ad ammetterlo fra i novizi. Da quel momento Cagliari ebbe un nuovo fraticello che, pian piano, si fece conoscere e amare da tutta la popolazione."Devotissimo e dedito alla penitenza fin da giovane, indossò il saio francescano, nonostante la sua gracile costituzione, e fu dispensiere ed umile questuante nel convento di Iglesias e poi in altri conventi. Dopo quindici anni, fu richiamato a Cagliari nel convento del Buoncammino. Qui lavorò nel lanificio e come questuante in città, svolgendo per quarant'anni il suo apostolato tra poveri e peccatori, aiutando e convertendo. La gente lo chiamava "Padre santo", mentre un pastore protestante del reggimento fanteria tedesco, lo definì un santo vivente. Divenuto cieco due anni prima della morte, fu dispensato dalla questua ma continuò a osserva a Regola come i suoi fratelli". "Fra Ignazio", da buon questuante, si recava casa per casa per prendere qualcosa o per dare. "Deus ti du paghiri" amava dire nel ringraziare chi gli donava qualcosa che, poi, solitamente, regalava ad altre famiglie povere. Fra Ignazio portava sollievo a tutti i poveri e agli ammalati. La sua povera esistenza di frate questuante era fatta di carità e di preghiera. Fra Ignazio, morì all'età di ottanta anni. Ci sono voluti 170 anni (1995), perché il processo di beatificazione abbia avuto la sua conclusione.

SEDILO,SI RINNOVA IL RITO ANTICHISSIMO DELL'ARDIA DI SAN COSTANTINO
NEL SUGGESTIVO SANTUARIO DI SANTU ANTINU FESTEGGIAMENTI TRA CORSA EQUESTRE E GRANDE DEVOZIONE

di Ennio Porceddu
(6-7-2018) A Sedilo sono iniziati oggi i festeggiamenti della sagra più importante del centro Sardegna dedicata a San Costantino, e si protrarranno fino a domenica(foto dal web-Social). Il centro si trasfigura in una popolosa e rumorosa cittadina. Oltre 15/20 mila persone arrivano da ogni parte dell’isola, per assistere, con gran devozione, alla sagra, con l’intento di sciogliere un voto, davanti al simulacro dell’imperatore Costantino I (Flavio Costanzo).“Sono centinaia i cavalli montati da arditi cavalieri intraprendono la difficile corsa intorno alla chiesa compiendo sette giri per poi, di corsa scendere giù a precipizio nella vallata e compiervi altri sette giri ed evoluzioni intorno ad un recinto detto “Muredda”.La corsa sfrenata e la partecipazione dei cavalieri, rappresenta la guardia del corpo dell’Imperatore, disposti a tutto per difendere la sua incolumità. Per i cavalieri è anche un’occasione per dimostrare la propria bravura e per entrare di diritto nell’albo della “balentia”: un riconoscimento molto sentito dai sardi.“La maggior parte dei cavalieri porta ricchi stendardi e bandiere di broccato e i due capitani che dirigono l’Ardia hanno uno la bandiera gialla con lo stemma del Santo, l’altro di seta rossa con lo stemma dei quattro mori”.Secondo gli storici, era la più conosciuta, mentre per la stampa locale dell'ottocento, però, era un evento poco interessante, tanto non occupare spazio.Si è parlato di Sedilo il 15 settembre1911, inoccasione della visita di Vittorio Emanuele III a Sassari.La spettacolare sagra di “Santu Antine” (San Costantino) è sicuramente d’origine bizantina. Secondo la leggenda popolare, è attribuito all’intervento miracoloso dell’Imperatore romano che, manifestandosi in sogno a un sardo prigioniero dei mori, gli promise la libertà, ma in cambio doveva costruire una chiesa nell’agro del paese, in regione Mordai.La festa di Santu Antine, anticamente doveva essere un rito tribale, solo più tardi, con l’avvento del cristianesimo, si trasformò, in sagra religiosa.“Sono centinaia i cavalli montati da arditi cavalieri intraprendono la difficile corsa intorno alla chiesa compiendo sette giri per poi, di corsa scendere giù a precipizio nella vallata e compiervi altri sette giri ed evoluzioni intorno ad un recinto detto “Muredda”.
La corsa sfrenata e la partecipazione dei cavalieri, rappresenta la guardia del corpo dell’Imperatore, disposti a tutto per difendere la sua incolumità. Per i cavalieri è anche un’occasione per dimostrare la propria bravura e per entrare di diritto nell’albo della “balentia”: un riconoscimento molto sentito dai sardi. Nell’Ardia, lo stendardo maggiore (Sa Pandela madzore) è portato dal capo corsa, trofeo che il cavaliere riceve poco prima dal parroco.Dopo, il capo corsa sceglie altri due cavalieri (pandelas) che a loro volta provvedono a formare le scorte (s’iscorta) che, a loro volta, con lance e gli stendardi cercano, lanciati in uno sfrenato inseguimento, di ostacolare a corsa degli altri contendenti.A ufficializzare la corsa sono presenti le massime autorità del paese: il sindaco, e il parroco che dopo aver accompagnato i cavalieri a “su frontigheddu” (l’altura dove sì da avvio alla gara), si portano al Santuario per assistere al palio.I cavalieri, in testa “sa candela madore”, protetto dagli altri “pandelas”, scendono lungo il pendio scosceso per imboccare l’arco di Costantino e quindi risalire lungo una difficile arrampicata che conduce alla chiesa, compiendo tutto intorno, alcuni giri, per poi raggiungere “sa muredda”, dove è fissata innalzata una croce come segno di devozione al Santo, ma soprattutto un gran significato storico.L’Ardia è, in effetti, una competizione che, nonostante la sua originalità, è particolarmente pericolosa per il grande polverone sollevato dagli zoccoli dei cavalli e dagli spari a salve scaricati dai fucilieri durante il percorso.La sagra sedilese, termina con la Santa Messa officiata dal parroco e con l’offertorio (vino e dolci locali a tutti i partecipanti sistemati all’interno delle “cumbessias” (piccole abitazioni nei pressi del sagrato).



UNA LEGGENDA AMERICANA
NELL'ERA DEL FAR WEST

LA VERA STORIA DI BUFFALO BILL E QUELLA VOLTA CHE SBARCO' A ROMA COL SUO CIRCO

di Ennio Porceddu
(4-7-2018) La storia americana del XIX secolo ha lasciato diversi ricordi e molte emozioni. Eravamo allora nell'emozionante era del Far West, quando i soldati si scontravano con i pellirossa per dominare dei territori che per millenni erano appartenuti ai cosiddetti indiani d'America. Molti scrittori hanno compilato storie fantastiche su questo popolo. Molti altri, raccontavano episodi irreali pur di impadronisti di immensi territori ricchi di bisonti. Altri ancora andavano a caccia di questi animali per le loro pregiate pelli che poi vendevano. Uno degli uomini che andava a caccia di bisonti era un certo W. F. Cody, meglio conosciuto come Buffalo Bill(foto dal web-social). Fu soldato e colonnello dell'Esercito Americano durante la Guerra di Secessione Americana.Dopo la fine della guerra fu arruolato come guida civile per l'esercito statunitense e poi fu assunto dalla Pacific Railway, la compagnia responsabile della costruzione ferroviaria in America. Fu insignito della Medaglia d'Onore del Congresso, la più alta onorificenza militare degli Stati Uniti, per il "coraggio in azione" manifestato. Nel1883 quando smise di cacciare, i bisonti che erano il cibo essenziale degli indiani per la sopravvivenza, mise in piedi un circo il Buffalo Bill Wild West Show e inizio ad esibirsi in diversi Stati d'America, coinvolgendo diversi indiani, e raccontando nelle rappresentazioni western, diverse battaglie, fra cui la battaglia di Little Bighorn, dove perse la vita il Generale Custer.W. F. Cody nel 1890, arrivò con la sua carovana circense anche nel nostro paese, a Roma. Al suo seguito centinaia di persone, diversi pellerossa, oltre a animali e attrezzature. Per l'occasione la città di Roma li ospitò ai Prati di Castello, dove spesso si svolgevano le esercitazioni militari.Il successo fu assicurato. Grande la curiosità per la partecipazione degli indiani, e gli incassi andarono alle stelle. Si pensi che l'incasso fu di 160 000 lire nei primi 11 giorni. Il biglietto d’ingresso al circa Buffalo Bill West Show costava la notevole cifra di 5 lire.


ERA LA STAR DELLA TV,AVEVA 77 ANNI
E' MORTO RICHARD HARRISON,IL VECCHIO DI "AFFARI DI FAMIGLIA"

di Ennio Porceddu
(26-6-2018) E' morto stamattina Richard Benjamin Harrison(foto dal web), meglio conosciuto in tutto il mondo come il vecchio "The Old Man" del famosissimo reality tv Affari di Famiglia, seguitissimo in tutto il mondo ( trasmesso in Italia su Cielo) e ambientato nel negozio di pegni di Las Vegas "Gold&Silver Pawn Shop" che aveva fondato insieme al figlio Rick.Nato il 4 marzo 1941, giovanissimo si era arruolato in Marina: Dopo aver lasciato la divisa, nel 1988 ebbe l'idea di aprire un negozio di pegni, che per la sua originalità, ottenne un grande successo e nel 2009 dalla TV gli fu proposto di far diventare la sua attività un reality. Cosa che Richard accettò senza pensarci molto. In migliaia anche dal nostro paese, hanno scritto che era un grand'uomo e un personaggio che ha fatto compagnia e ha regalato tanti sorrisi con il suo modo brusco di interpretare le situazioni create dal figlio Rick, dal nipote "Smilzo"(Corey) e dal furbacchione Chumlee (Austin Russell).Il "vecchio brontolone" come veniva apostrofato dal figlio e dal nipote aveva lasciato il lavoro nel luglio 2017 per godersi la meritata pensione. Da anni combatteva con una malattia che non perdona il Parkinson. Questa mattina, ci ha lasciato.



IL POPOLO CAGLIARITANO SI
STRINGE ATTORNO AL SUO SANTO

362° SAGRA DI S. EFISIO

di Ennio Porceddu
(29-4-2018) Sono passati 362 anni da quando la municipalità cagliaritana ha invocato il martire più famoso della Sardegna perché intercedesse concretamente per salvare la città di Cagliari e il popolo sardo da quello che sembrava una maledizione, uno stato d'assedio(foto di Augusto Maccioni per TP). Poi finalmente nel 1656 la peste fu debellata. Non furono solo le preghiere ma anche le lacrime che la popolazione versò per i tanti morti che la terribile malattia che nel giro di poco tempo aveva mietuto, finalmente Cagliari riebbe la sua luce. Il vento impetuoso che la travolse, si diradò e tornò il sereno.Questo ci spiega quanto era diffusa la devozione per Sant'Efisio.

Una venerazione che non è mai cessata, anzi, è aumentata con l'afflizione della peste, per poi estendersi in tutta la Sardegna. Cagliari ha sempre avuto ottimi vincoli con Sant'Efisio. La devozione a S. Efisio arriva da molto lontano. Già nel 1548, la municipalità, riconoscendosi debitrice verso il Santo, istituì una rendita per le celebrazioni di Messe nella chiesa del Santo sita nel rione Stampace.Dal 1656 Cagliari avvia una processione che l'1 maggio la porta, con sfarzo e gioia per le strade della città fino alla chiesetta di Nora, sita nella cittadina di Pula, a due passi dal mare, dove si dice che Sant'Efisio ebbe il suo martirio.Nella processione di quest'anno sfileranno i costumi tradizionali di oltre 120 comuni con ottantanove associazioni di devoti. Corteo a piedi, ma anche sfilata di traccas, i tipici e colorati carri trainati dai buoi. Più gli uomini a cavallo, 255, con 56 miliziani di scorta al cocchio del santo.Il 1 maggio con il passaggio del cocchio e la statua del martire guerriero protettore dell'Isola tra le migliaia di persone che invaderanno il centro storico. Ci sarà il saluto dell'alter Nos, il rappresentante del Comune poi la ramadura con i petali che riempiranno di colori la strada percorsa dal santo. Sino al momento più emozionante, quando le sirene delle navi intoneranno a festa.Comunque per saperne di più conviene comperare il libro "San'Efisio" di Ennio Porceddu e Augusto Maccioni, pubblicato dalla "Ilmiolibro .it" o chiederlo agli autori.


Il 28 aprile per il popolo sardo è una giornata di festa che ricorda la cacciata dei piemontesi dal'isola nell'anno 1794. Un contenuto storico che traccia le tappe del sogno alla libertà civile e all’autonomia politica da parte del popolo sardo. Un sogno che, tuttavia, svanisce presto e per i sardi torna il buio
"SA DIE DE SA SARDIGNA",IL GIORNO DELL’INSURREZIONE DEI SARDI
“Fuori i piemontesi” , urlarono all’unisono i popolani sardi, incitati dai nobili e dalla borghesia cagliaritana, i veri artefici della sommossa contro i sabaudi, dopo che questi ultimi volevano congelare tutti i loro privilegi

di Ennio Porceddu
(24-4-2018) L’insurrezione esplose nel momento in cui i piemontesi arrestarono l’avvocato Vincenzo Cabras e il fratello bernardo al posto di Efisio Pintor, che era riuscito a scappare. Ma già iniziò un anno prima, nel 1793 quando i cagliaritani respinsero con grande determinazione le armate navali francesi. Sa die de sa Sardigna è la ricorrenza popolare che rievoca i cosiddetti “Vespri Sardi”, cioè l’insurrezione popolare del esplosa il giorno 28 aprile 1794 con il quale cacciarono da Cagliari i Piemontesi e il viceré Balbiano, in seguito al diniego del governo di Torino di esaudire le richieste che venivano dall’isola, titolare del Regno di Sardegna.In effetti, cosa chiedevano i sardi? Che fossero loro riservata una parte degli impieghi civili e militari e una maggiore indipendenza rispetto alle risoluzioni della classe dirigente locale. Al rifiuto del governo piemontese di accogliere qualsiasi petizione, la borghesia cagliaritana sorretta da tutta la popolazione, s’infiammò facendo nascere il moto insurrezionale. Le prime scintille della ribellione popolare iniziarono già negli anni Ottanta del Settecento ed erano continuate negli anni novanta, interessando poi tutta l’isola.Le ragioni del malcontento, erano di ordine politico ed economico insieme, da riallacciare al 1793, quando l’isola era stata implicata nella guerra della Francia rivoluzionaria contro stati europei e contro e il Piemonte. Così quando si parla di storia sarda, dobbiamo tener conto del biennio 1793/ 1794. I francesi, dopo aver, occuparono Nizza e Savoia, decisero di conquistare la Sardegna, convinti che conquistare l’isola fosse un’impresa facilissima. C’é da rammentare che la Sardegna in quel periodo era nel caos con gli isolani scontenti con un governo piemontese incapace di difendersi. Invece, accadde l’impensabile che i francesi non si aspettavano. Quando nel febbraio del 1793, la flotta, capeggiata dall’ammiraglio Truguet, si affacciò nella rada di Cagliari e iniziarono il cannoneggiamento, trovarono un’eroica opposizione dei Sardi, in difesa della loro terra. Con tale opposizione si manifestava un sentimento nazionale, che portò a scriverla nella sua autobiografia Vincenzo Sulis. Dopo aver evitato il pericolo dei francesi, I nobili sardi che avevano sollevato il popolo contro i francesi, giustamente, dai Piemontesi, si aspettavano una riconoscenza e una giusta gratificazione per la fedeltà manifestata alla corona. Le cose però andarono diversamente: tutte le richieste furono bocciate. “Mostrandosi il Ministro Granirei, contrario alle domande presentategli – scrive Pietro Meloni Satta – in nome degli Stamenti dai Deputati a ciò delegati, e accentuandosi sempre più la tracotanza, il contegno poco corretto, le satire e le insolenze continue dei Piemontesi contro gli Isolani, il malcontento assume proporzioni gravissime in tutta l’Isola, e specialmente nella capitale”. La fiamma che fece perdere il controllo ai cagliaritani fu (28 aprile 1794), l’arresto disposto dal viceré di due capi del partito patriottico, gli avvocati cagliaritani: Vincenzo Cabras ed Efisio Pintor.
In breve i fatti: Intorno all’una di pomeriggio di quel giorno, una Compagnia di granatieri del reggimento svizzero Schmidt, scende dalla Porta Reale, a Cagliari, avviandosi verso il quartiere di Stampace. I soldati sono in uniforme di parata: la gente che passa pensa di essere di fronte ad un’esercitazione. Poi con passo veloce, una parte dei soldati si schiera accerchiando l’abitazione dell’avvocato Vincenzo Cabras. Si predispone l’arresto del Cabras e del genero, Efisio Pintor, anche lui avvocato, considerati dalle Autorità Piemontesi due pericolosi rivoluzionari ma quest’ultimo riesce a scappare. Allora è arrestato il fratello Bernardo.“A questo punto – scrive Pietro Meloni Satta – “scoppia l’insurrezione nel sobborgo di Stampace. Si corre in folla forzando e bruciando una porta della Marina, e occupansi in pochi istanti le altre porte, e le batterie che guardano il mare. Nasce un vivissimo fuoco colle truppe con morti e feriti da ambo le parti. Il più duro conflitto avviene alla porta del Castello, chiusa e ben munita, di dentro, dalle truppe. Quivi si riversa la popolazione chiedendo, con grida furibonde, la liberazione dei due arrestati. Si da fuoco alla porta e si scala la muraglia. Penetrati in Castello si sostiene, per un’ora, un fuoco vivissimo colla truppa, che occupava le diverse imboccature delle strade, e ciò malgrado le rimostranze del marchese di Laconi e del Colonnello Schmidt: il primo dei quali, colle lacrime agli occhi, esortava il Viceré a far deporre le armi per risparmiare il sangue cittadino”. La popolazione furibonda, decise di cacciare dalla città il viceré Balbiano e tutti i Piemontesi.Incoraggiati dalle vicende cagliaritane, gli abitanti di Alghero e Sassari fanno altrettanto.
Per dovere di cronaca storica, occorre segnalare che furono i macellai, nei loro costumi tipici, i primi a sollevarsi contro i Piemontesi, con Ciccio Leccis in testa, il capo popolo che arringò la folla facendo scoppiare la rivolta. Gli insorti, conquistato il Castello, sfondano le porte e occupano palazzo Viceregio. Per prima cosa, allegoricamente, nel ricordare la molla che ha scatenato la sollevazione popolare e ad attestare un beffardo e tollerante spirito che sempre ha contraddistinto i cagliaritani, nel palazzo del vicerè è banchettato un ricco pasto di tutte le pietanze trovate nelle dispense, lasciate dai piemontesi.“Fuori i Piemontesi!” urlano i popolani per le strade di Castello, gli insorti. Subito dopo Don Francesco Asquer, visconte di Flumini a capo di oltre cento persone, fa arrestare i Piemontesi presenti in Castello per imbarcarli verso Torino. In attesa del giorno dell’imbarco, previsto per il 7 maggio, i Piemontesi sono alloggiati e protetti per evitare possibili tafferugli. Il giorno stabilito, i Piemontesi, con le loro masserizie, sono accompagnati al porto e imbarcati. Al quel punto i cagliaritani incominciano a chiedersi, perchè lasciare a loro, tutti i beni rapinati ai Sardi? Allora, è suggerita l’ipotesi di chiedere un risarcimento immediato ma interviene il macellaio Ciccio Leccis: “Lasciateli andare, che noi sardi benché poveri non abbiamo bisogno della merda dei piemontesi”. “Procurad’ ‘e moderare,/ Barones, sa tirannia, /chi si no, pro vida mia, /torrade a pe’ in terra!” (Cercate di moderare / baroni, la tirannia, / ché se no, per la mia vita!, / tornate a piedi a terra! Recitano alcuni versi de Su patriottu sardu a sos Feudatarios (Il patriota sardo ai Feudatari).Fu un episodio sicuramente considerevole per l’isola, per quei moti antifeudali, anche se certuni non approvano la lettura dei fatti, che lo animarono. Rientrata la rivolta, alcune richieste saranno accolte nel 1796.Nel 1993, il Consiglio Regionale sardo, con la legge n.44, ha istituito “Sa die de Sa Sardigna” come festa regionale, il 28 aprile di ogni anno, in ricordo di quell’avvenimento del 1794. Il”Giorno della Sardegna” è raccontato con manifestazioni culturali e una “rappresentazione scenica” degli scontri del 1794 nei luoghi reali, dove ebbero luogo gli avvenimenti. Molti i sardi e i turisti che si riversarono nel quartiere di Castello, l’elefante”, siamo tra quei sardi che non si perdono quest’occasione.



IL 1°MAGGIO 1794 IL SANTO NON PARTI',LA SAGRA FU RINVIATA AL 1° GIUGNO
CAGLIARI E LA SARDEGNA SI PREPARA A
FESTEGGIARE LA 362.ESIMA EDIZIONE DELLA GRANDE FESTA DI S.EFISIO


di Ennio Porceddu
(19-4-2018) La città di Cagliari si prepara a festeggiare la 362 edizione del santo più amato della Sardegna(
foto dal web). La popolazione onora questo santo martire da oltre trecento cinquant'anni . La città di Cagliari, per l'occasione, si riempie di fedeli e turisti che arrivano da tutte le parte del mondo per assistere alla più lunga è importante processione religiosa e folcloristica dell'isola.Il primo maggio Cagliari si veste a festa e assiste composita al passaggio del suo benefattore dalla chiesetta di Stampace, a lui dedicata, fino al Municipio in via Roma per poi proseguire fino alla chiesetta di Nora dove avvenne il suo martirio. Efisio,La Cagliari del '600 è tutta nei libri di storia e la pestilenza che travolse l'Italia non è una leggenda, ma è vera storia. Una pestilenza che poteva durare a lungo e che grazie alla intercessione di un umile santo, venne sconfitta. E di questo i sardi sono riconoscenti a S. Efisio.Il primo maggio è anche, tempo permettendo, il giorno che i cagliaritani per tradizione, dopo aver assistito alla processione, fanno i primi bagni al Poetto.Francesco Alziator, uno dei massimi interpreti delle tradizioni cagliaritane e della Sardegna, reputa la sagra di sant’Efisio il “più grande convegno folclorico del Mediterraneo”. Scriveva Pietro Aleo che la città di “Cagliari è molto legata alle sue vecchie tradizioni, a quelle religiose. Basterà ricordare con quale tenacia sono conservate le processioni della Settimana Santa, che sono seguite da folle di popolo ed in cui certamente la manifestazione più singolare è quella dei cantori che forse ripetono musiche secolari che meriterebbero di essere studiate”.La festività che Aleo ha ritenuto più importante in assoluto per i Cagliaritani. è senza dubbio la sagra di Sant’Efisio del 1. Maggio, legata come è al voto al voto compiuto dall’Amministrazione Comunale nel 1656, per aver interceduto alla liberazione della peste che dal 1652 stava decimando la popolazione di Cagliari e dell’Isola. La processione del Santo Martire è continuata anno dopo anno, ad anno, anche quando nel 1943 la città era crollata sotto i bombardamenti. Questo potrebbe far credere che per 362 anni, la solennità sia continuata interrottamente, anno dopo anno. Tuttavia, non è andata sempre così, infatti da un documento, dell’archivio Comunale di Cagliari si evidenzia che il 1 Maggio dell’anno 1794, la sagra di Sant’Efisio non partì. Il precedente 28 aprile era scoppiata in città una rivolta causata dal diffuso malcontento, e per le turbolenze lo Stamento militare decise di non effettuare la manifestazione. Tuttavia l’Amministrazione Comunale decise di celebrare la festa per quell’anno il 1º giugno, quando le acque si erano ormai calmate. Come è noto lo dicono i documenti di storia Moderna del Manno, e un ulteriore documento riproposto qualche anno fa, ricorda che Il 28 aprile 1784 a Cagliari scoppiò una rivolta ha causa dello scontento popolare per il mancato accoglimento delle richieste presentate in occasione della cacciata dei francesi dalle coste sarde. Tale rivolta si concluse con l’espulsione dei funzionari Piemontesi , che due giorni dopo furono imbarcati su cinque navi, poi trattenute in rada fino al 7 maggio, prima di prendere il largo.“In quei giorni di gravi turbolenze – continua Aleo – lo Stamento militare, che si può dire, sedeva in permanenza , credete opportuno proporre al magistrato della Reale Udienza, che aveva assunto il poteri di governo, la soppressione della festa di Sant’Efisio”. In effetti, la Reale Udienza accolse la richiesta, ma l’amministrazione Comunale non rimase molto soddisfatta, e infatti, un avviso pubblico in data 19 Maggio 1794, conservato nell’Archivio Comunale, il Magistrato Civico avvertiva che la festività di Sant’Efisio si sarebbe celebrata il 1 giugno successivo”.
>>>>>>>><<<<<<<<< Ad arricchire i libri di storia di questo Santo è uscito tre anni fa il volume "SANT'EFISIO - SAGRA, STORIA ANEDOTTI DEL SANTO MARTIRE" uscito dalla penna dei due giornalisti Ennio Porceddu e Augusto Maccioni per ILMIOLIBRO di Roma e stampato in Italia per il Gruppo Editoriale L'Espresso, contenente le foto di Arturo Bertolini, Ennio Porceddu, Raimondo Caddeo, Roberto Masala Azienda Autonoma Soggiorno - Turismo Cagliari e C. di Cagliari.

CAGLIARI,MOMENTI DI GRANDE FEDE E DEVOZIONE PER LE STRADE IN OCCASIONE DELLA PASQUA

di Ennio Porceddu
(31-3-2018) E' domenica mattina, giorno di Pasqua(foto dal web), per le strade di Cagliari si snodano due diverse processioni: una composta di soli uomini con la statua del Cristo; l’altra, formata di sole donne con la statua della Madonna velata di nero.Nel momento in cui, le due colonne si trovano l’una di fronte all’altra (S’incontru), il Figlio s’inchina per tre volte, davanti alla Madre, intanto un confratello le toglie il velo nero.E’ l’attimo massimo della cerimonia. Intanto, i presenti, ne rilevano l’importanza con spari e lancio di mortaretti (L’incontro è comune in tutte le parti dell’isola e non presenta nessuna variante).Le due processioni si riuniscono per proseguire appaiate fino alla chiesa dove saranno deposte le statue.
LA SETTIMANA SANTA A CAGLIARI
A Cagliari,la Settimana Santa si è celebrata nel quartiere di Villanova da due confraternite: quella del Santissimo Crocefisso della chiesa di San Giacomo e quella della Solitudine della chiesa di San Giovanni, e dall’Arciconfraternita di Stampace.Nella chiesa di San Giovanni, la priora, aiutata dalle consorelle, rimuovono il lenzuolo dal Cristo, con un lungo e rigoroso rituale.Dopo, le donne si aggrappano alla statua per tutta la processione, con lo scopo di assolvere un voto.La processione ha inizio alle ore 13,00 con le consorelle della confraternita che, per l’occasione, indossano delle lunghe vesti nere in segno di lutto, le spalle sono avvolte da uno scialle, il volto è coperto da un velo e procedono lentamente versola Cattedrale.Tutta la processione è scandita dal rullo del tamburo che segna il passo, mentre un coro di voci ripete i misteri della Passione del Signore, durante tutte le soste indispensabili per il cambio dei portatori della Croce.Arrivata in Cattedrale,la Croce è presa in consegna dal sacrestano che a sua volta la posa sul pavimento all’interno del duomo. Alle ore 16,00, dall’Oratorio della chiesa di San Giacomo, s’avvia la processione della confraternita del Santissimo Crocifisso diretto verso la chiesa di San Lucifero, dove giunge, dopo le soste di rito, nella tarda serata.Il Venerdì Santo, alle 20,00 dalla chiesa di Sant’Efisio di Stampace, esce la processione con il coro de “is cantoris” che, con accompagnano il Cristo adagiato su una lettiga lungo le strade del quartiere.Il sabato mattina, le due Confraternite (della Solitudine e del Crocefisso), in Cattedrale e nella Chiesa di San Lucifero, al Cristo, tolgono i chiodi e la corona di spine (su scravamentu) prima di essere adagiato sulla lettiga.
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Oggi domenica di Pasqua, nei quartieri di stampace (Corso Vittorio Emanuele), Marina (Via Roma) e Villanova (Via Garibaldi), si svolge la processione de “S’incontru” tra Gesù ela Madonna.Sono tre cerimonie di grande sentimento religioso e emozionanti, molto sentite e attese dai cittadini.






CAGLIARI/A TAVOLA ERANO IN 56 TRA FIGLI,
NIPOTI, BISNIPOTI E TRIS NIPOTI. L'ULTIMO E' NATO CINQUE MESI FA

CINQUE GENERAZIONI SI SONO RITROVATE IN UN RISTORANTE PER FESTEGGIARE LA LORO
CENTENARIA MAMMA E NONNA GIOVANNA VINCENZA LOI

di Ennio Porceddu
(Pirri - 13 novembre 2017) .Cento anni, un grande traguardo, costruire una famiglia di cinque generazioni, lei che ha vissuto i disastri del fascismo e la seconda guerra in piena evoluzione è riuscita a realizzare il suo sogno: diventare nonna di tris nipoti. Mia madre, nata il 10 novembre 1917, all'anagrafe Loi Giovanna, ma per tutti Vincenza, non trattiene le lacrime: oggi, alla sua festa ci sono tutti, meno la "piccolina Vale" che è costretta per motivi di lavoro a risiedere in provincia di Torino ma che presto la raggiungerà per
abbracciarla. Ha tavola, per la grande festa ci siamo ritrovati in 56, molti parenti sono arrivati da Roma e Genova per festeggiarla in un pranzo storico "Sono molto felice della mia famiglia e li ringrazio con amore. Sono felice ma anche stordita dalla felicità. Ho procreato sei figli, quattro uomini e due donne: Clorinda, Ennio, Antonio, Ignazio (che mi lasciato tanti anni fa, nel 1964), Mariella, (alle anagrafe Maria Bonaria) e Claudio". Con le moglie e i mariti c'erano 15 nipoti, 10 pronipoti e due trisnipoti, il secondo di cinque mesi.
Mio fratello Antonio, in nome di tutti il letto uno scritto"I tuoi cento anni mamma, ha scritto, sono un traguardo della tua vita che tutti sognano di raggiungere" e spero che qualcuno ci riesca visto che molti della mia generazione lo ha raggiunto. Penso ai miei parenti di Roma, Guspini, Cagliari, Gonnosfanadiga, Francia.Mia madre, cugina di Nanni Loy, morto nell'agosto del 1995, ha sempre saputo conservare la sua passione per la scrittura " Ricorda - nonostante i suoi cento anni e una mente lucida - conservo i primi quaderni della scuola e nello studio ero molto brava, mia nonna era un'insegnante di Guspini". Altri erano avvocati e medici. Il mio bisnonno Vincenzo era un azionista delle Manifatture Tabacchi e delle miniere di Montevecchio. E poi, ricorda ancora, che Giuseppe Loi era un armatore con sede a Cagliari e aveva i suoi uffici (Giuseppe Loi e Figli) nella salita di Viale Regina Margherita, angolo via Cavour. Altri abitavano in Castello, in via Santa Croce, altri ancora in Via Grazia Deledda, di fronte all'ingresso della Legione dei Carabinieri. Chi scrive, da ragazzo andava spesso a trovarli con mia madre. Allora Nanni Loi lavorava in televisione e aveva un grande successo con "Specchio segreto".I suoi cento anni non sono state tutti rose e fiori. Il diario della sua esistenza contiene anche pagine di grande dolore, quando nel 1964, si è spento Ignazio quando per una disattenzione è caduto da una rupe alta otto metri, ma ci sono state anche pagine belle piene di felicità di soddisfazione quando si sono laureate le nipoti Elisabetta, Valentia e alcuni giorni fa Andrea.Tutti gli intervenuti si sono commossi nel vedere Mamma e nonna Vincenza con le lacrime per la grande partecipazione dei suoi discendenti, lei che da ragazzina aveva dovuto abbandonare, assieme alle sue sorelline (Maria, Angela, Adelaide) la sua casa di Guspini, dopo la morte di mia nonna Vittoria Tidu e andare, chi a Pimentel, chi a Roma e chi in Francia. Una separazione che mio nonno non avrebbe voluto, ma che era necessario per non abbandonare il suo lavoro.Mia madre ha ricevuto un mazzo di cento rose rosse, una targa e dopo ha spento le candeline delle tre torte che componevano un grande numero:100. Auguri Mamma.


Dal saggio "A proposito
di Aids" di Ennio Porceddu

L'ANGELO DELLA MORTE:L'UOMO CHE PER PRIMO PORTO' L'AIDS IN AMERICA

di Ennio Porceddu
(11-11-2017) La storia dell'AIDS( foto) ha origini che risalgono all'ultimo periodo degli anni '70. L’Uomo che per primo ha portato il "flagello del XX secolo" negli Stati Uniti si chiamava Gaetan Dugas, un giovane omosessuale canadese, alto, biondo e bellissimo che lavorava come Steward per una compagnia di bandiera del suo paese. A scoprirlo è stato un giornalista, Randy Shilt, autore di un sensazionale libro di 630 pagine sull'Aids dal titolo " And the band played en: people, politcs and epidemic" (E la banda ha continuato a suonare: gente, politica e l'epidemia dell'Aids).Randy scrive che la tragedia dello steward canadese iniziò nel 1977, durante una vacanza parigina. Fu lì che Gaetan diventò l'amante di un ragazzo africano. Si accorse solo dopo il primo rapporto che il giovane di colore aveva il corpo deturpato da strane piaghe di colore viola e di avere dei colpi di tosse da non poter quasi mangiare: erano i segni fatali dell'Aids (Sarcoma di Kaposi, Polmonite), ma lo steward non poteva saperlo. Anche perchè a quel tempo di Aids non si parlava ancora e solo pochissimi ricercatori avevano individuato i suoi sintomi inquietanti.Gaetan Dugas non poteva sapere che quella avventura gli aveva lasciato nel sangue un male che non perdona.Così il giovane tornò in America e riprese la sua normale vita di sempre. Morì nel 1984, a soli 28 anni. Ma non se ne andò solo. Infatti prima di morire aveva contagiato, per ignoranza e per incuria, più di mille uomini.Ma come ha fatto il giornalista a scoprire l'identità dello steward? La risposta potrebbe essere semplice, ma non lo è.Randy Shilt ci ha lavorato tenacemente per più di sei anni, ma ha avuto - come afferma nel suo libro - anche un pizzico di fortuna.Prima di tutto ha letto centinaia di rapporti medici, scoprendo che diversi malati di Aids ricordavano di aver avuto rapporti sessuali con un giovane steward bellissimo che proveniva dalla zona francese del Canada, che parlava un inglese con accento francese:sembrava trattarsi della stessa persona, ma il gi alista stentava a crederci: i malati che affermavano di aver incontrato il giovane canadese erano davvero troppi Shilt non poteva immaginare che un solo uomo avesse avuto una vita sentimentale così movimentata.C'era un altro particolare sconcertante che il giornalista scoprì: i malati che sostenevano di aver avuto rapporti con quel giovane provenivano tutti dalle città più distanti del Continente americano.Alcuni lo avevano incontrato a San Francisco, altri a New York, altri ancora a Toronto.Lo steward seppe di essere ammalato di Aids solo nel 1980, ma non rinunciò alle sue avventure e continuò a diffondere il virus.I medici erano al corrente, ma non tentarono di fermarlo. " Questi segni provano che ho il cancro degli omosessuali, forse capiterà anche a voi". E poi Gaetan scoppiava a ridere, incurante della sua malattia.Lui era sempre alla ricerca di nuove emozioni. I suoi amanti erano del tipo "usa e getta" e non duravano più di due o tre giorni.Con grande sorpresa il giornalista scoprì che un’équipe di medici aveva già individuato il giovane canadese. Gli avevano anche dato un nome : paziente zero. Non solo: la CDC di Atlanta aveva ricostruito buona parte dei viaggi dello steward, seguendo la scia dei malati che l'uomo si era portato dietro di sé.Voleva scoprire tutto dell'angelo della morte e la fortuna gli venne incontro mentre studiava i rapporti clinici di un professore di Brooklyn College, Rick Wellikoff, malato di Aids(anch'egli malato di Aids, uno dei primi), quando trovai un chiaro riferimento al giovane canadese.Era il mese di settembre del 1979 quando Wellikoff si presentò presso la Clinica Universitaria di New York lamentando di avere un fastidioso eczema su tutto il corpo. Solo dopo seppe di essere affetto da Sarcoma di Kaposi, una delle forme che l'Aids può assumere quando colpisce un individuo.Fu in quel momento che il giornalista si rammentò del giovane Gaetan Dugas, steward dell’ ARI Canada, che presentava lo stesso tipo di Eczema su tutto il corpo.Ora il giovane che aveva diffuso attraverso i suoi patners il virus Hiv aveva finalmente un volto.Il resto è venuto da sé. Infatti scoprì - ad esempio - che dei primi 19 casi di Aids denunciati a Los Angeles, quattro si erano accoppiati con lo steward, mentre altri quattro avevano incontrato i suoi amanti.Ancora, la statistica epidemiologica portava ad una conclusione a dir poco agghiacciante: circa 40 dei primi casi di Aids su 248 registrati negli Stati Uniti prima dell'aprile del 1982, erano stati provocati da Gaetan Dugas.

Chi era Gaetan Dugas?
Il giovane Dugas era nato nel Québec, la capitale del Canada francese ed aveva trascorso i primi tre anni dell'infanzia in orfanotrofio, poi venne adottato da una coppia senza figli che lo aveva allevato amorevolmente.Il ragazzo era molto socievole e tranquillo. Quando si suoi genitori adottivi si trasferirono dal Québec a Montreal, Gaetan accettò la nuova scuola ed i nuovi amici senza alcuna remora. Egli amava le nuove amicizie, ma sognava di intraprendere dei lunghi viaggi per conoscere il mondo tant'è che I genitori lo incoraggiarono a intraprendere la carriera di steward.Il ragazzo non ci penso due volte ad iscriversi al corso per steward che superò brillantemente.Iniziò così per il giovane Gaetan dugas una carriera professionale presso la compagnia aerea Air Canada.Fu molto apprezzato per la serietà e professionalità sia dai colleghi che dai dirigenti della compagnia e mai, nonostante la sua ormai nota omosessualità, avevano sospettato che lo steward potesse nascondere una squallida vita sessuale fatta di centinaia di incontri nei bar e nei bagni turchi che nel giro di tre anni lo portarono ad incontrare sul proprio cammino l'Aids.Quando per la prima volta sul suo corpo apparvero alcune ferite di colore viola che non accennavano a rimarginare, ma anzi diventavano sempre più numerose, Dugas non si allarmò più di tanto: " non sarà questo male a fermarmi" esclamava con un'aria di sfida. Come dire che il suo corpo gli apparteneva e lo gestiva come meglio credeva.Così gli squallidi incontri tra un viaggio e l'altro attraverso tutti i continenti, continuarono. Nel 1981 durante una visita di controllo medico confessò che la terribile malattia non aveva minimamente influito sulla sua vita sessuale, anzi continuava ad avere rapporti sessuali con uomini diversi. Egli inoltre si vantava che sarebbe potuto entrare nel libro dei guinners. Affermava senza nessuna vergogna che fin dall'età di 18 anni aveva avuto circa 250 rapporti all'anno. Un record che intendeva mantenere a tutti i costi.Inutile i tentativi dei medici per spiegare che in questo modo non faceva altro che contribuire a diffondere l'Aids. Dugas era inflessibile e non sentiva ragioni.Dugas non credeva che questa malattia si potesse trasmettere per via sessuale e non cambio idea nemmeno quando gli mostrarono le cartelle cliniche degli uomini che aveva contagiato: "qualcuno a contagiato me e adesso è il mio turno". Un atteggiamento malvagio e cinico che mantenne per oltre tre anni.In quel periodo, sembra incredibile, non mancarono gli uomini disposti a sfidare il destino pur di trascorrere una notte con Gaetan Dugas. Poi poco alla volta il suo corpo cominciò a cedere, non riusciva più a nutrirsi e perse peso e forze.Ebbe ben quattro terribili polmoniti: il giovane che sosteneva di aver fatto sognare più di duemila e cinquecento uomini era ormai ridotto ad una larva umana." Dio ha voluto punirci - diceva - perchè abbiamo sbagliato troppo e non abbiamo voluto ammetterlo".Fin qui la storia dello steward che ha trasmesso l'Aids in America.Il giornalista Shilt, autore del libro sulla vita di Dugas, era più che convinto che la responsabilità del "caso Gaetan Dugas" dovesse ricadere sui medici perchè lo conoscevano bene ed erano al corrente che lo steward era un potenziale assassino, ma non fecero nulla per fermarlo, anzi, con la scusa del segreto professionale gli avevano in pratica permesso di contagiare almeno un migliaio di partners occasionali.I medici dal canto loro si giustificarono affermando che non sapevano abbastanza per poter intervenire. Secondo loro non c'è mai stato un " angelo della morte", c'erano invece molti altri pazienti che non avevano usato la giusta prudenza.Una smentita sconvolgente che spiega ancora meglio come sia potuto avvenire una così rapida diffusione dell'Aids, della quale oggi si conosce tutto: epidemiologia, virus Hiv, vie di trasmissione, clinica, terapia, complicanze e misure preventive.


Dai ricordi "COMPAGNI DI VIAGGIO"
QUANDO IL CONCORSO VOCI NUOVE "COPPA SAN EUSEBIO"EBBE UN SUCCESSO INASPETTATO SOPRATTUTTO ALL'ESTERO

di Ennio Porceddu
(5-11-2017) Il servizio militare mi portò a Napoli per tredici mesi, dopo aver sostato per due mesi a Palermo per il servizio CAR. Tornato a Cagliari(foto dal web panorama di Cagliari), continuai a scrivere canzoni. Nel mese di novembre organizzai la terza edizione del concorso voci nuove “Coppa San Eusebio”. La manifestazione ebbe luogo presso il salone concerti dell’Hotel Enalc di Piazza Giovanni (ora sede dei corsi regionali).I partecipanti furono tanti e provenivano principalmente dalla provincia di Cagliari. Tra questi c’era Miriam Sanna, Antonio Palmiotto, che, sorprendendo tutti, si classificò primo. Accompagnava i partecipanti, il gruppo cagliaritano I Marines (gruppo nato un anno prima dall'unione di due musicisti provenienti dai Five), con Sandro D’Amico alla chitarra solista e voce, Jose Caddeo alle tastiere, Sergio Molinari alla chitarra ritmica, Giorgio Carta al basso e Paolo Liggi alla batteria.Mentre come ospiti d’onore parteciparono il maestro Armando Sciascia, direttore d’orchestra e proprietario della casa discografica Vedette Records di Milano, e il cantante isolano Vittorio Laconi, molto noto per le sue canzoni in dialetto cagliaritano.Il concorso canoro, sorprendendo tutti, ebbe un successo inaspettato. Ne parlarono ampiamente e positivamente tutti i giornali specializzati del momento: da “Musica e Dischi” di Milano al “Gazzettino di Benevento”, da “Mondomusica” di Agrigento al “L’Aquilone”, da “Pentagramma” di Roma e al “Il Pungolo verde" sempre di Benevento. Mentre i giornali locali ignorarono l'avvenimento.L’eco della manifestazione arrivò, attraverso i giornali internazionali specializzati, anche all’estero - ai piani alti di Radio Espagnola - tant’è che un giorno mi arrivò una lettera firmata dal direttore generale Iglesias dove chiedeva di far partecipare il figlio, Julio, (già famoso calciatore del Real Madrid e aspirante cantante) al concorso voci nuove di Cagliari. Naturalmente la candidatura non fu accolta perchè, gli spiegai, nella risposta, che la rassegna non era in grado di ospitare candidati di quella portata. Specificando inoltre, che nonostante l’eco riservato dai giornali, la manifestazione restava pur sempre nell’ambito regionale.Alcuni anni dopo, com'è noto, il giovane cantante Julio Iglesias spiccò il volo e s'impose nelle classifiche di tutto il mondo con le sue canzoni.Nel mese di dicembre partì per Torino, con me c’era il gruppo I Marines e la canterina Miriam Sanna che al terzo festival nazionale di Natale 1965 doveva presentare “Ti saluto Turin”, una canzonetta che avevo composto per l’occasione. Ad accompagnare Miriam c’era anche la mamma, signora Doretta Sanna.Il viaggio verso la città piemontese fu abbastanza movimentato. Da Cagliari prendemmo il traghetto della Tirrenia per Genova. A bordo della nave, quella sera, i ragazzi del gruppo non mancarono di improvvisare un piccolo concerto con le chitarre.La mattina, quando arrivammo al Porto di Genova trovammo, il signor Neri, un funzionario dell’Agip, un amico del padre di Miriam, signor Ferruccio, ad attenderci con la sua auto. Ci invitò a pranzo. Lui non mangiò, ma bevve solo del consumè perchè disse che la sera doveva andare a un matrimonio, e quindi, doveva tenersi leggero. La cosa ci sembrò alquanta buffa, ma riuscimmo a trattenerci dal ridere. L’amico era, insomma, quel che si dice: un genovese in tutti i sensi.Subito dopo partimmo in treno verso Torino.Quando arrivammo alla capitale piemontese, ci rendemmo conto che la città era avvolta dalla nebbia, piovigginava e faceva molto freddo.Decidemmo di andare subito in albergo a depositare i bagagli e darci una rinfrescata prima di recarci al Salone Hollywood Dance dove avrebbe avuto luogo il festival.L’albergo non era un gran che, anche se i proprietari erano molto gentili: era poco riscaldato e i letti invece delle coperte avevano spessi piumoni imbottiti di lana, e quando t'infilavi, ti riscaldavi subito.Per il bagno dovevi uscire dalla stanza. In camera, invece, c’era un catino smaltato bianco, come quelli che si usavano in ospedale negli anni quaranta, sistemato su dei treppiedi, una brocca dello stesso materiale pieno d’acqua e un asciugamano: serviva per lavarci la mattina e non impegnare molto il bagno. Un fatto molto strano. Comunque ci adattammo, come diciamo noi sardi "ammarolla" (per forza).La manifestazione durò tre giorni, dal 21 al 23 dicembre, e vedeva la partecipazione dell’orchestra Bevione diretto dal maestro e compositore Turi Golino. Ospite d’onore il gruppo “I Camaleonti” che avevano appena inciso la loro prima canzone “Sha-la-la-la”, un pezzo che dopo qualche tempo divenne un successo nazionale. Ricordo che il cantante del gruppo torinese, Ricky Maiocchi, nei momenti di pausa girava tra il pubblico per vendere il loro disco. Il costo, lo rammento benissimo, era di lire cinquecento la copia.Il cantante dei Camaleonti morì alcuni anni dopo.Durante il festival torinese, i “Marines”, oltre ad accompagnare Miriam, con la mia canzonetta, si prodigarono in alcune canzoni del loro repertorio con un certo successo.La canzone “Ti saluto Turin”, dedicata da me, furbescamente, agli abitanti di quella splendida città, e inviata al sindaco della Città di Torino, si classificò terza.Ti Saluto TurinSe parlano di me,la gente sa che sono piccola.Se chiedono di me,la mia risposta è questa qui.Sono piccola, piccola così, un po' fragile,fragile perchè,vengo da molto lontano,vengo da una isoletta,dove la gente è corretta,ha per dote la sincerità.Ora saluto un po' tutti,voi che siete sinceri,un bel saluto a Torino,che m’appare più bella stasera.Ti saluto Turin,io ti voglio un po' ben....ti ricordo così con mille luci.(E. Porceddu).
Tra gli autori e compositori partecipanti al festival, lo voglio ricordare, perchè degno di nota,
c’erano nomi da me molto conosciuti di cui alcuni collaboratori di mie canzoni: Mateicich, Prestigiacomo, Tino Ruffa, Lorenzo Gardino, Tarantino, Palma, Salvay Minetti, Fiume, Biondi, ecc.
Ennio Porceddu




"GLI INVINCIBILI",IL GRANDE
TORINO TRA STORIA E LEGGENDA

RICORDIAMO IL MOMENTO PIU' TRAGICO DELLO SCHIANTO A SUPERGA:"E' MORTO IL TORO"

di Ennio Porceddu
(8-9-2017) Quando arrivò la notizia, ancora frammentaria tutte le redazioni dei giornali si strinse in un coro di sbigottimento. Tutti erano increduli che una grande squadra, sopranominata "Gli invincibili" fosse scomparsa. Alcuni gridarono sgomenti " E' morto il toro". "E' morto il Torino"(
foto dal web). Altri si chiedevano: "Com'è successo?" Poi, arrivarono le conferme. Alle 17.05 lo schianto a Superga dell'aereo un trimotore I-ELCE (un G.212 della Fiat) con bordo 31 persone - 4 uomini dell' equipaggio, 18 giocatori del Torino, 3 giornalisti, 2 dirigenti, 2 tecnici, il massaggiatore e il capocomitiva - si era schiantato sulla collina di Superga, non lontano dalla Basilica, prendendo fuoco. Nessun era sopravvissuto al terribile impatto.Allora l'Italia si mise in lutto L' ultima partita in Portogallo La sciagura che, in quell'uggioso e nebbioso pomeriggio del 4 maggio1949, si abbatté su un'Italia ancora contadina, pre-industriale, soprattutto tesa a ritrovare la forza di rialzarsi dopo i disastri della guerra.L'aereo stava riportando a casa la squadra da Lisbona, dove aveva disputato un incontro amichevole con il Benfica, organizzata per aiutare, con l'incasso, il capitano della squadra lusitana Francisco Ferreira, in difficoltà economiche. Il Torino, era reduce da cinque scudetti consecutivi dalla stagione 1942-1943 alla stagione 1948-1949, e che costituiva la quasi totalità della Nazionale italiana.Nella sciagura perirono anche i dirigenti della squadra e gli accompagnatori, l'equipaggio e tre noti giornalisti sportivi italiani: Renato Casalbore (fondatore di Tuttosport); Renato Tosatti (della Gazzetta del Popolo, padre di Giorgio Tosatti) e Luigi Cavallero (La Stampa). Il compito di identificare le salme fu affidato all'ex commissario tecnico della Nazionale Vittorio Pozzo, che aveva trapiantato quasi tutto il Torino in Nazionale.Il trimotore Fiat G.212, con marche I-ELCE, delle Avio Linee Italiane, decollò dall'aeroporto di Lisbona alle 9:40 di mercoledì 4 maggio 1949. Comandante del velivolo era il tenente colonnello Meroni. Il volo atterrò alle 13:00 all'aeroporto di Barcellona.Alle 14:50, finita la partita, l'I-ELCE prese il volo con destinazione l'aeroporto di Torino-Aeritalia. La rotta seguita: Cap de Creus, Tolone, Nizza, Albenga, Savona. Quando l'aereo arrivò all'altezza di Savona, virò verso nord, in direzione del capoluogo subalpino, dove si prevedeva di arrivare in una trentina di minuti. Il tempo su Torino era pessimo. Alle 16:55 l'aeroporto di Aeritalia comunicò ai piloti la situazione meteo: nubi quasi a contatto col suolo, rovesci di pioggia, forte libeccio con raffiche, visibilità orizzontale scarsissima (40 metri).La torre chiese anche un riporto di posizione. Dopo qualche minuto di silenzio alle 16:59 arrivò la risposta: "Quota 2.000 metri. QDM su Pino, poi tagliamo su Superga". A Pino Torinese, che si trova tra Chieri e Baldissero Torinese, a sud est di Torino, c'è una stazione radio VDF (VHF direction finder), per fornire un QDM (Rotta magnetica da assumere per dirigersi in avvicinamento a una radioassistenza) su richiesta.Giunti sulla perpendicolare di Pino Torinese, mettendo 290 gradi di prua ci si trova allineati con la pista dell'Aeritalia, a circa nove chilometri di distanza, a 305 metri di altitudine. Poco più a nord di Pino Torinese c'è il colle di Superga con l'omonima basilica, in posizione dominante a 669 metri di altitudine. Si ipotizzò che - a causa del forte vento al traverso sinistro - l'aereo nel corso della virata potesse aver subìto una deriva verso dritta, che lo spostò dall'asse di discesa e lo allineò, invece che con la pista, con la collina di Superga; a seguito di approfondite indagini emerse la possibilità che l'altimetro si fosse bloccato sui 2000 metri e quindi indusse i piloti a credere di essere a tale quota, mentre erano a soli 600 metri dal suolo.Alle ore 17:03 l'aereo con il Grande Torino a bordo, eseguita la virata verso sinistra, messo in volo orizzontale e allineato per prepararsi all'atterraggio, si andò invece a schiantare contro il terrapieno posteriore della basilica di Superga. Il pilota, che credeva di avere la collina di Superga alla sua destra, se lo vede invece sbucare davanti all'improvviso (velocità 180 km/h, visibilità 40 metri) e non ebbe il tempo per fare nulla. L'unica parte del velivolo che rimase parzialmente intatta era l'impennaggio.Alle 17:05 Aeritalia Torre chiamò I-ELCE, non ottenendo alcuna risposta. Tutte le trentuno persone a bordo perirono.

Le vittime

Giocatori

Valerio Bacigalupo (25, portiere), Aldo Ballarin (27, difensore), Dino Ballarin (23, portiere), Émile Bongiorni (28, attaccante), Eusebio Castigliano (28, mediano, Rubens Fadini (21, centrocampista), Guglielmo Gabetto (33, attaccante), Ruggero Grava (27, centravanti Giuseppe Grezar (30, mediano), Ezio Loik (29, mezzala destra), Virgilio Maroso (23, terzino sinistro), Danilo Martelli (25, mediano e mezzala), Valentino Mazzola (30, attaccante e centrocampista), Romeo Menti (29, attaccante), Piero Operto (22, difensoreFranco Ossola (27, attaccante), Mario Rigamonti (26, difensore, Julius Schubert (26, mezzala).
Dirigenti :Arnaldo Agnisetta, Ippolito Civalleri, Andrea Bonaiuti (organizzatore delle trasferte della squadra granata)

Allenatori: Egri Erbstein (50), Leslie Lievesley (37), Osvaldo Cortina, massaggiatore)


Giornalisti: Renato Casalbore (58), Renato Tosatti (40), Luigi Cavallero (42)


Equipaggio: Pierluigi Meroni, Celeste D'Inca, Cesare Biancardi, Antonio Pangrazi.



GIORNI DI FESTA E DEVOZIONE A LACONI PER FRA IGNAZIO,IL SANTO PIU' AMATO DELL'ISOLA

di Ennio Porceddu
(1-9-2017) Sono migliaia i pellegrini a Laconi, in provincia di Oristano(Sardegna), per i "Festeggiamenti dedicati a Fra Ignazio"(
foto dal web)che si svolge in questi giorni. Amatissimo in Sardegna, Fra Ignazio da Laconi apparteneva all'Ordine dei Frati Minori Cappuccini e visse per 40 anni da questuante a Cagliari in assoluta povertà. Fra Ignazio è stato proclamato Santo da Pio XII il 21 ottobre 1951. Tanti gli eventi in calendario, sia religiosi che civili. Vediamo questi ultimi oltre alla grande processione di mercoledì 31 agosto 2017.Sant'Ignazio è il Santo sardo più venerato dell'Isola e i festeggiamenti in suo onore si tengono nel mese di agosto richiamando a Laconi oltre 70.000 visitatori. Per circa una settimana giungono a Laconi pellegrini da ogni parte della Sardegna e anche dall'estero per pregare nella casa natale del Santo, chiedere o ringraziare per la Sua intercessione, e per recarsi nella chiesa parrocchiale a Lui dedicata. Oltre ai riti religiosi che si susseguono senza soluzione di continuità per circa una settimana, l'amministrazione organizza varie manifestazioni di intrattenimento, con serate musicali, avendo cura di non trascurare gli aspetti legati alle tradizione sarde e quant' altro caratterizzi la cultura Etno-Musicale della Sardegna. E' importante sottolineare che questa festa è un volano per l'economia laconese in quanto costituisce una vetrina per le peculiarità turistiche del paese; infatti i visitatori consumano i prodotti locali, si intrattengono presso il Parco Aymerich e visitano l'ormai noto Museo delle statue Menhir. Il 30 agosto, si tiene la processione con le reliquie del Santo, provenienti dalla chiesa di Sant'Ignazio a Cagliari, a cui partecipano migliaia di fedeli, preceduti da cavalieri in costume e da numerosi gruppi folcloristici e confraternite di varie località dell'Isola. La notte è riservata alle iniziative culturali e ricreative: cantanti, cantautori, gruppi musicali, teatro, serate di folclore sardo, nazionale ed internazionale. In tante parti del paese vengono allestite mostre di pittura, scultura e fotografia, una mostra mercato dei prodotti agroalimentari ed artigianali del territorio e altre iniziative di promozione turistica, con visite guidate verso i siti archeologici più importanti.


ITINERARI D'ESTATE
LA LEGGENDA DEL PONTE DEL
DIAVOLO NELLE VALLI DI LANZO


di Ennio Porceddu
(31-8-2017) In una giornata magnificata dal sole, io e alcuni della mia famiglia, siamo andati nelle Valli di Lanzo(
foto copyright Ennio Porceddu agosto 2017) a diversi km. da Torino, nelle prealpi e, su indicazione di una persona del posto, si siamo inoltrati dove si unisce il monte Basso e il monte Buriasco, in una stretta gola con le pareti a precipizio, scavate nei tempi preistorici dalla Suta, che formava un ampio lago nella piana di Germagnano.Appena arrivati sul posto, dove pensavamo di essere gli unici turisti, ci siamo meravigliati nel vedere tanta gente, e non, in costume da bagno che prendevano il sole, o si bagnavano nelle acque del lago. La prima impressione è stata quella di trovarci in una delle meravigliose spiagge della Sardegna, tra Cala Luna e Baunei. Così, abbiamo potuto ammirare, tra il monte Basso e il monte Buriasco, il ponte di eccezionale valore architettonico e storico, di circa 37 metri di gittata, motivo ancora oggi di ammirazione e di studio è costituito da un solo arco gotico, lungo m. 65, largo m. 2,27 e alto m. 15, ha una gittata di circa m. 37 a schiena di asino.Su questo ponte detto del "diavolo" c'è tutta una storia che si tramanda da secoli: Il 1° giugno 1378 la credenza di Lanzo radunata nella chiesa di S. Onofrio in piazza San Pietro e presieduta dall'allora Aresmino Provana delibeva la costruzione di questo ponte,imponendo per dieci anni un dazio sul vino. La storia ricorda che la spesa per edificare questo collegamento fu di 1400 fiorini. Una spesa non indifferente per quei tempi.Il ponte del Diavolo. La leggenda La fantasia popolare si sbizzarì a creare leggende intorno all'ardita costruzione , tanto da attribuirla al diavolo; fra i tanti ricordiamo Angelo Brofferio, Giovanni Prati e Nino Costa . C'è chi scorge , al capo del ponte presso la cappella di S. Rocco, l'impronta lasciata dallo zoccolo del maligno che, terminata l'opera l'avrebbe valicata con un solo grande passo.Il nome del ponte deriva dalla leggenda secondo la quale fu il diavolo in persona a costruire il ponte dopo che per ben due volte ne era stato edificato uno, sempre crollata. In cambio il diavolo avrebbe preso con sé l'anima del primo a transitare sul ponte, gli abitanti del borgo di Lanzo, anziché l'anima pattuita, gli fecero trovare nel sacco , chi dice un povero cane, chi una forma di toma. Si dice che il diavolo , adirandosi , avrebbe sbattuto violentemente le sue zampe caprine sulle rocce circostanti formando le caratteristiche "Marmitte dei Giganti". Il ponte ebbe comunque grande importanza nella storia di Lanzo e delle Valli.Il 15 luglio 1564, essendovi grande timore di contagio, il Consiglio di Credenza della castellania dispose che fosse costruita, sulla sommità dell'arco, una porta per chiudere il ponte di Roce, nel contempo si posero guardie lungo i confini del territorio. Il 7 settembre dello stesso anno si vietò l'accesso nelle valli a chicchessia, salvo che presentasse "la bolletta del luogo di provenienza,contrassegnata dal sigillo di Lanzo".


SARDEGNA: PRESENZA DELLE TRADIZIONI POPOLARI

di Ennio Porceddu
(14-6-2017) “Sardegna quasi un continente”, scrive Marcello Serra, nel suo libro di maggiore successo(S.Efisio foto di Augusto Maccioni per TP). Sardegna è un’isola prigioniera del Mediterraneo, ma contenta di esistere. Un’isola con bellissime coste, insenature, spiagge e un mare cristallino con eccezionali fondali e anfratti in una ambientazione unica. I monti e le foreste, la flora e la fauna, nonostante l’ignobile azione vandalica degli incendiari che ogni anno distruggono centinaia d’ettari di bosco, conservano, in esemplari unici, mufloni, cavallini di bassa statura (tipi della giara di Gestori), l’avvoltoio, i fenicotteri, e tante altre specie d’uccelli che si possono osservare nello stagno di Molentargiu. Dal punto di vista sociale – culturale - storico – folclorico, insieme con quello propriamente gastronomico, le tradizioni popolari dell’isola hanno origini molto profonde che si perdono nella notte dei tempi. In Sardegna si sente maggiormente questa presenza ed ha sempre tentato di sostenerla con il diritto della continuità territoriale (sempre negata da Roma) con le altre regioni italiane.Nonostante tutto, l’isola vive il massimo del suo splendore con le feste e le tradizioni popolari che la rendono unica al mondo.Ogni anno, nell'isola, si svolgono centinaia di festeggiamenti in onore dei santi e vedono la partecipazione di un popolo sempre più numeroso e attento con i caratteristici costumi sardi dei paesi di provenienza.Ogni paese dell’isola si differenzia per l’abbigliamento e la foggia, fatta eccezione per alcuni che sono analoghi sia nei colori, sia nei disegni.Le feste sarde sono sempre religiose o pagane, in onore di santi o pseudo protettori (San Costantino, come santo non è mai esistito perla Chiesadi Roma), che richiamano migliaia di fedeli e turisti.Con le tradizioni popolari, il turista ha scoperto i mammuthones di Mamoiada, i boes di Ottana e tante altre maschere, che si crede, appartengono solo alla Sardegna, ma che invece, ritroviamo simili in qualche paese europeo (esempio, in Germania), o addirittura in Italia, nel bellunese.Anticamente fra le feste più importanti, predominavano quelle religiose: dell’Immacolata Concezione, della Beata Vergine Maria, della Madonna delle Grazie, del Rosario, di Santa Croce, di San Luigi, di Nostra Signora di Bonaria, di Sant’Efisio (patrono della Sardegna), ecc.A Tergu, in provincia di Sassari si festeggiava Sant’Antonio (prediletto dai giovani), San Narcisio (degli agricoltori) San Sebastiano (dei pastori), San Vincenzo (dei pastori e degli agricoltori), SS. Trinità (dei negozianti e macellai),San Lussorio (protettore del centro Sardegna) e infine San Gavino (Portotorres ha dedicato a questo santo la propria Basilica romanica, la più imponente dell’isola, costruita intorno al XII secolo.Altri martiri turritani sono: Proto e Gianuario.In bambagia troviamo, molto venerato, San Francesco, Lula, (immortalato dal poeta Sebastiano Satta come “il santo dei banditi”).A Laconi si festeggia Sant’Ignazio, il taumaturgo amato da tutti i sardi.Le solennità, generalmente, precedono sempre la veglia (bidazolzu), che si esplicano col protrarsi della notte, in continui divertimenti nel pressi del tempio cristiano (Canti e balli, corse o palio: l’Ardia di Sedilo,La Sartigliadi Oristano, ecc.): Nei paesi barbaricini, da qualche anno si propone. “Autunno in Barbagia”. Nel mese di ottobre i paesi barbaricini promuovono: “Autunno in Barbagia”. Belvì offre le castagne arrosto a tutti i turisti presenti.


IL POPOLO CAGLIARITANO SI
STRINGE ATTORNO AL SUO SANTO

361° SAGRA DI S. EFISIO

di Ennio Porceddu
(29-4-2017) Sono passati 361 anni da quando la municipalità cagliaritana ha invocato il martire più famoso della Sardegna perché intercedesse concretamente per salvare la città di Cagliari e il popolo sardo da quello che sembrava una maledizione, uno stato d'assedio(foto di Augusto Maccioni per TP). Poi finalmente nel 1656 la peste fu debellata. Non furono solo le preghiere ma anche le lacrime che la popolazione versò per i tanti morti che la terribile malattia che nel giro di poco tempo aveva mietuto, finalmente Cagliari riebbe la sua luce. Il vento impetuoso che la travolse, si diradò e torno il sereno.Questo ci spiega quanto era diffusa la devozione per Sant'Efisio.

Una venerazione che non è mai cessata, anzi, è aumentata con l'afflizione della peste, per poi estendersi in tutta la Sardegna. Cagliari ha sempre avuto ottimi vincoli con Sant'Efisio. La devozione a S. Efisio arriva da molto lontano. Già nel 1548, la municipalità, riconoscendosi debitrice verso il Santo, istituì una rendita per le celebrazioni di Messe nella chiesa del Santo sita nel rione Stampace Dal 1656 Cagliari avvia una processione che l'1 maggio lo porta, con sfarzo e gioia per le strade della città fino alla chiesetta di Nora, sita nella cittadina di Pula, a due passi dal mare, dove si dice che Sant'Efisio ebbe il suo martirio.Nella processione di quest'anno sfileranno i costumi tradizionali di 120 comuni con ottantanove associazioni di devoti. Corteo a piedi, ma anche sfilata di traccas, i tipici e colorati carri trainati dai buoi. Più gli uomini a cavallo, 255, con 56 miliziani di scorta al cocchio del santo.Il 1 maggio con il passaggio del cocchio e la statua del martire guerriero protettore dell'Isola tra le migliaia di persone che invaderanno il centro storico. Ci sarà il saluto dell'alter Nos, il rappresentante del Comune (quest'anno il consigliere Fabrizio Marcello) alla ramadura con i petali che riempiranno di colori la strada percorsa dal santo. Sino al momento più emozionante, quando le sirene delle navi intoneranno a festa.Comunque per saperne di più conviene comperare il libro "San'Efisio" di Ennio Porceddu e Augusto Maccioni, pubblicato dalla "Ilmiolibro .it" o chiederlo agli autori.


LA DOMENICA DELLE PALME
E LA SETTIMANA SANTA


di Ennio Porceddu
(8-4-2017) La Domenica delle Palme, è l'inizio della Settimana Santa che precede il giorno di Pasqua(foto dal web), e di domenica 16 aprile ed è anche l'ingresso di Gesù a Gerusalemme accolto da una folla festante che agitava i rami di palme e ramoscelli di olivo benedetti in segno di pace e prosperità. E' il giorno della passione di Gesù, la stessa folla che davanti a Pilato ha preferito salvare Barabba e crocifiggere il Signore. Gli episodi dell'ingresso del Salvatore sono raccontati nei Vangeli di Giovanni, Matteo e Marco. Secondo Matteo e Marco il Messia sarebbe arrivato a Gerusalemme in groppa a un'asina.La Domenica delle Palme da il via alla Settimana Santa che ci accompagna fina a Pasqua (Triduo pasquale) che culmina il Giovedì e il Venerdì Santo, quando in tutto il mondo cattolico ci sarà la Via Crucis.A Cagliari, la Domenica delle Palme è celebrata nel convento dei cappuccini in Viale Fra Ignazio con la Santa Messa e la benedizione delle Palme, e nel quartiere di Villanova da due confraternite: quella del Santissimo Crocefisso della chiesa di San Giacomo e quella della Solitudine della chiesa di San Giovanni, e dall'Arciconfraternita di Stampace. Nella chiesa di San Giovanni, la priora, aiutata dalle consorelle, rimuove il lenzuolo dal Cristo, con un lungo e rigoroso rituale. Dopo, le donne si aggrappano alla statua per tutta la processione, con lo scopo di assolvere un voto. La processione ha inizio alle ore 13,00 con le consorelle della confraternita che, per l'occasione, indossano delle lunghe vesti nere in segno di lutto, le spalle sono avvolte da uno scialle, il volto è coperto da un velo e procedono lentamente verso la Cattedrale. Tutta la processione è scandita dal rullo del tamburo che segna il passo, mentre un coro di voci ripete i misteri della Passione del Signore, durante tutte le soste indispensabili per il cambio dei portatori della Croce.Arrivata in Cattedrale, la Croce è presa in consegna dal sacrestano che a sua volta la posa sul pavimento all'interno del duomo. Alle ore 16,00, dall'Oratorio della chiesa di San Giacomo, si avvia la processione della confraternita del Santissimo Crocefisso diretto verso la chiesa di San Lucifero, dove giunge, dopo le soste di rito, nella tarda serata. Il Venerdì Santo, alle 20,00 dalla chiesa di Sant'Efisio di Stampace, esce la processione con il coro de "is cantoris" che accompagnano il Cristo adagiato su una lettiga lungo le strade del quartiere. Il sabato mattina, le due Confraternite (della Solitudine e del Crocefisso), in Cattedrale e nella Chiesa di San Lucifero, al Cristo, tolgono i chiodi e la corona di spine (su scravamentu) prima di essere adagiato sulla lettiga. La domenica, nei quartieri di stampace (Corso Vittorio Emanuele), Marina (Via Roma) e Villanova (Via Garibaldi), si svolgono le processioni de "S'incontru" tra Gesù e la Madonna. Sono tre cerimonie di grande sentimento religioso ed emozionante, molto sentite e attese dai cittadini.


UNA PAGINA DELLA
STORIA DELLA SARDEGNA

GLI AIMERICH E LA RIBELLIONE
DEI VASSALLI DI VILLAMAR


di Ennio Porceddu
(5-4-2017) Chi ha sempre creduto che il 1500 la Sardegna sia stata un'isola tranquilla e ordinata, divisioni e competenze riconosciute e rispettate, ha sbagliato di grosso. Ruberie, soprusi e sconfinamenti da parte dei proprietari terrieri (feudatarie) sono sempre stati all'ordine del giorno(
foto a destra stemma degli Aimerich)." La verità - scrive Marcello Lostia - è che niente e di definito esisteva, neppure Dio né il re, l'uno troppo spesso ignorato, il secondo contestato. Tutto era fluido e alla mercè di tutti".La Sardegna veniva fuori da due secoli di lotte e pestilenze, per cui era stata inevitabile la trasmutazione e lo sconquasso che faceva dell'isola, una volta, granaio molto amato da Giacomo II, ora assomigliava sempre più a una pianura incolta. Papa Eugenio IV, sulle condizioni dell'isola verso la metà del XV secolo, rivelava che " la gente di quell'isola, afflitta da cento anni di vortici di guerra e da altre calamità, ha volto a reprobi sensi la salute sia corporale sia ecclesiastica, la fede cattolica e il culto divino declinano, furti, rapine, incendi, omicidi e altri flagelli mettono a repentaglio l'animo e il prestigio del sovrano, divenendo un detestabile esempio per i più".In questa Sardegna voglio inquadrare la famiglia Aimerich che, ai tempi delle crociate di Spagna, si crede giunti in Sardegna al seguito dei Carroz, che secondo gli storici, non risponda a verità, perchè sarebbero giunti nell'isola nel XIV secolo, che da oltre settant'anni Don Salvatore, era feudatario di Villamar, un paese agricolo ai confini della Trexenta. Il villaggio di Villamar in passato si chiamò Mara Arbarei o Mara Barbaraghesa, che significano entrambi "Mara del giudicato di Arborea" ed era circondato da vaste piane verdeggianti in primavera, bionde d'estate, e scure di terra grassa in autunno Nelle campagne primeggiavano i vigneti, le piante di fichi, da mandorli, da ulivi e abbondanza di grano che dava origine a un feudo molto appettibile.Don Salvatore Aimerich, a Villamar aveva casa e servi e usava la sua autorità con severità e rigore. Egli era preposto a far rispettare le leggi e da attento amministratore della giustizia, e all'esenzione dei tributi per mezzo di un'intendente e un ufficiale di alto grado. Circa un migliaio di contadini lavoravano la campagna, versando al feudatario le rendite dovute. Il lavoro di queste persone era duro, principalmente, in mancanza dell'acqua necessaria per irrigare i campi. Nonostante tutto, quella terra tanto generosa riusciva a ripagare le fatiche.I contrasti nacquero nel momento in cui Don Salvatore Aimerich pretendeva, perché dovuti, i diritti di viaggio e di Roadia, il diritto feudale che obbligava, a lavorare per conto del feudatario gratuitamente alla preparazione dei suoi terreni per il seminato o altro, spesso la coltivazione gratuita consisteva nel coltivare vaste estensioni di terreni in uno o più Comuni, mentre di vassalli, con energia, rifiutavano.Illusi di avere il pieno appoggio del Re Filippo II per la sua nuova politica fosse a favore dei poveri, e aizzati da un certo Antioco Podda, nel 1562, gridarono ai quattro venti di non essere più obbligati a tale Roadia, incrociando le braccia davanti alle pretese del feudatario. Era una ribellione preoccupante anche per la momentanea assenza del Vicerè, che assieme a diversi presuli, si era imbarcato su due galee dirette in Spagna. Quell'assenza fu inadeguata per Don Salvatore Aimerich, perché gli veniva a mancare quell'appoggio che aveva sperato, questo incoraggiò gli abitanti di Villamar a farsi più minacciosi.In assenza del Vicerè e di una nuova magistratura, la presidenza del regno passò a don Gerolamo d'Aragall, già governatore del Capo di Cagliari e di Gallura, ormai poco energico per la sua età avanzata. Don Salvatore, il 24 novembre 1562, si rivolse a lui per cercare di dipanare questa controversia a suo favore e il governatore emanò un decreto obbligando i vassalli di Villamar a corrispondere i diritti di roadia al signore di Villamar. Solo 170 obbedirono temendo rappresaglie dei miliziani.: altri sessanta, sempre spalleggiati da Antioco Podda, rifiutarono e si rivolsero a sei giudici per dirimere la vertenza.Tale controversia andò per le lunghe per circa un anno senza ottenere un risultato. A quel punto don Salvatore inviò Giacomo, su figlio, per cercare un accordo con i giudici, ma in segni di sfacciataggine lo rincorsero, con catture intenzioni, fino all'uscio di casa. Il clima era quindi, rovente, che don Giacomo dovette chiedere l'appoggio di quattro miliziani a Cavallo per la sua incolumità.La ribellione dei vassalli, in un paese che aveva sempre contribuito al bene del feudo e a un sicuro rifugio del signore nei momenti di pericolo, si sgretolò. A contribuire al disfacimento del feudo, anche contribuirono la malattia e l'immobilità di don Salvatore.Il 1563, fu un anno molto difficile. Dopo un inverno mite e asciutto, con l'arrivo delle piogge torrenziali s'ingrossarono i torrenti che allagarono le campagne mettendo in difficoltà gli abitanti di tutto il Campidano e le fragili case di fango. In tal contesto, ci fu una moria di agnelli appena nati e la carestia dilagava. Don Salvatore Aimerich, nella sua casa di Castello, con i suoi settant'anni, non poteva fare altro che ascoltare il vento che imperversava impetuoso tra le strade e avvertire un brivido di dolore dopo quella sconfitta subita a Villamar.


SI E' SPENTO A MILANO
CINO TORTORELLA

ADDIO MAGO ZURLI,PER TANTI ANNI PRESENTATORE DELLO ZECCHINO D'ORO
A GIUGNO AVREBBE COMPIUTO 90 ANNI. NEL 1986 AVEVA PRESENTATO A QUARTU S. ELENA, IN UNA TELEVISIONE PRIVATA, IL PRIMO ARLECCHINO D'ORO CON GRANDE SUCCESSO

di Ennio Porceddu
(23 marzo 2017) Si è spento a Milano Cino Tortorella, meglio conosciuto dai bambini come il Mago Zurlì. A giugno avrebbe compiuto 90 anni. Il suo volto è legato al festival dello Zecchino D'Oro e alla figura di Topo Gigio.Autore e regista , da molti anni si interessava anche di enogastronomia.Cino Tortorella, all'anagrafe Felice Tortorella, Orfano di padre, deceduto prima della sua nascita, dopo aver abbandonato gli studi, si era iscritto alla scuola di arte drammatica del Piccolo Teatro di Milano, fondata da Strehler. Nel 1956, dalla messa in scena teatrale Zurlì, mago Lipperlì, fu tratta la sceneggiatura del suo primo programma televisivo Zurlì, mago del giovedì. Per la messa in onda di questo programma ha avuto una grande importanza l'intervento dello scrittore Umberto Eco. Un anno dopo Cino Tortorella nelle vesti del Mago Zurlì approda al festival Lo Zecchino d'oro. Trasmissione che è andata in onda per ben 51 edizioni, cioè fino al 2008.Nel mese di febbraio del 1986 Cino Tortorella lo troviamo a Quartu S. Elena per presentare la prima edizione del festival dei bambini, teletrasmessa , in tre serate, dalla televisione locale Telesetar. Ad organizzare Efisio Lai con la collaborazione di Ennio Porceddu, che per l' occasione aveva messo a disposizione venti canzonette provenienti dal Festival La Palma D'Oro di Cagliari degli anni 1975 - 1976.Felice Tortorella è stato anche autore e regista di molti programmi televisivi: Chissà chi lo sa? Scacco al Re, Dirodorlando e Nuovi incontri (1962).Con l'avvento delle televisioni private lo troviamo collaboratore di Telealtomilanese e poi con Antenna 3. Si è inoltre occupato di libri per bambini ed a collaborato con Il Corriere dei piccoli e Il Giornalino. Subito dopo a diretto il mensile Sapori d'Italia, senza tralasciare la collaborazione con il piccolo schermo.


SARDEGNA,ORISTANO/La giostra equestre che non ha pari in Europa, si conferma un evento che richiama visitatori anche in bassa stagione
LA SARTIGLIA 2017

di Ennio Porceddu
(23-2-2017) Il fascino della Sartiglia(
foto dal web) conquista ben oltre i confini europei. Quest'anno ad applaudire componidori e cavalieri sono arrivate comitive da Giappone, Israele, Turchia dal Brasile, dalla Scozia e da varie regioni italiane (dalla Puglia a Milano, passando per Roma e Firenze).La giostra equestre che non ha pari in Europa, si conferma un evento che richiama visitatori anche in bassa stagione.Tutto è pronto. Da domenica 26 a martedì 28, febbraio, si svolge a Oristano una delle più importanti manifestazioni popolari dell’Isola: La Sartiglia, una giostra equestre di antiche origini. La Fondazione ha messo punto l'organizzazione della manifestazione e degli spettacoli legati alla giostra. Il centro storico ospita un percorso turistico commerciale ed è proposto il Villaggio Sartiglia, mentre altri stand e bancarelle sono sistemati nelle altre piazze del centro. Torna anche Mediterranea: le esposizioni con prodotti dell'artigianato e dell'enogastronomia hanno trovato spazio in piazza Eleonora.Come da tradizione il 2 febbraio si è celebrata la Candelora. A Oristano la ricorrenza coincide con il primo atto ufficiale della Sartiglia.I presidenti dei Gremi dei Contadini e dei Falegnami, come si ricorderà, hanno consegnato i ceri benedetti ai Componidoris Sergio Ledda e Giuseppe Sedda che capeggeranno la giostra equestre più importante della Sardegna.La Candelora da sempre rappresenta uno dei momenti più intensi della Sartiglia.L’antico rito della Sartiglia ha assegnato ai presidenti dei Gremi (s’Oberaiu Majori del Gremio dei Contadini Gianni Obino e il Majorale en Cabo del Gremio dei Falegnami Mauro Licheri) il compito di ufficializzare la scelta dei rispettivi Componidoris proprio con la consegna, ai cavalieri prescelti, del cero benedetto (con i fiocchi rossi quello dei contadini e rosa e celesti per quello dei falegnami).La Sartiglia è un grande spettacolo di colori, simboli e metafore, dove tra il sacro e il profano, si mescolano culture, bravura e valori.L’espressione principe di un popolo: di quella borghesia sociale e culturale che prende il nome di Gremio.Secondo la credenza popolare, la Sartiglia sarebbe un rito agrario da cui si trarrebbero auspici per il nuovo raccolto: una ricorrenza della tradizione del popolo sardo che trae origini dalla fusione di cerimoniali stagionali legati all’agricoltura con elementi cavallereschi sostenuti dalla storia del costume della città Oristanese.La Sartigliao Sartilla non è altro che “il gioco dell’anello” o “il gioco della Quintana” è un torneo cavalleresco che si svolge la domenica e il martedì a chiusura del carnevale.Il torneo, in voga anche in Europa nel 1200, sempre secondo alcuni storici, avrebbe avuto inizio nel 1500, grazie al Canonico Giovanni Dessì, per “dare al popolo un sano divertimento, sottraendolo dalle bettole e dal peccato”. Perché, il torneo, si conservasse nel tempo, lo stesso Canonico, avrebbe donato al Gremio San Giovanni, l’associazione che era preposta all’organizzazione della manifestazione, un terreno chiamato poi “su cungiau de sa Sartiglia”.La domenica i cavalieri corrono sotto la protezione di San Giovanni Battista, mentre il martedì sotto la protezione di San Giuseppe (Gremio dei falegnami che organizzano l’evento).Da quel momento, ogni anno, il rituale si ripete. In tutte le contrade, l’Araldo (il banditore) legge il bando del primo cittadino della città che invita tutta la popolazione oristanese e tutte le Curatorie della Sardegna a partecipare alla Sartiglia.Per l’occasione, il capo corsa riceve un cero benedetto e viene invitato a pranzo dal presidente del Gremio (su Majorali). Il pomeriggio in cui si svolge il torneo, il Componidori è accompagnato da su Majorali, nella sala della vestizione. La vestizione è un’affascinante cerimonia, dove l’opera delle ragazze in costume sardo (is Masaieddas) sotto la guida dell’esperta Massaia Manna. E’ fondamentale. Il momento della vestizione che vede il Componidori sopra un tavolo, assume un significato quasi sacrale.Vestito, con cilindro nero, mantiglia, una camicia con sbuffi e pizzi, il gilet, una larga cintura di pelle e una maschera che incornicia il viso con l’ausilio di una fasciatura di seta, sale a cavallo e non dovrà toccare terra sino alla fine della giornata e sino a quando non avverrà la vestizione.

Espressione della purezza con la sua maschera quasi angelica.

Al termine della vestizione, su Componidori oltrepasserà la soglia. L’inizio del rullo dei tamburi e lo squillo delle trombe annunciano l’imminente inizio della gara. Alla corsa partecipano 120 cavalieri selezionati fin dal 1980, dall’associazione sportiva dilettantistica “Cavalieri Sa Sartiglia”.
Dopo la vestizione de su Componidori, il corteo dei cavalieri elegantemente rivestiti degli antichi costumi della tradizione spagnola e sarda, guidati dal capo corsa, dai trombettieri, dai tamburini e dal Gremio dei Contadini la domenica e dai Falegnami il martedì, si avvia verso la via che porta alla Cattedrale di Santa Maria Assunta. Questo è il momento più avvincente della manifestazione.L’abbraccio della città e la calorosa partecipazione dei turisti arrivati da tutte le parti del mondo, è enorme. Fra tutti, colpisce su Componidori, il principe del torneo che per un giorno, è al centro dell’attenzione di tutto il popolo presente, con la sua imponenza ed eleganza.Su Componidori è eletto dal Consiglio direttivo del Gremio nel giorno della purificazione della Madonna. Nel percorso, vanno avanti gli “Obrieri” del Gremio e i cavalieri che, a due passi dal Duomo, si cimentano in una scatenata corsa, verso la stella. Spetta al Componitore, capo assoluto della corsa, scegliere i cavalieri ai quali sarà concesso cimentarsi nella corsa alla conquista dell’emblema e consegnare loro la spada.Un insieme di suoni, luci e colori, n’esalta il successo. C’è sempre una simbiosi perfetta fra il cavallo e il cavaliere a conclusione della gara: ritto in sella, con la spada in pugno, il cavaliere saluta la folla dopo aver centrato la stella.Alla fine della gara, il Componidori, scortato da due aiutanti, benedice la folla con un mazzo di viole “sa pipia de maju”, segno dell’imminente primavera, che si spera porti tanta prosperità al popolo. Quella è l’ultima corsa che si svolge di fronte al Duomo, prima della “Pariglia”: il Componitori corre supino in sella al suo cavallo, mentre la folla, partecipe, applaude.Solo in quel momentola Sartigliapuò dirsi conclusa e la manifestazione in quell’anno può essere irrevocabilmente tramandata alla storia e alla memoria della città di Oristano e alla Sardegna tutta.

IL GIOCO EQUESTRE: UNA STORIA CHE VIENE DA LONTANO

Ogni volta che si legge la storia della Sartiglia, uno rimane affascinato, come se fosse sempre la prima volta. La storia di questo gioco equestre è parallela a quella della città d’Oristano: una ricostruzione del passato, introdotta e sostenuta dagli oristanesi, che corrisponde al succedersi, nel corso dei secoli, alle varie dominazioni della Sardegna Sartiglia, Sartilla o Sartillia, deriva dallo spagnolo "Sortija", in altre parole, vuol significare "Anello". Questo gioco equestre che si svolge due volte l'anno (l'ultima domenica e l'ultimo giorno di carnevale), arriva da molto lontano.Secondo gli storici furono i Crociati a introdurre le gare cavalleresche in Occidente fra il 1118 e il 1200, dopo averla appresa in Oriente, nel periodo che va, dalla prima alla terza Crociata.La Sartiglia, si pensa sia arrivata assieme alla "Quintana" di Foligno e alla corsa del saraceno della città d'Arezzo.Per quanto ci riguarda, è certo che questa gara equestre è arrivata in Sardegna attraverso la Spagna, dove, prima degli spagnoli, la praticano i Mori. Nelle regole riportate dagli antichi storici di Milizia, si scopre che il gioco dell'anello si basava nel sospendere, alla fine del percorso stabilito (ad altezza d'uomo e cavallo), un anello che il cavaliere in corsa doveva infilzare con la lancia o la spada. Per gli spagnoli, questa corsa a cavallo diventava la Sartiglia, e fu praticata alla Corte del Giudicato d'Arborea. Non si esclude che si svolgesse anche prima dell'arrivo degli Aragonesi.

Si narra, visti i legami di parentela esistenti fra Arborea ela Corte d'Aragona, che i Giudici Cavalieri si trasferirono per un certo periodo di "educazione alla vita di corte e alle armi", presso gli Aragona.In Italia, i primi a praticare questo tipo di gara equestre, furono i pisani, anche grazie a Ugo Visconti, rientrato da una spedizione in Terrasanta.Secondo le "Cronache Pisane" del Concioni, già nel medioevo, nella città di Pisa, si correva la Sartiglia, ritenuta d'origine sarda. Se poi, andiamo a esaminare attentamente ogni dettaglio della Sartiglia, ritroviamo motivi tipici della giostra e del torneo, che avvalorerebbe successive contaminazioni con i giochi militari germanico - latino. Nel Regno di Napoli e Sicilia, fu Carlo I D'Angiò, dopo il 1266 (in pratica dopo la conquista dei due regni), a introdurre il "gioco delle lance" e la corsa equestre. Più tardi, questi giochi si diffusero in tutta la Penisola. Mariano II d'Arborea, durante la sua permanenza da Carlo D'Angiò (1300 - 1302) a Firenze, svolse la sua educazione di vita, non trascurando ogni forma di divertimento con la nobile gioventù fiorentina. In Toscana Mariano II, andò a nozze con la giovane figlia di Andreotti Saraceno e la condusse a Oristano, dove - secondo gli studiosi del passato - per festeggiare quest’importante avvenimento, offrì al popolo sardo (secondo l'usanza) spettacoli, balli, divertimenti vari e giochi equestri.
Con le nozze d’Eleonora d'Arborea e Brancaleone Doria, e di Beatrice con il conte Barbona, si ripeterono quei festeggiamenti.Nello stesso periodo in cui la Sartiglia, dalla Sardegna, approdava a Pisa, dalla città toscana fu introdotto nell'isola, il Palio "sa corsa de su pannu".Secondo alcuni studiosi, la più antica testimonianza della giostra all'anello, risalirebbe al 1371 e si svolgeva a Narni, in provincia di Trani, dove tuttora si corre in occasione della festa di san Giovenale. In tempi più recenti, specie nel Campidano, il Palio ha assunto una grande popolarità. Lo storico Cetti, nella sua "Storia naturale della Sardegna (Sassari, 1777), scrive: " da tempo immemorabile si corre per i drappi in tutto il Regno di Sardegna, con un’universalità che non vi è altrove, poiché non v'è casale fosse ancora di soli 50 fuochi, ove non si corra almeno una volta all'anno". L'Ardia di Sedilo, nota come la festa in onore di San Costantino, secondo gli storici, potrebbe essere una derivazione di questo gioco equestre importato.Perciò, si potrebbe affermare che l'introduzione della Sartiglia di Oristano, potrebbe essere datata al XIII secolo. In pratica, prima dell'invasione aragonese, e non come vuole la tradizione popolare, intorno al XVI secolo.

SARDEGNA/CON LA CANDELORA SI APRE UFFICIALMENTE IL RITO DELLA SARTIGLIA
SCELTI I COMPONIDORIS E CONSEGNATI I CERI BENEDETTI
INIZIA LA GRANDE FESTA PER
IL 26 E 28 FEBBRAIO A ORISTANO


di Ennio Porceddu
(4-2-2017) Come da tradizione il 2 febbraio si è celebrata la Candelora. A Oristano(foto dal web vestizione per la Sartiglia) la ricorrenza coincide con il primo atto ufficiale della Sartiglia.I presidenti dei Gremi dei Contadini e dei Falegnami hanno consegnato i ceri benedetti ai Componidoris Sergio Ledda e Giuseppe Sedda che guideranno la prossima Sartiglia che si terrà il 26 e 28 febbraio.La Candelora da sempre rappresenta uno dei momenti più intensi della Sartiglia.Sono molti gli oristanesi che sin dalle prime ore del mattino hanno partecipato alle cerimonie e alla festa che ha celebrato il primo vero atto della nuova Sartiglia. Si è iniziato con le messe celebrate nella Chiesa di San Giovanni dei Fiori e nella Cattedrale di Santa Maria durante le quali sono state benedette le candele poi donate alle persone più vicine ai gremi. Tra i primi a ricevere in dono la candela benedetta l’Arcivescovo e il Sindaco di Oristano che è anche Presidente della Fondazione Sa Sartiglia.L’antico rito della Sartiglia ha assegnato ai presidenti dei Gremi (s’Oberaiu Majori del Gremio dei Contadini Gianni Obino e il Majorale en Cabo del Gremio dei Falegnami Mauro Licheri) il compito di ufficializzare la scelta dei rispettivi Componidoris proprio con la consegna, ai cavalieri prescelti, del cero benedetto (con i fiocchi rossi quello dei contadini e rosa e celesti per quello dei falegnami).La consegna dei ceri, è stata scandita dalle musiche dei tamburini e dei trombettieri, è accompagnata dall’invocazione “Santu Giuanni t’aggiudidi” da parte de s’Oberaiu Majori dei Contadini e “Santu Giuseppi t’assistada” dal Majorale en Cabo dei Falegnami.


LACONI /SARDEGNA Come da tradizione, anche quest’anno, tra oggi e domani ( 16 e il 17 gennaio 2017), si consuma il rito dell’accensione de “Su Fogone de Sant’Antoni”
SANT’ANTONIO DE SU FOGU
IL SANTO PROTETTORE DEL FUOCO

di Elisabetta e Ennio Porceddu
Di questo rito, ne abbiamo già parlato in questo giornale, scrivendo che la festa di S. Antonio "è totalmente intrisa di fede e spiritualità proponendosi quale momento di grande partecipazione popolare, essendo la festa più intima e paesana". Tutto ha inizio con la ricerca dei tronchi che, le compagnie dei “fedales”, fanno negli ultimi mesi dell’anno. Abbiamo scritto che nel mese di gennaio ogni compagnia, dopo banchetti, musica e balli, non solo tipici sardi, procede al rito del trasporto del proprio tronco, al ritmo della singolare invocazione “Sant’Antò toi do”, fino al piazzale della chiesa dedicata a Sant’Antonio Abate .Nel paese natio di Sant'Ignazio, la sera del 16 gennaio, il Santo, che richiama riti pagani e credenze cristiane, è portato in processione dalla chiesa di Sant’Ambrogio, dove solitamente si trova, alla chiesetta intitolata al taumaturgo protettore del fuoco.Nella piazza antistante al tempio cristiano è acceso "Su Fogòne", in campidanese su fogaroni: un grande falò, che brucia per diversi giorni. Attorno al fuoco si balla al suono della fisarmonica, mentre altri piccoli falò illuminano la notte dei rioni e nelle borgate. Le compagnie che portano al Santo "su fogone" sono sempre composte da centinaia di persone. Come ci dicono quelli della locale pro loco, la festività di Sant'Antonio ha anche un altro risvolto, dato dalla degustazione dei prodotti alimentari di questa terra.Durante la celebrazione vengono offerte degustazioni di carne, vino, formaggio e, soprattutto, "su pani' e saba" il pane di saba, un dolce della tradizione del'isola.Centro della festa è la chiesa di S. Antonio Abate situata nella parte alta di Laconi, alla fine di una ripida salita.L’edificio, di fattura piuttosto semplice, fu costruito in alto medioevo, e, attorno ad esso, si sviluppò, già prima dell'anno mille, il più antico nucleo abitativo del paese. Nell' altare della chiesetta è esposta una statua raffigurante il Santo, che la tradizione attribuisce ad uno sconosciuto scultore locale del XVII secolo. La festa di Sant’Antonio abate, il santo del fuoco, è senza dubbio un giorno solenne molto sentito dai laconesi e dagli immigrati che, per l’occasione, rientrano al paese natio, per prendervi parte.La devozione al santo è lo spunto per dare via alle manifestazioni del carnevale. Spesso vi partecipano i Mammuthones con i loro caratteristici costumi che sembrerebbe che risalgano alla tradizione millenaria dei nuragici.

Chi era Sant’Antonio?
Il santo nasce a Eraclopoli in Egitto nel 251. E’ vissuto da eremita nei pressi del Nilo e nel deserto di monte Qolzum, nelle vicinanze dl Mar Rosso, dove mori ormai ultracentenario. Questo “padre dei monaci” è ricordato, come scrive, V. Camboni, oltre che per la sua documentazione di fede, anche per essere stato l’inventore della vita semianacoretica del monachesimo.La leggenda lo lega al fuoco. Si racconta che il santo angosciato dalle misere condizioni in cui erano costretti a vivere gli uomini, esposti al freddo e a cibarsi di carne non cotta, scese all’inferno per impossessarsi del fuoco. Secondo la leggenda Sant’Antonio riuscì a prenderne con l’inganno e nasconderlo nel suo bastone di ferula. Il fuoco, lo dono poi a tutta l’umanità.

LA CHIESA
La chiesa di S. Antonio Abate è situata nella parte alta del piccolo centro, dopo una un ripida salita. L'edificio, di lavorazione piuttosto semplice, venne costruito in stile romanico ma fu poi rimaneggiato durante il XVIII. È caratterizzato da una pianta rettangolare articolata in una sola navata."La modesta facciata accoglie un ampio portale ligneo ad arco a tutto sesto con cornice, sovrastato da un raffinato rosone circolare con cornice modanata. Sul semplice tetto a capanna spicca una piccola croce". All'interno della chiesa è conservata una bella statua di S. Antonio Abate.


Nel 1960 ha partecipato al festival
nazionale della Canzone di Cagliari con "Ju Ju Juliette" interpretata da Tony Renis
GAVINO SORO,
IL CANZONIERE SASSARESE


di Ennio Porceddu
(11-11-2016) Gavino Soro ho avuto l'occasione di sentirlo nel 1971, in occasione del 3^ Usignolo D'Oro 1971 per la finalissima che si è tenuta al teatro Massimo di Cagliari. Partecipava come compositore con la canzonetta "Ninna nanna a Biancaneve". Io avevo curato la produzione discografica per la mia etichetta Hardy Record (le dodici canzoni finaliste furono incise su un disco LP).Poi, ho avuto modo di risentirlo in occasione del Festival dei bambini " La Palma d'Oro" nel 1975, organizzato da chi scrive con la preziosa collaborazione di Antonio Linoti, e, diversi mesi fa su F.B.Tra i suoi brani più famosi di Gavino Soro, voglio ricordare "ju ju juliette", ancora oggi il suo grande successo internazionale, canzone vincitrice del primo premio al festival di Cagliari (1960), grazie alle voci di Tony Renis e Gino Corcelli con l'Orchestra Kramer.Di questa canzone c'è stata poi, una versione interpretata dal cantante messicano Enrique Guzman, con il titolo latino di "ju ju julia".Gavino Soro, nel corso di questi anni ha dedicato la sua attenzione poetico-musicale al dialetto sassarese, rendendosi promotore della tutela dell'uso del dialetto come lingua dei brani musicali (più di 50 brani). Per raggiungere quest'obiettivo, ha avuto l'ausilio, per diversi brani, del poeta sassarese Raimondo Sanna.Trasferitosi a Milano, negli anni '70 si è dedicato alla produzione musicale, con l'etichetta VoxSar, lanciando tanti complessi e cantanti sassaresi con dischi da lui stesso realizzati (tra cui troviamo la Mirinzana, interpretata dal Trio folk Sassari e Drommi drommi), grazie alle sue conoscenze nell'ambiente discografico.In seguito ha realizzato su cd e musicassette il Canzoniere Sassarese contenente i più grandi interpreti della canzone dialettale, tra i quali Ginetto Ruzzetta e Giovannino Giordo. Ha, inoltre, realizzato canzoni dedicate al mare sardo. Tra queste ricordiamo "Benvenuti in Sardegna" (brano scelto come sigla dell'emittente radiofonica "Radio internazionale Costa Smeralda").Nato a Sassari il 14 ottobre del 1930, vive a Milano, ma rientra molto spesso nella sua città natia.Vivendo a Milano, negli ultimi anni, ha composto molte canzoni dedicate a questa città, brani inseriti sul cd "Canta Milano", distribuito in tutta la Lombardia con vendite che hanno superato le 50.000 copie.Gavino Soro è attualmente presente su FB e su You Tube con le sue numerose canzoni, molte interpretato da lui.


NUOVA TECNICA RIVOLUZIONARIA
IN SARDEGNA

Da oggi è possibile operare
la cataratta con il laser


di Ennio Porceddu
(13-10-2016) Nei giorni scorsi siamo andati a intervistare l'oculista-chirurgo Dott. Giorgio Mattana specialista negli interventi sulla cataratta e che opera in diversi centri dell'Isola, per saperne di più sulla nuova tecnica rivoluzionaria eseguita con il laser.
Dottor Mattana ci può spiegare qual è la differenza tra il Laser e l’attuale tecnica di facoemulsificazione ad ultrasuoni ?
Con la tecnica attuale tutte le fasi chirurgiche sono eseguite dalla mano del chirurgo mentre con la nuovissima tecnica Laser la maggior parte dei passaggi chirurgici sono eseguite da un Laser guidato da un computer precedentemente impostato dal chirurgo con i dati del paziente.
Di conseguenza aumenta la precisione dell’intervento e diminuiscono anche se non sono annullati i rischi chirurgici dato che i tagli corneali, l’apertura della capsula anteriore che avvolge il cristallino catarattoso e la frantumazione della cataratta non vengono eseguite da mano umana, ma da un computer tarato sulle caratteristiche peculiari del paziente.
Il chirurgo interverrà in una fase finale con l’aspirazione dei residui catarattosi e l’impianto del cristallino artificiale di tipo Premium.
Quali sono le caratteristiche delle lenti Premium?
Le lenti Premiun permettono di correggere:
- Astigmatismo (lente Toriche)
- Ipermetropia e Presbiopia (lente multifocale)
- alta miopia (lente con filtro protettivo ai raggi UV).
Pertanto, nell’intervento di cataratta la rivoluzionaria tecnica Laser associata alle lenti premium permette di eseguire un intervento di tipo refrattivo con la contemporanea correzione dei disturbi visivi di miopia, ipermetropi astigmatismi e presbiopia.
La tecnica Laser rispetto all’attuale facoemulsificazione a ultrasuoni (che resta sempre una tecnica valida e sicura) garantisce un'assoluta precisione e sicurezza nelle varie fasi chirurgiche e una contemporanea risoluzione dei difetti visivi con l'eliminazione di occhiali e lenti a contatto.

Nella penisola esistono altri centri che adottano questa tecnica?
Esistono pochi centri in Italia, dove si opera la cataratta con il Laser e ora anche in Sardegna è possibile essere operati da me nell’unico centro di Cagliari dotato di quest'avveniristico Laser.
Lo voglio sottolineare -
precisa dott. Mattana - l’intervento di cataratta con il Laser è un intervento Solvente, cioè completamente a pagamento a causa del modernissimo macchinario Laser utilizzato e per l’altissima qualità delle lenti intraoculari impiantate per la correzione dei vizi visivi con la conseguente eliminazione di occhiali e lenti a contatto. Per saperne di più vai sul sito www.oculista-giorgiomattana.com, oppure invia una email a : mattana.gior@tiscali.it.


Amacord del maestro maddalenino Nino Abis scomparso nel 2015. Era un eccellente insegnante e compositore. Collaborò con chi scrive e con diversi artisti tra cui Mina e Claudio Villa
GIOVANNI ABIS

di Ennio Porceddu
(19-9-2016) Lo avevo conosciuto nel lontano 1970. Per lui avevo composto diversi testi di canzoni (circa una quindicina), alcune in lingua spagnola. Nel 1972, l'edizione musicale Suono di Mestre/Venezia ci pubblicò la canzone "Senza fede", in repertorio da alcuni complessi musicali (così si chiamavano allora i gruppi musicali) e programmata a Radio Sardegna. Poi fu la volta di "Mi ricordo bambino) incisa su dischi Galletti/Boston di Faenza nel 1972 dal gruppo quartese "La Nuova Era", produttore chi scrive: canzone che ha fatto il giro del mondo con un ottimo successo ed è stata riproposta da diversi artisti internazionali nel 1982 e 1992 (Canada, Argentina).Poi, “Viva la Palma” (Porceddu - Abis) sigla ufficiale del Festival Nazionale dei bambini “La Palma D’Oro”, svoltosi a Cagliari negli anni 1975/1976 e organizzato sempre da chi scrive con la collaborazione di Antonio Linoti, noto manager e padre della cantante Silvana. La sigla del festival è incisa su disco LP dall’etichetta discografica Polimusic.I brani “Nostalgia di Napoli” e “ Na musica è l’ammore” (Edizioni musicali Galletti/Boston), hanno fatto parte dei Festival della Canzone Napoletana.Il caro amico Giovanni (Nino per gli amici) è morto nella sua abitazione di Via Cairoli a La Maddalena sabato 31 ottobre 2015 .Aveva 87 anni.Nella sua vita c'era tantissima musica nel sangue: Compositore di musica, autore di un sistema d’insegnamento all’uso della chitarra oggi comunemente usato.Durante gli anni della maturità artistica Abis, oltre ad occuparsi dell’insegnamento, era entrato in contatto anche con i più grandi cantanti della musica leggera italiana, come il Trio Lescano di cui aveva composto una canzone per il trio Lescano: La pensione do re mi , Mina, Claudio Villa e altri.Nino era molto conosciuto in Sardegna e in Corsica.A metà degli anni Settanta, con spirito antesignano, aveva organizzato una seguitissima radio locale, praticamente la prima della Gallura costiera, ‘Radio Maddalena’ e successivamente una tv privata, nei cui studi si sono fatti le ossa numerosi giornalisti isolani che oggi collaborano con le testate giornalistiche regionali e nazionali.Compositore, diplomato al Conservatorio di Sassari. Insegnante nominato per i corsi corali e Polifonici, dal Provveditore. Cattedra di Musica alle scuole medie, insegnante di pianoforte alle Magistrali. Eclettico e virtuoso suonatore di diversi strumenti musicali. Diplomato in armonia all’Accademia di Roma.Nato a La Maddalena, nel 1928, Giovanni Abis, ha composto oltre mille canzoni, diverse centinaia pubblicate dai più grandi editori e notissimi della Galleria Del Corso di Milano. Più di cento, pubblicate dalle Messaggerie Musicali e Sugar - Caselli.Ha inciso col suo gruppo musicale con la Bentler, Combo, Nuraghe, per la Philips francese, uno spot pubblicitario, e per la televisione francese ”Bonne nuit les petits”.Il famoso spot “Cin, Cin Cinzano”, e quello della lama Bolzano, sono stati composti dal maestro Abis.Nella rassegna annuale UNCLA-RAI (in anni diversi), i brani del compositore maddalenino, conquistano i primi posti: “Fogu” (1° classificato); “Curri Curri” (3° classificato); “Alta marea” (2° classificata). Altri, invece, hanno avuto degli ottimi nelle finalissime trasmesse in diretta da Radio-RAI. I brani succitati, sono al successo discografico da Vittorio Inzaina.Il maestro Abis, ha curato gli arrangiamenti di diversi brani registrati da Pino D’Olbia (al secolo Giuseppe Fadda).Su incarico della Bentler-Rampordi-Zig Zig-Guerrini di Milano, ha diretto l’orchestra napoletana durante l’esibizione del cantante Milk che interpretava una canzone del gruppo editoriale milanese. Al concorso nazionale “Tre canzoni da lanciare”, si sono classificate Al primo e secondo posto con i brani: “Addio signora” e “ Non t’ascoltai”.Giovanni Abis, non è solo un compositore, ma anche un talent scout. Diversi i giovani che l'Abis, ha preparato e presentato a manifestazioni importanti: Castrocaro, Città di Milano e Sanremo.Alla fine degli anni ’70, Giovanni Abis, ha lanciato livello nazionale gli “AXIS”, un gruppo maddalenino che aveva una certa notorietà nel nord della Sardegna, con l’aiuto dell’amico G. F. Reverberi. (direttore d’orchestra, produttore discografico e direttore della R.C.A.). Voglio ricordare che il maestro Reverberi ha lanciato tanti artisti, tra i quali i genovesi Lauzi, Tengo, De André, Paoli e New Trolls.I tre brani registrati dagli “AXIS” portano la firma del compositore maddalenino: The Lonely man, “I look in the round”, Don’t i game tomorrow”.Per dovere di cronaca riportiamo la formazione degli “AXIS”: Francesco (sax e voce), Paolo (Tastiere), Umberto (chitarra solista e basso), Santo (batteria).

Alcune tracce discografiche
Coro “I Canterini Kalaritani” diretto da Ennio Porceddu
Viva La Palma (disco 33 giri Hardy, 1975 - sigla ufficiale del 1° festival dei bambini La Palma D’oro 1975.
Coro “I Canterini Kalaritani” diretto da Ennio Porceddu
Viva La Palma (disco 33 giri Polimusic, 1976 - sigla ufficiale del 2° festival dei bambini La Palma D’oro 1976.
Nuova Era
Mi ricordo bambino
(disco 45 giri Boston, 1972)


Festa di Sant’Ignazio a Laconi
IL PROGRAMMA DEI FESTEGGIAMENTI

di Elisabetta Porceddu
(26-8-2016) Sono migliaia i pellegrini attesi a Laconi, in provincia di Oristano, per i “Festeggiamenti dedicati a Fra Ignazio“, che si svolgeranno dal 27 agosto al 31 agosto 2016. Amatissimo in Sardegna, Fra Ignazio da Laconi apparteneva all’Ordine dei Frati Minori Cappuccini e visse per 40 anni da questuante a Cagliari in assoluta povertà. Fra Ignazio è stato proclamato Santo da Pio XII il 21 ottobre 1951. Tanti gli eventi in calendario, sia religiosi che civili. Vediamo questi ultimi oltre alla grande processione di mercoledì 31 agosto 2016.
Sant’Ignazio è il Santo sardo più venerato dell’Isola e i festeggiamenti in suo onore si tengono nel mese di agosto richiamando a Laconi oltre 70.000 visitatori. Per circa una settimana giungono a Laconi pellegrini da ogni parte della Sardegna e anche dall’estero per pregare nella casa natale del Santo, chiedere o ringraziare per la Sua intercessione, e per recarsi nella chiesa parrocchiale a Lui dedicata. Oltre ai riti religiosi che si susseguono senza soluzione di continuità per circa una settimana, l’amministrazione organizza varie manifestazioni di intrattenimento, con serate musicali, avendo cura di non trascurare gli aspetti legati alle tradizione sarde quali i “Cantadores a Ottava” e a chitarra, i Tenores, i Gruppi Folk e quant’ altro caratterizzi la cultura Etno-Musicale della Sardegna. E’ importante sottolineare che questa festa è un volano per l’economia laconese in quanto costituisce una vetrina per le peculiarità turistiche del paese; infatti i visitatori consumano i prodotti locali, si intrattengono presso il Parco Aymerich e visitano l’ormai noto Museo delle statue Menhir. Il 30 agosto, si tiene la processione con le reliquie del Santo, provenienti dalla chiesa di Sant'Ignazio a Cagliari, a cui partecipano migliaia di fedeli, preceduti da cavalieri in costume e da numerosi gruppi folcloristici e confraternite di varie località dell'Isola. La notte è riservata alle iniziative culturali e ricreative: cantanti, cantautori, gruppi musicali, teatro, serate di folclore sardo, nazionale ed internazionale. In tante parti del paese vengono allestite mostre di pittura, scultura e fotografia, una mostra mercato dei prodotti agroalimentari ed artigianali del territorio e altre iniziative di promozione turistica, con visite guidate verso i siti archeologici più importanti.

Programma della Festa di Sant’Ignazio da Laconi

Sabato, 27 agosto 2016
•ore 22,30 – Alessandro Bianchi + Banda bandea in concerto
•ore 00,30 – Schiuma party e notte colorata
•ore 10,00 – Raduno auto d’epoca, a cura dell’associazione auto-moto d’epoca Sardegna e Mini club Sardegna)
•ore 17,00 – Tombola e giochi per bambini
•ore 19,00 – Sfilata maschere tradizionali, con la partecipazione di Su Corongiaiu Laconi, Sa Maschinganna e Sa Maiaja, Sos Trajgolzo Sindia)
•ore 22,30 – Revolution in concerto
•ore 00,00 – Bisonte Meccanico
•ore 14,30 – Iscrizioni caccia al tesoro
•ore 15,15 – Caccia al tesoro
•ore 21,30 – Ballo latino “Non solo danza”
•ore 23,30 – Calcio balilla umano
•ore 21,30 – Canti sardi a chitarra
•ore 23,00 – Festa della birra con gadget + Karaoke con Mauro
•ore 19,00 – Solenne processione del Santo. Itinerario: Chiesa; Via Satta, Via G. Deledda; Corso Garibaldi; Via Maggiore; P.za Giovanni; Via Aldo Moro; Via Cavour; Via Santa Maria; Corso Garibaldi; Via S. Ignazio; la benedizione e il bacio della reliquia. Partecipano: i Carabinieri a cavallo; gruppi folk; confraternite e cavalieri.
•ore 22,00 – Serata folk con i gruppi folk: Fra Nicola da Gesturi, Montanaru di Desulo, Siurgus Donigala, Santa Barbara di Gadoni, Tziniga di San Vero Milis, Franciscu Lai di Laconi, Tradizioni Popolari Sant’Ignazio da Laconi. Accompagnati dai suonatori Sergio Putzu e Giampaolo Melis.
•ore 00,30 – Estrazione lotteria


UN PITTORE CON LA
SARDEGNA NEL CUORE
ENRICO CASTAGNINO

di Ennio Porceddu
(16-7-2016) Nato a Cagliari nel 1856, dopo che suo padre Cesare si era trasferito con tutta la famiglia, da Chiavari nel capoluogo sardo per impiegarsi presso una nota caffetteria del centro.Il giovane Enrico, molto dotato per la pittura, inizia presto a interessarsi d’arte ed a introdursi nell’ambiente isolano. Prima come mercante d’arte, poi come arredatore e organizzatore di mostre e avvenimenti artistici e culturali.Le sue prime opere a olio risalgono al 1881. Secondo la critica del tempo, il giovane Castagnino ha una vita avventurosa, viaggia molto e per un certo periodo lascia la Sardegna per approdare a Napoli.Non mancano, però, anche i viaggi all’estero.Durante questi viaggi, l’artista ha modo di cogliere l’occasione per dipingere alcune tele di straordinaria bellezza, tra cui “Paesaggio nordico”, un olio della seconda metà degli anni ottanta.Enrico Castagnino ottiene ottimi successi con i paesaggi, ma si cimenta anche col figurativo: straordinaria opera “Marina con cappelletta e dama in preghiera”.Nell’altro olio di grande pregio "Testa di cane” si evidenzia una fusione tra luce e colore. Quest’ultima opera, come le altre, sono ispirati a soggetti di G. Battista Quadrone, un pittore piemontese che era solito scendere in Sardegna, non solo perché attratto della nostra terra, ma anche per esporre le sue opere.Nel1899, inoccasione della visita dei reali Umberto e Margherita di Savoia, il pittore cagliaritano cura l’addobbo del palazzo Reale. Per l’artista quell’ultimo decennio è il più importante della sua esistenza.All’apice del successo i suoi lavori sono molto richiesti in ogni parte del mondo (Monaco, Francia, Inghilterra, America, Germania).Tra le sue opere più importanti troviamo “Paesaggio sardo con torrente, "Fanciulla in costume campidanese”, “Madonna di Bonaria”Autoritratto”.Colpito da una malattia incurabile, Enrico Castagnino, dopo aver smesso di lavorare, muore in miseria dimenticato da tutti l’11 febbraio 1918.



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