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AL VOSTRO SERVIZIO 2023-2024 di Augusto Maccioni

HA VINTO ALESSANDRA TODDE, E' IL
NUOVO PRESIDENTE DELLA SARDEGNA

IL VOTO DISGIUNTO CONDANNA TRUZZU
E NON AVVANTAGGIA SORU

di Augusto Maccioni
(27-2-2024) La vittoria del Centrodestra era sicura tanto che si poteva fare qualche concessione per dare un segnale forte alla premier Giorgia Meloni che aveva indicato, tra polemiche e mal di pancia, Paolo Truzzu, meloniano doc, come candidato governatore della Sardegna al posto dell'uscente Christian Solinas che in un primo momento doveva, secondo la Lega e il Psd'Az, candidarsi per il secondo mandato. Il "giochetto" era nel voto disgiunto che, se c'è stato, non ha avvantaggiato di certo Renato Soru ma la stessa Alessandra Todde (
foto dal web/Social), la signora pentastellata del Campo Largo a guida M5S-Pd, ed è forse il primo problema serio del Centrodestra che ha fatto autogol pensando poi di recuperare nell'arco della lunga giornata dello spoglio. Cosa che non è avvenuto. Soru pensava di raggiungere, come recitavano i sondaggi, non ultimo quello di Dagospia, l'11,2%, un buon piazzamento per sedere in Consiglio regionale, invece la sua "Coalizione sarda" ha deluso, raggiungendo l'8%, e forse perché l'ex presidente sardo si aspettava i voti disgiunti degli "amici" del Centrodestra. Si fanno naturalmente ipotesi, ma c'è qualcuno che mette nero su bianco questo autogol, abbastanza rischioso e che alla fine ha consegnato la poltrona di Villa Devoto alla candidata grillina. Per confermare questa "partita rischiosa" c'è il dato del Centrodestra che resta maggioranza col 49 per cento dei voti, circa il sei per cento in più del candidato Truzzu, tenendo conto che Todde ha vinto col 45,4% contro i 45 di Truzzu. In pratica l'attuale sindaco di Cagliari è stato bocciato proprio nella sua città, ed è sorprendente perché doveva prendere voti in scioltezza e invece è stata Alessandra Todde a fare il pieno isolando il primo cittadino, E' stata una partita persa strategicamente, non si sono fatti bene i calcoli e alla fine questo autogol non ha pagato e la lista Soru, che in un primo momento doveva consegnare una facile vittoria al Centrodestra, ha consentito la sfida all'ultimo voto con la vittoria per un soffio della candidata grillina. La vicenda delle elezioni in Sardegna non ha solo una valenza nell'isola ma ha avuto una vasta eco a livello nazionale, soprattutto perché a scendere a Cagliari, prima ancora che i dati dessero la vittoria ad Alessandra Todde, sono stati i leader dei grillini Giuseppe Conte e del Pd Elly Schlein che erano "sicuri" della vittoria (altrimenti restavano a Roma). E se Conte e Schlein, con Todde, festeggiano dall'altra sponda musi lunghi e qualche litigio anche se Meloni-Salvini-Tajani parlano che nulla cambierà nella politica nazionale e che la "questione Sardegna" è un incidente di percorso e che la sconfitta sarà analizzata per non commettere errori nelle altre elezioni. Per il Pd e M5S è l'inizio del Big Bang per la maggioranza di governo e che la mappa politica si farà più chiara con le prossime elezioni regionali e europee, una cosa è certa: il voto in Sardegna deve fare riflettere e deve dare altre manovre e strategie al Centrodestra al fine di trovare un assetto diverso per non cadere nuovamente negli errori che hanno alla fine consegnato la Sardegna alla coalizione Pd-M5s.



SARDEGNA AL VOTO, ALESSANDRA TODDE VERSO LA VITTORIA SU PAOLO TRUZZU
ELLY SCHLEIN E GIUSEPPE CONTE A CAGLIARI PER PARTECIPARE ALLA FESTA


di Augusto Maccioni
(26-2-2024) E' l'ultima curva prima del traguardo finale, per il momento mancano forse 100 sezioni e il risultato provvisorio è un testa a testa tra Paolo Truzzu del Centrodestra e Alessadra Todde del centrosinistra
(foto dal web/Social) a guida Pd-M5S. Entrambi i candidati si contendono la vittoria e uno dei due sarà il governatore della Sardegna al posto dell'uscente Christian Solinas che non si è candidato neanche come consigliere regionale. Per tutto il giorno è stata una corsa estenuante, nessuno dei due candidati staccava l'altro, spesso erano appaiati. Poco prima delle 19 Truzzu era in vantaggio sulla Todde, passano i minuti e c'è il sorpasso. Come una partita ai rigori, e l'ansia cresceva a ogni sezione scrutinata. E' presto per fare le valutazioni, per il momento bisogna affidarsi ai numeri che dicono che Alessandra Todde è in vantaggio per un soffio su Paolo Truzzu (45,40% su 45% alle 23,19 con 1.718 sezioni scrutinate su 1.844), oltre 3mila schede che premiano la pentastellata. E se il risultato sarà confermato Alessandra Todde sarà eletta governatrice della regione Sardegna, una vittoria non certo schiacciante ma che ha un grande significato per la Sardegna e per i riflessi che si porranno nella politica nazionale. E a dimostrarlo sono scesi in Sardegna Giuseppe Conte e Elly Schlein per sostenere la candidata e per fare festa. Problemi invece per il Centrodestra dove il candidato Truzzu non è stato all'altezza, prendendo alla fine meno voti della sua coalizione e andando sotto proprio nella città di Cagliari, dove è sindaco. A conti fatti mancano all'appello oltre il 4 per cento, dovuto soprattutto al voto disgiunto e questo la dice lunga sulla sua candidatura che ha creato da subito scontri tra Lega-Psd'Az e FdI. Sul banco degli imputati c'è Giorgia Meloni che ha indicato con forza Truzzu, meloniano doc, contro altre indicazioni della Lega-Psd'Az che sostenevano il secondo mandato di Christian Solinas. Di sicuro a Cagliari il sindaco non è stato sostenuto a dovere, anche se il divario minimo tra Todde e Truzzu farà riflettere e pongono valutazioni che saranno analizzate in un clima sereno. E a tarda sera arriva la notizia che il deputato di Fratelli d'Italia Gianni Lampis ha chiesto il riconteggio dei voti in Corte d'Appello in alcuni comuni. C'è aria di sconfitta per un soffio, mentre tutto procede, con molto ritardo, per chiudere lo spoglio. Quando ancora mancano da scrutinare 130 sezioni, FdI è il primo partito al 14%, segue il Pd con il 13,9%, il M5S con il 7,8%, FI col 6,5% e Lega con il 3,8%. Alle 23,05 (1676 sez su 1844) Todde è al 45,3% e Truzzu al 45%. La lista della Coalizione sarda di Renato Soru non supererà la soglia del 10% (è sempre all'8%) e l'ex presidente sardo alle 20,50 prende coraggio e fa gli auguri ad Alessandra Todde. Soru è comunque deluso dai dati che lui pensava diversi. La notte sarà sicuramente lunga per la vincitrice?


ULTIMATUM ALLA MADRE DI NAVALNY
PER DARE L'OK AL FUNERALE SEGRETO
SENZA FAMILIARI E AMICI


di Augusto Maccioni
(23-2-2024) La tomba di Alexei Navalny non deve rappresentare il centro di una massiccia manifestazione contro il regime di Putin e per questo motivo la sepoltura dell'oppositore russo deve avvenire in segreto, senza sapere il luogo, la data e altre informazioni. La madre del dissidente, Liudmila Navalnaya, che ha visto il corpo del figlio sei giorni dopo la sua morte, deve accettare le direttive volute dal Cremlino altrimenti i resti di Navalny verranno sepolti all'interno della prigione artica, nella parte nordoccidentale della Siberia, in maniera anonima. La madre di Navalny non ha voluto negoziare e ha chiesto la restituzione del corpo per una degna sepoltura. C'è adesso l'ultimatum del Cremlino: o si accetta un funerale segreto o viene sepolto nel carcere dove era stato ultimamente trasferito poco prima di morire venerdi scorso all'età di 47 anni. La madre dell'attivista pretende un addio pubblico e gli investigatori russi le hanno concesso tre ore per decidere, un dilemma atroce, una condizione disumana per riavere la salma del proprio figlio. L'avvocato del dissidente chiede il "rispetto della legge che obbliga gli investigatori a consegnare la salma entro tre giorni dal momento in cui viene accertata la causa della morte". Per questo motivo Liudmila Navalnaya, tramite i suoi legali, ha richiesto l'apertura di un procedimento penale contro gli inquirenti che non hanno consegnato il corpo di Alexei. Secondo la documentazione medica, firmata dalla madre del dissidente, i termini per consegnare il corpo "scadono domani" 24 febbraio, poi però c'è l'ultimatum degli investigatori e a questo punto Navalnaya dovrà decidersi perché il regime di Putin "vuole seppellirlo in segreto, senza dare la possibilità di dirgli addio" in uno sperduto luogo del carcere artico. Diversi personaggi si sono uniti alla madre di Navalny chiedendo, per il figlio, una degna sepoltura "secondo le consuetudini"(
foto dal web/Social). Oltre 1.750 preti e credenti hanno chiesto al Cremlino "misericordia e compassione". Lo scienziato Ilia Kolmanovski da Londra è il più duro di tutti: "Putin ha ucciso Navalny e ora si prende gioco di sua madre e di tutti noi minacciando di distruggere il suo corpo. Questo Stato non ha paura di nulla. Sono sadici e agiscono a sangue freddo".




BIDEN HA INCONTRATO LA VEDOVA
E LA FIGLIA DI NAVALNY, ATTRIBUENDO
LA MORTE DEL DISSIDENTE A PUTIN
LA MADRE DI ALEKSEJ IN UN
VIDEO DENUNCIA: VOGLIONO
SEPPELLIRE MIO FIGLIO IN
SEGRETO E MI MINACCIANO

di Augusto Maccioni
(22-2-2024) Il corpo di Aleksej Navalny è stato visto dalla madre dopo sei giorni dalla morte, ma le autorità russe "la stanno ricattando" dettando le condizioni per la sua sepoltura. Secondo gli inquirenti russi il funerale dovrà essere celebrato in forma privata e tutto il resto dovrà essere top segret e la madre non dovrà rivelare dove, quando e come sarà seppellito il figlio. Tutto questo senza poterlo salutare per l'ultima volta. La madre ha visionato i documenti medici della morte di Navalny, sui quali è scritto che l'oppositore di Putin è morto per cause naturali. Come si sa Aleksej Navalny è morto il 16 febbraio nel carcere duro della prigione artica, nel distretto autonomo di Yamalo-Nenetski, nella parte nordoccidentale della Siberia dove si registrano temperature di diverse decine di gradi sotto zero. Diverse le informazioni sulla sua morte, dall'ipotesi di un nuovo avvelenamento con il Novichok a quella di un pugno sul cuore dopo "una passeggiata" a meno 27 gradi. La mamma di Navalny ha raccontato in un video di aver visto Aleksei, segretamente nell'obitorio. Ha firmato il certificato di morte ma non ha potuto ritirare la salma, perché le autorità russe vogliono seguire procedure particolari, ma soprattutto vogliono evitare una cerimonia pubblica e la sepoltura sotto i riflettori per non amplificare il dissenso. La madre deve accettare le condizioni del regime altrimenti i giudici russi agiranno diversamente, ma non si capisce cosa potranno ancora fare al cadavere. Intanto la vedova e la figlia di Navalny sono a San Francisco e hanno incontrato Joe Biden (
foto dal web/Social), il quale ha già attribuito la morte del dissidente a Putin e ha anche detto: "che ha espresso lo straordinario coraggio di Aleksey Navalny per la sua eredità nella lotta contro la corruzione e per una Russia libera e democratica in cui lo stato di diritto si applica equamente a tutti". Il presidente americano ha deciso che gli Stati Uniti imporranno "centinaia" di sanzioni contro la Russia venerdi e colpiranno anche i responsabili della morte di Navalny e la "macchina da guerra di Putin" e colmerà le lacune nelle sanzioni esistenti.




GIORGIA MELONI, MATTEO SALVINI E ANTONIO
TAJANI IN SARDEGNA PER SOSTENERE IL
CANDIDATO DEL CENTRODESTRA PAOLO TRUZZU

CONTE-SCHLEIN: "CON TODDE I
SARDI SI RIPRENDONO IL FUTURO"

SORU: "L'ALTERNATIVA
ALLA DESTRA SIAMO NOI"


di Augusto Maccioni
(21-2-2023) Il Centrodestra cala il tridente in difesa del suo candidato governatore Paolo Truzzu. La premier Giorgia Meloni arriva in Sardegna con Matteo Salvini e Antonio Tajani (
foto dal web/Social) e parte all'attacco per vincere la partita, che potrebbe essere imprevedibile e, secondo la convinzione degli esponenti della coalizione, la vittoria potrebbe essere sicura, anche se gira un sondaggio in cui si parla di un testa a testa tra Truzzu e Todde. Giorgia Meloni non è sola a sostenere il candidato Truzzu e per dare una parvenza di collegialità sulla scelta si è presentata con gli altri due leader per cementificare l'accordo e per dare forza e consistenza alla campagna elettorale che durerà ancora, sottotraccia, anche se la grande adunanza alla Fiera è stata organizzata per chiudere la campagna elettorale della coalizione. La premier non può permettersi passi falsi perché è stata lei ad aver imposto il candidato Truzzu, sindaco di Cagliari, dopo un lungo braccio di ferro con la Lega che ha sostenuto fino alla fine il governatore uscente Christian Solinas che ha una buona base all'interno del Psd'Az, partito che ha il dente avvelenato in queste elezioni. Per questo motivo il clima tra FdI e Lega non è idilliaco ma si va avanti deponendo le armi per riprenderle se le cose dovessero andare male. Da questo punto di vista, quindi, Giorgia Meloni ha molto da perdere per questo primo test elettorale del 2024 sperando che le cose vadano per il verso giusto in Sardegna, perché altrimenti salirebbe, inevitabilmente, sul banco degli imputati. Stesso discorso vale per Elly Schlein che ha scelto l'intesa col M5S con la candidatura della pentastellata Alessadra Todde, vietando le primarie che il Pd sardo pretendeva e con le accese polemiche di Renato Soru, che avrebbe preteso una candidatura Pd all'interno delle primarie, che ha sbattuto la porta creando "Progetto Sardegna", una coalizione composta da cinque liste e che potrebbe dare grandi problemi alla coalizione del Campo Largo, perché pescherebbe parecchi voti da quella formazione. Ecco perché Alessandra Todde, che guida la coalizione Pd-M5S, è furente contro Soru accusandolo di tirare la vittoria del Centrodestra, Soru invece "è il rompiscatole" e sa cosa vogliono da lui, presidente di Regione dal 2004 al 2009, fondatore di Tiscali, ma non si dimette e ci mette la faccia e dice a chiare lettere:"L'alternativa alla destra siamo noi" convinto che parte del pd è dalla sua parte. Gioca facile Conte, il leader M5S, che ha due opzioni per non perdere la faccia: se Todde dovesse perdere le colpe saranno della spaccatura all'interno dei dem e al mancato loro sostegno. Se invece, a sorpresa, dovesse vincere se ne prenderà il merito avendo imposto lui la candidata all'alleato.



SARDEGNA, TUTTI I LEADER NELL'ISOLA PER
LA CHIUSURA DELLA CAMPAGNA ELETTORALE

SFIDA APERTA TODDE-TRUZZU,
CENTROSINISTRA CHIUDE SENZA BIG
OGGI E' IL GIORNO DI
MELONI-SALVINI-TAJANI

di Augusto Maccioni
(20-2-2024) Centrodestra compatto alla Fiera di Cagliari, dalle 16 alle 18, con la partecipazione della premier Giorgia Meloni (FdI), Matteo Salvini (Lega) e Antonio Tajani (
foto dal web/Social) che chiuderanno la campagna elettorale della coalizione in vista delle elezioni in Sardegna del 25 febbraio. Anche il segretario Pd Schlein nell'isola per sostenere la candidata Alessandra Todde. Per il Centrodestra chiuso il lungo braccio di ferro per le note vicende che hanno preferito candidato governatore Paolo Truzzu, meloniano doc, a Christian Solinas, appoggiato per il secondo mandato dalla Lega di Salvini e dal Psd'Az, i tre leader si ritroveranno sul palco insieme per la volata finale alla coalizione e all'attuale sindaco di Cagliari. Tutti contenti, per adesso, per poi dividersi nuovamente nel caso le elezioni dovessero andare male, situazione che non dovrebbe verificarsi visti gli ultimi sondaggi che danno diverse progressioni aperte con il Campo largo a guida Pd-M5S che appoggerà la pentastellata Alessandra Todde, visto che ci sarebbero ancora un 25% di elettori che sarebbero indecisi. Su questo "campo" si dovrebbe decidere la vittoria, perché gli indecisi dovrebbero essere coccolati e seguiti fino all'ultimo minuto per avere la certezza di chiudere la partita. E a questo "voto utile" bisogna far riferimento per vincere le elezioni se però i giallorossi non dovessere fare breccia sul grande bacino astenuti-indecisi, allora la partita sarà in discesa per Truzzu. Un altro aspetto da considerare è l'entrata in campo di Renato Soru che si stacca dal Pd e corre con una sua coalizione composta da cinque liste. Il suo è "Progetto Sardegna" e pesca più sul Pd che sul Centrodestra e la sua entrata in campo sicuramente creerà molti problemi al Campo Largo. Quarta candidata governatore è Lucia Chessa, leader della lista Sardegna R-esiste. Stando ai sondaggi la sua corsa non dovrebbe impensierire il Centrodestra e il Campo Largo. Chessa è leader dei Rossomori, un partito autonomista e indipendentista che riunisce anime sardiste e indipendentiste. Nella sua campagna elettorale nessun big ma incontri nei territori e nelle piazze. Il conto alla rovescia è iniziato e l'appuntamento di domenica non dovrebbe riservare grandi sorprese e la coalizione del Centrodestra può continuare senza grossi problemi anche a livello nazionale, un test importante in vista anche per le elezioni europee. Se invece il Campo Largo dovesse avere la meglio le cose potrebbero iniziare a scricchiolare a livello nazionale per Meloni-Salvini-Tajani, ma soprattutto inizieranno le polemiche per la forzatura del candidato meloniano Truzzu in una lotta tutta isolana, per non dire cagliaritana, col Psd'Az-Lega che sicuramente non staranno a guardare.



LA SARDEGNA AL VOTO IL 25 FEBBRAIO CON
QUATTRO CANDIDATI GOVERNATORI E 25 LISTE

TRUZZU - TODDE ALL'ULTIMO VOTO, SARA'
DECISIVO IL RISULTATO DEL CANDIDATO SORU


di Augusto Maccioni
(19-2-2024) Meno di una settimana per sapere chi sarà il nuovo governatore sardo al posto di Christian Solinas che non è stato riproposto dalla coalizione del Centrodestra a guida Fdi. Sono quattro i candidati presidenti e venticinque liste per una corsa difficile per il rinnovo del Consiglio regionale della Sardegna, un test regionale, sulla carta, ma molto importante per i rapporti dei partiti a livello nazionale e soprattutto da valutare in chiave delle prossime elezioni europee. In corsa Alessandra Todde per il Campo Largo a guida Pd-M5S, Paolo Truzzu per il Centrodestra, Renato Soru per la coalizione Sardegna (Soru-Todde-Truzzu
foto dal web/Social) e infine Lucia Chessa per Sardegna R-esiste. Per il Centrodestra c'è la blindatura di Fratelli d'Italia che ha imposto il candidato Truzzu, attuale sindaco di Cagliari, al posto di Solinas, espressione Lega-Psd'Az, che non sarà neanche candidato consigliere e ha annunciato di non voler competere per le prossime elezioni europee. Musi duri, tra polemiche, schermaglie e contrapposizioni, per indicare il candidato governatore che la Lega-Psd'Az avrebbero preferito la conferma di Solinas e che FdI di Giorgia Meloni ha indicato il sindaco Truzzu, meloniano doc, e sarà lui a correre come candidato presidente del Centrodestra dopo un tira e molla estenuante soprattutto con il leader della Lega Salvini. Trovata la quadra il Centrodestra correrà unito e gli strascichi delle polemiche di questa operazione si vedranno comunque alla fine perché sia la Lega che il Psd'Az non hanno gradito la forzatura di un candidato diverso da quello da loro indicato. A naso il Centrodestra dovrebbe superare la coalizione del Campo Largo Pd-M5S. Negli ultimi giorni la Sardegna è stata la meta di ministri, segretari e parlamentari a sostegno dei candidati governatori. L'instancabile Salvini ha percorso in lungo e largo l'isola in una campagna elettorale decisiva, soprattutto per il suo partito, e per lui è già un record perché è la quarta volta che gira per le città e per i paesi. Mercoledi 21 febbraio alle ore 16 a Cagliari, alla Fiera Campionaria, la premier Giorgia Meloni con Tajani e Salvini chiuderanno la campagna elettorale del Centrodestra. In questi giorni l'arrivo del duo Giuseppe Conte-Elly Schlein per rilanciare la candidatura di Alessandra Todde leader dell'alleanza di centrosinistra a guida Pd-M5S. Percorsi separati per i due leader e chiusura della campagna elettorale "tutta sarda", senza cioè né Conte e né Schlein perché così ha deciso Todde. Ultimi giorni di campagna elettorale anche per Renato Soru che chiuderà tra Oristano e il suo paese di nascita Sanluri. Per Lucia Chessa, altra candidata governatore, tappe di chiusura a Tortolì e a Sassari. Diversi i sondaggi con Truzzu al primo posto ma ce ne sono altri in evoluzione che danno il candidato del Centrodestra e quello del Campo Largo a guida Pd-M5S con uno scarto di 3-4 punti e la partita sarebbe comunque aperta perché ci sarebbero almeno 25% di elettori che sono indecisi. Attenzione però all'affluenza che sarà, come al solito molto bassa e questa evenienza potrebbe favorire Alessandra Todde ma potrebbe anche confermare la solidità di Truzzu che sarà destinato a diventare il prossimo presidente della Sardegna. Attenzione, però, al voto disgiunto: voto al candidato consigliere di una coalizione e voto al candidato presidente di un'altra coalizione, un giochino che non favorirebbe Truzzu che non è molto gradido alla Lega e al Psd'Az.



E' MORTO IN PRIGIONE ALEXEI
NAVALNY, IL DISSIDENTE DI CUI
IL CREMLINO AVEVA PIU' PAURA

di Augusto Maccioni
(16-2-2024) Ancora una morte inspiegabile, più dubbi che certezze, una notizia sconvolgente che riguarda il decesso di Alexey Navalny, il più noto dissidente e leader dell'opposizione russa, aveva 47 anni. A comunicarlo è stato il servizio penitenziario federale del distretto autonomo di Yamal-Nenets, appena un mese prima delle elezioni presidenziali alle quali il presidente Vladimir Putin si presenterà, unico e incontrastato candidato, senza opposizione. La narrazione ufficiale dice che il noto dissidente, che stava scontando una pena detentiva di 19 anni, si è sentito male dopo una passeggiata e quasi subito dopo ha perso conoscenza. In un comunicato è emerso che "sono state eseguite tutte le misure di rianimazione necessarie, ma non hanno dato risultati positivi. I medici del pronto soccorso hanno confermato la morte del condannato. Le cause della morte sono in fase di accertamento". Secondo il canale telegram russo 112, molto vicino alle forze di sicuressa, ha informato che Navalny è morto in seguito a un'embolia. Mosca ha fatto sapere, come è ovvio e da abitudine, che una commissione farà "chiarezza" sulla morte del dissidente anti Putin più famoso al mondo, ma si sa per certo che sarà molto difficile aspettarsi la verità sul decesso anche se i segnali portano verso un regime che non vuole dissidenti ingombranti. Navalny, alle sbarre dal gennaio 2021, ha compiuto una vera e propria campagna investigativa per scoprire la corruzione dell'era Putin. Per quasi un mese il dissidente era completamente scomparso, poi però si è avuto notizia a fine dicembre che era stato trasferito in una prigione artica, nel distretto autonomo di Yamalo-Nenetski, nella parte nordoccidentale della Siberia dove si registrano temperature di diverse decine di gradi sotto zero. Quella prigione, conosciuta come la Colonia dei Lupi Polari, è considerata una delle più dure della Russia. In una settimana il dissidente era finito in una cella di punizione per la 27esima volta con procedure in netta violazione di qualunque standard e senza il rispetto di convenzioni sui diritti civili. Due anni fa Navalny fu avvelenato, con l'agente chimico Novichok, mentre era su un volo in Siberia. Il noto dissidente era apparso il giorno prima della sua morte davanti al giudice. Le sue ultime immagini da vivo dicono che era in salute, scherzava e sorrideva davanti al magistrato. Immagini di Navalny (
foto dal web/Social) che guarda attraverso una finestra con le sbarre: ha scherzato col giudice al quale ha fatto battute anche sul suo stipendio. L'udienza era stata convocata dopo una discussione con un funzionario della prigione in merito alla tentata confisca della penna di Navalny. Da quando Putin è salito al potere in Russia nel 2000 l'elenco degli oppositori del regime caduti in disgrazia o morti si è ampliato. Il leader del Cremlino non perdona e non vuole oppositori e nel tempo ha accumulato un lungo elenco di nemici, tra politici e giornalisti, che sono finiti morti in circostanze complicate. Navalny è l'ultimo della lista. Tra le persone più critiche da ricordare Boris Berezovsky, il quale è stato trovato morto nella sua casa nel Surrey nel 2013 appena fuori Londra; Valentin Tsvetkov, governatore di Magadan nell'Estremo Oriente russo, è stato ucciso nell'ottobre 2002 dopo essere stato colpito da un colpo di pistola a Mosca e la polizia aveva attribuito l'omicidio alla mafia; Stanislav Markelov, avvocato per i diritti umani, e Anna Politkovskaya, giornalista della "Novaya Gazeta", uccisi: le autorità russe hanno individuato i colpevoli e sono stati condannati a morte; Vladimir Golovlev, deputato della Duma, fu assassanato nel 2002 in una strada a Mosca perché intendeva porre fine al regime "totalitario" del Cremlino. Ci sono anche i casi di Natalia Estemirova, Aleksandr Litvinenko, Sergei Yushenkov, Paolo Klebnikov per non parlare poi di Evgeny Prigozhin, quest'ultimo conosciuto come lo chef di Putin e "eroe" del gruppo Wagner, morto lo scorso agosto quando l'aereo privato su cui viaggiava si è schiantato in Russia. Sulla morte di Navalny ha preso posizione l'Unione Europea che ha ritenuto le autorità russe responsabili della sua morte: "L'UE considera il regime russo l'unico responsabile di questa tragica morte".


GUERRA IN MEDIO ORIENTE, DA DUE
SETTIMANE NON SI HANNO NOTIZIE DI
YAHYA SINWAR, IL CAPO DI HAMAS

E' INIZIATA L'EVACUAZIONE
DELL'OSPEDALE DI GAZA

SCONTRO TRA L'AMBASCIATA
ISRAELIANA E IL VATICANO


di Augusto Maccioni
(14-2-2024) Tutti adesso puntano a fermare la guerra in Medio Oriente e sono gli Stati Uniti a dare il segnale più chiaro e netto per trovare una soluzione e arrivare a una tregua tra Israele e Hamas con la liberazione degli ostaggi ancora in mano al gruppo terroristico. Gli incontri si intensificano ma non c'è ancora accordo anche perché Hamas sarebbe disponibile a trattare con l'uscita dal carcere israeliano di 1.500 palestinesi, molti dei quali condannati a più ergastoli. Non tutto è però perduto anche se c'è parecchio nervosismo, e paura, in un contesto di guerra che tutti vorrebbero trattare ma che nessuno vorrebbe mettere la parola fine. A chiedere a chiare lettere la pace ci sta provando anche il Vaticano che ha fatto sapere attraverso il cardinale Pietro Parolin, che la risposta d'Israele al massacro del 7 ottobre è "sproporzionata" con 30mila morti sul campo, una frase che è stata definita dall'ambasciata israeliana "deplorevole" con la nota: “Non è sufficiente condannare il massacro genocida del 7 ottobre e poi puntare il dito contro Israele riferendosi al suo diritto all'esistenza e all'autodifesa solo come un semplice atto dovuto e non considerare il quadro generale”. Da due settimane non si hanno notizie del capo di Hamas, Yahya Sinwar, il ricercato n.1 di Israele, che diversi analisti dicono che sia stato ucciso da un raid aereo israeliano o che sia morto subito dopo essere stato intrappolato in un tunnel nell'area di Khan Yunis. Gli 007 egiziani dicono che non hanno sue notizie da oltre 10 giorni. Oltre Sinwar ci sono altri capi di Hamas ancora liberi e i vertici militari israeliani sono certi che si trovano a Rafah, dove è pronta l'offensiva in una zona molto abitata da oltre un milione di persone. L'appello dell'Onu è chiaro: fermate la guerra a Rafah. La città si trova nell'estremità meridionale della Striscia di Gaza e una eventuale invasione di terra nel territorio sarebbe "terrificante" perché i civili palestinesi, scappati da Gaza, sarebbero in trappola perché non saprebbero più dove andare. L'offensiva su Rafah "sarebbe una carneficina". Il presidente statunitense Joe Biden ha parlato direttamente con Netanyahu chiedendogli di desistere da un'invasione di terra e Josep Borrel, l'Alto rappresentante per gli Affari esteri dell'Unione europea, ha parlato di una "indicibile catastrofe umanitaria" che peggiorerebbe le tensioni con l'Egitto. Intanto l'esercito israeliano ha iniziato questo mercoledi l'evacuazione di Al Naser, il principale ospedale operativo di Gaza, nella città di Khan Youis. La tv ha trasmesso le immagini di centinaia di persone che abbandonavano il loro rifugio all'interno dell'ospedale. Non sono stati evacuati pazienti e personale medico. Questa decisione è stata necessaria perché l'esercito israeliano ritiene che all'interno dei centri medici si nascondano accessi della rete sotterranea di tunnel utilizzata dai militanti di Hamas. Gli israeliani sperano di trovare alcuni dei 134 ostaggi che sarebbero ancora a Gaza.



USA, ISRAELE, EGITTO E QATAR STANNO
LAVORANDO AD UNA TREGUA

DI ALMENO SEI SETTIMANE E PER LA
LIBERAZIONE DI TUTTI GLI OSTAGGI


di Augusto Maccioni
(13-2-2024) Si torna a trattare e gli Usa stanno lavorando a una tregua tra Hamas e Israele di almeno sei settimane. Non sarà facile trovare l'accordo perché sia Israele che Hamas hanno vedute diverse sulla questione. In campo sono entrati di prepotenza il direttore della Cia (Central Intelligence Agency) degli Stati Uniti William Burns e il suo omologo israeliano David Barnea, capo del Mossad ma a trattare la nuova tregua ci sono anche il leader dell'intelligence egiziana Abas Kamal e il primo ministro del Qatar, paese arabo che ha un ruolo di primissimo piano come mediatore con Hamas. Il presidente americano Joe Biden ha dato carta bianca al direttore della Cia con l'obiettivo di negoziare un accordo per la tregua e per la liberazione delle persone che ancora restano sequestrate dopo l'attacco del 7 ottobre dello scorso anno sul suolo israeliano. Burns e Barnea si sono già incontrati il mese scorso a Parigi concordando un cessate il fuoco di sei settimane e lo scambio di ostaggi con prigionieri palestinesi nelle mani di Israele, accordo che è stato bocciato da Hamas che ha invece proposto un piano in tre fasi di un mese e mezzo ciascuna che si concluderà con la fine della guerra, c'è poi la liberazione di ostaggi e prigionieri ma anche il ritiro totale delle forze israeliane da Gaza e l'inizio della sua ricostruzione. Questo "quadro" molto articolato proposto da Hamas non ha fatto certo felice il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu che ha tirato dritto e ha replicato alla sua maniera, cioè continuando a bombardare Gaza (
foto dal web/Social) e altre zone che prima erano sicure e che adesso non lo sono più perché la guerra sta coinvolgendo una vasta zona dove si presume ci siano ancora i miliziani di Hamas. Non solo il primo ministro israeliano non è d'accordo sulla proposta di Hamas ma ha lanciato una poderosa offensiva su Rafah, a meridione di Gaza, dove molti palestinesi sono fuggiti e dove proprio lì si sono concentrati, in un'area dove si trovano più di un milione di palestinesi. A Rafah gli israeliani sono riusciti a liberare due ostaggi israelo-argentini nel corso di un'operazione complessa anche se, ancora a caccia dei responsabili del 7 ottobre scorso, hanno provocato un centinaio di morti. Si viaggia sempre alla ricerca della tregua, una pausa della guerra che potrebbe consentire il ristoro più o meno prolungato della popolazione di Gaza, ormai stremata, ma anche per consentire il rilascio degli ostaggi e nel contempo la liberazione dei palestinesi ancora nelle carceri israeliane oltre alla libera circolazione degli aiuti umanitari sulla Striscia. Il tempo stringe e gli Stati Uniti chiedono garanzie di sicurezza per i civili e ritengono che le forze israeliane stiano compiendo in maniera sproporzionata l'offensiva su Gaza. L'obiettivo è trovare l'accordo per il cessate il fuoco e la liberazione degli ostaggi, l'impegno delle parti è massimo e in questo senso si sta lavorando per portare su Gaza un immediato periodo di calma che gli Stati Uniti, al momento, propongono di almeno sei settimane con la prospettiva che questo periodo potrebbe portare a "qualcosa di più duraturo" come sostiene il presidente americano.



SANREMO 2024, ANGELINA MANGO BATTE
GEOLIER E CONQUISTA IL FESTIVAL

AMADEUS HA CHIUSO, CHI
PRENDERA' IN MANO LA KERMESSE?


di Augusto Maccioni
(11-2-2024) Si chiude Sanremo 2024 dei record, quello dei dieci milioni di spettatori, undici, sedici, numeri straordinari che fanno dire che il Festival non è in declino come vorrebbero molti che hanno picconato l'evento sui social. E' vivo per l'ascolto e per l'interesse che ha suscitato tra polemiche e delusioni di una manifestazione che, tutti dicono, è lo specchio dell'Italia che si innamora, ha paura e tira dritto. Il sipario si chiude con una vincitrice donna, come doveva essere, perché tutti avevano la lista delle preferite. Ha vinto con merito Angelina Mango (
foto dal web/Social) su Geolier, secondo classificato, e il brano rivaluta la "noia" come mezzo e spunto per rinascere e per riscattarsi. E' il brano tra i più ascoltati in radio di una giovane artista che in questa 74esima edizione è riuscita a trasmettere emozioni e una gioia fisica che si tocca a pelle. Per l'entusiasmo Angelina cade sul palco, chiede scusa, ma la voce durante l'esibizione è toccante e straordinaria. Subito dopo l'elezione ringrazia tra lo stupore delle mani unite, poi santella e dice "Siete pazzi", una vittoria che non credeva, perché lei è umile, ma è un'artista di razza che pur sentendosi piccola adesso viaggia tra i giganti della canzone italiana. Angelina Mango batte anche Annalisa, la favorita della vigilia, che ha trascinato il popolo napoletano al televoto ed è arrivata ad un passo dalla vittoria. E a proposito del televoto viene fuori la solita polemica che il regolamento non ha ancora messo a punto, cioè conta più il voto del pubblico votante o i voti della sala stampa o degli esperti? Se si guarda al televoto il 60% delle preferenze è andato a Geolier e Angelina si è fermata al 16% la quale però ha fatto più strada grazie al ruolo della stampa e soprattutto degli esperti, il cui peso è maggiore rispetto a tutte le altre. Il regolamento è chiaro, ma non sarebbe giusto, e questo fatto, il divario enorme in termini percentuali, ha scatenato, ovviamente, una polemica che non sarà facile sedare perché la circostanza fa pensare a una kermesse falsata. Polemiche portate avanti anche dai fan degli altri cantanti che si sentono presi in giro dalle percentuali che sono stati resi pubblici. A parte le polemiche, che fanno riflettere per eventuali modifiche del regolamento, c'è attesa adesso a Lagonegro dove l'aspetta la famiglia e in modo particolare il padre Pino il primo fan della giovane artista. Il paese vive grandi emozioni e non vede l'ora di abbracciare la "piccola" Angelina e il sindaco è pronto a consegnarle le chiavi della città, cinquemila abitanti nel sud della Basilicata a pochi chilometri da Maratea dove la cantante è nata nel 2001. Ecco la classifica finale dei primi dieci posti di questo Sanremo: 1) Angelina Mango, 2) Geolier, 3) Ghali, 4) Ghali, 5) Irama, 6) Mahmood, 7) Loredana Berté, 8)Il Volo, 9) Alessandra Amoroso e 10) Alfa. Al 6° posto, quindi, il sardo Mahmood con la canzone "Com'è profondo il mare" di Lucio Dalla e durante la serata delle cover la sua esibizione è stata interpretata insieme al gruppo sardo Tenores di Bitti, una scelta in omaggio alla Sardegna e alla famiglia del cantante nonostante lui sia nato e cresciuto a Milano. Molto apprezzato è stato il gruppo sardo a tenore nato nel 1974 nel paese nuorese di Bitti, composto da Andrea Sella, Mario Pira, Pier Luigi Giorno e Dino Ruiu, una esibizione che è stata gradita e molto applaudita. Chiude il Festival e chiude anche Amadeus che non farà più Sanremo, adesso tocca ad altri presentatori. "Sento che mi devo realmente fermare, ha detto, voglio pensare ad altre idee, altre sfide, altre scommesse come ho sempre fatto". Da domani, insomma, caccia al nuovo presentatore per Sanremo 2025 (Fiorello, Cortellesi, Mara Venier?)


IL CANCRO DEL RE CARLO III, I DUBBI E GLI SCENARI POSSIBILI DELLA MONARCHIA

di Augusto Maccioni
(6-2-2024) Il sovrano britannico Carlo III ( foto dal web/Social) è malato di cancro, l'annuncio di Buckingham Palace ha messo sotto choc il Regno Unito e ha fatto pensare subito alla sua abdicazione. La scoperta è avvenuto, dicono i media, grazie al recente intervento ospedaliero del re per un ingrossamento benigno della prostata e i successivi accertamenti diagnostici hanno individuato una forma di cancro. Questa notizia è stata divulgata dallo stesso sovrano per sensibilizzare l'opinione pubblica al problema e ad avere un rapporto stretto con la prevenzione ed "evitare speculazioni", anche se i medici avrebbero consigliato di "rinviare i suoi interventi al pubblico". Il re, dicono le fonti, è in buona salute e spera di tornare pienamente alle sue funzioni pubbliche il prima possibile. L'annuncio della malattia arriva nove mesi dopo la sua incoronazione e pone diversi interrogativi: chi si prenderà cura dell'agenda pubblica? Quanto durerà il trattamento di Carlo III? Da quello che si sa il sovrano continuerà a incontrare ogni settimana il primo ministro Rishi Sunak o forse questi incontri saranno più limitati e continuerà, ma questo è un altro interrogativo, a firmare documenti come capo dello Stato. A questo punto i riflettori sono puntati sulla regina Camilla, che si occuperà dell'agenda pubblica, e il principe William riprenderà alcuni impegni reali ma anche alle incombenze, normali, a causa della recente operazione della moglie Kate Middleton. C'è però un meccanismo che potrebbe funzionare in assenza del re a causa della sua malattia. In queste circostanze possono essere nominati consiglieri di stato che sostituiscono il re, gli attuali sono: la regina, il principe di Galles, il duca di Sussex, il duca di York e la principessa Beatrice. Ci sono altri due consiglieri che possono essere nominati dallo stesso sovrano grazie a titoli privilegiati. Con questo ruolo possono esercitare le funzioni del re, ma non possono esercitare quelle costituzionali come gli affari del Commonwealth, lo scioglimento del Parlamento, titoli nobiliari o nominare un primo ministro. Tutto però si vedrà nei prossimi giorni, per il momento Carlo III si sta curando e forse starà pensando anche ad abdicare.




ABBIAMO INCONTRATO IL
GRANDE PITTORE LEO PES

E' CONSIDERATO UNO DEI PIU' PREGEVOLI PITTORI SARDI

di Augusto Maccioni
(5-2-2024) Lo studio del pittore Leo Pes è allo stesso tempo un percorso di opere pittoriche e di un giardino coltivato. Si, perché oltre a dipingere l'artista passa il tempo a stare in giardino, a mettere a posto le piante, a dare acqua perché anche questo fa parte della sua tavolozza, dei suoi impegni, dei suoi colori splendidi quasi accarezzati e mai banali. Prima di tuffarci nelle sue opere è una tappa quasi obbligatoria guardare quello che è riuscito a fare nel suo orto, dove c'è di tutto, ci sono anche i ravanelli ma non c'è la pianta del limone ("Ma arriverà anche quello!"), ma c'è il corbezzolo e il kiwi. Leo Pes è un moderno Cincinnato che riesce a fare sia l'agricoltore che il pittore in un mix invidiabile per la passione e l'amore che ci mette per la terra e per la tavolozza.

Il suo studio è straordinario perché vivono i suoi personaggi, i suoi paesaggi e la natura stessa all'interno di uno scenario perfetto con la sua tecnica dell'acquerello che ha il suo fascino grazie alla luminosità e alla trasparenza che qualificano le sue opere di grande pregio. Leo Pes è considerato uno dei più grandi pittori viventi sardi per la sua tecnica incantevole, che rende tutto impressionante per i suoi dettagli e per il modo in cui l'artista riesce a usare i colori per dar vita ai vari contrasti e alle sue composizioni. Molte sue opere sono state premiate, altre sono esposte in importanti istituzioni e fanno parte di collezioni private e pubbliche, altre ancora sono state pubblicate in riviste.

Pregevoli sono i paesaggi marini e le nature morte che mettono in evidenza una bellezza assolutamente sublime. Poi arrivano le opere sui cavalli, delineati non in maniera schematica ma con un aspetto dal corpo robusto e con azione forte e irruento e con un fare scalpitante verso la vittoria. Arrivano anche le pennellate di immagini che fanno parte del passato del lungomare del Poetto a Cagliari, quando esistevano i casotti e la sabbia, finissima, modulava lo scenario marino con la gente gioiosa e i bambini che si divertivano con le palette e il secchiello.

Momenti che ricordano un passato che non c'è più ma che rivivono con l'irruenza dei colori, con tratti decisi in un contesto che rimandano a un mondo fantastico. Per non parlare degli scorci paesani della sua Desulo, dove l'artista è nato, che sfruttano i suoi ricordi, ma non solo, realizzati con pennellate intense, precise che danno una apparenza visiva straordinaria. Alla base della forza creativa dell'artista c'è il continuo dialogo con la natura ma anche con la poesia che evocano situazioni che prendono corpo attraverso i "suoni" dei colori, delle pennellate, dei segni. E' un'evoluzione naturale in uno scenario umano e sociale. Leo Pes è stato allievo di Carlo Contini e ha seguito con ammirazione i grandi maestri del novecento sardo come Biasi, Delitala e Floris.

Leo Pes è nato a Desulo, vive ed opera a Quartu S.Elena. Abbastanza nutrita la sua attività pittorica con oltre 40 mostre in Sardegna e all'estero. Molti suoi quadri si trovano in collezioni private e pubbliche. Hanno scritto di lui G. Porcu, Antonangelo Liori, Augusto Maccioni, A Ciardi Duprè, G. Mameli, M. Casalini, S. Naitza. Importanti quotidiani e riviste si sono interessati della sua arte come L'Unione Sarda, La Nuova Sardegna, TERZA PAGINA e le emittenti: Rai3, Videolina, Sardegna 1 e Canale 5.

Domanda: Ciao Leo, passano gli anni e si cresce artisticamente. Come ti inquadri dal punto di vista pittorico?
Risposta: Con gli anni, la mia crescita artistica e culturale è stata piuttosto notevole. Oggi,in Sardegna, sono definito il più grande acquarellista operativo
D.: Com'è la tua giornata e come passi il tempo libero?
R.: la mia giornata è molto semplice, dipingo quasi ogni giorno. Dipingere il più possibile è importantissimo, tiene allenata la mente e la mano. Per il resto, la maggior parte del mio tempo libero viene trascorso sulle montagne della Sardegna. Trascorro tante ore in lunghe camminate che mi ispirano sensazioni di luce, colore e atmosfere che diversamente non potrei trovare.
D.: Un tempo le gallerie d'arte promuovevano gli artisti e c'era una diffusione dell'arte a tutti i livelli. La situazione odierna
R.: Oggi la situazione riguardante le gallerie d'arte è semplicemente catastrofica. Delle 30-35 gallerie che operavano a Cagliari negli anni 70-80 oggi a malapena resiste imperterrita una sola gallerie d'arte, più qualche piccola associazione culturale.

D.: L'ultima mostra e quella che hai visto recentemente
R.: La mia ultima mostra, ormai risale a una decina d'anni fa. Era stata allestita alla "Galleria 13" di Cagliari. L'ultima mostra che ho visto recentemente, è quella di Antonio Corriga, presentata al EXMA di Cagliari.
D.: Hai un maestro di riferimento
R.: Il mio maestro di riferimento è il pittore Carlo Contini che è stato anche il mio insegnante all'Istituto statale d'arte di Oristano negli anni 60... Negli anni 70 ho avuto un periodo di collaborazione con Corriga e Costantino Spada.
D.: Quante opere hai nel tuo studio, quali sono più significative e quali sei più vicino
R.: Normalmente, nel mio studio ho dalle 40 alle 50 opere, dipende dal periodo, oppure, se ho delle mostre o qualche evento in corso. Non ci sono opere più significative di altre.. ogni opera è il risultato di quella dipinta in precedenza ... è un lavoro che dura tutta una vita. Sì, ogni tanto riesco a dipingere quadri più interessanti di altri, ma questo dipende dallo stato d'animo del momento.

D.: Da dove parti quando inizi un tuo progetto
R.: Non esiste una regola precisa, alcune volte dipingo di getto senza ripensamenti. Altre, inizio con dei bozzetti eseguiti a matita, che in un secondo tempo elaboro col colore
D.: I tuoi colori come espressione di vita. Come la tua arte attrae lo spettatore
R.: Il colore è importante, ma quando si dipinge con l'acquerello, la ricerca della luce è fondamentale per ottenere un risultato coinvolgente. Lo spettatore che contempla un dipinto con l'acquerello, è completamente coinvolto dalla delicatezza, dal susseguirsi dei passaggi tonali e luminosi, che in alcuni casi riescono a toccare l'anima.
D.: Come si diventa artista e quanto conta la tecnica rispetto all'idea di un nuovo progetto
R.: Forse "artisti " non si diventa mai, oppure raramente. in compenso si può essere dei buoni pittori. ( io credo di esserlo). Per essere dei buoni pittori, la tecnica è basilare, naturalmente unita a una buona dose di sentimento e creatività.
D.: Che differenza c'è tra Leo Pes di oggi e quello di 30/40 anni fa
R.: Per un pittore, il tempo è fondamentale. Col tempo si acquista consapevolezza, esperienza e conoscenza della tecnica. Quando si sperimentano i primi lavori, si è sempre confusi, insoddisfatti, poi col tempo si acquista esperienza e sicurezza... poi ci si rende conto di essere unici e irripetibili, e quella pittura diventa un marchio di vita, con la certezza che è unica, inimitabile e diventa una cosa unica col pittore.
D.: Ti fai condizionare dal mercato o sei libero nella tua espressione di vita e di libertà
R.: Non esiste un mercato che chiede cose particolari, normalmente chi compra un dipinto, lo fa perché prova una particolare emozione per quel lavoro. Come quando si ascolta la musica. Personalmente, dipingo tutto ciò che sento al momento. Ogni tanto, eseguo qualche ritratto su commissione. Nell'insieme sono sempre libero. La mia è anche una scelta di vita

D.: Secondo te l'arte è in crisi o pensi che possa rigenerarsi e produrre qualcosa di nuovo
R.: Secondo me tutta la nostra cultura è in crisi. L'arte odierna, segue le tendenze dettate dai Social ,le nuove generazioni, cercano di fare arte manipolando immagini scaricate da un Computer. Il senso della pittura come s'intendeva in un non lontano passato ormai si è perso. Oggi si parla di installazioni, elaborazioni digitali e così via...nessuno parla di pittura, quella vera fatta di colori e tanti sacrifici. Alla fine, come tutto avviene, sarà la storia a decidere per noi nel bene e nel male.

D.: Ci sono degli artisti del passato che hai invidiato e quali, quelli recenti, che ammiri
R.: L' invidia non mi appartiene, diciamo che ho sempre apprezzato la qualità, sia nei pittori del passato che in quelli recenti. Senza andare lontano, la Sardegna ha prodotto in tutto l'arco del novecento un considerevole numero di pittori qualitativamente validi. Personalmente seguo la loro scuola e la loro tendenza.





E' MORTO A 86 ANNI VITTORIO EMANUELE
DI SAVOIA, L'ULTIMO EREDE AL TRONO

di Augusto Maccioni
(3-2-2024) Poche parole della Real Casa Savoia per annunciare la morte dell'ultimo erede al trono d'Italia Vittorio Emanuele di Savoia (
foto dal web/Social), figlio di Umberto II, ultimo re d'Italia e di Maria José: "Sua Altezza Reale Vittorio Emanuele, Duca di Savoia e Principe di Napoli, circondato dalla sua famiglia, è morto serenamente a Ginevra. Il luogo e la data del funerale verranno comunicati appena possibile". Era nato per regnare ma non è mai salito al trono per una serie di vicende che la storia ha capovolto grazie alla nascita della Repubblica col referendum costituzionale del 2 e 3 giugno 1946. Il suo nome completo è Vittorio Emanuele Alberto Carlo Teodoro Umberto Bonifacio Amedeo Damiano Bernardino Gennaro Maria e ricevette il titolo di principe di Napoli, e naturalmente principe di Piemonte. L'8 settembre 1943 Umberto II, l'ultimo re d'Italia, lascia Roma insieme alla moglie Maria José e al figlio Vittorio Emanuele che aveva 6 anni. Prima del 2 giugno 1946 suo padre Umberto II aveva intenzione di abdicare per renderlo re ma col referendum tutto cambia quando vinse la Repubblica e i regnanti lasciano l'Italia per l'esilio in Svizzera dove i Savoia trovano rifugio. Tre anni più tardi, con la sconfitta della monarchia, il figlio di Umberto II all'età di 9 anni ha il destino segnato, quando gli dissero che non diventerà mai più re e che dovrà passare il resto dei suoi giorni in esilio. Il mancato re aveva trascorso i suoi ultimi anni con due protesi al femore che lo hanno costretto all'uso della sedia a rotelle. Ultimamente stava male e dalla residenza permanente di Gstaad (Svizzera) è stato trasferito in ospedale a Ginevra per curare una infezione che non andava via. Ha avuto delle complicazioni e la mattina presto di sabato 3 febbraio è morto nella struttura ospedaliera. Vittorio Emanuele di Savoia avrebbe compiuto 87 anni il 12 febbraio. La sua vita è stata molto movimentata, quasi sempre interamente in esilio, tra Svizzera, Francia e Corsica fino alla fine del 2002 quando venne abolita la norma costituzionale che obbligava agli eredi maschi di casa Savoia all'esilio e poterono tornare in Italia e per la prima volta nella storia di casa Savoia prese ufficialmente le distanze dalle leggi razziali. Sempre nello stesso anno lui e il figlio Filiberto giurarono per iscritto e senza condizioni, fedeltà alla Costituzione repubblicana e al presidente della Repubblica. Successivamente, nel 2007, ci fu una battaglia tra il casato Savoia e la Repubblica italiana per il risarcimento di 260 milioni di euro per l'ingiusto esilio e la restituzione dei beni confiscati nel 1948 e nel 2022 si chiesero anche i gioielli di famiglia che sono da tempo custoditi nelle cassette della Banca d'Italia. Vittorio Emanuele è un personaggio molto discusso con diversi problemi con la legge. E' stato accusato di corruzione, falso, estorsione, traffico internazionale di armi e sfruttamento della prostituzione. Molte indagini furono archiviate e in diversi processi fu assolto con l'unica condanna, sei mei, è stata per detenzione illegale di arma da fuoco sulla vicenda della morte del giovane tedesco Dirk Hamer, di 19 anni, nell'isola di Cavallo, in Corsica (il tribunale non lo condannò dall'accusa di omicidio nel novembre 1991). Il funerale si terrà sabato a Superga (Torino) ma la cerimonia quasi sicuramente non avrà luogo nella chiesa della città perché troppo piccola per ospitare le tantissime persone che vorranno dare l'ultimo saluto all'uomo mai diventato re e che chiude una pagina della storia italiana.




MISSIONE DELL'UE NEL MAR ROSSO
CON ITALIA, FRANCIA E GRECIA PER
PROTEGGERE LE NAVI DAGLI HOUTHI

BLINKEN: "GLI USA VALUTANO IL
RICONOSCIMENTO DELLO STATO
PALESTINESE"

di Augusto Maccioni
(31-1-2024) La Grecia ha offerto una base in un porto vicino alla città di Larisa, mentre il comando della missione sarà assunto dall'Italia o dalla Francia. Si stanno concretizzando i compiti e i coordinamenti per l'operazione "Aspides", una iniziativa (
foto dal web/Social) dell'Unione europea per proteggere i mercantili che viaggiano nel mar Rosso dagli attacchi dei ribelli Houthi dello Yemen. Antonio Tajani, ministro degli Esteri e vicepremier, ne ha parlato da Vespa nella trasmissione Rai "Cinque minuti" dicendo che la nuova missione andrà ad affiancarsi ad Atalanta, che già opera di fronte alle coste della Somalia, ma avrà compiti e regole di ingaggio diverse. Tutto è pronto per la nuova iniziativa e nei prossimi giorni i ministri della Difesa degli Stati membri decideranno i dettagli della missione alla quale parteciperanno almeno sette Paesi con personale e attrezzature da affiancare alla Guardian of Prosperity, creata dagli Stati Uniti, con i quali condivideranno informazioni segrete. Si sa per il momento che la missione sarà indipendente e avrà solo finalità di protezione della rotta marittima più cruciale del mondo, dove al momento continuano gli attacchi degli Houthi, alleati dell'Iran, fino alla cessazione, così hanno dichiarato, della guerra di Israele contro Hamas nella Striscia di Gaza. Il ministro Tajani ha anche detto che la missione "avrà la capacità di abbattere eventuali droni o missili se dovessero attaccare navi mercantili italiani o di altri Paesi", anche perché l'Italia per il 40% del Pil dipende dalle esportazioni e questo export marittimo italiano "passa da Suez". La nuova iniziativa potrebbe costare 5,1 milioni di euro all'anno e potrebbe ricalcare la missione Agenor, guidata dalla Francia nello Stretto di Hormuz e con quartier generale ad Abu Dhabi (Emirati Arabi Uniti). Non tutti i paesi europei partecipano a questa missione e Josep Borrell, capo della diplomazia europe, a Bruxelles, ha chiesto a quelli che non sono disposti a partecipare di non ostacolare l'iniziativa che è meritevole di attenzione di essere portata avanti con forza perché Aspides deve tutelare gli interessi dei paesi membri contro gli attacchi nel Mar Rosso che stanno "influenzando i costi, quindi influenza i prezzi e l'inflazione. Ed è un rischio, ha detto Borrell, da evitare. L'Italia parteciperà con una nave e anche la Francia metterà a disposizione un suo vascello e un terzo sarà messo da un altro paese europeo. Le forze sullo stretto saranno, secondo la bozza dell'iniziativa, di 3 navi. Intanto si sta cercando di porre fine al conflitto israelo-palestinese, dove ci sarebbe una proposta di tregua dei mediatori a Parigi con l'obiettivo di "fermare" la guerra nella Striscia di Gaza. Secondo Hamas il piano prevede 3 fasi: rilascio di ostaggi, liberazione dei detenuti palestinesi, fine della guerra. C'è anche l'opzione politica presentata da Antony Blinken, numero due della Casa Bianca, che prevede il riconoscimento da parte di Wasnington dello Stato palestinese. Secondo gli Stati Uniti questa azione diplomatica potrebbe essere il primo passo verso un giusto negoziato per risolvere la guerra in atto a Gaza.



IL CASO DI ILARIA SALIS IN
CARCERE A BUDAPEST DA 11 MESI

LA PREMIER GIORGIA MELONI CHIAMA
ORBAN, IL PADRE DELL'ATTIVISTA
ADESSO E' "OTTIMISTA"

di Augusto Maccioni
(30-1-2023) E' subito un caso politico la vicenda che ha per protagonista Ilaria Salis (
foto dal web/Social), l'attivista milanese in carcere a Budapest da 11 mesi, vista in questi giorni in tv entrare in tribunale per una udienza con mani e piedi legati e trascinata, come un cane, per una catena. Immagini che fanno rabbrividire, scioccanti e che pensavamo appartenessero al passato e invece sono ancora presenti in alcuni paesi, Ungheria compresa dove sono avvenuti i fatti che hanno portato all'arresto dell'italiana messa subito in regime di isolamento. Anche l'accusa ha dell'incredibile perché Ilaria è accusata di aver partecipato, con un gruppo denominato "Hammerband", ad una aggressione contro due neonazisti, ma nulla si sa sulle immagini delle telecamere di sorveglianza su cui si basa l'accusa e su cui neanche gli avvocati di parte sono riusciti ad accedervi. I fatti si riferiscono tra il 9 e il 10 febbraio dello scorso anno quando la polizia doveva arrestare i colpevoli per una "caccia all'uomo" nel "Giorno dell'Onore" portati avanti da gruppi di estrema sinistra. Il giorno dopo è stata arrestata Ilaria, accusata di aver partecipato al pestaggio di alcune persone: deve rispondere di tentato omicidio colposo in concorso con altre persone. L'italiana si è sempre dichiarata non colpevole e di non aver partecipato all'aggressione per la quale non sono state prodotte in aula prove né immagini dalle telecamere di sorveglianza. E' stata comunque sorprendente l'immagine di Ilaria Salis entrare in aula per l'udienza, con le catene, manette strette ai polsi e alle caviglie, e con un guinzaglio guidato da una poliziotta. Ilaria ha la forza di accennare un sorriso, tra rabbia e sorpresa anche se il lasso di tempo trascorso in carcere, tra innumerevoli privazioni, ha messo a dura prova il carattere e la volontà dell'attivista milanese. Una modalità assurda bandita in Italia e in contrasto con la normativa europea secondo la quale l'imputato deve entrare in aula libero e sedere accanto al suo avvocato. La scena vista in tv è terrificante come se Ilaria Salis fosse già condannata e trattata come se fosse un'assassina colpevole di aver ucciso chissà quante persone. Se poi c'è stata l'aggressione, per la quale l'accusa ha chiesto una pena di 11 anni di carcere, ancora tutto da verificare, ci sarebbe da capire i danni fisici che i malcapitati hanno subito (pare una prognosi di 5 giorni) i quali, comunque, non hanno neanche sporto denuncia. Una sproporzione, tra la prognosi dei due neonazisti e la pesante condanna di Ilaria, abbastanza notevole. E' comunque un'autentica sceneggiata alla maniera ungherese dove purtroppo si mettono in carcere persone innocenti che non hanno fatto parte della "scena del crimine". Questa volta è capitato a Ilaria Salis. E' necessario intervenire e gli spazi a disposizione sono stretti e la diplomazia italiana si è già mossa per tempo. Le immagini di Ilaria sono scioccanti e l'ondata di indignazione ha colpito tutti. La premier Giorgia Meloni ha parlato della vicenda col primo ministro ungherese Viktor Orban portando all'attenzione il caso a seguito delle iniziative avviate a partire dal 22 gennaio dal vicepresidente del consiglio e ministro degli esteri Antonio Tajani. Si spera che in tempi brevi questa vicenda trovi una via d'uscita, con una eventuale condanna da scontare in Italia agli arresti domiciliari o a una grazia come quella ottenuta da Patrick Zaki grazie all'intervento sempre della premier Meloni. La vicenda è ancora complicata ma questa volta, dopo tanto tempo, anche Roberto Salis, il padre dell'attivista milanese, è ottimista soprattutto perché crede che con l'intervento del governo italiano si riesca a portare in Italia la sua Ilaria.






DOPO ESSERE STATO IN CARCERE PER 33
ANNI DA INNOCENTE, BENIAMINO
ZUNCHEDDU TORNA FINALMENTE
UN UOMO LIBERO

di Augusto Maccioni
(27-1-2024) Prima il lungo applauso, poi la gioia e l'esultanza dopo una vita in carcere da innocente. E' il caso di Beniamino Zuncheddu (
foto dal web/Social), condannato all'ergastolo per il massacro di Sinnai, restituito ai suoi cari perché assolto dai giudici della Corte d'Appello per non aver commesso il fatto. Per la giustizia italiana si tratta di un verdetto, che restituisce dignità a Zuncheddu, ottenuto grazie alla richiesta di revisione processuale che risale al 2020, dopo che il servo pastore di Burcei ha trascorso una detenzione assurda di oltre trent'anni, lui che si era sempre dichiarato innocente. Ma non era stato mai creduto, perché dalle carte risultava colpevole grazie alla testimonianza di Luigi Pinna, che in un primo momento non era certo di niente e sotto la pressione di un intraprendente dirigente di polizia Mario Uda aveva indicato nel pastore, allora 27enne, il responsabile dell'uccisione di tre persone. Zuncheddu, nei fatti del 1991, aveva l'alibi ma forse non si fecero riscontri o si aveva fretta di chiudere il fascicolo. Sta di fatto che Zuncheddu passò in breve tempo dalla libertà, lui che amava la natura e il pascolo era la sua vita, al carcere. Anche dalla detenzione continuava a gridare la sua innocenza e la sua voce non veniva raccolta neanche dai suoi avvocati che pensavano ad altro o forse erano distratti o forse non erano incisivi nel cercare la verità e nel chiedere al tribunale la revisione del processo. Ma Beniamino è tosto e non si arrende e trova un giovane avvocato Mauro Trogu che prende a cuore il caso il quale fa delle indagini, studia la pratica in profondità e vede la luce lungo il tunnel. C'è qualcosa che non torna, troppo semplice l'accusa e l'arresto. Il caso deve soltanto esplodere e questo può avvenire facendo conoscere le ragioni di Zuncheddu, la sua innocenza e per farlo si appoggia al partito radicale che muove le leve giuste. Solo nel 2022, finalmente, c'è la revisione del processo, da adesso in poi è più facile dimostrare, carte alla mano ma anche con diverse intercettazioni, che lui, Zuncheddu, sulla sparatoria dei 3 pastori non centrava niente. Si doveva cercare altrove, forse sulla rapina dell'imprenditore Giovanni Murgia. Le intercettazioni tra la moglie di Pinna e il dirigente della polizia Uda, poi, hanno confermato le certezze della difesa, cioè che Beniamino era innocente. Poi la decisione della Corte d'Appello di questi giorni che mette fine a questa "imbarazzante" detenzione, che di fatto è durata 33 anni, un tempo lunghissimo che ha spazzato via la giovinezza di Zuncheddu che si ritrova "vecchio" a 59 anni, privato di avere una famiglia, dei figli e una vita normale. Intervistato, ha detto che da adesso in poi vorrebbe condurre una vita da "pensionato", ma chiede giustizia. Chi pagherà per questa vicenda? E chi sono veramente i colpevoli o "l'uomo col volto coperto da una calza" dell'omicidio di 3 persone di Sinnai? Perché poi si è arrivato all'incredibile errore giudiziario? E tutte queste falsità e le "menzogne durate 30 anni"?


LA CORTE DELLE NAZIONI UNITE ORDINA A
ISRAELE DI CONSENTIRE AIUTI UMANITARI A GAZA
I GIUDICI EVITANO DI CHIEDERE UN
CESSATE IL FUOCO NELLA STRISCIA


di Augusto Maccioni
(26-1-2024) Nel 112° giorno di guerra, e con oltre 26mila persone uccise a Gaza, arriva l'ordinanza del tribunale dell'Aia (
foto dal web/Social) in merito alla causa presentata a fine dicembre dal Sudafrica con la tesi che Israele avrebbe compiuto azioni genocide contro la popolazione palestinese dicendo anche che nella Striscia "si sta superando la legittima difesa". La Corte internazionale di giustizia delle Nazioni Unite ha evitato di adottare in maniera esplicita misure contro Israele e non ha neanche chiesto il cessate il fuoco a Gaza. Il tribunale dell'Aia è consapevole della tragedia umana e si preoccupa della popolazione che non ha cibo, acqua e medicinali. A questo proposito chiede a Israele di intervenire per ristorare la popolazione palestinese lasciando passare, interrompendo i bombardamenti, i convogli di viveri. La decisione della Corte non è stata facile ed è stata circondata da molte tensioni politiche, ed è anche chiaro che non poteva mettersi in maniera esplicita contro l'azione difensiva operata da Israele dal 7 ottobre scorso anche perché "i giudici sono andati fin dove la Convenzione glielo permetteva". Il Tribunale non ha chiesto il cessate il fuoco, non ha detto che Israele sta compiendo azioni genocide anche perché questa eventualità potrebbe richiedere diversi anni, con un avviso preciso quello cioè di adottare "misure per non commettere un genocidio". La Corte si è interessato anche di Hamas sollecitando "il rilascio immediato e incondizionato degli ostaggi israeliani nelle mani delle milizie islamiste e di altri gruppi". Entro un mese, ha detto la Corte, Israele deve informare la Corte Internazionale di Giustizia "di tutte le misure adottate". Delusione da parte palestinese per il fatto che il Tribunale non ha chiesto a Israele di fermare la guerra a Gaza come aveva chiesto il Sudafrica (precedentemente la Corte aveva ordinato alla Russia di fermare l'invasione dell'Ucraina, subito ignorato da Putin). Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha espresso soddisfazione per non aver ordinato il cessate il fuoco, e sembra che questa decisione non porterà cambiamenti sostanziali nella guerra che continuerà, forse con più intensità, nel tentativo di chiudere i conti con Hamas. Gli Stati Uniti, alleati di Israele, si sono espressi a favore delle decisioni della Corte che hanno messo in evidenza le accuse infondate di genocidio e non ha richiesto il cessate il fuoco. Un alto esponente di Hamas chiede di "costringere Israele a attuare le decisioni della Corte".



CAGLIARI - TORINO, RANIERI CERCA UNA
VITTORIA PER GIGI RIVA ( ORE 20:45)

I ROSSOBLU' GIOCHERANNO CON IL LUTTO AL
BRACCIO E CON LA MAGLIA DELLO SCUDETTO


di Augusto Maccioni
(25-1-2024) C'è Cagliari-Torino (
foto dal web/Social) ed è l'occasione per continuare a salutare, abbracciare e ricordare il mito sardo di tutti i tempi, il fuoriclasse che tutti ci invidiavano e che ci volevano togliere a suon di miliardi. Il lungo, silenzioso e mesto abbraccio del popolo rossoblù al leggendario Gigi Riva non è terminato e tutti vorrebbero che continuasse perché l'amore non ha confini e il ricordo è eterno. Abbiamo ancora negli occhi le immagini del pellegrinaggio del popolo di Giggirriva alla sua salma, due giorni di religioso silenzio in uno stadio che si è riempito per omaggiare un grande mito che tutti ci hanno invidiato e che ha fatto grande "una terra, un popolo, una squadra" e che adesso è giusto e doveroso aggiungere l'uomo-giocatore Gigi Riva per quello che ha rappresentato e per la tanta umanità che ha dimostrato negli stadi e nella vita di tutti i giorni. La partita contro il Torino è anche l'occasione di giocare ricordando ancora una volta il nome di Riva e la squadra scenderà in campo con il lutto al braccio e la maglia speciale, piena di storia e di grande emozione, cioè un completo tutto bianco, senza sponsor, approvato dalla Lega, con i laccetti rossoblù al collo, simile a quella iconica maglia indossata dai campioni dello scudetto del Cagliari nella stagione 1969/1070. Ci sarà all'ex Sardegna Arena, come in tutte le altre partite, un minuto di raccoglimento per sensibilizzare il ricordo, le emozioni e le lacrime per un grande uomo e un grande giocatore, quel minuto che è stato un autentico flop dopo l'intervallo nella finale della Supercoppa italiana tra Inter e Napoli a Riad con fischi incomprensibili e di scarsa sensibilità calcistica. E' la prima partita del Cagliari senza Riva, è il dopo di Rombo di Tuono ed è un match di grande rilievo sia per il ricordo del leggendario bomber e sia per la classifica del Cagliari del mister Ranieri, una gara delicata che impone uno scatto in più, muscolare, con una convinta progressione a rete necessaria per la rincorsa verso acque tranquille dalla retrocessione, alla maniera di quelli che ci aveva abituato Riva nei campi in Italia e non solo. L'atmosfera allo stadio è di quelli che saranno ricordati per sempre e il grande cuore rossoblù vorrebbe dai ragazzi di Ranieri una vittoria sul Torino per dare un ulteriore abbraccio e stima di riconoscenza a Riva. Sarà l'occasione per unire ancora di più il popolo rossoblù e la vittoria che si conquisterà sarà più pesante perché sarà dedicata al grande campione scomparso qualche giorno fa. Ranieri ci crede, ci crede anche la squadra anche perché dei 18 punti conquistati in classifica 15 sono stati ottenuti in casa. Un motivo in più per non farsi prendere dallo stress e dalla paura di non prendere gol. Sarà un Cagliari d'attacco, come è stato Riva per tutta la sua vita calcistica, e non solo, perché soltanto con la forza di volontà, la determinazione, e pensando al grande bomber, si riuscirà ad avere quel risultato giusto e positivo per andare avanti in classifica.




GIGI RIVA, FOLLA OCEANICA PER L'ULTIMO
SALUTO AL CAMPIONE PER SEMPRE

IL FIGLIO NICOLA: "E' ANDATO VIA UN FAMILIARE
DI TANTI SARDI, GRAZIE PER AVERLO AMATO"

BATURI: "CORRI DI NUOVO, CARO GIGI,
A BRACCIA ALZATE VERSO IL CIELO"

di Augusto Maccioni
(24-1-2024) Come si fa adesso a voltare pagina e a vivere senza Gigi Riva. Le giornate sembrano interminabili e la gioia non è più quella di prima. La scossa ci deve essere e la risposta è nella oceanica presenza di tifosi all'ultimo saluto nella Basilica di Bonaria, dove tutti si sono dati appuntamento per omaggiare il grande idolo, il leggendario Gigi Riva. Dalle 7 alle 13 i tifosi sono stati per tanto tempo in fila per arrivare alla salma posta allo stadio cagliaritano così pure il giorno prima perché tutti volevano contribuire ad abbracciare il giocatore e l'uomo che ha segnato la storia di una squadra e di un popolo. La presenza allo stadio e quella più consistente a Bonaria è stata la risposta più giusta dei tifosi per ringraziare non solo il giocatore, che ha fatto la storia del calcio italiano e non solo, ma anche l'uomo, il personaggio che con un "no" secco e senza rimpianti ha messo le basi per restare e diventare sardo come i sardi, iniziando un lungo percorso di simpatia e di amore, reciproco, che è stato indelebile nel cuore di quanti lo hanno applaudito allo stadio, ma anche di quanti si sono "innamorati" di lui per averlo conosciuto e apprezzato per le sue doti di umanità. Ad accogliere il feretro davanti alla basilica di Bonaria c'era tantissima gente, forse 50mila persone, molte arrivate dal "continente" e molti i giovani con le maglie rossoblù. Erano in fila dalla mattina presto per attendere Rombo di Tuono e la Sardegna tutta era rappresentata con tanti sindaci tra le persone. Tutti erano ansiosi ma felici di esserci, di presenziare per l'ultima volta davanti al bomber dello scudetto rossoblù e al capocannoniere della Nazionale. La salma è arrivata e un lunghissima applauso ha accolto il feretro. In testa i due figli Nicola e Mauro e sulla bara i gonfaloni della città e della Regione sarda poi tante rose rosse. Due maglie numero 11, quella della squadra del Cagliari e quella della nazionale azzurra. Al funerale c'erano il presidente del Coni Giovanni Malagò, il ct della Nazionale italiana Luciano Spalletti, ma anche il presidente della Figc Gabriele Gravina, l'ex Franco Carraro e Giancarlo Abete. C'erano anche il presidente della Lega Pro Mateo Marani. Oltre alla squadra del Cagliari al completo col mister Ranieri, c'erano alcuni campioni del Mondo del 2006, da Buffon a Fabio Cannavaro, ma anche Marco Amelia, Simone Perrotta e Angelo Peruzzi. Nell'omelia l'arcivescovo di Cagliari mons. Giuseppe Baturi ha ricordato diversi aspetti della storia umana e professionale di Gigi Riva e sulle sue gesta in campo ha detto: "Che nulla, o Signore, vada perduto. Molte sono le immagini di questi giorni, la maggior parte delle quali fissano l’eleganza della corsa, la bellezza e la potenza del gesto. E poi, dopo la rovesciata di Vicenza o il sinistro di Città del Messico, quella esultanza spontanea, come tutti noi da bambini, a braccia alzate, guardando il cielo e correndo incontro all’abbraccio dei compagni. Corri di nuovo, caro Gigi, e tendi ancora quelle tue lunghe braccia al cielo, corri e guarda in alto. Noi oggi preghiamo perché il Signore ti venga incontro e ti abbracci in quella dimora dove potrai conoscere la Verità e vivere l’Amore senza ombra". Alla fine Nicola Riva, il primogenito di Gigi e Gianna, ha voluto salutare il popolo di Gigi Riva: "Voglio dire grazie alle persone che ieri e oggi sono venute a rendegli omaggio, al freddo fino a tarda ora della sera. Io e mio fratello avremmo voluto fare noi le condoglianze a loro. Non è andato via solo il nostro papà o il nonno, è andato via un familiare di tanti sardi e di tante persone che gli volevano bene. Grazie per averlo amato così tanto". Parole spontanee, libere ma commoventi, segnate dalla gioia di una persona amata e dalla consapevolezza che questo giocatore e questo uomo è stato il simbolo e un esempio di una Sardegna che si è fatta apprezzare nel mondo e ha dato un segnale di vitalità e di orgoglio. Subito dopo il feretro (
foto dal web/Social) è stato portato in spalla da Buffon, Cannavaro ma anche Tomasini, ex compagno di squadra e amico di una vita, e ha guadagnato l'uscita dove c'erano carabinieri in alta uniforme segno tangibile dell'omaggio del governo all'ex fuoriclasse della Nazionale con i funerali solenni. All'uscita il popolo di Giggirriva si è scatenato cantando "C'è solo un Gigi Riva" e tutti ad applaudire e alzare alte le bandiere del Cagliari e dei colori rossoblù. Gigi Riva è stato sepolto nel cimitero monumentale di Bonaria, a due passi dalla Basilica, dove le sepolture sono state sospese dal 1968 e che, con apposita delibera comunale, è stato concessa la tumulazione dell'ex campione nella cappella "D'Arcais", ottocentesca, un altare che potrebbe essere dedicata proprio a lui.


LA SARDEGNA INTERA SI FERMA PER L'ULTIMO
SALUTO AL LEGGENDARIO GIGI RIVA

FOLLA SILENZIOSA ALLO STADIO E NEL
POMERIGGIO I SOLENNI FUNERALI A BONARIA

di Augusto Maccioni
(23-1-2024) Non c'è tempo per capire come è morto, è tempo per ricordare le sue imprese, la sua umanità, la sua permanenza in terra sarda. Lasciandoci, Gigi Riva (
foto dal web/Social) ha compiuto un altro miracolo perché è riuscito a unire nuovamente, come allora, tutta la Sardegna, ad abbracciare i suoi tantissimi tifosi e a ricordarci che lo scudetto del 1970 è stato possibile perché il popolo rossoblù è stato forte, determinato, straordinario. Anche oggi ci sarà tanta gente per l'ultimo saluto al mitico, grande, leggendario Rombo di Tuono. Come ieri, le tantissime persone allo stadio dell'ex Sardegna Arena aspetteranno il turno per una carezza, un saluto, una lacrima e saranno momenti indimenticabili che ognuno di noi si porterà appresso per il resto della vita, ricordando il suo volto, le sue progressioni e le braccia alzate al cielo per il gol appena segnato. Quante immagini, quanti video ci passeranno in quei momenti, ricordi che non si possono cancellare perché appartengono alla nostra storia, a uno spazio temporale che ha reso tutti felici e appagati. Oggi, mercoledi 24 gennaio è il giorno del suo funerale nella Basilica di Nostra Signora di Bonaria a Cagliari e a presiedere la messa esequiale di Rombo di Tuono sarà l'arcivescovo della città, e segretario generale della Cei, monsignor Giuseppe Baturi. Ci sarà tantissima gente, il popolo rossoblù si presenterà compatto perché non vuole mancare all'ultimo grande appuntamento col campione. La chiesa sarà troppo piccola per accogliere i tantissimi tifosi che staranno in piedi, senza spazio, in silenzio, molto attenti e con lo sguardo rivolto alla salma del leggendario Giggirriva. Ancora una volta si dirà che Rombo di Tuono è l'unico ad aver rappresentato un popolo, una squadra e ad aver conseguito traguardi impensabili, impossibili e a essere l'eroe che tutti cercavano per riscattare le nostre ansie, le nostre paure e i nostri tanti insuccessi. E' l'uomo giusto per tutti noi, e questo eroe adesso non c'è più, abbiamo perso tutto ma ricordandolo possiamo ancora essere felici perché possiamo testimoniare la sua grandezza e le sue mitiche e grandiose imprese. E ci vengono in mente le sue esibizioni in campo, la sua forza, con una muscolatura imponente, le sue progressioni con una corazza invincibile capace di scagliare i suoi fulmini a 120 chilometri all'ora. Ci viene anche in mente l'amore per la Sardegna e l'attaccamento alla squadra del Cagliari fino al rifiuto di andare in altre squadre, alla Juventus, ad esempio, che per lui aveva offerto un miliardo e sei giocatori, quel "no" che è stata la fortuna del fuoriclasse ma anche la gioia e la felicità del Cagliari, che conquistò lo scudetto nel 1970, e del popolo rossoblù che aveva finalmente trovato il loro eroe e il loro punto di riferimento. Un ragazzo che col tempo è diventato a tutti gli effetti un sardo, e ripeteva spesso "sono uno di loro", che era nato a Leggiuno, nel varesino tra il lago Maggiore, e che era un ragazzo senza famiglia, senza gioia e con una solitudine tipica della situazione. E per questo motivo è stato più amato e più coccolato e lui ha risposto alla sua maniera, con una valanga di gol e con una simpatia che ha stregato la squadra e i tantissimi sostenitori. Un rifiuto che ha fatto grande il Cagliari e ha riempito di gioia i tifosi, ma c'è stato un altro rifiuto, questa volta infelice e con conseguenze, che lo ha portato alla morte, cioè quello di aver detto -no- a un intervento chirugico al cuore. "Ne parlerò con i miei cari" ha detto ai medici del reparto di cardiologia dell'Ospedale Brotzu dove era ricoverato. Aveva intenzione di farsi operare, un intervento di angioplastica che gli avrebbe salvato la vita, ma voleva attendere e parlare con i suoi figli prima di decidere. Qualche ora dopo però un malore è stato invece fatale e il cuore si è fermato alle 19:30. La sua morte ha fatto il giro del mondo e il web è diventato molto triste per questo annuncio. Adesso ci saranno tutti alla basilica di Bonaria a Cagliari per dargli l'ulti saluto.



E' MORTO GIGI RIVA, ADDIO AL
LEGGENDARIO "ROMBO DI TUONO"


di Augusto Maccioni
(22-1-2024) Non è possibile, dicono "è morto" e nessuno ci crede. Gigi Riva (
foto dal web/Social), purtroppo, ci ha lasciati all'età di 79 anni, il suo corpo ha abbandonato questo mondo, le sue imprese calcistiche e la sua grande umanità restano e ci accompagnano ancora per molto tempo per essere tramandati ai nostri figli, ai nipoti e a quanti hanno capito che questo ragazzo, questo giocatore ha segnato la nostra storia e ha reso felice una regione, una città, una squadra che non è stata solo un simbolo ma anche tremenda concorrente del calcio italiano nel periodo dello scudetto del 1970. Gigi Riva, "rombo di tuono" come veniva definito da Gianni Brera, è volato nel campo stellato dove già giocano Maradona, Pelé e recentemente Franz Beckenbauer, un'altra leggenda del calcio tedesco. Con lui siamo stati tutti importanti, protagonisti, sempre in prima fila. Lui segnava e noi diventavamo più felici, con lui la Sardegna non veniva considerata più la periferia d'Italia e la squadra del Cagliari era l'orgoglio di tutti, grandi e piccoli, donne e uomini che andavano allo stadio Amsicora cantando e sprizzando gioia e felicità. E quando il Cagliari, quella gloriosa squadra col suo grande mito, batteva le grandi blasonate squadre del calcio italiano, Juventus, Milan, Inter, i tifosi del Cagliari si sentivano più alti, toccavano il cielo con un dito, brandivano entusiasmo e grande gioia. Riva era entrato nella leggenda e non era un campione qualsiasi, era il campione di ognuno di noi, l'artefice dello scudetto conquistato 44 anni fa e ancora oggi si ricorda quella data fatidica, come disse l'allora grande giornalista della Rai Sandro Ciotti, il 12 aprile del 1970 quando, con Riva in campo, la squadra rossoblù vinse contro il Bari assicurando al Cagliari la vittoria del campionato, dopo aver strapazzato le mitiche squadre del Nord, con parecchie settimane di anticipo. Gigi Riva non era sardo e non era diventato sardo per convenienza, ma per scelta e per grande volontà. Era voluto rimanere nell'isola come giocatore, nonostante le offerte miliardarie dell'epoca, e non era andato via neanche dopo la fine della sua carriera. Cagliari in modo particolare continuava ad essere il suo campo di vita, dove vivere fino alla fine dei suoi giorni, insieme ai suoi figli e alle persone più care. Lui andava orgoglioso del rapporto che si era instaurato col territorio, con i tifosi, con i sardi, e non solo, e tutti i sardi e in modo particolare i cagliaritani amavano la sua presenza, come si ama una persona di casa, un familiare, un amico sincero. Lui ha fatto una cosa incredibile, fantastica, eccezionale consegnando lo scudetto nelle mani non solo della squadra ma dandolo a ognuno di noi e noi non possiamo che dirgli ancora "grazie" per essere stato nel Cagliari e per essere stato il simbolo del riscatto di un'isola. Lui ha sempre detto che non avrebbe mai abbandonato Cagliari, diceva: "Mi sono affezionato a chi mi vuole bene" ed è stato facile per i tifosi ricambiare la sua scelta di rimanere, una decisione sicuramente importante per chi giocava in nazionale, che saltava da un campo all'altro, anche a livello internazionale, e ha avuto la forza di rifiutare tante offerte anche di club prestigiosi, una scelta che Gigi Riva non si è mai pentito ed è andato sempre orgoglioso. I suoi record vivono ancora oggi con i suoi straordinari 208 gol con la maglia rossoblù, dal 1963 al 1976, la vittoria agli Europei del 1968, i Mondiali del 1970 in Messico ed è ancora oggi il migliore marcatore con 35 reti in 42 presenze. Riva ha continuato a stare in azzurro ma nel team manager fino al 2013, vincendo i Mondiali del 2006. Una vita nello sport e per lo sport, sempre in prima fila e sempre da protagonista e da grande signore del calcio. Nel 2019 viene nominato presidente onorario del Cagliari calcio e presto, quando sarà costruito, a lui sarà dedicato il nuovo stadio di Cagliari.





GUERRA TRA ISRAELE E GAZA, NETANYAHU:
NO AD UNO STATO PALESTINESE

"IL TERRITORIO AD OVEST DEL FIUME
GIORDANO SARA' SOTTO IL NOSTRO CONTROLLO"


di Augusto Maccioni
(18-1-2024) Gli Stati Uniti continueranno a sostenere, e a lavorare, per una soluzione a due Stati cioè quello di Israele e quello palestinese. Mentre si continua a combattere sulla Striscia di Gaza, con l'esercito israeliano impegnato a trovare i tunnel, i capi e le armi di Hamas, si ragione sul dopo-Gaza e a questo proposito il primo ministro Benjain Netanyahu (
foto dal web/Social) si rifiuta categoricamente ogni mossa per creare uno stato palestinese. Secondo il primo ministro israeliano tutto il territorio a ovest del fiume Giordano deve essere sotto il controllo di sicurezza israeliano. La disputa è enorme e di grande rilevanza soprattutto perché la Casa Bianca si è spesa enormemente per trovare questo accordo in un momento in cui l'amministrazione Biden si è impegnato con ingenti capitali a sostenere militarmente le forze israeliane contro Hamas. Biden non si arrende e continuerà a lavorare per una soluzione a due Stati, una soluzione che non piace né a Israele ma neanche ad Hamas. Tutto per il momento viene tralasciato a favore dei combattimenti che stanno continuando sulla Striscia ad opera dell'esercito israeliano che ha sempre l'obiettivo di vincere su Hamas. La vittoria sullo stato palestinese, ha detto il primo ministro israeliano, deve essere completa e in qualsiasi accordo futuro è necessario che Israele abbia il controllo di sicurezza di tutto il territorio a ovest del fiume Giordano. Parole ripetute recentemente anche in conferenza stampa da Netanyahu che è certo di abbattere completamente l'organizzazione di Hamas, anche se occorrerà ancora diversi mesi di guerra. Attacchi micidiali e distruttivi, che mai hanno avuto questa portata, contro una formazione che governa Gaza dal 2007 e che ha messo tutto in discussione con l'attacco a sorpresa del 7 ottobre contro il sud di Israele uccidendo circa 1.200 israeliani e molti altri cittadini, bambini e donne compresi. Questa guerra, che ha superato più di 100 giorni di distruzione e morte, durerà ancora e non si limiterà a una zona circoscritta ma si sta allargando alimentando e minacciando altri conflitti come quelli, ad esempio, dei ribelli Houthi che stanno terrorizzando, e non solo, le navi nel mar Rosso destabilizzando il commercio navale a livello internazionale. Il governo dello Yemen ha chiesto questo giovedi l'aiuto internazionale per combattere i ribelli Houthi, perché il governo yemenita ha perso il controllo di vasti territori inclusa la capitale Sanaa nonostante tra gli Houthi e il governo ci fosse un impegno a dicembre di accettare un processo di pace per porre fine al conflitto interno, ma non a livello internazionale dove gli Houthi si sono schierati con Hamas contro Israele e gli Stati Uniti.



ABBIAMO INCONTRATO IL
GRANDE PITTORE MARIO ADOLFI
LE SUE OPERE SI TROVANO IN NUMEROSE
COLLEZIONI PUBBLICHE E PRIVATE

di Augusto Maccioni
(14-1-2024) Incontriamo l'artista Mario Adolfi nel suo studio a Nuoro dopo tanti anni. Il suo percorso pittorico è straordinario, dalle sue prime opere deliziose per perfezione delle immagini e per la compostezza dei colori ai "progetti" maturi che spaziano con una dinamicità cromatica che mettono a fuoco problemi complessi resi semplici con le pennellate che movimentano storie e personaggi. Le sue opere hanno la forza della quotidianità, le sue figure femminili, i nudi in modo particolare, slanciate e giovanili, delineano ideali di bellezza che rappresentano al tempo stesso armonia e razionalità ma anche l'aspetto dionisiaco senza toccare mai la passione sfrenata. E i cavalli di Adolfi, impeccabili e impressionanti, selvaggi nel movimento e nella postura, che a prima vista impressionano ma che hanno la forza e il coraggio di esprimere sentimenti profondi anche se lontani dalla quotidianità spesso caotica del nostro tempo. Sono animali, non solo cavalli, che fanno parte della nostra vita, a volte sono amici, forse complici, sicuramente gioiscono e soffrono lontani da noi ma che ci parlano come se fossero figure umane. E le nature morte, le composizioni di frutta, sono una narrazione silenziosa e senza respiro, che simboleggia il passaggio dalla realtà alle idee, e la perfezione delle forme fa emergere colore e luce nel tentativo di andare oltre le cose reali, oltre uno sforzo che si sperimenta con fatica guardando una realtà che forse non esiste.




Negli anni '70 ha partecipato attivamente a Cagliari in diverse collettive d'arte e personali. Personaggio di grandi vedute, aperto ai movimenti pittorici, critico consapevole per migliorare la comprensione dell'arte in ogni epoca e situazione, Adolfi è un pittore che mostra attenzione a tutto, al figurativo ma anche all'astrattismo, alla pittura dinamica o alla scultura. Nella sua Nuoro, vive con forza con le sue opere d'arte, con le figure femminile, con i suoi paesaggi fiabeschi o con i suoi cavalli in libertà ma anche illustrando libri o dando vita e movimento alle poesie di grandi contenuti. E come non ricordare opere memorabili e straordinarie dedicate alla grande scrittrice nuorese, premio Nobel per la letteratura nel 1926, Grazia Deledda.



Mario Adolfi è nato a Bosa il 5 maggio del 1952. Si è trasferito a Nuoro nel 1958 dove è ancora residente. Ha lo studio in via Aurelio Saffino 10 a Nuoro. Dopo il diploma all'istituto d'arte nel 1972, nel 74 inaugura la sua attività pittorica con una personale nella Pinacoteca Comunale a Nuoro. Dagli anni '70 annovera nel suo curriculum un numero sterminato di personali e oltre partecipazioni nelle più importanti manifestazioni artistiche. Ha ordinato personali a Milano, Roma,Bologna, Losanna, Ginevra Norimberga, Melbourne (Australia). Sue opere sono presenti in numerose collezioni pubbliche e private in Italia e all'estero. Alcuni esempi di opere pubbliche - pitture e sculture - "Grande Ardia" nella sede centrale del Banco di Sardegna (1999), busto bronzeo (dr. Calamida medico dei poveri) -2000 - Martiri di Nassiria (pietà) 2006. Ritratto bronzo di Salvatore Satta 1997, don Muntoni, piazza don Muntoni, Orgosolo, Grande tela della deposizione di Cristo, S. Ignazio Loyola, Oliena, grande tela di S. Giovannino, la vergine Maria e i santi (San Ignazio di Loyola) Oliena.. Manifesto dell'Europa del Folclore 2003, varie illustrazioni su riviste e libri. Della sua attività si sono occupate varie testate televisive e della carta stampata, riviste specialistiche d'arte. Ha collaborato dal 1994 al 2000 con la facoltà di sociologia di Urbino fondando il gruppo Urbs Artis.



Domanda: Ciao Mario Adolfi, passano gli anni e si cresce artisticamente. Come ti inquadri dal punto di vista pittorico?
Risposta : Dal punto di vista pittorico non mi colloco in nessun grande gruppo, poiché ogni giorno il mio interesse narrativo può cambiare: posso dipingere cavalli in libertà, o vite silenti o ancora nudo femminile per poi passare al materico, all'astrattismo o alla pittura dinamica o infine alla plastica. Attualmente sono molto attratto dalla poesia e sto illustrando il libro dell'inquietudine del grande poeta e critico portoghese Fernando Pessoa. Mi limito a brevi considerazioni dell'opera, di questo immenso artista e al racconto in forma pittorica della poesia.
D.: Com'è la tua giornata e come passi il tempo libero?
R.: La mia giornata è sempre stata regolata: mattina in studio, senza precisi vincoli di orario, poi casa a pranzo, ritorno nel pomeriggio in studio. In questo luogo mi immergo in una solitudine creativa: o leggo o lavoro. Questo è anche il mio luogo dell'anima, il mio pensatoio magico.
D.: Un tempo le Gallerie d'arte promuovevano gli artisti e c'era una diffusione dell'arte a tutti i livelli. E la situazione odierna?
R.: Il rapporto di tanti anni fa era organizzato nella triade: artista - gallerista -critico d'arte, ora non esiste più o perlomeno se esiste ancora è cambiata completamente la prospettiva. Esistono ancora le Gallerie d'Arte ma manca quella originaria protezione e quella promozione culturale dell'artista che era il cemento di un sano rapporto di reciproca stima



D.: Hai un maestro di riferimento?
R.: Non ho un preciso riferimento nei maestri del passato, nel senso che ho tante fonti di espressione sempre legati al realismo magico che sa raccontare l'animo umano. Se dovessi scegliere un maestro in particolare propenderei per il grande Arnold Bocklin, il maestro di Basilea. Comunque io ho sempre pensato che i maestri devono essere giganti se si vuole operare di diventare giganti a nostra volta.
D.: Quante opere hai nel tuo studio e quali sono più significative per te
R.: Ho in studio un numero considerevole di opere che mi consentono sempre di poter organizzare le mostre con una visione esaustiva del mio lavoro. Naturalmente sempre con novità e inediti che giustificano l'esito di una mostra
D.: Da dove parti quando inizi un'opera, un tuo progetto
R.: Prima l'opera va pensata nella testa e attraverso il disegno si va verso una traccia con caratteristiche di una forma empirica che poi si manifesterà nell'opera finita come forma trascendentale
D.: I tuoi colori come espressione di vita. Come la tua arte attrae lo spettatore
R.: Chi guarda un'opera credo che non si limiti alla mera osservazione con gli occhi, ma metta in relazione tutti i sensi. Per capire un'opera bisognerebbe spodestare delle convenzioni di pregiudizi e della schiavitù del gusto personale e sentire con gli occhi, con il naso, le orecchie e soprattutto il cuore.
D.: Come si diventa artista e quanto conta la tecnica rispetto all'idea di un nuovo progetto
R.: La costante del sogno è più presente della vita reale. Un mondo reale che esiste solo perché è pensato non necessariamente è vero, uno stare altrove è il vero luogo dove stare. Considero però l'arte come un cammino da percorrere e che l'arte vera ci venga a visitare nel nostro lavoro andrebbe considerata come una goccia di splendore nata da tanta fatica. L'arte è per me un esercizio per anziani che non abbiamo ancora ucciso il bambino che è in loro fino alla fine. Pensiero emozionato e al tempo stesso emozione che si trasforma in pensiero necessari entrambi per una buona arte.
D.: Che differenza c'è tra Mario Adolfi di oggi e quello di 30/40 anni fa
R.: Se dovessi cercare differenze tra me di 30-40 anni fa direi che oggi mi manca quella ricerca di assoluto dell'arte giovanile, ma preferisco tutte le incertezze di oggi e cercare di colmare tutti quei vuoti di un'anima che non omette di cercare pretesti per nutrirsi sempre di più.
D.: Ti fai condizionare dal mercato o sei libero nella tua espressione di vita e di libertà
R.: Non mi faccio condizionare dal mercato ma se sei un'artista hai tante possibilità di ricercare tante forme di espressione. In qualche modo il mercato incontra l'arte o per meglio dire incontra quelle sensibilità che il tempo attuale ci offre come novità





IL CONFLITTO IN MEDIO ORIENTE ENTRA
IN UNA NUOVA FASE FUORI DA GAZA

BIDEN PRONTO A NUOVI RAID CONTRO
GLI HOUTHI SE CONTINUERANNO

TAJANI: SOSTEGNO AGLI ALLEATI, LA
PARTECIPAZIONE CON L'OK PARLAMENTO


di Augusto Maccioni
(12-1-2024) Con l'attacco all'inizio di venerdi contro obiettivi nello Yemen (
foto dal web/Social), legati alle milizie Houthi, da parte degli Stati Uniti e del Regno Unito, di fatto si potrebbe avanzare l'ipotesi che la guerra in Medio Oriente si è decisamente ampliata. Non solo ci sono le azioni militari di Israele contro Hamas ma ora anche i bombardamenti degli alleati sul suolo dove operano le milizie Houthi. La decisione degli Stati Uniti e del Regno Unito è il primo grande atto di ritorsione contro i gruppi sostenuti dall'Iran che spesso ostacolano le navi mercantili internazionali nel Mar Rosso. Il traffico mercantile deve essere libero e non ostacolato da gruppi che sostengono le milizie di Hamas, che sono ritenuti atti ostili e pertanto punibili perché minacciano il commercio e la libertà di navigazione. Gli avvertimenti non hanno sortito l'effetto sperato e Washington è passato alle vie di fatto dopo 27 attacchi compiuti finora dai gruppi ribelli yemeniti che hanno colpito navi provenienti da più di 50 paesi, sono stati minacciati o presi in ostaggio in atti di pirateria. Molte navi per non essere presi di mira dai pirati nel Mar Rosso sono state costrette a deviare su altre rotte percorrendo migliaia di chilometri in più con danni economici rilevanti. Secondo le prime indicazioni, i caccia hanno colpito i siti strategici degli Houthi che hanno subito un duro colpo e hanno indebolito la loro capacità di mettere in pericolo i marittimi e minacciare il commercio navale globale (Biden: pronto ad altri attacchi contro gli Houthi se continueranno ad ostacolare la navigazione nel Mar Rosso). Ultimamente gli attacchi di droni e missili più frequenti e pericolosi da parte degli Houthi avevano portato gli Stati Uniti a creare una coalizione con il Regno Unito e con una dozzina di alleati, compresa l'Italia, per proteggere nel Mar Rosso le navi mercantili. Gli Houthi sostengono che le azioni di pirateria venivano effettuate per porre fine alla guerra tra Israele e Hamas, intendimenti che non trovano motivi reali perché questi gruppi ribelli yemeniti, alleati con l'Iran, Hamas e Hezbollah, da decenni si ribellano contro il potere centrale e ostentano una retorica antiamericana. Gli Houthi, il cui nome ufficiale è Ansar Allah (Partigiani di Dio) ideologicamente sposano gli interessi dell'Iran in Medio Oriente e il loro slogan è tutto un programma: "Dio è grande, morte all'America, morte a Israele, abbasso gli ebrei. Vittoria per l'Islam". L'Italia non ha partecipato ai bombardamenti effettuati dagli Stati Uniti e dal Regno Unito e non lo farà, ha dichiarato Antonio Tajani, ministro degli Esteri, se non c'è l'approvazione del Parlamento. Ha anche detto che : "Noi riteniamo che sia legittima la difesa da parte americana per quanto riguarda la sicurezza delle loro navi".


ALLA CORTE DELLE NAZIONI UNITE
IL SUDAFRICA ACCUSA ISRAELE
DI "GENOCIDIO A GAZA"


di Augusto Maccioni
(11-1-2024) Il Sudafrica ha fornito prove che dimostrano che c'è stato genocidio da parte di Israele a Gaza e ne sta parlando all'Aja dove sul banco degli imputati siede proprio Israele che sta continuando a combattere in Medio Oriente nel tentativo di abbattere Hamas colpevole dei terribili fatti del 7 ottobre scorso. Secondo il Sudafrica (
foto dal web/Social), Israele è colpevole per aver commesso "atti di genocidio" a Gaza e ha chiesto alla Corte internazionale di giustizia delle Nazioni Unite di colpire l'offensiva militare israeliana nella Striscia. Davanti ai 15 giudici dell'organo giudiziario, gli avvocati africani dicono che si tratta del "primo genocidio della storia in cui le vittime registrano la propria distruzione vivendo nel disperato e finora vano tentativo di convincere il mondo a fare qualcosa". La prima giornata è stata dedicata all'accusa nella quale gli avvocati sudafricani hanno chiesto ai giudici di imporre a Israele ordini preliminari vincolanti tra cui il blocco immediato dell'azione militare su Gaza e in un documento di 84 pagine hanno citato prove sul genocidio compiuto da Israele uccidendo i palestinesi a Gaza, creando condizioni di evacuazioni forzate e fame diffusa. Secondo l'accusa i palestinesi "vengono uccisi nelle loro case, nei luoghi in cui cercano rifugio, negli ospedali, nelle scuole, nelle chiese e nelle moschee e molto spesso i corpi vengono trovati nelle fosse comuni e non vengono identificati". Presa di posizione durissima da parte israeliana. Per tutti viene citato la dichiarazione dell'ex primo ministro israeliano Naftali Bennett che su Twitter scrive: " Quello che viene offerto dagli avvocati Sudafricani è uno spettacolo di iprocrisia, antisemitismo e vergona. E' stato Hamas che il 7 ottobre senza alcun motivo ha attaccato, bruciato, ucciso e violentato degli israeliani, eppure è Israele ad essere accusato. Vergogna - conclude l'ex esponente israeliano- a chi partecipa a questa messinscena".




GUERRA IN MEDIO ORIENTE, UCCISO UNO
DEI CAPI DELLE FORZE SPECIALI DI HEZBOLLAH
BLINKEN ARRIVA IN ISRAELE PER PROPORRE UN
PIANO PER IL DOPOGUERRA NELLA STRISCIA


di Augusto Maccioni
(8-1-2024) In sole 24 ore l'esercito israeliano ha ucciso 249 persone portando il bilancio complessivo delle vittime a 23.084 morti e 58.926 feriti dallo scorso 7 ottobre, secondo i dati forniti dal Ministero della Sanità di Gaza, controllato da Hamas. Nell'attacco è stato ucciso Wissam al Taeil, vice capo di un'unità della forza d'élite Redwan di Hezbollah. Dalla fine di dicembre l'OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha annullato la fornitura di medicinali negli ospedali della zona settentrionale della Striscia di Gaza a causa della mancanza di sicurezza, una distribuzione che chissà quando potrà avvenire perché in quelle zone è ancora in atto la guerra a tutto campo contro Hamas. Secondo quanto riporta il quotidiano americano The New York Times gli attacchi israeliani al nord si sono attenuati, ma non vige nessuna sicurezza per eventuali aiuti umanitari o distribuzione farmaci, mentre si sono intensificati quelli nel centro e nel sud dell'enclave dove continuano con forza e anzi, come ha dichiarato il portavoce delle forze di difesa israeliane il contrammiraglio Daniel Hagari, "continueranno ad essere così nel 2024". Al momento non c'è traccia di tregua, né tentativi da parte dell'Egitto di proporre "pause umanitarie". Si cerca, comunque, di "normalizzare" i legami tra Israele e le parti e in questo senso il segretario di Stato americano Antony Blinken si sta impegnando per mettere d'accordo i paesi arabi del Medio Oriente a normalizzare le loro relazioni con Israele. Ciò però può avvenire, ha detto Blinken, quando "il conflitto finisca a Gaza e si apra una strada pratica verso uno Stato palestinese indipendente". Sull'argomento c'è molto interesse ed è quello che si sta proponendo il segretario di stato americano in tournée in Medio Oriente per incontrare i leader di diversi paesi. Ci sarebbe, insomma, la volontà di creare uno stato palestinese per porre fine alla guerra e risolvere lo storico conflitto tra Israele e Palestina. Blinken cercherà di convincere il primo ministro israeliano Netanyahu (
foto dal web/Social) che però venerdi scorso ha annunciato piani per un dopoguerra in cui i palestinesi avrebbero solo un'amministrazione limitata sull'enclave costiera, che rimarrà sotto il controllo militare israeliano.



GUERRA ISRAELE-HAMAS, CI SONO 136
OSTAGGI ANCORA NELLA STRISCIA DI GAZA

L'ISIS RIVENDICA LA STRAGE DI KERMAN
PROVOCATA DA UN ATTACCO SUICIDA

di Augusto Maccioni
(4-1-2024) La morte di oltre 80 persone, molti i bambini, e quasi 300 feriti nella città iraniana di Kerman (
foto dal web/Social) durante il ricordo in cimitero al generale Qasem Soleimani, ucciso 4 anni fa dai droni americani, è stato rivendicato dallo Stato Islamico (Isis). Lo ha fatto attraverso un comunicato su Telegram, che utilizza solitamente per la propaganda, precisando che il massacro è stato provocato da due attentatori suicidi. Il gruppo jihadista ha dato prove dell'accaduto nonostante poche ore dopo l'attentato le autorità iraniane avessero assicurato che si trattava di bombe telecomandate. Si è trattato, invece, di "due fratelli desiderosi di martirio" e un sito web, legato al movimento Jihadista, ha anche pubblicato la foto dei presunti autori della strage, anche se con volto coperto e sfocato. L'Iran parte all'attacco e in primis vuole sapere tutto sugli autori del massacro. Si è riunito anche il Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale iraniano che ha delegato agli 007 di identificare i colpevoli, i loro mandanti e chi ha sostenuto l'attentato terroristico. Non si parla più delle responsabilità degli israeliani né degli Stati Uniti che per primi hanno escluso ogni responsabilità sull'episodio, anche se diversi leader iraniani avevano indicato proprio su queste potenze la responsabilità degli attacchi. Sul fronte Israele-Hamas l'esercito di Netanyahu ha aggiornato a 136 il numero delle persone rapite nella Striscia di Gaza il 7 ottobre scorso. Non è ancora chiaro quanti degli ostaggi siano ancora vivi. Secondo i media israeliani 23 dei 136 ostaggi sono morti. In principio Hamas aveva rapito il 7 ottobre circa 240 persone e a fine novembre sono state rilasciate complessivamente 105 persone durante gli scambi delle varie tregue umanitarie tra il governo israeliano e Hamas.




IRAN, "ALMENO 100 MORTI" PER DUE
ESPLOSIONI ALLA TOMBA DI SOLEIMANI

TEHERAN: E' TERRORISMO, E PUNTA
IL DITO CONTRO ISRAELE

di Augusto Maccioni
(3-1-2024) La Repubblica islamica ha dichiarato una giornata di lutto per l'attacco "terroristico più mortale dalla proclamazione del regime nel 1979". Fa riferimento alle due terrificanti esplosioni (
foto dal web/Social) nei pressi del cimitero di Kerman, nell'Iran centro-meridionale, dove migliaia di pellegrini stavano commemorando il quarto anniversario della morte del generale Qassem Soleimani, il terribile stratega della rivoluzione iraniana, ucciso il 2 gennaio del 2020 in Iraq nel corso di un attacco di droni guidato dagli Stati Uniti. Le esplosioni hanno causato almeno 100 persone, molti i bambini, mentre i feriti sono oltre 200. Gli Stati Uniti hanno fatto sapere che "non sono coinvolti nell'esplosione in Iran e non abbiamo ragione di pensare che lo sia Israele". La guerra tra Israele e Hamas sta prendendo altre direzioni anche se le esplosioni in Iran non dovrebbero far allargare i confini di combattimento che continuano ad insistere nella Striscia di Gaza. Del resto nessun gruppo ha rivendicato la responsabilità degli attacchi e il governo iraniano non ha indicato eventuali stati responsabili. Il presidente Ebrahim ha assicurato che chi ha compiuto l'atto terroristico "sarà perseguito e riceverà una giusta punizione". C'è sempre l'ombra armata israeliana nella strage, perché fa comodo agli iraniani che potrebbero schierarsi dalla parte di Hamas, ma è tutto molto presto per indicare gli intrecci di questa giornata di sangue. Anche perché ci potrebbero essere altre piste riconducibili a separatisti del Belucistan ma anche ai Mujaheddin del Popolo ma questo è un problema che il presidente iraniano non vede perché è più facile addossare responsabilità a Israele che sta combattendo contro Hamas, anche se gli israeliani sono noti per aver assassinato scienziati nucleari iraniani o generali e non di piazzare bombe in mezzo alla folla. Comunque sia queste esplosione aumentano la tensione in Iran ma anche dove si sta combattendo nella Striscia di Gaza. Secondo la ricostruzine della televisione di stato iraniana le esplosioni sono avvenute a 10 minuti di distanza l'una dall'altra e in due zone diverse ma non molto distanti tra loro. I video dei media iraniani mostrano molti corpi sparsi sul posto, altri che soccorrono i sopravvissuti, altri ancora che scappano terrorizzati. Queste esplosioni e il numero considerevoli di morti e feriti non fanno che rafforzare "l'unità della Ummah", in pratica tutta la comunità islamica, e la loro fede nella resistenza da parte della Jihad islamica palestinese. Una situazione, in pratica, che potrebbe ulteriormente infiammare la guerra in Medio Oriente.



DOPO DUE MESI DI GUERRA
ISRAELE NON HA ANCORA
RAGGIUNTO I SUOI OBIETTIVI


di Augusto Maccioni
(24-12-2023) A due mesi dall'invasione terrestre a Gaza, l'esercito israeliano (foto dal wweb/Social) non ha ancora raggiunto gli obiettivi prefissati all'inizio della sua operazione dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre. Che poi erano quelli di distruggere la capacità militare dell'organizzazione criminale ma anche quello di riportare indietro i 130 ostaggi rimasti prigionieri. Si continua a combattere sperando in una tregua almeno per liberare gli ostaggi. Hamas vorrebbe una tregua senza limiti, Israele non accetterà anche perché intende portare avanti la guerra sino alla distruzione di Hamas. I dati raggiunti da Israele è poca cosa: circa 7mila dei suoi 28mila combattenti sono stati uccisi compresi diversi leader; le infrastrutture militari di Hamas sono danneggiate ma non completamente distrutte. In una situazione del genere ci vorranno diversi mesi per raggiungere obiettivi più importanti intanto però l'esercito israeliano sta compiendo un'ecatombe e la Casa Bianca è preoccupata e ha chiesto a Netanyahu di mettere fine alla fase ad alta intensità e fermare l'aumento delle vittime civili palestinesi. E' cambiato anche il conflitto israelo-palestinese perché nelle ultime settimane si sono verificati combattimenti corpo a corpo cambiando radicalmente lo scenario della guerra, soprattutto a Khan Yunis. Poi c'è il sostegno ad Hamas che secondo gli ultimi sondaggi è raddoppiato rispetto a prima della guerra. Oltre alla guerra c'è il grosso problema degli ostaggi, che sono 130 in mano ad Hamas. Non si sa se però sono ancora vivi, e qualche giorno fa il gruppo fondamentalista ha detto che ha perso i contatti di 5 persone sequestrate, molto probabilmente, sono morti "in un bombardamento israeliano".



A TUTTI I NOSTRI LETTORI
BUON NATALE E BUONE FESTE

di Augusto Maccioni
- 24-12-2023- (
foto Terza Pagina) Diciamo,anzi urliamo:Buon Natale.E per cortesia lasciamo dietro la porta la manovra, il Mes con Giorgetti che si dimette oppure no, le tensioni, vere o presunte, all'interno dei due schieramenti della maggioranza governativa, la crisi economica, sicuramente quella futura come dicono gli esperti, e i tanti problemi che agitano la nostra Italia e la nostra società. Tregua anche per chi non ha lavoro, per i precari e per le famiglie in difficoltà. Per un momento pensiamo al Natale, allo spirito autentico del messaggio di una festa che si continua a celebrare nei millenni e soprattutto riprendiamo a considerare la storia di un bambino che è nato in una stalla per ognuno di noi e ci vuole bene in ogni momento. L'immagine è forte come è meravigliosamente attuale il suo percorso di salvezza. L'insegnamento ha un valore impressionante con una forza che merita attenzione e grande rispetto. Nelle settimane prima del Santo Natale il web ci ha consegnato un disprezzo per le festività religiose, per la nascita di Gesù ( durante una recita in una scuola primaria a Padova Gesù è stato sostituito da un "cucù"). Gli stessi sacerdoti, che dovrebbero alimentare la passione per il presepio punto di riferimento per la più grande rivoluzione della storia, hanno dato un'immagine distorta della tradizione cristiana per non contrastare quella delle altre religioni, stesso procedimento anche in diverse scuole da parte di insegnanti i quali hanno sostituito,sempre per gli stessi motivi,la tradizione del presepio con altre forme che niente hanno a che vedere con la natività cristiana. A quei messaggi che hanno negato una tradizione bella, commovente, vera c'è stata un'altra presa di posizione di tanti altri che, sempre sul web, hanno zittito le proteste dei giorni precedenti e hanno detto che Gesù è vivo, la tradizione è vera e deve essere rispettata. Ecco il Natale sinonimo di festa, di auguri, di essere felici e di far felici gli altri. E' il messaggio di Gesù ed è il messaggio della natività. Accorgiamoci degli altri, ad iniziare da chi ci sta vicino, dei nostri familiari, degli amici, dei parenti ma anche di quanti incontriamo per la strada e negli uffici. Un sorriso, una stretta di mano, una parola di incoraggiamento è il messaggio di questo Natale.Lasciamo per un momento i ragionamenti politici e la situazione personale. Creiamo un nuovo modello di vita e "spezziamo il pane assieme agli altri" come dice Papa Francesco.



L'ONU APPROVA LA RISOLUZIONE
SU GAZA: PIU' AIUTI UMANITARI

USA E RUSSIA SI ASTENGONO, MA
NON CI SARA' IL CESSATE IL FUOCO

di Augusto Maccioni
( 22-12-2023) La Russia aveva chiesto il cessate il fuoco, Hamas parla invece di "un passo insufficiente", sta di fatto che la risoluzione approvata questo venerdi dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per Gaza non soddisfa i diretti interessati ma crea, forse, le basi per una tregua che al momento non c'è. Dopo quasi una settimana di intensi negoziati si è arrivati a un compromesso che però ha svuotato il testo finale parlando solo di consentire l'ingresso degli aiuti umanitari a Gaza senza interrompere le ostilità. Inizialmente la proposta iniziale verteva sull'immediato cessate il fuoco per consentire lo scambio degli ostaggi e prigionieri palestinesi e per far arrivare sulla Striscia gli aiuti di prima necessità. La parola chiave che è stata completamente eliminata, cioè l'urgente sospensione della guerra, fa capire che le ostilità continueranno come prima con azioni militari che metteranno in difficoltà, fino alla completa sospensione, gli aiuti che dovessero arrivare a Gaza. Un altro motivo di discussione al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite è il meccanismo di controllo su tutte le spedizioni di aiuti che arrivano nella Striscia, che l'Onu vorrebbe controllare con l'opposizione degli Stati Uniti che ritengono un atto che complicherà ulteriormente la distribuzione degli aiuti umanitari in quanto Israele non cederà a terzi il compito di coordinamento e verifica dei camion in arrivo a Gaza. La risoluzione comunque è passata, con l'abbassamento completo delle intenzioni iniziali, a maggioranza con 13 voti favorevoli e due astenuti, quelli di Stati Uniti e Russia. Ma potrebbe essere una magra vittoria perché alla fine sarà problematico garantire l'ingresso degli aiuti nella Striscia se i combattimenti non cessano, concetti che non sono entrati nella risoluzione e che sicuramente metteranno altri problemi in questa guerra tra Israele e Hamas, arrivata al
76esimo giorno di combattimento con quasi 20mila palestinesi morti, di cui circa 8mila bambini, secondo le autorità di Hamas. I morti israeliani, dall'attacco del 7 ottobre, sono 1.200. Israele non parla di tregua e intende espandere la sua offensiva di terra nei territori governati da Hamas facendo spostare i civili a sud. Secondo un'inchiesta del "New York Times" l'aviazione militare israeliana, dall'inizio dell'operazione, ha utilizzato bombe del peso di oltre 900 chili anche in zone nelle quali i civili erano stati precedentemente invitati a spostarsi. Senza un cessate il fuoco immediato Hamas non rilascerà alcun ostaggio mentre il primo ministro Netanyahu è sempre alle prese con i parenti degli ostaggi che vogliono che si riprendano gli scambi con l'organizzazione terroristica.



TRATTATIVA AD OLTRANZA PER
UNA NUOVA TREGUA A GAZA

HAMAS INSISTE: TUTTI GLI
OSTAGGI IN CAMBIO DELLA

FINE DELLA GUERRA

di Augusto Maccioni
(20-12-2023) Lo spiraglio della tregua è dietro l'angolo, solo che a questo punto ci sono le interpretazioni per come questa pausa umanitaria si deve verificare. Stati Uniti, Francia e Germania spingono per una trattativa che ponga Israele e Hamas al tavolo per una tregua, Benjamin Netanyahu fa sempre la voce grossa e dice che la guerra deve continuare fino alla sconfitta di Hamas, mentre il presidente israeliano Herzog è possibilista per una tregua. Al centro del dialogo, che in queste ore si sta intensificando, ci sono gli ostaggi israeliani con i prigionieri palestinesi, e quello che una settimana fa sembrava una speranza lontana, adesso, soprattutto da quando venerdi i soldati israeliani hanno ucciso tre dei loro connazionali rapiti, c'è la composizione di una tregua. La stessa guerra con i tantissimi morti aggiungono pressione al governo Netanyahu perché porti avanti un'altra pausa umanitaria con un secondo scambio dopo due mesi e mezzo di guerra in cui il primo ministro ha sempre privilegiato i bombardamenti (
foto dal wweb/Social) alla liberazione degli ostaggi. Ci sono ancora 130 ostaggi a Gaza da riportare a casa e un numero imprecisato di morti. Qualcosa si sta comunque muovendo perché improvvisamente il leader di Hamas Ismail Haniye si è recato in Egitto, dove ci sono i mediatori tra i quali quelli del Qatar e degli Stati Uniti, per partecipare ai negoziati. Parteciperà anche una delegazione della Jihad islamica che ha avuto un ruolo importante nell'attacco del 7 ottobre scorso e ha preso gli ostaggi. Secondo notizie non confermate Israele offrirebbe un accordo per 40 ostaggi durante una settimana di tregua riprendendo quell'altro accordo che non è andato avanti cioè i minori e le donne. Poi le persone malate e gli anziani. Con questo accordo ci sarebbe un cessate il fuoco temporaneo e maggiori ingressi di aiuti umanitari. Di divero avviso è Hamas che spinge invece su un accordo globale e definitivo con la liberazione di tutti gli ostaggi in cambio della fine della guerra. Mentre ancora non è chiara alcuna tregua, il premier Netanyahu tira dritto e mostra concentrazione "fino all'eliminazione di Hamas", in pratica fino alla vittoria definitiva. E dice a chiare lettere che "Hamas ha solo due opzioni: arrendersi o morire".



CONTINUANO I COMBATTIMENTI MA
ISRAELE E' PRONTO A UNA NUOVA TREGUA
PER LIBERARE GLI ULTIMI OSTAGGI

di Augusto Maccioni
(19-12-2023) Israele è pronto a una nuova tregua, adesso però si attende la disponibilità di Hamas. Le trattative per raggiungere una pausa umanitaria, simile a quella delle scorse settimane e che ha portato al rilascio di primi gruppi di ostaggi, è sul tavolo da diversi giorni e pare che ci sia l'accordo tra gli inviati del Qatar, agenti israeliani e degli Stati Uniti. A parlarne è stato il presidente israeliano Herzog che ha dichiarato apertamente che la situazione è matura per una nuova pausa, che non significa abbandonare le armi (
foto dal web/Social) ma una tregua per consentire a far arrivare gli aiuti umanitari a Gaza, ormai stremata e quasi completamente in macerie, ma soprattutto completare il rilascio degli ostaggi ancora in mano ad Hamas. Herzog è stato chiaro davanti agli oltre 80 ambasciatori presenti in Israele ai quali ha fatto il punto della guerra ma ha anche chiarito che è possibile adesso una nuova tregua all'interno della Striscia. Al momento non c'è la disponibilità di Hamas che non ha ancora aderito a una nuova tregua. E se questo non avviene, ha detto il presidente israeliano è perché tutto "ricade sulla responsabilità di Sinwar e sulla leadership di Hamas". L'accelerazione verso le trattative è dovuto in parte all'uccisione per errore di tre ostaggi da parte dell'esercito israeliano nei giorni scorsi ma anche alle pressioni degli Stati Uniti, Germania e Francia i quali hanno trovato la sponda nel Qatar, primo mediatore tra le parti, che sta trattando con gli israeliani e con i rappresentanti di Hamas a Doha ma anche in Polonia. Intanto in Israele non si attenuano le manifestazioni a favore degli ostaggi ancora prigionieri e le loro famiglie sperano in una risoluzione positiva della vicenda per far tornare sani e salvi i loro cari.



GAZA, STATI UNITI, GERMANIA E FRANCIA
CHIEDONO UN "CESSATE IL FUOCO IMMEDIATO"

ANCHE I PARENTI DEGLI OSTAGGI
INSISTONO SULLA TREGUA, NETANYAHU:
GUERRA FINO ALLA VITTORIA

di Augusto Maccioni
(17-12-2023) Ci sarà una nuova pausa a Gaza? Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu non ha nessuna intenzione di concederla, anzi è sempre più determinato a proseguire il conflitto con Hamas sino alla sua sconfitta totale. La notizia di tre ostaggi uccisi per errore dalle truppe dell'esercito israeliano ha cambiato i toni soprattutto degli alleati di Israele che stanno facendo pressione sul governo di guerra perché accetti una "tregua" più duratura. A chiederla ancora una volta sono gli Stati Uniti ma anche il Regno Unito, la Germania e la Francia che mettono in relazione il cessate il fuoco con la richiesta avanzata dalle famiglie degli ostaggi che ancora si trovano nelle mani di gruppi di terroristi che fanno capo ad Hamas. E sono proprio queste famiglie degli oltre cento ostaggi che si trovano accampate davanti al Ministero della Difesa a Tel Aviv per chiedere il ritorno a casa, vivi e in salute, dei loro cari e non in sacche di plastica. La morte dei tre ostaggi uccisi per errore ha accelerato i contatti per un'altra pausa umanitaria più duratura tenendo conto che l'esercito israeliano ha ucciso quasi 19mila palestinesi, la maggior parte dei quali donne e bambini. "Troppi civili stanno morendo" quindi serve una "tregua" immediata e gli alleati sperano che questa pausa diventi permanente per consentire un adeguato ristoro alle popolazioni che si trovano nella Striscia, ormai senza casa e senza viveri. E mentre gli alleati di Israele chiedono una pausa umanitaria c'è anche la convinzione che il Paese, attaccato barbaramente dai miliziani di Hamas, è costretto a difedersi e a sconfiggere l'avversario. Alla fine Netanyahu cederà alle pressioni degli Stati Uniti ma fino a quel momento le operazioni militari continuano con intensità. L'esercito ha scoperto il più grande tunnel di Gaza (
foto dal web/Social): è lungo 4 chilometri, profondo cinquanta e la sua uscita è a soli 400 metri dal Passo Erez della Striscia. I vertici militari hanno spiegato che si tratta di "un tunnel strategico" fatto costruire da Mohamed Sinwar fratello del leader di Hamas considerato la mente dei tragici avvenimenti del 7 ottobre scorso con la morte di 1.200 persone. Nel frattempo la situazione a Gaza è disperata. La popolazione, priva di cibo e acqua, ha attaccato alcuni camion carichi di aiuti umanitari che entravano attraverso il valico di Rafah, al confine con l'Egitto.


PUTIN IN TV: LA PACE? QUANDO AVREMO
RAGGIUNTO I NOSTRI OBIETTIVI

ORBAN ESCE DALL'AULA: VIA LIBERA
DELL'UE ALL'ADESIONE DELL'UCRAINA


di Augusto Maccioni
(14-12-2023) Ciò che era impossibile 24 mesi fa è diventato inevitabile in questa nuova fase geopolitica. Inaspettatamente e a tempo di record i capi di Stato e di governo dell'Unione Europea hanno deciso questo giovedi di avviare i negoziati di adesione con Ucraina e Moldavia. Una decisione molto importante, sicuramente esistenziale per quei paesi che si trovano nel mirino russo, più volte caldeggiata, soprattutto dal presidente Volodymyr Zelensky (
foto dal web/Social), che alla notizia di aprire i negoziati di adesione, ha risposto sui social con un messaggio di gratitudine " a tutti coloro che hanno lavorato perché ciò accadesse e per tutti coloro che hanno aiutato" e naturalmente si è congratulato con "tutti gli ucraini" per questo giorno memorabile. Tutto questo è potuto avvenire perché il primo ministro ungherese Viktor Orban ha accettato di lasciare l'aula nel momento in cui veniva discussa la questione, quindi gli altri membri dell'Ue hanno potuto votare all'unanimità di concedere lo status di paese candidato che vede anche altre tre repubbliche ex sovietiche aderire all'Ue, cioè Estonia, Lettonia e Lituania. La strada per l'adesione dell'Ucraina è ancora lunga, ma l'accordo è sostanzialmente politico perché molte questioni tecniche devono essere ancora completate come le varie riforme ancora pendenti. Orban ha sempre ostacolato i negoziati di adesione dell'Ucraina e dall'invasione dell'Ucraina ha ostacolato tutte le decisioni dell'Unione Europea di sanzionare Mosca. E ha sempre promesso di porre il veto all'avvio dei negoziati di adesione con l'Ucraina. Poi però, quando si tratta di prendere decisioni al massimo livello nelle stanze del Consiglio europeo, le cose cambiano soprattutto quando ci sono di mezzo i 10,2 miliardi di fondi europei rilasciati. E all'incontro pre-vertice con Macron, Scholz e Ursula Von der Leyen, Orban ha ceduto e, per consentire l'unanimità dell'Ue, ha accettato di lasciare l'aula nel momento della decisione sull'attivazione dell'adesione dell'Ucraina. E Zelensky esulta: "Questa è una vittoria per l'Ucraina, una vittoria per tutta l'Europa, una vittoria che motiva, ispira e rafforza". Per l'Ucraina questa decisione dell'Ue rappresenta, in questo momento, un gesto molto potente di sostegno a Kiev contro l'invasione russa. E nel momento stesso che venivano avviati negoziati di adesione con l'Ucraina, Vladimir Putin alza il tiro e nel corso della sua lunga conferenza stampa, ha detto chiaramente che gli obiettivi dell'offensiva in Ucraina rimangono gli stessi, cioè "denazificazione, smilitarizzazione e status neutrale". E ha spiegato che l'operazione militare speciale in Ucraina, iniziata quasi 2 anni fa, il 24 febbraio 2022, continuerà fino al raggiungimento dei compiti stabiliti e "ci sarà la pace quando raggiungeremo i nostri obiettivi, sia attraverso i negoziati che con la forza"


E' STATA PUBBLICATA LA MAPPA DEL
DEPOSITO NUCLEARE IN ITALIA

LE AREE IDONEE SONO 51,
C'E' ANCHE LA SARDEGNA

"NO GRAZIE! LE SCORIE NUCLEARI NON
LE VOGLIAMO NELLA NOSTRA ISOLA"


di Augusto Maccioni
(13-12-2023) Da decenni si parla di realizzare in Italia un deposito nazionale delle scorie nucleari (
foto dal web/Social). Quelli più pericolosi non si trovano nel nostro Paese ma in Gran Bretagna e Francia anche se le norme Ue ci impongono di utilizzare siti sicuri e adeguati. E' una faccenda che va avanti da diversi anni e nel 2003 il governo Berlusconi tentò di costruirne uno a Scanzano Jonico in Basilicata ma dovette rinunciare per la rivolta della popolazione. Ci sono regioni che vogliono siti delle scorie nucleari e altri che invece non ne vogliono. E' il caso della Sardegna. Ma andiamo con ordine. Dopo tantissimi anni, tra polemiche e paure, il ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica ha pubblicato sul proprio sito l'elenco delle aree idonee per il deposito nazionale delle scorie nucleari. Questa Carta è stata elaborata da Sogin e Isin e individua 51 locazioni possibili al fine di permettere lo stoccaggio in via definitiva dei rifiuti radioattivi di bassa e media attività. Le 51 aree idonee per il deposito nazionale delle scorie nucleari si trovano: Piemonte (5), Lazio (21), Basilicata e Puglia (15), Sardegna (8)- foto dal web/Social - e Sicilia (2). Il decreto legge Energia ha preferito indicare subito i siti invece di chiedere alle regioni e ai comuni la possibilità di autocandidarsi, che comunque possono farlo e questa richiesta viene fatta anche agli enti locali, inseriti o no, per chiedere, entro 30 giorni dalla pubblicazione della Carta, la loro disponibilità. Il governo e quindi la Sogin e Isin non hanno tenuto conto del referendum consultivo svoltosi in Sardegna il 15 e 16 maggio 2011. In quella occasione il 97% dei cittadini della Regione Sardegna si è pronunciato in senso contrario rispetto all'installazione sul proprio territori di impianti nucleari e di conseguenza anche al deposito delle scorie nucleari. L'esito del voto è stato netto: i sardi non vogliono nella loro regione l'installazione di centrali nucleari e di siti per lo stoccaggio di scorie radioattive. Questo, naturalmente, non è stato preso in considerazione e anzi è stato completamente ignorato. Un fatto gravissimo contro la volontà popolare ma anche contro l'autonomia dell'isola. Dal 2011 si pensava che la Sardegna venisse esclusa dalla Carta grazie anche a relazioni tecniche e giuridiche contro l'installazione di strutture per la conservazione di scorie nucleari. La posizione della Sardegna non cambierà: "No grazie, le scorie nucleari non le vogliamo nella nostra isola" e c'è chi sta già preparando rivolte popolari contro tali depositi di rifiuti radioattivi.





BIDEN RICEVE ZELENSKY ALLA
CASA BIANCA, CORSA CONTRO

IL TEMPO PER APPROVARE 61
MILIARDI DI DOLLARI PER KIEV

di Augusto Maccioni
(12-12-2023) Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky è a Washington da lunedi nel tentativo di convincere il Congresso americano ad approvare, per il restante 2023, nuovi fondi per aiutare il suo Paese nella guerra contro la Russia. E' una missione quasi impossibile. Del resto il presidente ucraino ha la necessità di concludere l'accordo e far arrivare 61 miliardi di dollari per sostenere la guerra contro l'esercito di Putin che in queste settimane si sta riorganizzando in vista di altre iniziative militari su diversi fronti. Zelensky (
foto dal web/Social nello studio ovale ha incontrato il presidente Biden) ha notato da diverso tempo una certa stanchezza negli aiuti per la causa del suo popolo e questo fatto potrebbe dare un vantaggio importante all'esercito russo. Il presidente ucraino è stato chiaro: il mancato rinnovo dei fondi americani rappresenterebbe "un regalo di Natale " per il presidente russo che proprio in questi giorni ha dichiarato di volersi candidare per la quinta volta a "presidente a vita" in vista delle elezioni del prossimo anno, una rielezione che gli darà la possibilità di chiudere alcuni capitoli ancora aperti come la guerra in Ucraina. La missione di Zelensky non dovrebbe spostare le decisioni dei repubblicani che hanno bloccato i fondi per l'Ucraina, ma il tentativo del presidente ucraino è a tutto campo per ottenere i 61 miliardi di dollari per continuare "e vincere" la guerra contro la Russia. E' una corsa contro il tempo perché i parlamentari americani hanno intenzione di chiudere per ferie l'attività politica per questo venerdi e Zelensky ha il suo grande impegno per abbattere due ostacoli insormontabili: il tempo per chiudere l'accordo e il mancato interesse dei repubblicani alla causa ucraina perché insistono sulle questioni interne e in modo particolare ottenere misure più severe al confine con il Messico, con rafforzamento dei conttrolli alle frontiere. E' una "guerra" interna tra democratici e repubblicani e Zelensky nulla può farci perché a lui interessa vincere la guerra contro la Russia. Una partita che comunque si dovrà risolvere a patto però, dicono i repubblicano, che si raggiunga un accordo serio con i democratici sulla frontiera. Biden andrà in Campidoglio a negoziare sull'immigrazione? Forse lo farà o forse raggiungerà un accordo simile o quasi, come vogliono i repubblicani, di sicuro Biden vuole che i fondi americani arrivino spediti all'Ucraina e in attesa degli aiuti il presidente Usa ha firmato un "altro prelievo di 200 milioni di dollari dal dipartimento della Difesa per l'Ucraina".




IL VETO DEGLI STATI UNITI AL CONSIGLIO
DI SICUREZZA ONU BLOCCA IL CESSATE IL
FUOCO NELLA STRISCIA DI GAZA
E' CACCIA AL LEADER DI
HAMAS YAHYA SINWAR

di Augusto Maccioni
(9-12-2023) La proposta era stata presentata dagli Emirati Arabi Uniti a nome dei paesi arabi dell'organizzazione, ed era stata richiesta dal Segretario generale Antonio Guterres che ha cercato di imporre un cessate il fuoco umanitario per bloccare la catastrofica situazione nella Striscia di Gaza. Per Guterres è stato un gesto, senza precedenti nel suo mandato, da ultima spiaggia per evitare il crollo definitivo dell'enclave palestinese ma gli Stati Uniti hanno posto il veto al Consiglio di Sicurezza dell'Onu per il cessate il fuoco di Israele a Gaza. Il drammatico appello del Segretario Generale questo venerdi per una tregua nelle zone di guerra non ha avuto presa negli Stati Uniti che sostenevano Israele nella guerra contro Hamas. Per essere adottata qualsiasi risoluzione del Consgilio richiede almeno nove voti favorevoli e nessun veto da parte dei cinque membri permanenti: Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito. Il veto Usa, come il veto della Russia per la guerra in Ucraina, ha bloccato l'azione esecutiva dell'Onu incaricato di garantire la pace e la sicurezza nel mondo.I tanti interventi all'Onu hanno messo in evidenza i molti problemi causati da due mesi di bombardamenti sulle infrastrutture civili, nonché l'esaurimento degli ospedali. Nel corso del dibattito ha preso la parola Mohamed Issa Abushahab, vice rappresentante permanente degli Emirati che ha fatto la fotografia della drammatica situazione: arrivano pochissimi aiuti e gli operatori umanitari non possono fornirli per paura di essere uccisi e "per questo motivo il Consiglio deve impegnarsi" perché "l'assedio di Gaza si sta trasformando in un abisso insondabile di morte". Presa di posizione anche da parte del rappresentante russo che ha accusato gli Stati Uniti ad essere dalla parte sbagliata "per aver sostenuto la barbarie, mentre l'Occidente oggi ha l'opportunità di riabilitarsi sostenendo questa proposta degli Emirati". Per il premier israeliano Benyamin Netanyahu il veto espresso dagli Stati Uniti al Consiglio di sicurezza dell'Onu è "giusta" dicendo anche: "Gli altri Paesi devono comprendere che è impossibile sostenere l’eliminazione di Hamas da una parte, e dall’altra fare appello per lo stop della guerra che impedirebbe quella eliminazione”. Israele, ha anche detto, “proseguirà la sua giustificata guerra volta all’eliminazione di Hamas e per raggiungere il resto degli obiettivi che sono stati stabiliti”. Intanto l'esercito israeliano ha ordinato una nuova evacuazione a Khan Younis. Secondo informazioni il leader di Hamas nella Striscia Yahya Sinwar (
foto dal web/Social) sarebbe ancora a Khan Younis e probabilmente in uno dei tunnel che si trovano sotto la città di Gaza. Secondo altre informazioni il leader di Hamas sarebbe fuggito da Gaza City, nel nord della Striscia di Gaza a bordo di un veicolo degli "aiuti umanitari".





RUSSIA, PUTIN SI RICANDIDA
PER IL "MANDATO A VITA"

di Augusto Maccioni
(8-12-2023) Vladimir Putin (
foto dal web/Social) si ricandida per un quinto mandato. La sua ricandidatura non è stata una sorpresa e del resto non poteva fare diversamente perché ci sono troppi capitoli aperti che deve chiudere ad iniziare dalla guerra in Ucraina. Una cosa è certa: lui vorrebbe rimanere presidente a vita per rimettere la Russia sui binari della sua grandezza come ai tempi dell'Urss. Per l'elezione in Russia la data fatidica è il 17 marzo e fino a giovedi 7 dicembre nulla si sapeva della ricandidatura di Putin anche se tutti chiaramente indicavano che il presidente russo avrebbe presentato la sua candidatura. Lui non ha nessuna intenzione di mettersi da parte anche perché la sua successione non è nei suoi piani e valuta la scelta al momento opportuno. Così è successo anche questa volta. Mentre l'addetto stampa presidenziale Dimitri Peskov parlando con i giornalisti diceva che non aveva idea sulla ricandidatura del presidente dicendo anche che "non ha ancora espresso l'intenzione di presentarsi alle elezioni, lo farà quando lo riterrà opportuno". Poche ore dopo, però, Putin si è dichiarato nel corso di una cerimonia di decorazione al Cremlino presenti i militari delle operazioni speciali in Ucraina e ha annunciato che si sarebbe candidato per un nuovo mandato. Putin quindi prosegue il suo "mandato a vita" iniziato per la prima volta nel 2000, poi nel 2004. Nel 2008 Putin ha permesso a Dimitri Medvedev, uno dei suoi sostenitori, di sostituirlo per un solo mandato mentre lui divenne capo del governo, e in questo lasso di tempo fece votare un emendamento costituzionale che estendeva il mandato presidenziale da quattro a sei anni. Subito dopo Putin si è ricandidato nuovamente alla carica di capo di stato nel 2012 ed è stato rieletto nel 2018. Nel 2020 il presidente decise di modificare ulteriormente la Costituzione consentendo la possibilità di rimanere al potere per altri due mandati di più di sei anni, a partire dal 2024. Avrà dei concorrenti alla presidenza? Per il portavoce Peskov "non esiste alternativa a Putin e che senza dubbio egli vincerà le elezioni". Se ci fosse un oppositore o un candidato credibile, in virtù di una eventuale alternanza al potere, sicuramente è in carcere o in esilio o nel cimitero. Del resto Putin ha praticato ogni repressione politica a partire dal 2012 contro i suoi avversari intensificate dopo l'annessione della Crimea e la guerra del Donbass. Anche ultimamente ogni forma di critica o parere contrario alla guerra, ma anche alle autorità e all'Esercito, veniva sanzionato con la prigione per lunghi periodi di tempo o altre forme. La data delle elezioni del 17 marzo 2024 è stata fissata giovedi dal Consiglio della Federazione (Camera alta del Parlamento russo) e le votazioni si svolgeranno in tre giorni (15-16 e 17 marzo).





GAZA, "MILIZIANI DI HAMAS SI SONO
ARRESI": ISRAELE MOSTRA L'ARRESTO
DI DECINE DI UOMINI BENDATI


di Augusto Maccioni
(7-12-2023) La guerra dell'esercito israeliano sulla striscia di Gaza prosegue più cruenta che mai. Secondo i Medici Senza Frontiere (MSF) il numero di persone morte ha superato quello dei feriti. "L'ospedale Al-Aqsa è pieno, l'obitorio è pieno", mentre non si attenuano i bombardamenti che anzi diventano ancora più massicci su Gaza alla ricerca dei vertici e dei miliziani di Hamas. Ci si avvia al terzo mese di guerra e il ministro della difesa israeliano Yoav Gallanti fa il punto della situazione e dice che si sta arrivando alla fase conclusiva dopo settimane di operazioni. L'obiettivo da sempre dichiarato, ma questa volta ricercato con molta insistenza, è eliminare le sacche di resistenza terroristica. Dopo le fragili pause umanitarie, che Israele non ha mai chiamato "tregue", che hanno portato a scambi di prigionieri palestinesi con ostaggi israeliani tenuti da Hamas, ora l'esercito è più che mai convinto di porre fine al gruppo islamista con combattimenti strada su strada soprattutto su feudi di Hamas come Jabalia e Shejaija, nel nord, e Khan Younis, nel sud della Striscia. La continuazione della guerra ha creato malumore tra le famiglie degli ostaggi che ancora oggi chiedono al governo di dare priorità al ritorno a casa dei loro cari sani e salvi e hanno criticato l'interruzione delle tregue, anche se per colpa di Hamas, e non aver fatto l'impossibile per ripristinare gli accordi con i palestinesi. Gallant ha replicato dicendo che Hamas capisce la forza e il fuoco delle armi e per questo motivo, sicuramente, alla fine cederà gli ostaggi in cambio del cessate il fuoco. E' il 62esimo giorno di guerra e il bilancio dei morti deve essere aggiornato: 17mila palestinesi morti, di cui 7.112 bambini, secondo le autorità di Hamas mentre in Israele si contano 1.200 morti dall'attacco del 7 ottobre. Intanto il Pentagono fa sapere che sono ripresi i voli di droni su Gaza alla ricerca degli ostaggi, mentre Haaretz riferisce che decine di combattenti di Hamas si sono arresi all'esercito israeliano nel nord di Gaza. I media israeliani parlano di "resa" e l'esercito ha divulgato immagini di gruppi di palestinesi seminudi presentando i palestinesi come "possiboli sospetti di Hamas" (
foto dal web/Social).


IL PADRE DI GIULIA CECCHETTIN: "NON PROVO
ODIO PER FILIPPO. PERDONARLO? E' DIFFICILE,
NEANCHE GESU' L'HA FATTO COI SUOI CARNEFICI"


di Augusto Maccioni
(6-12-2023) Il giorno prima il funerale della figlia Giulia Cecchettin, uccisa da Filippo Turetta, ora in carcere, poi il suo lungo "messaggio" che ha suscitato commozione e affetto. Gino (
foto dal web/Social), il padre di Giulia, torna a parlare della tragica vicenda e affronta il grande argomento delicato come quello del perdono. Lo ha fatto nel corso di un'intervista concessa a Rai1 per "Storie italiane" parlando dei genitori di Filippo Turetta e dello stesso Filippo. Per i genitori del ragazzo che ha ucciso l'ex fidanzata, Gino si è mostrato vicino alla loro tragedia ma non intende perdonare il ragazzo che ha spazzato via la vita della figlia. "Il perdono? E' una cosa veramente difficile, neanche Gesù ha perdonato i suoi carnefici, ha chiesto a Dio di farlo. Sarà difficile". Forse è l'argomento mancante nel lungo intervento che ha fatto nel corso del funerale della figlia Giulia, dove non ha parlato esplicitamente di Filippo e dei suoi genitori che vivono, in maniera diversa, il triste dramma di una vicenda assurda quanto scioccante. Ha provato rabbia, dolore? Lui puntualizza: non può esserci la rabbia quando la rabbia non c'è, c'è il dolore che "si riesce a trasformarlo in qualcosa di positivo solo attraversandolo, non evitandolo". Poi il perdono, che è un passo superiore. Che dire ai genitori di Filippo? A loro "do un grande abbraccio, perché come dicevo ieri, forse io tornerò a danzare sotto la pioggia, quindi, farò un sorriso, per loro sarà molto più difficile. Quindi hanno tutta la mia comprensione, il mio sostegno" e a Filippo? "Spero che Filippo si renda conto di che cosa ha fatto" ha detto il padre di Giulia. Poi annuncia una paura dal lavoro, dopo un dolore così grande: "Questo periodo di lutto e riflessione è e sarà un viaggio difficile, ma anche un'opportunità per riflettere sull'importanza delle relazioni positive e del sostegno reciproco", ha scritto Gino sul suo profilo Linkedin che sta "riflettendo su un nuovo impegno civico che accompagnerà il mio cammino. Desidero canalizzare il dolore in azioni positive, che possano aiutare chi si trova nelle stesse situazioni di Giulia".


PADOVA, I FUNERALI DI GIULIA
CECCHETTIN, UCCISA DALL'EX FIDANZATO

COMMOZIONE, LACRIME POI IL
LUNGO APPLAUSO E IL "RUMORE"

GIULIA NON SARA' DIMENTICATA,
PAPA' GINO: "ADDIO AMORE MIO"


di Augusto Maccioni
(5-12-2023) C'erano tante persone, oltre 10mila, al funerale di Giulia Cecchettin (
foto dal web/Social), uccisa a 22 anni dall'ex fidanzato Filippo Turetta, a Padova nella Basilica di Santa Giustina. La commozione e le lacrime hanno riempito l'interno della chiesa ma anche la vasta piazza di Prato della Valle dove è stato seguito con religiosa attenzione e sentimenti sinceri l'addio a una ragazza vittima di femminicidio e da un crudele destino. Una cosa è certa, Giulia non sarà dimenticata e la sua morte non sarà solo dolore ma anche un messaggio che "ci ispiri a lavorare insieme contro la violenza, che la sua morte sia la spinta per cambiare" ha detto il padre Gino al termine del rito. Il suo è stato un discorso atteso e elaborato a lungo dove sono raccolti momenti felici accanto alla figlia, portata via "in modo crudele, ma la sua morte, può anzi deve essere il punto di svolta per porre fine alla terribile piaga della violenza sulle donne" ha detto papà Gino che ha chiuso il suo "messaggio" rivolgendosi alla figlia: "Cara Giulia, è giunto il momento di lasciarti andare. Salutaci la mamma. Ti penso abbracciata a lei e ho la speranza che, strette insieme, il vostro amore sia così forte da aiutare Elena, Davide e anche me non solo a sopravvivere a questa tempesta di dolore che ci ha travolto, ma anche ad imparare a danzare sotto la pioggia. Sì, noi tre che siamo rimasti vi promettiamo che, un po’ alla volta, impareremo a muovere passi di danza sotto questa pioggia. Cara Giulia, grazie, per questi 22 anni che abbiamo vissuto insieme e per l’immensa tenerezza che ci hai donato. Anch’io ti amo tanto e anche Elena e Davide ti adorano. Io non so pregare, ma so sperare: ecco voglio sperare insieme a te e alla mamma, voglio sperare insieme a Elena e Davide e voglio sperare insieme a tutti voi qui presenti: voglio sperare che tutta questa pioggia di dolore fecondi il terreno delle nostre vite e voglio sperare che un giorno possa germogliare. E voglio sperare che produca il suo frutto d’amore, di perdono e di pace. Addio Giulia, amore mio". Non una parola su Filippo Turetta che si è dichiarato colpevole dell'uccisione della propria figlia, e ha tralasciato anche il dramma interiore dell'attesa di una figlia che non è stata restituita alla vita. Sarebbe stato più completo il discorso di Gino se avesse parlato anche di Filippo e di come Giulia parlasse di lui in famiglia, perché è importante conoscere sfumature e approfondimenti di una vicenda che è sfociato in dramma. Per Gino è stato invece facile parlare dell'-insieme-, delle responsabilità delle famiglie, della scuola, della società civile e del mondo dell'informazione. Come dire tutti responsabili e tutti colpevoli. Lui si è rivolto agli uomini "perché noi per primi dovremmo dimostrare di essere agenti di cambiamento contro la violenza di genere", "A chi è genitore come me, parlo con il cuore: insegniamo ai nostri figli il valore del sacrificio e dell'impegno e aiutiamoli anche ad accettare le sconfitte". Papà Gino parla della figlia Giulia "una giovane donna straordinaria. Allegra, vivace, mai sazia di imparare. Ha abbracciato la responsabilità della gestione familiare dopo la prematura perdita della sua amata mamma. Oltre alla laurea che si è meritata e che ci sarà consegnata tra pochi giorni, Giulia si è guadagnata ad honorem anche il titolo di mamma. Nonostante la sua giovane età era già diventata una combattente, un’oplita, come gli antichi soldati greci, tenace nei momenti di difficoltà: il suo spirito indomito ci ha ispirato tutti". Il lungo discorso di papà Gino ha colpito tutti, e la commozione si è fatto spessore. Il presidente Zaia ha chiesto che il "messaggio" venga diffuso nelle scuole e il ministro dell'Istruzione Giusppe Valditara ha promesso che quelle parole saranno inviate alle "scuole affinché i docenti ne possano discutere con i loro studenti". Nella sua omelia, il vescovo di Padova mons. Claudio Cipolla è andato al punto chiedendo "la pace tra generi, tra maschio e femmina, tra uomo e donna. Vogliamo imparare l'amore e vivere nel rispetto reciproco, cercando anzi il bene dell'altro nel dono di noi stessi". Nella sua omelia il vescovo ha parole anche per Filippo Turetta per il quale mons. Cipolla ha chiesto "la pace del cuore". Al termine tantissimi studenti si sono avvicinati al feretro bianco che, all'uscita, è stato accolto da un grande e lunghissimo applauso. Poi i cori "Giulia, Giulia" e le chiavi agitati dai ragazzi "per fare rumore". Qualcosa deve cambiare, questa bara e questa folla commossa è l'impegno che c'è la forza del cambiamento.

IL DISCORSO DEL PAPA' DI GIULIA AL FUNERALE

(foto dal web/Social) Carissimi tutti, abbiamo vissuto un tempo di profonda angoscia: ci ha travolto una tempesta terribile e anche adesso questa pioggia di dolore sembra non finire mai. Ci siamo bagnati, infreddoliti, ma ringrazio le tante persone che si sono strette attorno a noi per portarci il calore del loro abbraccio. Mi scuso per l'impossibilità di dare riscontro personalmente, ma ancora grazie per il vostro sostegno di cui avevamo bisogno in queste settimane terribili. La mia riconoscenza giunga anche a tutte le forze dell’ordine, al vescovo e ai monaci che ci ospitano, al presidente della Regione Zaia e al ministro Nordio e alle istituzioni che congiuntamente hanno aiutato la mia famiglia.
Mia figlia Giulia, era proprio come l’avete conosciuta, una giovane donna straordinaria. Allegra, vivace, mai sazia di imparare. Ha abbracciato la responsabilità della gestione familiare dopo la prematura perdita della sua amata mamma. Oltre alla laurea che si è meritata e che ci sarà consegnata tra pochi giorni, Giulia si è guadagnata ad honorem anche il titolo di mamma. Nonostante la sua giovane età era già diventata una combattente, un’oplita, come gli antichi soldati greci, tenace nei momenti di difficoltà:
il suo spirito indomito ci ha ispirato tutti. Il femminicidio è spesso il risultato di una cultura che svaluta la vita delle donne, vittime proprio di coloro avrebbero dovuto amarle e invece sono state vessate, costrette a lunghi periodi di abusi fino a perdere completamente la loro libertà prima di perdere anche la vita. Come può accadere tutto questo? Come è potuto accadere a Giulia? Ci sono tante responsabilità, ma quella educativa ci coinvolge tutti: famiglie, scuola, società civile, mondo dell’informazione
Mi rivolgo per primo agli uomini, perché noi per primi dovremmo dimostrare di essere agenti di cambiamento contro la violenza di genere. Parliamo agli altri maschi che conosciamo, sfidando la cultura che tende a minimizzare la violenza da parte di uomini apparentemente normali.
Dovremmo essere attivamente coinvolti, sfidando la diffusione di responsabilità, ascoltando le donne e non girando la testa di fronte ai segnali di violenza anche i più lievi. La nostra azione personale è cruciale per rompere il ciclo e creare una cultura di responsabilità e supporto.
A chi è genitore come me, parlo con il cuore: insegniamo ai nostri figli il valore del sacrificio e dell’impegno e aiutiamoli anche ad accettare le sconfitte. Creiamo nelle nostre famiglie quel clima che favorisce un dialogo sereno perché diventi possibile educare i nostri figli al rispetto della sacralità di ogni persona, ad una sessualità libera da ogni possesso e all’amore vero che cerca solo il bene dell’altro. Viviamo in un'epoca in cui la tecnologia ci connette in modi straordinari, ma spesso, purtroppo, ci isola e ci priva del contatto umano reale.
È essenziale che i giovani imparino a comunicare autenticamente, a guardare negli occhi degli altri, ad aprirsi all'esperienza di chi è più anziano di loro. La mancanza di connessione umana autentica può portare a incomprensioni e a decisioni tragiche. Abbiamo bisogno di ritrovare la capacità di ascoltare e di essere ascoltati, di comunicare realmente con empatia e rispetto.
La scuola ha un ruolo fondamentale nella formazione dei nostri figli. Dobbiamo investire in programmi educativi che insegnino il rispetto reciproco, l'importanza delle relazioni sane e la capacità di gestire i conflitti in modo costruttivo per imparare ad affrontare le difficoltà senza ricorrere alla violenza. La prevenzione della violenza inizia nelle famiglie, ma continua nelle aule scolastiche, e dobbiamo assicurarci che le scuole siano luoghi sicuri e inclusivi per tutti.
Anche i media giocano un ruolo cruciale da svolgere in modo responsabile. La diffusione di notizie distorte e sensazionalistiche non solo alimenta un’atmosfera morbosa, dando spazio a sciacalli e complottisti, ma può anche contribuire a perpetuare comportamenti violenti. Chiamarsi fuori, cercare giustificazioni, difendere il patriarcato quando qualcuno ha la forza e la disperazione per chiamarlo col suo nome, trasformare le vittime in bersagli solo perché dicono qualcosa con cui magari non siamo d’accordo, non aiuta ad abbattere le barriere. Perché da questo tipo di violenza che è solo apparentemente personale e insensata si esce soltanto sentendoci tutti coinvolti. Anche quando sarebbe facile sentirsi assolti.
Alle istituzioni politiche chiedo di mettere da parte le differenze ideologiche per affrontare unitariamente il flagello della violenza di genere. Abbiamo bisogno di leggi e programmi educativi mirati a prevenire la violenza, a proteggere le vittime e a garantire che i colpevoli siano chiamati a rispondere delle loro azioni. Le forze dell’ordine devono essere dotate delle risorse necessarie per combattere attivamente questa piaga e degli strumenti per riconoscere il pericolo. Ma in questo momento di dolore e tristezza, dobbiamo trovare la forza di reagire, di trasformare questa tragedia in una spinta per il cambiamento. La vita di Giulia, la mia Giulia, ci è stata sottratta in modo crudele, ma la sua morte, può anzi deve essere il punto di svolta per porre fine alla terribile piaga della violenza sulle donne. Grazie a tutti per essere qui oggi: che la memoria di Giulia ci ispiri a lavorare insieme per creare un mondo in cui nessuno debba mai temere per la propria vita.
Vi voglio leggere una poesia di Gibran che credo possa dare una reale rappresentazione di come bisognerebbe imparare a vivere.

«Il vero amore non è ne fisico ne romantico.
Il vero amore è l'accettazione di tutto ciò che è,
è stato, sarà e non sarà.
Le persone più felici non sono necessariamente
coloro che hanno il meglio di tutto,
ma coloro che traggono il meglio da ciò che hanno.
La vita non è una questione di come sopravvivere alla tempesta,
ma di come danzare nella pioggia…»

Cara Giulia, è giunto il momento di lasciarti andare. Salutaci la mamma. Ti penso abbracciata a lei e ho la speranza che, strette insieme, il vostro amore sia così forte da aiutare Elena, Davide e anche me non solo a sopravvivere a questa tempesta di dolore che ci ha travolto, ma anche ad imparare a danzare sotto la pioggia. Sì, noi tre che siamo rimasti vi promettiamo che, un po’ alla volta, impareremo a muovere passi di danza sotto questa pioggia.
Cara Giulia, grazie, per questi 22 anni che abbiamo vissuto insieme e per l’immensa tenerezza che ci hai donato. Anch’io ti amo tanto e anche Elena e Davide ti adorano. Io non so pregare, ma so sperare: ecco voglio sperare insieme a te e alla mamma, voglio sperare insieme a Elena e Davide e voglio sperare insieme a tutti voi qui presenti: voglio sperare che tutta questa pioggia di dolore fecondi il terreno delle nostre vite e voglio sperare che un giorno possa germogliare. E voglio sperare che produca il suo frutto d’amore, di perdono e di pace.
Addio Giulia, amore mio.





OGGI I FUNERALI DI GIULIA CECCHETTIN (ORE 11)
NELLA BASILICA DI SANTA GIUSTINA A PADOVA

DAL CARCERE FILIPPO TURETTA POTRA' VEDERE
I FUNERALI DELLA SUA EX FIDANZATA


di Augusto Maccioni
(4-12-2023) Ci saranno tantissime persone per l'ultimo saluto a Giulia Cecchettin, uccisa dall'ex fidanzato Filippo Turetta, nella Basilica di Santa Giustina a Padova (ore 11:00). I varchi per accedere alla chiesa, la più grande della città, saranno aperti dalle ore 9 e quelli che non troveranno posto avranno a disposizione maxischermi allestiti in Prato della Valle e sulle dirette tv. Dalla Basilica l'ultima tappa del viaggio terreno di Giulia si concluderà nel comune di Saonara, diecimila abitanti a est di Padova, dove l'ex fidanzata di Giulia riposerà poco distante dalla madre Monica, scomparsa un anno fa. Ad assistere in tv ai funerali ci sarà anche Filippo nel carcere di Montorio (Verona).Turetta gode degli stessi diritti di tutti gli altri detenuti quindi può leggere i giornali e guardare la tv. Per lui guardare i funerali della sua ex fidanzata sarà una cosa normale o un altro choc dopo averla uccisa? Sicuramente ripercorrerà i momenti dell'agghiacciante dramma, cercherà di mettere a fuoco immagini di quelle ore interminabili che hanno portato alla morte della povera Giulia. E in cella con un altro detenuto, parlerà della sua vita spezzata quella notte di sabato 11 novembre, quando l'ex fidanzata venne uccisa nell'area industriale di Fossò a 6 chilometri dalla sua casa. Non penso che farà scena muta in cella e cercherà di dire qualcosa all'altro detenuto, che sta con lui, come "io l'amavo" o "le volevo bene" e "volevo che stesse sempre con me", però adesso è morta, non c'è più. Per una mattinata, nella Basilica di Santa Giustina a Padova, si parlerà soltanto di Giulia. La sua gigantografia, davanti al municipio di Vigonovo, è stata portata nella Basilica e la ritrae con un vestito rosso, sorridente, in altalena (
foto dal web/Social). C'è molta attesa per le parole che pronuncerà papà Gino che ha preparato un discorso scritto e che leggerà in chiesa. Sarà emozionato, ma ha la forza di ricordare la figlia ma soprattutto sarà un messaggio per tutti, perché la sua vicenda serva a qualcun altro. E' un dolore troppo grande che i genitori di Giulia vogliono vivere in maniera intima rapportandosi con i sentimenti e l'amore che tantissimi hanno tributato alla loro amata figlia. Non ci sarà il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, mentre è stata annunciata la presenza di qualche esponente di rilievo del governo.



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