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Amacord Musicista e compositore gentiluomo cagliaritano, molto noto durante e dopo la fine della seconda guerra mondiale. Molto amico di Franco Pisano e di Fred Buscaglione, negli anni '60 formò un trio e per tanti anni suonò in Cattedrale.
RICORDANDO
UN GRANDE MAESTRO
ANTONIO VIDILI
di Ennio Porceddu
Ragazzo prodigio, nato a Cagliari nel 1909 (?), molto noto negli anni 1935 - 45, quando il grande Fred Buscaglione, con l'allora studente Franco Pisano, divulgava i programmi musicali attraverso l'etere per mezzo di una trasmittente di fortuna da Cagliari, Roma e Napoli per essere ascoltati in quelle zone dai residenti.Finita la guerra, Fred Buscaglione si affermò in tutta Italia con le sue canzoni e la sua orchestra, Franco Pisano si trasferì a Roma con la sua famiglia, imponendosi come compositore e direttore d'orchestra, mentre il maestro Antonio Vidili rimase Cagliari, città che amava tanto, per continuare
l'attività di musicista, compositore e insegnante di musica. Dopo aver fatto parte d'alcune orchestre, negli anni '60, formò un trio e per tanti anni, suonò nella Cattedrale di Cagliari. Quell'impegno gli era molto consono, perché non doveva fare molta strada da fare per arrivare al posto di lavoro: il maestro Vidili, abitava in Via Genovesi, a due passi dal tempio cristiano. Redigere un profilo del maestro, musicista, compositore e gentiluomo, non è facile. Sì può in ogni modo affermare che era una persona gentile e squisita, sempre disponibile verso i giovani che cercavano di affacciarsi al mondo della musica con serietà.Il maestro Antonio Vidili era, tra l'altro, un attento ascoltatore e al momento giusto sapeva dare ottimi suggerimenti per migliorare i lavori musicali che i giovani compositori gli sottoponevano.La sua professionalità lo portava a trovare una soluzione, la migliore, per ogni problema. E' anche grazie ai suoi suggerimenti, che si sono perfezionati alcuni lavori musicali che in seguito sono diventate canzoni e poi incisioni discografiche e, brani per i programmi musicali della radio, sia locale sia nazionale: "Ora vai" di Porceddu - Solinas, con gli arrangiamenti di Geppino Esposito e incisa da Rosalba per la casa discografica Colossal Record di Taurianova (R.Calabria), oggi con sede in Australia. Oppure come "Amico non piangere più" (Porceddu - Solinas - Porceddu), riproposta poi, anche da diversi gruppi musicali sardi: un brano che ha avuto un successo radiofonico (Radio Sardegna) (1968 -69) nella interpretazione dei gruppi musicali The Blues Stars di Cagliari e I Diamond di Villasor. Tanto per citarne alcune. A metà degli anni '60, il maestro Vidili era già in pensione, ma ancora, con una gran voglia di fare e soprattutto, di dare. Insomma, la sua generosità non aveva limiti. Al maestro, scomparso, nel 1969, chi scrive, dopo la sua scomparsa, gli aveva dedicato un articolo, sul quindicinale "Aquilone" di Teramo, diretto dall'allora Dr. Raffaele Foschini, titolando: "E' morto all'ospedale di Cagliari lo stimato maestro Antonio Vidili. Se ne era andato un grande musicista e amico. In silenzio, per non disturbare.
Musicologo, giornalista, laureato in lettere, nel 1944 fonda, assieme a Francesco Alziator, l'associazione "Amici del Libro" che dirige per diversi anni.
Nicola Valle
Negli anni '70 ha redatto il volume dell'artista "Filippo Figari" pubblicato dall'Editrice Sarda Fossataro. Molti i suoi scritti su Grazia Deledda e altri artisti sardi.
di Ennio Porceddu
Musicologo, docente e giornalista era nato a Pirri- Cagliari il 14 novembre 1904. Dopo gli studi liceali e musicali, s'iscrive all'Università di Roma nella Facoltà di Lettere e Filosofia. Violinista e orchestrale nell'isola e in diverse città della penisola. Nel 1926 si laurea in Lettere e si dedica al giornalismo, collaborando per i quotidiani L'Unione Sarda, il Giornale d'Italia e per diversi periodici della Sardegna. Un anno dopo, inizia la sua carriera di docente di lettere. Sei Anni dopo gli è dato l'incarico d'insegnamento al Liceo Dettori di Cagliari. Impegno che riprende in seguito fino al 1974. Dal 1943 al 1946, per l'assenza di Renato Papò (chiamato alle armi), assume, per un certo periodo, la direzione alla Biblioteca universitaria cagliaritana, organizzando, tra le altre cose, il Gabinetto delle stampe.Dopo aver fatto parte di diversi incarichi in vari enti pubblici e associazioni, nel 1947 pubblica il saggio" L'idea autonomista in Sardegna".Nel 1944, assieme a Francesco Alziator, Nicola Valle fonda l'associazione "Amici del Libro", che presiede per molti anni.
Nel 1946, fonda e dirige "Il Convegno" e presiede fino al 1988, per molti anni, il Comitato regionale della "Dante Alighieri".
Critico musicale e teatrale e d'arte, Nicola Valle si è cimentato anche come compositore di musica e canzoni, partecipando a diverse manifestazioni, tra cui il "Primo Festival dei Bambini La Palma d'Oro 1975" di Cagliari, con il brano "Caro Papà", su testo di Melis. Brano interpretato dalla canterina Marisella Oppo e inciso dalla Hardy Records su un LP 33 giri contenente tutte le canzonette del festival. In seguito, Nicola Valle raccoglie, in diversi volumi: "Mattino sugli asfodeli" (1932), "Nuovi saggi (letteratura musica arte attualità)" (1990), i suoi scritti e gli interventi su Grazia Deledda, Filippo Figari e altri.
Ha inoltre, redatto, agli inizi degli anni '70, il Volume "Filippo Figari", pubblicato dall'Editrice Sarda Fossataro di Cagliari. Esperto e collezionista d'incisioni dell'otto-novecento, raccolti in tanti anni, sono stati devoluti dagli eredi nel 1997, all'amministrazione comunale di Cagliari.Nicola Valle scompare il 27 ottobre 1993.
DOMENICA 23 OTTOBRE 2011, SI E' CONCLUSA CON SUCCESSO, LA FESTA DI CULTURA, SAPORI, SAPERI, NATURA E PERSONE PER VALORIZZARE L'IDENTITA' DEL TERRITORIO E DEI SUOI PRODOTTI.
BELVI'
AUTUNNO IN BARBAGIA
di Ennio Porceddu
Anche quest'anno Belvì, il 21- 22 -e 23 ottobre 2011, con Autunno in Barbagia, è stata la grande protagonista di una manifestazione che la rendono unica al mondo: un successo inaspettato che ha sorpreso tutti.Cultura, sapori, natura, e persone per valorizzare l'identità del territorio e dei suoi prodotti. Questo l'invito era rivolto ai turisti e visitatori curiosi che non si appagavano della Sardegna patinata, ma che inseguivano le emozioni di una terra in sintonia con la natura e la montagna, tra i prodotti tipici e unici di saperi millenari.Venerdì, sabato e domenica scorsa, una parte dell'Isola si è immersa in un percorso affascinante, commovente e fuori dal tempo.
Tutti i paesi dell'interno sono coinvolti in questa carrellata d'autentici tesori incastonati nel cuore dell'Isola detentore di ricchezze eccezionali.In questo territorio continua ad esistere un mondo agropastorale nobile e accogliente che rispetta e custodisce gelosamente secolari tradizioni, usi e costumi. Con questa premessa Belvì si è presentato da grande protagonista con "Giochi, Sapori e Saperi" nell'ambito di "Autunno in Barbagia". Ripercorrendo le felici esperienze degli anni passati, al visitatore è stata offerta la possibilità di visitare il centro storico con le sue particolari stradine scoscese e con un'architettura molto attraente e caratteristica, molto cara allo storico Valery.
Durante la manifestazione, c'è stato grande interesse partecipativo per il Torneo de sa "Barduffula" un antico gioco riscoperto grazie anche alle nuove generazioni; la corsa al sacco. Sono stati tre giorni impegnativi, dove i giochi si sono mescolati alle tradizioni, non come semplice svago ma quale occasione di conoscenza e di confronto tra le svariate persone con radici culturali diverse. Non sono mancati i canti a tenores e i balli e canti dei gruppi folcloristici sardi; le degustazioni in piazza con "profumi e sapori del bosco"; la preparazione dei prodotti tipici locali con le castagne arrosto per tutti; l'esibizione di gruppi folcloristici; la mostra del costume; la mostra del giocattolo antico; la mostra dei prodotti agricoli belviesi; la lavorazione de "Is culugionis de patata"; la lavorazione "de Su Cocoi" e delle "Caschettes" e la mostra delle Borse e dell'Abbigliamento del bravo stilista belviese Alessio . Non è mancato, inoltre, un concorso fotografico e l'arte pittorica, con la personale della pittrice Fernanda Musio di Samassi, un'artista molto conosciuta in tutta la Barbagia e nel Campidano. In conclusione, Autunno in Barbagia a Belvì, si è affermata come una manifestazione di successo, grazie agli organizzatori e all'Amministrazione belviese che, tra le altre cose, ha messo a disposizione il parco comunale con area attrezzata e un efficiente servizio d'ordine.
Nato a Orani, Scultore, docente nelle più prestigiose accademie americane e molto vicino agli avanguardisti del momento, è stato un geniale artista che tutto il mondo ci ha invidiato.
COSTANTINO NIVOLA
di Ennio Porceddu
Circa un mese fa, il TG3 Sardegna, ci ha regalato un servizio, in riferimento ad una rappresentazione teatrale dedicata all'artista oranese che ha avuto un ottimo successo di critica e di pubblico. Anche Terzapaginaonline.it, lo vuole ricordare come, un grande figlio della Sardegna.
Scultore originale, nato a Orani nel 1911, figlio di un muratore a 15 anni inizia a lavorare come apprendista presso lo studio di Mario Delitala.
Nel 1931 ottiene una borsa di studio e frequenta l'Istituto Superiore di Industrie Artistiche di Monza.
A Monza , Ha come compagni di studio i due sardi Fancello e Pintori. Nel 1937 diventa direttore dell'ufficio grafico della Olivetti e realizza le decorazioni del padiglione italiano all'Esposizione Universale di Parigi.
Un anno dopo conosce una sua compagna di corso, Ruth Guggenheim, bella ebrea tedesca che ben presto diventa sua moglie. Con lei, a causa delle persecuzioni razziali nel nostro paese, lascia il lavoro alla Olivetti come art director e si reca prima a Parigi, dove ha modo di continuare a lavorare come disegnatore. In seguito, con l'invasione nazista è costretto a fuggire in America, a New York.
Qui deve affrontare diverse difficoltà, prima di affermarsi e raggiungere l'apice del successo.
Nel 1941, Nivola è nominato direttore artistico di una importante rivista "Interions and Industrial Design", un impegno che dura fino al 1947.
A New York, si ambienta molto bene nel mondo artistico e culturale della grande mela, ricco di movimenti stimolati per il suo rinnovamento. Stringe l'amicizia con l'avanguardia artistica del momento e con personaggi importanti quali: Le Corbusier e Saul Stember. Nel 1948 Nivola si stabilisce a East Hampton , a Long Island. Qui, crea una nuova tecnica che vede una colata di cemento sulla sabbia modellata. Successivamente ritorna in Sardegna per realizzare , per conto della rivista "Fortune", dei disegni simbolici utili per la campagna antimalarica.In seguito si dedica alla plastica decorativa legata all'architettura.
Dopo avere portato a termine incarichi di grande rilievo, insegna disegno al "Graduate Achool of Design di Harvard . Nel 1962 è docente disegno presso il Dipartimento d'arte della Columbia University, dove ottiene diversi importanti riconoscimenti . In seguito, insegna a Harvard e Berkeley.
Membro dell' Academy and Istitute of Art and Letters di New York nel 1978), nel 1975 è nominato membro onorario della "Royal Academy of Fine art dell'Aja.Dal matrimonio con Ruth Guggenhein nascono due figli : Pietro (1944) Chiara (1947).Costantino Nivola è conosciuto in tutto il mondo per le sue straordinarie sculture che manifestano il profondo radicamento alla cultura millenaria della sua terra. Le sue opere sono presenti nei museo e gallerie di tutto il mondo:Connectcut,Washington, Brooklin, Chicago, Kansas City, Boston, Filadelfia, Città del Messico, Università Harvard e Yale, Quartu S, Elena e Ulassai (Sardegna), ecc.. A Cagliari, sono presenti sue sculture e il progetto urbanistico del nuovo Palazzo della Regione Autonoma della Sardegna sito un Via Roma. A Nuoro le sue opere ritrovano in Piazza Sebastiano Satta, con massi di granito che ospitano piccole sculture in bronzo. L'arte di Nivola, trae origine da materiali tradizionali che ha imparato a lavorare in Sardegna e si materializza in America, dove risiedono i maggiori rappresentanti delle correnti artistiche del momento. La serie di sculture delle "Madri" e Figure maschili richiamano una millenaria civiltà dell'isola sarda, fino ai semplici capolavori: "Lettini" in terracotta.
Costantino Nivola muore negli Stati Uniti nel 1988.
Olbiese puro sangue, appassionato di musica, aveva fondato assieme a Astro Mari, la Nuraghe, un'etichetta discografica che ha fatto emergere tanti artisti e gruppi folk della Sardegna
MARIO CERVO
Un successo discografico nazionale "Welcome to Costa Smeralda" interpretato da Pino D'Olbia
di Ennio Porceddu
Discografico e appassionato di musica, Mario Cervo era nato a Olbia nel 1929. Tanto è grande la passione per la musica che si cimenta a ricercare e raccogliere tutta la produzione esistente del noto compositore Gavino Gabriel e dell'amico Astro Mari, un autore di canzoni per la maggior parte interpretate da ClaudioVilla.Questa passione lo porta ad accarezzare un sogno: creare un'etichetta discografica dove poter ospitare tutte le nuove leve della musica isolana.Mario Cervo ne parla con l'amico Astro Mari e di lì a poco nasce la "Nuraghe" che mette in commercio i primi dischi 45 giri incisi da Pino D'Olbia (al secolo Giuseppe Fadda) e dai Baronetti di Sassari.Dopo quella prima produzione, l'etichetta si specializza anche nell'incisione di dischi folk della Sardegna pubblicando il primo disco di Cicheddu Mannoni, un cantante di 64 anni.
Negli anni la Nuraghe si arricchisce di nuove incisioni con artisti quali: Giovanni Sotgiu, Giovanni Pintus, Tamponeddu, G. Scanu, Trio Gallura, Quartetto d'Orune, Mario Scanu, Adolfo Morella, Mario Mossa, ecc.
Per quanto riguarda la produzione Folk, Mario Cervo crea la collana "Sardegna Canora",un progetto che cerca di riportare alla luce le genuine espressioni del Canto Sardo che, come scrive lo stesso Cervo nella presentazione "Forse già da secoli si modulavano da un labbro all'altro, rimaneggiate e misteriosamente trasmesse nella silente solitudine delle nostre campagne".
"Questi canti- continua - venivano poi briosamente ripresi nelle sagre campestr,i mentre il porcetto e l'agnello arrostivano tra secolari elci". Intanto, Astro Mari lascia la Nuraghe per impegni che lo portano frequentemente fuori dalla Sardegna. Mario Cervo continua da solo la sua attività discografica ottenendo diversi successi discografici ("Welcome in Costa Smeralda", " Bruna Isolana" e "Bella olbiesina", interpretate da Pino D'Olbia, quest'ultima con gli arrangiamenti e l'orchestra di Giovanni Abis, un compositore di La Maddalena).Intanto a Cagliari nasce l'etichetta discografica Hardy Records che produce il suo primo 45 giri con due canzoni di E. Porceddu (Caro e Amica Và) interpretate da Serenella Porcu, in arte serenella, una ragazza quindicenne che cinque anni dopo perisce in un incidente stradale mentre col suo gruppo (I Nuovi Condors) rientrava in albergo dopo un concerto.Tra la Nuraghe e la Hardy, stava nascendo un progetto di collaborazione, ma la prematura scomparsa di Mario Cervo, l'etichetta discografica Nuraghe, cessa l'attività e scompare un amico, anche di chi scrive.
A Laconi, centro del Sarcidano, in questi giorni si festeggia Sant'Ignazio, in una cornice insolita e con la presenza delle sue spoglie arrivate dal convento dei cappuccini di Cagliari, dopo una sosta in diversi centri dell'isola. Era dal 2001 che le spoglie mancavano dal paese che ha dato i natali al Santo. I festeggiamenti si protrarranno fino al 31 di agosto.
FRA IGNAZIO
IL SANTO FRATICELLO
PIU' AMATO E VENERATO
DAI SARDI
di Ennio Porceddu
I festeggiamenti preparatori in onore di Sant'Ignazio sono iniziati il 16 agosto con il pellegrinaggio delle spoglie del Santo, che dopo aver sostato in alcuni paesi (Sanluri, Villamar, Gestori, Nuragus e Genoni), sono arrivate a Laconi accolta da migliaia di fedeli e dalle autorità locali,provinciali e regionali.
Dopo aver sostato nella piazza lacunese addobbata a festa, l'urna è stata trasportata nella parrocchia SS. Ambrogio V. dei frati minori cappuccini e sistemata nell'altare centrale per le celebrazioni delle SS. Messe.
I festeggiamenti religiosi si protrarranno fino al 31. Le spoglie del Santo mancavano da Laconi dal 2001, quando erano arrivate in occasione del 50mo della canonizzazione e dai 300 anni dalla sua nascita.
Francesco Ignazio Vincenzo Pes (questo il nome anagrafico del santo) era nato il 18 dicembre 1701 da una famiglia poverissima in una delle poche casette che, assieme ad alcune capanne, site intorno al Castello medievale di proprietà dei marchesi Aymerich, in una Sardegna ricca di leggende e di storie spesso circondate da superstizioni che accendevano la fantasia dei poveri abitanti. In una Laconi lontana dai centri storici e culturali dell'Isola. A quei tempi, i "letterati" a mala pena sapevano leggere o firmare. Un privilegio, la cultura, che era riservata solo ai proprietari del castello e ai parroci.In quest'ambiente, ha vissuto la sua prima giovinezza Francesco Ignazio Vincenzo Pes. In una casa che di comodo aveva ben poco, edificata con le pietre, la soffitta in canne sostenute da travi di legno con il pavimento in sola terra battuta.
Secondo di nove figli, Sant'Ignazio fu cresimato all'età di sette anni dall'arcivescovo di Oristano mons. Francesco Masones y Nin. Da quel momento, il piccolo Ignazio iniziò a collaborare con la parrocchia del paese, ma doveva anche lavorare per aiutare la famiglia, per cui si alzava di buon mattino e si recava in parrocchia per sbrigare piccoli lavori che gli avrebbero fatto guadagnare qualche soldo. Ed è forse in quel periodo che, al piccolo Ignazio, sopraggiunse la vocazione. I biografi raccontano che spesse volte Ignazio fu sorpreso dal parroco a pregare nell'attesa che si aprisse il portale della chiesa.
A vent'anni, in una giornata d'autunno, Ignazio, accompagnato dal genitore, lasciò il suo paese per andare a Cagliari. Le mura di Castello, il bastione e le torri, che si ergevano maestose, per Ignazio furono uno spettacolo immenso, straordinario. In quel periodo, la Sardegna, subiva una svolta politica con l'inizio del regno di Sardegna, mentre Casteddu (Cagliari), continuava a essere sotto il dominio degli spagnoli.
Il giovane Vincenzo Ignazio, assieme al genitore, si presentò al provinciale dell'ordine dei Cappuccino, ma non fu ammesso per il suo minuto stato fisico malaticcio. Ci volle l'intervento del marchese Aymerich, per convincere il frate provinciale ad ammetterlo fra i novizi.Da quel momento Cagliari ebbe un nuovo fraticello che, pian piano, si fece conoscere e amare da tutta la popolazione. "Fra Ignazio", da buon questuante, si recava casa per casa per prendere qualcosa o per dare. "Deus ti du paghiri" amava dire nel ringraziare chi gli donava qualcosa che, poi, solitamente, regalava ad altre famiglie povere. Fra Ignazio portava sollievo a tutti i poveri e agli ammalati. La sua povera esistenza di frate questuante era fatta di carità e di preghiera.
Fra Ignazio, morì all'età di ottanta anni. Ci sono voluti 170 anni (1995), perché il processo di beatificazione abbia avuto la sua conclusione. Il paese natale di Laconi, dal 27 agosto e per diversi giorni, fino a martedì 31, festeggia questo Santo fraticello, richiamando migliaia di pellegrini provenienti da tutta L'Isola: un miracolo che Sant'Ignazio compie regolarmente ogni anno.
SANT'IGNAZIO
TORNA A LACONI
di Elisabetta Porceddu
Quest'anno, i festeggiamenti in onore di Sant'Ignazio coincidono con il 60° anniversario della canonizzazione del Santo avvenuta il 21 ottobre 1951. Per l'occasione l'urna con le spoglie del Santo, partita da Cagliari il 16 agosto, dopo aver sostato in alcuni centri, è arrivata (venerdì 19) a Laconi, paese che l'a dato i natali. Ad accoglierla (all'ingresso del paese), tra gli applausi e le lacrime, alcune migliaia di fedeli in preghiera.
Come previsto dal programma, l'urna ha fatto il suo ingresso nel paese alle 19,00 ed ha sostato nella piazza a lui intitolata, addobbata per l'occasione. A dare il benvenuto il parroco padre Mario Mancosu, il sindaco di Laconi, Paolo Pisu che ha salutato l'arrivo delle spoglie del Santo con emozione: "Bene torrau Santu Frennatziu! ",il presidente della Provincia Massimiliano De Seneen e l'assessore Regionale Oscar Cerchi, in rappresentanza del presidente della Regione. L'urna ha poi lasciato la piazza alla volta della casa natale del Santo e, più tardi, sempre accompagnata dai fedeli in processione, dalla banda musicale di Nurri e da una rappresentanza locale di gruppi folk , è giunta alla chiesa parrocchiale e sistemata sull'altare .
Il viaggio della teca in vetro, contenente le spoglie del santo, ha avuto inizio il 16 agosto con la partenza dal Convento dei Cappuccini di Cagliari dove è stabilmente custodita. Dopo aver fatto tappa nei paesi di Sanluri, Villamar, Gesturi, Nuragus e Genoni. A Laconi, l'urna resterà fino al 5 settembre per poi proseguire alla volta di Nurallao e Isili (il 5-6/9), Nurri, Orroli, Mandas e Gesico (il 7-8/9), Suelli, Senorbì e San Basilio (il 9-10/9), Guasila e Monastir (l'11-12/9), e infine Elmas (13/9) per fare rientro poi, alle 19,30 circa, al Convento di Cagliari.L'ultima visita di Sant'Ignazio al suo paese natio, sempre in occasione dei suoi festeggiamenti, risale al 2001, anno in cui si svolse il pellegrinaggio delle spoglie per i 300 anni dalla nascita e il 50mo anno della sua canonizzazione.
La città è straordinariamente affascinante per la sua storia i suoi riflessi che magicamente si infrangono nelle rocce calcaree di Castello. Per Carlo Levi è una bellissima città aspra e pietrosa con una storia tutta scritta e apparente nelle pietre.
CAGLIARI,LA CITTA' DEL SOLE
di Ennio Porceddu
A vederlo al tramonto, il Castello di Cagliari, la rocca che ha dato nome al suo Quartiere più importante emoziona. Qualcuno ha scritto che quel tramonto fa venire il groppo di commozione in gola.
Francesco Alziator la definita "Città del sole" perché, anche se non sembra Cagliari è straordinariamente affascinante e ammaliante nella sua complessità e naturalezza.Le luci straordinarie riflesse nel cielo limpido si rifrangono sulle rocce calcaree creando uno straordinario effetto di colori che ha ben pochi ugual con le altre città che si affacciano al Mediterraneo. Con un reticolo di strade che ha un gioco di riflessi unici che ha portato ai posteri l'incanto di un tempo lontano.Caro Levi l'ha definita "una città bellissima, aspra, pietrosa, con mutevoli colori tra le rocce, la pianura africana, le lagune, con una storia tutta scritta e apparente nelle pietre, come i segni di un tempo sul viso".Cagliari, città antica, la Karalis dei fenici e dei romani, si estendeva tra il Castello e Viale Trieste, lo confermano i templi, le rovine, Tuvixeddu e l'Anfiteatro.
Cagliari, la "Città del sole", per diversi motivi, fu bizantina e poi giudicale. Con i giudici si trasferì nella zona attorno allo Stagno di Santa Gilla (tra Stampace ed Elmas), per tornare, sotto il dominio pisano, verso l'acropoli e Castello divenendo il centro strategico della città. Il Castello fu fortificato con una cortina muraria intervallata da torri circolare a partire dal 1217.Tra il 1305 e il 1307 furono costruite le torri dell'Elefante e d San Pancrazio (tuttora esistenti) e da quella dell'Aquila, di cui si può ancora ammirare la base inglobata nel Palazzo Boyl. Nel 1326, il Castello fu occupato dagli Aragonesi stabilendovi il centro politico del vicereame.
Nel '500 i re di Spagna fecero perfezionare le mura, mediante baluardi e bastioni.
A partire dal 1720 (anno della proclamazione del Regno di Sardegna), i piemontesi fortificarono ulteriormente la cinta muraria, riadattando anche la cittadella.
Oggi Cagliari non è solo Castello e, neppure Marina, Villanova e Stampace, ci sono anche i nuovi quartieri: San Benedetto, Genneruxi che si estende nella pianura occidentale tra lo Stagno di Molentargius e Viale Marconi; San Elia; il quartiere più a oriente della città, il C.E.P., sorto negli anni sessanta oltre l'area di Piazza San Giovanni, Via Castiglione e l'abitato di Pirri (alto centro urbano di Cagliari, un tempo paese autonomo);Is Mirrionis, dove si trovano le maggiori facoltà dell'Università e l'Ospedale SS. Trinità; Mulinu Becciu, quartiere che sorge nell'area suburbana delimitata dalla strada Statale Carlo Felice (SS 131) e dalla circonvallazione.
Cagliari ha diversi colli: Monte Claro, Tuvumannu, Tuvixeddu, Castello - Buoncammino, Monte Urpino, Bonaria o Montixeddu e, infine, S. Bartolomeo.
La "Città del sole" ha delle bellissime spiagge e litorali :La Plaia si estende dal canale della Scafa, foce della laguna di Santa Gilla, sino alla punta della Maddalena di Capoterra; la spiaggia del Poetto e una parte della spiaggia di Quartu s: Elena che va dal promontorio i S. Elia alla punta della Torre di Foxi, per una lunghezza di 10.400 metri; l'area di Molentagiu, oggi raro esempio di zona umida all'interno di un'area urbana (Cagliari e Quartu S. Elena); le belle insenature di Calamosca, Il Castello Giudicale e Aragonese di San Michele, la cui costruzione risale al XIV secolo. Castello oggi ristrutturato e spesse sede di mostre e convegni anche a livello internazionale; l'area portuale, i musei e le istituzioni culturali, Museo Archeologico,Galleria Comunale 'Art, Museo Capitolare, Collezione Piloni, Museo Sardo di Geologia e Paleontologia D. Lovisato, Museo di Mineralogia. Ancora l'Anfiteatro Romano e Villa Tigellio del I secolo d. C., l'Orto Botanico e i vari edifici d'importanza storico - religioso sparsi in tutta la città.
Magiari è inoltre, Marina Piccola, il porticciolo turistico che in estate diventa la passeggiata preferita dai cagliaritani; la basilica paleocristiana di San Saturnio, un vero gioiello architettonico nel cuore della città, al centro del quartiere di San Benedetto: è la più antica chiesa sarda e risale al V secolo d. C.; la Grotta della Vipera, che fu la tomba di Attilia Pontilla, una nobildonna romana; la chiesa di San Domenico che è, in assoluto, una delle più belle della città, originaria del 1254, andò completamente distrutta durante i bombardamenti del 1943 e ricostruita dieci anni dopo.
Cagliari è anche la Festa di San Efisio, una manifestazione che dal lontano 1656, cioè dalla sua origine, i cagliaritani e tutti i sardi si ritrovano per rendere concreto il voto promesso dalla municipalità al santo protettore che sconfisse la peste a Cagliari.
La sagra di Sant'Efisio, il 1 maggio è indubbiamente, la più bella e persino la più emozionante nel suo contenuto religioso e umano.
Un valido richiamo di partecipazione e di preghiera per tutti i sardi e per la grande folla di turisti che ne scoprono, ogni anno, la parte più originale, genuina e sfarzosa della tradizione popolare dell'Isola.
RICORDIAMO UN GRANDE ESEMPIO DELLA POLITICA ITALIANA A TRENT'ANNI DALLA SUA SCOMPARSA
GIORGIO LA PIRA
UN UOMO,UN CREDENTE, UN TESTIMONE
di Ennio Porceddu
Sono passati oltre trenta anni dalla sua scomparsa. In un momento politico molto travagliato sull'onda del bunga bunga, dalle leggi scandalo, dalle truffe perpetrate ai danni dei poveri risparmiati (Parmalat, ecc.) che non trovano giustizia, dal paese che non cresce, dalla poca credibilità dell'Italia in Europa e nel mondo, dall'aumento dei precari e dalla disoccupazione da terzo mondo, mi viene spontaneo riproporre un mio articolo apparso 27 febbraio 1994, sul settimanale cattolico "NuovOrientamenti", di Giorgio La Pira. Un uomo politico onesto, di grande umanità e cultura, amico di Dossetti, attivo difensore dei principi morali e religiosi. Un testimone e un esempio.
Un personaggio da favola - lo ricorda Amintore Fanfani, nel noto libro del 1983 (sempre di grande attualità) "Giorgio La Pira, un profilo, ventiquattro lettere" Edizione Rusconi.
Giorgio La Pira, scomparve il 15 novembre 1977 a Firenze, una città che amò in modo particolare nonostante fosse di Pozzallo, un piccolo centro siciliano, dove nacque il 9 gennaio 1904.
Primogenito di una famiglia di umili condizioni studiò con notevoli sacrifici. Prima si diplomò in ragioneria, poi s'iscrisse all'Università e si laureò in giurisprudenza.
Trasferitosi a Firenze ottenne un incarico in diritto romano e tra il 1929 e il 1939, poté svolgere un'intensa attività di studioso.Dal primo momento, Giorgio La Pira, si era dimostrato un uomo di grande di grande talento, per questo motivo la gente lo apprezzava."Per i suoi stimatori - scrive Fanfani, a proposito dl funerale dello studioso - era degno suggello della vita di un cittadino, tra i più significativi vissuti nei secoli a Firenze".Gli applausi che l'avevano accompagnato verso l'ultima dimora, esprimevano un grazie degli allievi, un grazie degli operai della Pignone Galileo- Cure, salvati dalla disoccupazione, degli sfrattati degli anni cinquanta, degli assegnatari delle case dell'isolotto dei poveri di San Procollo e della Badia, degli ex alunni delle elementari beneficiati dal latte fatto distribuire nel1950- 51 dal sindaco. Un grazie, ancora, dagli studenti medi, destinatari delle sue lettere, dai membri delle commissioni interne delle fabbriche fiorentine chiamati a diffondere messaggi di pace e fraternità tra i lavoratori.Dieci giorni dopo il funerale, fu ricordato dall'allora presidente della Camera, Pietro Ingrao. "La Pira - disse - fu l'uomo di dialogo fra culture diverse. La figura che contribuì ad abbattere steccati, con grande coraggio, anche in tempi di gravi divisioni nel mondo. Certo, ciò discendeva,prima di tutto, dalla speranza religiosa che lo animava dal suo messianismo".
Il compianto cardinale Giovanni Benelli, ex arcivescovo di Firenze buon conoscitore di La Pira, ebbe a dire: "Nulla può essere capito di Giorgio La Pira, se non è collocato sul piano della fede".
Tutto il contrario, diventa chiaro, se si pone in un'ottica soprannaturale.Animato da un fervore evangelico, La Pira, s'impegnò nell'azione cattolica e fondò il periodico "Principi", "a sottolineare - ricorda Fanfani - che solo una chiara definizione di essi avrebbe potuto salvare gli uomini dalla confusione di Babele, nella quale anche allora le parole prendono colori diversi".La rivista di La Pira, doveva servire a stanare l'errore e a far capire la verità. In quest'ottica affrontò numerosi problemi, conducendo personali iniziative di pace, di fratellanza e di uguaglianza tra gli uomini.Per La Pira, erano importanti i problemi legati al valore e alla socialità dell'esser umano. Concetti cristiani e autentica democrazia che il regime non accettò, al contrario, decretò la chiusura del periodico diretto da La Pira.Con la liberazione di Firenze (11 agosto 1944), La Pira, tornò all'insegnamento universitario. Due anni più tardi, fu nominato Sottosegretario al ministero del lavoro con De Gasperi. Lo stesso anno, elaborò un saggio che divenne famoso perché difendeva i diritti e le precarie condizioni della povere gente.Eletto sindaco di Firenze il 6 luglio 1951, si prodigò all'attuazione d'iniziative di carattere politico- sociale che lo portò a essere stimato da tutti.L'attività di primo cittadino di Firenze fu moto intensa. Dopo una pausa di due anni (1958 - 60), la sua esperienza di primo cittadino andò avanti fino al 1966.Egli fu precursore di avvenimenti politici di grande importanza internazionale. Nel 1959, a Mosca, davanti al Soviet Supremo, parlò della distensione e del disarmo.Dopo aver abbandonato l'attività politica, abbracciò quella di pubblicista. Scrisse a tutti, personalità politiche di ogni nazione, alle monache di clausura, ai vecchi e bambini. Presenziò a incontri, conferenze, conversazioni e si prodigò a far del bene , specie a quella povera gente . in una lettera indirizzata all'on. Fanfani, l'allora sindaco di Firenze scrisse, tra l'altro: "Il pane, e quindi il lavoro, è sacro. La casa è sacra. Non si tocca impunemente né l'uno né l'altro. Questo non è Marxismo è Vangelo! Quando gli italiani "poveri" saranno persuasi di essere finalmente difesi in questi due punti, la libertà sarà sempre assicurata al nostro paese ; e la vita della Chiesa rifiorirà nelle anime , nelle case, nella città e in tutto il mondo".Parole che sono un esempio di grande altruismo, di democrazia, di libertà e di carità. Non dimentichiamole in questo momento di grande confusione politica e istituzionale.Giorgio La Pira era uomo di grande umanità e cultura. Un testimone e un difensore dei principi morali e religiosi che non s è mai schierato dalla parte del potere.
RITORNA DOMENICA 6 E MARTEDI' 8 LA SARTIGLIA DI ORISTANO, L'ENTUSIASMANTE GARA ALLA CONQUISTA DELLA STELLA.
UN IMPORTANTE APPUNTAMENTO CHE ORAMAI COINVOLGE TUTTA LA SARDEGNA.
LA SARTIGLIA 2011
Di origini antichissime, è un rito agrario da cui il popolo sardo trae gli auspici per un proficuo raccolto che chiude il carnevale.
di Ennio Porceddu
A Oristano, domenica 6 e martedì 8 ritorna la Sartiglia, la gara equestre di antichissime origini che conclude il Carnevale. A organizzare la grande manifestazione, assieme alla fondazione, sono i due Gremi, quello di San Giovanni, guidato da Genesio Passiu, s'oberaiu Majori e quello di San Giuseppe, guidato da Umberto Majorale en cabo. Quest'anno il corteo della Sartiglia sarà capeggiato dalla giovane di Mogoro che vestirà i panni di Eleonora D'Arborea.La Sartiglia o Sartilla è una grande festa di colori, simboli e metafore, dove il sacro e il profano si mescolano culture e valori. La manifestazione principe che è l'espressione di quella borghesia sociale che prende il nome di Gremio.Secondo la tradizione popolare questa giostra equestre non è altro che un rito di cui il popolo trae gli auspici per un proficuo raccolto e deriva dalla fusione di cerimoniali stagionali legati all'agricoltura con elementi cavallereschi sostenuti dalla storia del costume della città di Oristano.
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La Sartiglia - secondo alcuni storici - chiamata anche "il gioco della Quintana" in voga in Europa nel 1200, ha avuto inizio in Sardegna nel 1500, grazie al Canonico Giovanni Dessì "per dare al popolo un sano divertimento, sottraendolo dalle bettole e dal peccato". Perché il torneo si conservasse nel tempo, il Canonico, avrebbe donato al Gremio un terreno chiamato poi "su congiau de sa Sartiglia".
Da quel momento, anno, dopo anno, il rituale si ripete. In tutte le contrade, il banditore (l'Araldo) legge il bando del primo cittadino della città di Oristano che invita tutta la popolazione e tutte le Curatorie a partecipare alla giostra. Per l'occasione il capo corsa riceve un cero benedetto e l'invito del presidente del Gremio su Majorali a pranzo. Poi il Componidori è accompagnato da su Majorali, nella sala della vestizione, una suggestiva cerimonia dove operano alcune ragazze in costume sardo is massaieddas (le piccole massaie), sotto la guida dell'esperta massaia manna. E' fondamentale che il Componidore sia sopra un tavolo quando indossa il costume, perché questo assume un significato quasi sacrale.
Vestito con un cilindro nero, la mantiglia, una camicia con sbuffi e pizzi, il gilet, una larga cintura di pelle, una maschera che incornicia il viso con l'ausilio di una fascia di seta, sale a cavallo e non dovrà toccare terra fino alla fine della giornata. La vestizione è l'espressione della purezza con la sua maschera angelica.
Alla corsa partecipano 120 cavalieri selezionati fin dal 1980, dall'associazione sportiva dilettantistica "Cavalieri Sa Sartiglia".Dopo la vestizione de su Componitori, il corteo dei cavalieri elegantemente rivestiti degli antichi costumi della tradizione spagnola e sarda, guidati dal capo corsa, dai trombettieri, dai tamburini e dal Gremio dei Contadini, la domenica, e dei Falegnami il martedì, si avvia verso la via che porta alla Cattedrale di Santa Maria Assunta. Questo è il momento più avvincente della manifestazione. L'abbraccio della città e la calorosa partecipazione dei turisti, giunti da tutte le parti del mondo.
Fra tutti, colpisce "su Componitori, principe del torneo che per un giorno è al centro dell'attenzione di tutto il popolo presente con la sua imponenza ed eleganza. Su Componitori è eletto dal Consiglio direttivo del Gremio nel giorno della purificazione della Madonna. Nel percorso procedono gli "Obrieri" del Gremio e i cavalieri che a due passi dal Duomo, si cimentano in una scatenata corsa verso la stella.
Spetta al Componitore, capo assoluto della corsa, scegliere i cavalieri ai quali sarà concesso cimentarsi nella corsa alla conquista della stella. Un insieme di suoni, luci e colori, ne esalta il successo.
C'è sempre una simbiosi perfetta fra il cavallo e il cavaliere a conclusione della gara. Ritto in sella con la spada in pugno, il cavaliere saluta la folla dopo aver centrato la stella.
Alla fine della gara, il Compositore, scortato da due aiutanti, benedice la folla con un mazzo di viole "sa pipia de maju", segno dell'imminente primavera, che si spera porti tanta prosperità al popolo. Quella è l'ultima corsa che si svolge di fronte al Duomo, prima della "Pariglia", mentre il Componitore, corre supino in sella al suo cavallo e la folla applaude.Solo in quel momento la Sartiglia può dirsi conclusa e la manifestazione in quell'anno può essere irrevocabilmente tramandata alla storia e alla memoria della città di Oristano e alla Sardegna tutta.
LA STORIA
Scrutando nei secoli, si scopre che la "Sartiglia" ha una storia parallela a quella della città di Oristano. Una storia che introdotta e sostenuta dagli oristanesi, corrisponde all'avvicendarsi, nel corso dei secoli, alle varie dominazioni.Sartiglia, Sartilla o Sartillia, deriva dallo spagnolo Sortija, in altre parole, "Anello".
Questo gioco equestre che si corre due volte l'anno (l'ultima domenica e l'ultimo giorno di carnevale, arriva da molto lontano. Secondo gli storici furono i Crociati a introdurre le gare cavalleresche in Occidente fra il 1118 e il 1200, dopo averla appresa in Oriente, nel periodo che va dalla prima alla terza Crociata. La Sartiglia, si pensa sia arrivata assieme alla "Quintana" di Foligno e alla corsa del saraceno della città d'Arezzo.Per quanto ci riguarda, è certo che questa gara equestre è arrivata in Sardegna attraverso la Spagna, dove, prima degli spagnoli, la praticavano i Mori.
Nelle regole riportate dagli antichi storici di Milizia, si leggeva che il gioco dell'anello consisteva nel sospendere, alla fine del percorso stabilito (ad altezza d'uomo e cavallo), un anello che il cavaliere in corsa doveva infilzare con la lancia o la spada.
Per gli spagnoli questa corsa a cavallo diventava la Sartiglia, e fu praticata alla Corte del Giudicato d'Arborea. Non si esclude che si svolgesse anche prima dell'arrivo degli Aragonesi.
Si narra visto i legami di parentela esistenti fra Arborea e la Corte d'Aragona, che i Giudici e i Cavalieri si trasferirono per un certo periodo di "educazione alla vita di corte e alle armi", presso gli Aragonanesi.
In Italia, i primi a praticarla furono i pisani, anche grazie a Ugo Visconti, rientrato da una spedizione in Terrasanta. Secondo le "Cronache Pisane" del Concioni, già nel medioevo, nella città di Pisa, si svolgeva la Sartiglia, ritenuta d'origine sarda. Se poi, andiamo a esaminare attentamente ogni dettaglio della Sartiglia, ritroviamo motivi tipici della giostra e del torneo, che avvalorerebbe successive contaminazioni con i giochi militari germanico - latino.Nel Regno di Napoli e Sicilia, fu Carlo I D'Angiò, dopo il 1266 (in pratica dopo la conquista dei due regni), a introdurre il "gioco delle lance" e la corsa equestre.
Più tardi, questi giochi si diffusero in tutta la Penisola. Mariano II d'Arborea, durante la sua permanenza da Carlo D'Angiò (1300 - 1302) a Firenze, svolse la sua educazione di vita, non trascurando ogni forma di divertimento con la nobile gioventù fiorentina.
In Toscana Mariano II, andò a nozze con la giovane figlia di Andreotti Saraceno e la condusse a Oristano, dove - secondo gli storici - per festeggiare, offrì al popolo sardo (secondo l'usanza) spettacoli, balli, divertimenti vari e giochi equestri.Con le nozze di Eleonora d'Arborea e Brancaleone Doria e di Beatrice con il conte Barbona, si ripeterono quei festeggiamenti.Nello stesso periodo in cui la Sartiglia, dalla Sardegna, approdava a Pisa, dalla città toscana fu introdotto nell'isola il Palio "sa corsa de su pannu".
Secondo alcuni studiosi, La più antica testimonianza della giostra all'anello risalirebbe al 1371, a Narni, in provincia di Trani, dove tuttora si corre in occasione della festa di san Giovenale.
In tempi più recenti, specie nel Campidano, il Palio ha assunto una grande popolarità.
Lo storico Cetti, nella sua "Storia naturale della Sardegna (Sassari, 1777), scrive: " da tempo immemorabile si corre per i drappi in tutto il Regno di Sardegna, con una universalità che non vi è altrove poiché non v'è casale fosse ancora di soli 50 fuochi, ove non si corra almeno una volta all'anno".
Nel XIX secolo Vittorio Angius, nel volume XIII del suo "Dizionario geografico storico- statistico degli Stati di S.M. il Re di Sardegna, a cura del Casalis, sulle usanze e sugli aspetti funzionali e sociali di tale spettacolare giostra, dopo aver assistito, negli anni trenta alla Sartiglia, scrive: " Così chiamasi il giuoco dell'anello che si consuma in Oristano nella domenica e martedì di Carnevale al quale concorrono quelli che sono invitati formando una compagnia con un capo ed un sottocapo, che si dicono compositore e sottocompositore".
L'Angius, definisce la Sartiglia, giostra, per i diversi elementi che allora la caratterizzavano questi tornei carnevaleschi nella tradizione folkloristica delle altre regioni d'Italia.A Oristano c'è un locale Art Bar, con una mostra permanente di vari artisti, tra cui spicca una bella tela della pittrice Oclide "con "Su Componidore" al galoppo mentre cerca di infilzare la stella.L'Ardia di Sedilo, anche detto di San Costantino, secondo gli storici, potrebbe essere una derivazione di questo gioco equestre importato. Secondo cui, si potrebbe affermare che l'introduzione della Sartiglia di Oristano, può essere datata al XIII secolo. In pratica, prima dell'invasione aragonese, e non come vuole la tradizione popolare, intorno al XVI secolo.
CAGLIARITANA E' STATA UNA GRANDE PROTAGONISTA DEL PANORAMA CANORO DELLA SARDEGNA. IL SUO 45 GIRI, PRODOTTO DALLA HARDY RECORDS , E' STATO TRASMESSO ALLA RADIO IN ITALIA E IN MOLTI PAESI DEL MONDO
MIRIAM SANNA
di Ennio Porceddu
E' stata una della più bella voce della musica leggera della Sardegna. Miriam Sanna, in arte Miriam, ha iniziato la sua carriera artistica sin da piccola. Non aveva neanche quattordici anni quando ha partecipato alla "3° Festival di Natale di Torino" e classificatasi terza con la canzone "Ti saluto Turin" composta apposta per l'occasione da Ennio Porceddu, suo scopritore e produttore discografico.
Nata nel 1950 a Cagliari, Miriam, dopo la scuola d'obbligo ha frequentato il liceo artistico per abbandonarlo dopo qualche anno per la musica leggera.
Dopo aver partecipato, come ospite d'onore e accompagnata dal suo gruppo "I Marines "di Cagliari al terzo Concorso Voci Nuove 1965, organizzato dal Club Artistico Musicale e tenutosi nella terrazza dell'Hotel Enalc di Cagliari (presenti il maestro Armando Sciascia della casa discografica Vedette Record di Milano e Vittorio Laconi, noto cantante - autore campidanese), per la giovane Miriam inizia una fortunata carriera artistica.
Per diversi anni cantante del Gruppo "I Marines", diretto da Jose Caddeo, si è esibita in tutte le piazze e i locali "In" della Sardegna con grande successo.
Nel 1973, a Napoli, incide il suo primo e unico disco per l'etichetta cagliaritana Hardy Records, contenente due brani "Cielo" di Porceddu e " Non sarò libera" di Tato - Verderosa (due autori torinesi), con l'accompagnamento orchestrale de "La Nuova Era" di Quartu, un gruppo che nello stesso periodo ha inciso un vinile per La Galletti - Boston con due brani "Mi ricordo bambino" e "Non c'e' niente da fare" di Ennio Porceddu.
Il disco della giovane cagliaritana ottiene un buon successo ed è trasmessa dalla Rai nazionale e da diverse radio internazionali (Canada, Francia, America).
Questa esperienza discografica è importante per il proseguimento della sua carriera. Il mensile internazionale "Musica & Dischi" di Milano, presentando il disco della cantante scrive "Con due brani briosi che non mancano di un certo interesse e nel quale la cantante ha modo di mettere in evidenza le non indifferenti doti canore, si presenta Miriam (al secolo Miriam Sanna) con un disco 45 giri prodotto dalla Hardy Record's etichetta sarda".
Miriam, per molti anni, una grande protagonista della canzone italiana, all'improvviso, dopo la scomparsa del suo compagno di vita (era sposata e ha avuto due figlie), è colpita da una grave malattia che la porta ad abbandonare definitivamente il canto.
Miriam si spegne a Cagliari, la città che amava tanto, nel 1993.
Dalla scomparsa sono passati quattordici anni, ma per tutti gli amici e quelli che l'hanno conosciuta e applaudita a ogni sua esibizione, Miriam è ancora presente con il suo sorriso, le sue canzoni e con il suo disco di pregevole fattura.
Di Miriam ci piace ricordare alcune parole del brano "Cielo": " L'amore è un fragile sorriso/ e il tuo dolce viso/ come in un sogno sorride per me:/ Se stringi la mia mano / e mi guardi così/ io sono riuscita a farti dire si/ il cielo azzurro sempre resterà/ la luce nei tuoi occhi brillerà; ".
DISCOGRAFIA:
" Ti Saluto Turin" Miriam, l'accompagnamento orchestrale de I Marines, dal 3° Festival di Natale d1965 di Torino. Disco Phonoday; "Cielo" e "Non sarò libera" Miriam , l'accompagnamento musicale de La Nuova Era. Disco Hardy Records - 1973
DINO FANTINI
UN ARTISTA CAGLIARITANO
CHE HA FATTO GRANDE LA SARDEGNA
Il pittore aveva scoperto la formuletta magica per farsi apprezzare dal pubblico e dalla critica più severa
di Ennio Porceddu
L'artista aveva cominciato gli studi disegnando e modellando il nudo sotto la guida dello scultore Francesco Ciusa. Pittore molto profondo e altruista, stimato in passato per i suoi dipinti sardi e per le tele che rammentano quelle di Michelangelo, mentre altri artisti abbracciavano nuove voghe che infrangevano i modelli tradizionali.
Fantini, ha sempre bocciato di armonizzarsi alle nuove demarcazioni di pittura, la pop-ard. Non si allontanava mai dai suoi pennarelli e mai ha avuto l'ambizione di prendere in esame problemi attuali con i criteri e le espressioni pittoriche di del momento.
L'artista era ancora un ragazzino, quando la sua famiglia ebbe un tracollo finanziario. Erano anni complicati un po' dovunque, ma a Oristano, dove viveva, la recessione si avvertiva in modo particolare. Per cercare di superare la crisi e quindi andare avanti, nel momento in cui aveva abbandonato gli studi, aveva iniziato a disegnare. Fu un impegno dettato soprattutto dalla miseria e dalla voglia di superarla a qualsiasi costo. Una decisione quella, assieme alla forte attrazione per l'arte, che da lì a poco gli cambiò totalmente il modo di vivere. (Nella foto in alto:il primo numero della rivista TERZA PAGINA con la firma dell'artista cagliaritano)
L'innamoramento per la pittura per Fantini voleva dire niente giochi, niente amicizie. Per il giovane artista, sussistevano solamente la matita, la carta, i pennelli, le tele e alcuni colori. Attrezzi che lo portavano a vibrarsi in un mondo immenso divertendosi.
Fantini, non si è mai annoiato, come i tanti ragazzi della sua generazione. Qualche volta, divertiva gli altri ragazzi usandoli come modelli per le sue opere. Sono di quel periodo le prime vendite: poche lire per un disegno o per una tela. Quei soldi gli diedero la forza di impegnarsi ancora di più e con serietà. "Il facile guadagno - diceva Dino Fantini - mi poteva condizionare, ma ho sempre creduto che poche cose fatte con sofferenza, hanno un valore diverso." " Quando il lavoro a un quadro - affermava - fila alla perfezione mi accorgo che il risultato potrebbe essere sorprendente".
All'età di diciotto anni si classificò primo alla Mostra Nazionale per i giovani artisti di Roma. Aveva preso la maturità artistica presso il Liceo Artistico Statale della città capitolina. Per tutta la vita artistica, Fantini, espose nelle principali città della Sardegna, d'Italia e all'estero. Diverse le mostre e collettive di pittura e incisioni.
"La pittura di Dino Fantini - scrive Raffaello Borsetti in una recensione - è conoscenza, perché oltre ad essere espressione è soprattutto intuizione della realtà".
Dino Fantini era anche un maestro del ritratto. " A Dino Fantini si rimprovera spesso di essere troppo bravo - scrive Augusto Maccioni su Terza Pagina - di avere già un solido un mestiere che non fa una piega." Buon colorista e seria padronanza del personaggio, questo era il merito di Fantini. Il successo e la fama sono parole che hanno entusiasmato e fatto sognare molti.
L'Artista cagliaritano aveva scoperto la formuletta magica per farsi apprezzare dal pubblico e dalla critica più severa.
Tra le sue opere troviamo: decorazione su pannelli della Clinica Medica dell'Università Cagliari; Allestimento del teatro-cinema Alfieri di Cagliari; decorazione della Chiesa di Sant'Elia Cagliari; diciotto pannelli per le Scuole Elementari di Sant'Antioco.
Il pittore, nato a Cagliari nel mese di maggio del 1913, da diverso tempo sofferente si spegne il 18 febbraio 1981.
Nel 1971 la cantante cagliaritana, appena quindicenne, s'impose all'attenzione del pubblico sardo con un 45 giri prodotto dalla Hardy Record
SERENELLA
Con il suo gruppo "I Nuovi Principi", diretto dal marito Giancarlo Frau, fu scritturata in Inghilterra con grande successo, ma la mala sorte era dietro l'angolo. Serenella morì in un incidente stradale.
di Ennio Porceddu
Cantante del gruppo cagliaritano "I Nuovi Condors" (all'anagrafe Serenella Porcu, (Cagliari 1955 - Inghilterra 1975), appena quindicenne, con grande entusiasmo ha avuto la fortuna di incontrare dei musicisti che l'hanno capita e seguita passo dopo passo, come il sassofonista Lino Cao, il tastierista Giancarlo Frau (che in seguito sposerà), e l'autore - compositore cagliaritano Ennio Porceddu, iniziando molto presto a interpretare canzoni create apposta per lei.Grazie alla collaborazione di chi scrive, nel 1971, nasce un progetto che prevede l'incisione di due nuove canzoni su un 45 giri prodotto dalla etichetta sarda Hardy Records. I brani scelti sono "Amica va" di E. Porceddu - D. Mateicich, e "Caro" di E. Porceddu.
La registrazione e la stampa del vinile, avviene presso le Edizioni Paoline di Albano Laziale (Roma). Mille copie che nel giro di pochi giorni prendono il volo. Diverse copie sono inviate presso la sede della RAI Sardegna e Roma che prontamente mettono in onda. Diversi esemplari vanno a finire nei programmi radiofonici dei paesi Europei e persino in Canada.Il giornale locale L'Unione Sarda, diretto da Gianni Filippini, all'uscita del vinile, così titola: "UNA QUINDICENNE ALLA RIBALTA. Le canzoni di Serenella.
Si chiama Serenella con l'entusiasmo dei suoi quindici anni si è lanciata alla conquista del mondo della musica leggera. In pochi mesi ha già bruciato alcune importanti tappe: si è esibita con dei buoni complessi, ha avuto l'applauso del pubblico in serate e manifestazioni di un certo rilievo.Insomma Serenella si considera e soprattutto è considerata da chi se ne intende una promessa.La misura di se stessa, comunque, l'ha offerta in un microsolco sul quale, con l'accompagnamento dei "Nuovi Condors" ha inciso "Caro" di Porceddu e "Amica va" di Porceddu - Mateicich: lo stile di Serenella è moderno ed il suo repertorio molto vasto, qualcuno le trova somiglianze vocali con Nada o con Rosanna Fratello, due nomi che potrebbero farle da battistrada."Quel microsolco che era servito per spianarle la strada e spalancarle le porte del mondo della musica leggera, alcuni mesi dopo gli procurò un contratto per Forte Village a Santa Margherita di Pula e moltissime serate in tutta la Sardegna. Per l'occasione il gruppo aveva assunto la denominazione de "I Nuovi Principi". Nel 1975 Serenella e il suo gruppo, ottiene un ingaggio per l'Inghilterra (serate, televisione). Prima di partire contrae matrimonio con l'Organista Giancarlo Frau, che fa sempre parte del gruppo "I Nuovi Principi".Del gruppo fanno parte anche I fratelli Ninni e Franco Cabras e Tonino Mura.L'attività all'estero va molto bene, il gruppo e Serenella, stanno acquisendo una certa notorietà. Poi un tragico incidente stradale mette fine alla carriera della giovane cantante. Nell'incidente rimangono feriti anche Giancarlo Frau e il chitarrista Tonino Mura. Era il 26 giugno del 1975.La salma della povera Serenella è riportata a Cagliari, dove riposa.Da quel momento "I Nuovi Principi" si sciolgono per prendere altre vie. Giancarlo Frau rimane in Inghilterra, dove in seguito forma una sua formazione, Gli Hush, incidendo, tra l'altro un singolo. Tempo dopo, nella formazione del tastierista è entrato a far parte anche Gianni Mascolo, un cantante molto noto negli anni '60/'70 in Italia. In Inghilterra, Giancarlo Frau si è poi risposato.
A LACONI, DAL 27 AL 31 AGOSTO, LA FESTA IN ONORE DI UNO DEI SANTI PIÙ VENERATI DELL'ISOLA
SANT'IGNAZIO
IL SANTO DI TUTTI I SARDI
OGNI ANNO UNA GRANDE FOLLA DI FEDELI PARTECIPA HAI FESTEGGIAMENTI DEL FRATICELLO FRANCESCO IGNAZIO VINCENZO PES, MEGLIO CONOSCIUTO COME FRA IGNAZIO, IN UNA SPETTACOLARE CORNICE TRA IL PARCO IMMERSO NEL VERDE E I RESTI DEL CASTELLO MEDIEVALE DEGLI AYMERICH.
di Ennio Porceddu
La cornice è sempre spettacolare. Delimitato a oriente dalle imponenti barriere calcaree di S'Atza 'e tziu Chiccu e s'Atza 'e Carradore, immerso nel verde, ricco di cascate, dai resti del castello medievale, dal neoclassico palazzo degli Aymerich e dalla presenza della casa natale di Sant'Ignazio di Laconi, unico santo sardo, oggetto di grande devozione in tutta la Sardegna. Per questo è meta di migliaia di pellegrini che arrivano e si raccolgono, come una piccola Assisi, nel Santuario e nei luoghi in cui il Santo visse.
I festeggiamenti preparatori in onore di Sant'Ignazio sono iniziati la prima decade di agosto nella parrocchia SS. Ambrogio V. dei frati minori cappuccini con il programma religioso e le celebrazioni delle SS. Messe.
I festeggiamenti religiosi hanno preso il via venerdì 27 agosto e si protrarranno fino al 31.
LACONI
Importante centro del Sarcidano, in provincia di Oristano, situato a 550 m. s.l.m. Laconi è un paese attraente, raggiungibile anche col "Trenino Verde Turistico".La visita al paese offre tanti spunti di svago e di approfondimento culturale. In antichità, il centro fu prescelto per la salubrità dell'aria e la bellezza incontaminata.Il centro lacunese ha tre motivazioni turistiche: Il Parco degli Aymerich, che dal cuore del Sarcidano, avvolge l'abitato estendendosi per oltre 22 ettari di bosco (uno dei pochi esempi di parco urbano dell'Isola), di cui spicca un esemplare di Cedro del Libano di gigantesche dimensioni, lecci, sentieri, specie forestali autoctone ed esotiche, circondano i resti medievali del castello con sentieri e cascate d'acqua. All'interno, comodi percorsi, freschissime acque sorgive e diverse cascate di spettacolare bellezza. I camminamenti portano alla scoperta di pittoreschi scorci, tra alberi secolari.La seconda motivazione: la casa dove è nato Sant'Ignazio, unico Santo sardo, venerato in tutta l'Isola. Laconi è meta di migliaia di pellegrini che vengono a raccogliersi in preghiera nei luoghi dove il Santo è nato ed è vissuto.
Terza motivazione è la forte presenza dell'archeologia prenuragica della quale il Civico Museo delle Statue, è un'importante tappa nello studio e nella conservazione e conoscenza di questi monumenti risalenti all'età del rame.Passeggiando tra il selciato del centro storico, a poca distanza dalla chiesa parrocchiale intitolata a S. Ambrogio, risalente al XV secolo, più volte rimaneggiata, si trova il Santuario di Sant'Ignazio da Laconi, umile fraticello questuante nato nel 1701 e tra i più venerati della Sardegna.
Di fronte al Municipio, il palazzo degli Aymerich, elegante struttura ottocentesca che, secondo la tradizione, sarebbe stato edificato nel 1846, su progetto dell'architetto Gaetano Cima e prontamente dimora dei marchesi.Ristrutturato alcuni anni fa, nel Palazzo Aymerich, anche quest'anno ha ospitato alcune mostre: pittura, scenografia, con la partecipazione degli artisti P. Baggiani, Giovanna Corongiu, e una mostra di Costumi sardi, di maschere de "Su Corongiau" e "Arti e mestieri".
Per quanto riguarda il calendario delle ricorrenze festive di Laconi, è stato molto denso: tra i più espressivi la festa di Sant'Antonio Abate a gennaio con l'accensione di grandi falò; la festa campestre di San Daniele nel mese di maggio. Ma la festa più importante è quella dedicata a Sant' Ignazio, che si tiene gli ultimi tre giorni di agosto. In quei giorni il piccolo centro del Sarcidano diventa la capitale dei fedeli devoti di Santo fraticello..
LA STORIA DI SANT'IGNAZIO DA LACONI
Francesco Ignazio Vincenzo Pes (questo era il suo nome, prima di assumere quello di fra Ignazio) è nato a Laconi il 18 dicembre del 1701, da genitori poverissimi, in una delle poche casette che, assieme ad alcune capanne, erano site intorno al Castello medievale di proprietà dei marchesi Aymerich, in una Sardegna ricca di leggende e di storie spesso circondate da superstizioni che accendevano la fantasia dei poveri abitanti.
Una Laconi lontana dai centri storici e culturali dell'Isola. A quei tempi, i "letterati" a mala pena sapevano leggere o firmare. Un privilegio, la cultura, che era riservata solo ai proprietari del castello e ai parroci.
In quest'ambiente, ha vissuto la sua prima giovinezza Francesco Ignazio Vincenzo Pes. In una casa che di comodo aveva ben poco, edificata con le pietre, la soffitta in canne sostenute da travi di legno con il pavimento in sola terra battuta.Secondo di nove figli, Sant'Ignazio fu cresimato all'età di sette anni dall'arcivescovo di Oristano mons. Francesco Masones y Nin. Da quel momento, il piccolo Ignazio iniziò a collaborare con la parrocchia del paese, ma doveva anche lavorare per aiutare la famiglia, per cui si alzava di buon mattino e si recava in parrocchia per sbrigare piccoli lavori che gli avrebbero fatto guadagnare qualche soldo. Ed è forse in quel periodo che, al piccolo Ignazio, sopraggiunse la vocazione.
I biografi raccontano che spesse volte Ignazio fu sorpreso dal parroco a pregare nell'attesa che si aprisse il portale della chiesa.A vent'anni, in una giornata d'autunno, Ignazio, accompagnato dal genitore, lasciò il suo paese per andare a Cagliari. Le mura di Castello, il bastione e le torri, che si ergevano maestose, per Ignazio furono uno spettacolo immenso, straordinario. In quel periodo, la Sardegna, subiva una svolta politica con l'inizio del regno di Sardegna, mentre Casteddu (Cagliari), continuava a essere sotto il dominio degli spagnoli.Il giovane Vincenzo Ignazio, assieme al genitore, si presentò al provinciale dell'ordine dei Cappuccino, ma non fu ammesso per il suo minuto stato fisico malaticcio. Ci volle l'intervento del marchese Aymerich, per convincere il frate provinciale ad ammetterlo fra i novizi.Da quel momento Cagliari ebbe un nuovo fraticello che, pian piano, si fece conoscere e amare da tutta la popolazione. "Fra Ignazio", da buon questuante, si recava casa per casa per prendere qualcosa o per dare. "Deus ti du paghiri" amava dire nel ringraziare chi gli donava qualcosa che, poi, solitamente, regalava ad altre famiglie povere.
Fra Ignazio portava sollievo a tutti i poveri e agli ammalati. La sua povera esistenza di frate questuante era fatta di carità e di preghiera. Fra Ignazio, morì all'età di ottanta anni. Ci sono voluti 170 anni (1995), perché il processo di beatificazione abbia avuto la sua conclusione.
Il paese natale di Laconi, dal 27 agosto e per diversi giorni, fino a martedì 31, festeggia questo Santo fraticello, richiamando sempre migliaia di pellegrini provenienti da tutta L'Isola: un miracolo che Sant'Ignazio compie regolarmente ogni anno.
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TIBERIO MURGIA, LA CARRIERA
DI UN ARTISTA NATO A ORISTANO
LO RICORDATE?
E' "IL SOLITO IGNOTO"
GRANDE ATTORE SARDO
CON 155 FILM
L'attore, nato a Oristano, era uno dei volti più noti del cinema italiano. Aveva inventato il personaggio siculo permaloso e geloso nel film "I soliti ignoti" di Monicelli. Aveva interpretato 155 film.
di Ennio Porceddu
Ci ha lasciato uno dei volti più popolari del nostro cinema. Aveva 81 anni. Da diverso tempo non stava bene perché soffriva di Alzheimer, ed era in cura in una casa di riposo per anziani a Tolfa, in provincia di Roma. Tiberio Murgia, 155 film in 50 di onorata carriera, era molto noto al pubblico italiano per le sue memorabili interpretazioni del siciliano geloso e impertinente, ma era nato in Sardegna, nella sua Oristano nel 1929. Nonostante tutte le sue vicende familiari, Tiberio Murgia, portava sempre nel cuore la sua terra.
Tiberio Murgia, di umile famiglia, era arrivato a Roma con pochi spiccioli, nell'intento di cercare fortuna. In tasca aveva appena tremila lire che gli servivano appena per pagare una stanza in un alberghetto di quart'ordine nei pressi della Stazione Termini.
La sua giovinezza era stata alquanto tumultuosa e ribelle. Aveva, per un certo periodo frequentato il Partito Comunista ed ebbe una serie di relazioni extraconiugali che fecero molto scalpore, costringendolo a emigrare in Belgio.
Il suo comportamento ispido, sempre sospettoso, il suo mutismo e le sue lunghe occhiate minacciose. Erano opera di Mario Monicelli, un genio del Cinema, che lo aveva scoperto nel 1958, quando era alla ricerca di una faccia siciliana da inserire nel suo film "I soliti ignoti", accanto a Mastroianni, Gassman, Totò, Salvadori, Capanella e Claudia Cardinale. Il regista lo aveva intravisto a Roma in una trattoria di Via della Croce, dove lavorava come lavapiatti. Qualcuno aggiunge, che nel tempo libero si recava in piazza di Spagna con l'intento di "cuccare" qualche ragazza sarda a servizio.
Monicelli, dopo averlo convocato per un provino, lo volle a tutti i costi nel cast del film, nonostante il parere contrario del produttore Franco Cristaldi. Tiberio Murgia, dopo aver girato il film di Monicelli, era ritornato a quello che ormai considerava il suo lavoro e non era d'accordo delle battute sicule che la gente, nel riconoscerlo, gli spiattellava addosso.
Divenuto un divo, Tiberio Murgia, non smise mai di girare film. Si pensi che negli anni sessanta, ne interpretò ben 50, di pellicole. Lavorò a fianco di attori come Totò, Alberto Sordi, Vittorio Gassman, Amedeo Nazzari (anche lui sardo), Franco Fabrizi, Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, Maurizio Arena, Walter Chiari, Ugo Tognazzi, Paolo Stoppa, Calindri, Celentano e tanti altri, Lavorò anche con attori stranieri del calibro di Peter Sellers, Victore Mature, Luis De Funes ecc.
L'attore sardo è stato diretto, non solo da Monicelli, ma anche da registi come Vittorio De Sica, e Nanni Loy.
Dopo "I soliti ignoti", interpretò nel 1960 "L'audace colpo dei soliti ignoti" e " I soliti ignoti 20 anni dopo" che non ebbe molto successo perché . secondo la critica, era una brutta copia delle prime due puntate. Poi arrivò "La grande guerra" (1959), " La ragazza con la pistola" (1968), "Costa azzurra" (1959), "Le svedesi" (1960), "Caccia alla volpe" (1966), Poi una carrellata di film di tutti i generi che hanno attraversato quasi mezzo secolo della nostra vita.Tiberio Murgia, non è stato solo il siculo permaloso e geloso, ma anche mafioso, vigile, polizioto, detenuto, cow boy, pretoriano, capostazione, brigadiere, sarto, barbiere e altro ancora.Quando Tiberio aveva ancora le pezze nei pantaloni e la valigia di cartone sempre pronta, aveva fatto tanti altri mestieri: l'ambulante, il manovale, lo sguattero, lo strillone di giornali. Poi un giorno, divenuto divo, arrivò a Oristano con una Cadillac con due pezzi di ragazze al fianco. Era la sua rivincita contro la città che gli aveva dato i natali ma non il benessere che lui cercava.Tiberio, un po' libertino ha avuto una vita familiare movimentata: si è sposato per la prima volta nel 1951 ed ha avuto due figli. In seconde nozze ha avuto un'altra figlia e forse qualcun altro non riconosciuto.Tiberio Murgia ha avuto anche qualche apparizione in televisione. Nel 2005 Filippo Martinez un trionfale rientro a Oristano e un premio a lui intitolato, dedicato ai più importanti caratteristi del cinema italiano. Questo perché doveva servire a far pace con la sua città. Tiberio Murgia, da qualche tempo, si trovava in una casa di cura per anziani, dove si è spento il 20 di agosto 2010. Ciao caro Tiberio.
Profilo di un grande maestro e compositore della musica leggera italiana
ALDO CATARSI
PISANO, HA COMPOSTO OLTRE TREMILA BRANI. FRA I SUOI SUCCESSI RADIO - TELEVISIVI "LA STORIA DI FRANCK BALLAN", INCISA DA DON BACKY PER LA CLAN, LA CASA DISCOGRAFICA DI CELENTANO
di Ennio Porceddu
(ennioporceddu@terzapaginaonline.it)
Nel 1996, è stato premiato per i suoi quaranta anni di attività dedicata alla musica nel 1996, insieme al regista Gillo Pontecorvo, allo scrittore Giorgio Saviane, a Ettore Scola, Umberto Bindi e Lina Wertmuller, compositore di fama internazionale, il maestro Aldo Catarsi.Quarant'anni d'ininterrotta attività, ha dato l'imprimatur a qualcosa come tremila canzoni e canzonette, musiche, colonne sonore di film e sottofondi di documentari trasmessi anche dalle televisioni europee.Non chiedete, al maestro, alcuni titoli, " è impossibile azzardare tutto quello che ho musicato - spiega con grande umiltà - a questo pensa la SIAE".
Nato a Pisa nel 1928, ha dedicato tutta la vita alla musica, Aldo Catarsi è fatto cosi: umile, ma estroso, geniale e dallo spirito libero, noto per le sue belle melodie. Fra i tanti successi radio-televisivi "La storia di Franck Ballan", portato alla ribalta al "Cantagiro" del 1962, girone B, da Aldo Caponi, meglio conosciuto colme Don Backy, che la incise con il Clan di Celentano, "Campagnola" (disco Rca), "Fantasmi", incisa dall'orchestra di Piero Emiliani, "Quando l'estate" un successo di Athos Martini, disco Vis Radio, e da Floriana, disco Vedette Records. Questo tanto per citarne alcuni.Il maestro Catarsi, ha intrapreso tantissime collaborazioni con autori e compositori italiani e stranieri. Tra i collaboratori e amici del maestro Catarsi, c'è anche chi scrive, con diverse canzoni, tra cui: "L'erba verde", " Un pezzo di cielo", "Sulla mia strada" e "Un altro come me".
Quest'ultima, composta nel 1970 e pubblicata nel 1993, per le "Sempreverdi", dalle Edizioni Musicali e Discografiche "Catarsi", Via Crespignano, 2 Caprona (Pisa), dirette dallo stesso compositore.
Sempre disponibile e generoso anche con chi chiede consiglio, il maestro, si è sempre dimostrato un vero amico di tutti. Il maestro Catarsi, si è fatto da solo, dice con orgoglio, sfidando l'indifferenza di tutti. Familiari compresi. "Mi ha capito solo mio padre Giuseppe, una persona molto semplice". "Nell'ostilità generale, lui mi ha sempre sostenuto, anche quando sembrava che combattessi, novello Don Chisciotte, contro i mulini a vento.""Già a 12 anni - ricorda - canticchiavo e strimpellavo alcuni strumenti musicali che capitavano sottomano. Poi la svolta con la signorina Linda Lemelli, una persona eccezionale e di grande talento, che mi ha impartito i primi rudimenti del pianoforte. Io per ripagarla, non avendo una lira, mi sdebitavo con lei, con delle uova che raccattavo qua e la da qualche parente". "Intanto - continua il maestro - mi divertivo a cambiare le note durante l'esecuzione delle sinfonie di Rossini. Ogni tanto le davo un passaggio verso Navacchio o nel Piano di Pisa, sulla canna della mia bici".Poi, per il maestro Aldo Catarsi, i tempi sono cambiati ed è arrivato il riconoscimento delle sue doti musicali. "Eravamo in guerra - ricorda - a Crespignano, arrivarono le truppe americane, e per suonare la fisarmonica, mi sommergevano di caramelle, cioccolatini e perfino di soldi: ero felice". "Gli americani, in quel periodo, mi hanno aiutato moltissimo".Con la fine del conflitto, grazie alla collaborazione di tre amici musicisti, il maestro Catarsi, mette in piedi una piccola orchestrina, molto richiesta nelle balere e nelle sale da ballo di Toscana e Versilia. Intanto, ha continuato a studiare musica per potersi perfezionare.
Negli anni sessanta, l'orchestrina era molto richiesta sul litorale di Viareggio, ma se la contendevano anche i night club, anche se non era d'accordo far tardi la notte, visto che il maestro, era abituato ad andare a letto presto. Sposato con Floriana Frassi, dopo le insicurezze, per il maestro Catarsi, giunge anche la tranquillità, sotto forma di contratto decennale per la Durium con un'importante casa discografica italiana.
Carla Boni, la nota cantante degli anni '60, ha inciso una raccolta delle sue canzoni portandole in giro per tutto il mondo.Socio della Siae (Società Italiana Autori Editori), dal 1982, nel 1996 è stato fiduciario per la Toscana dell'Uncla (Associazione nazionale compositori librettisti autori di musica leggera).
Negli anni '90, ha messo in piedi un'edizione musicale e discografica, grazie all'aiuto del figlio Walter, anche lui compositore.
Nata a Milano, sarda di adozione, Giusta Manca di Villahermosa, in arte Rubi Dalma, è sempre stata imprigionata di solito al ruolo di nobildonna, bella, elegante e frigida
RUBI DALMA
Un'attrice prigioniera di se stessa
Durante tutta la sua carriera, ha interpretato ventotto film. Con Vittorio De Sica del 1937, è la protagonista né "Il Conte Max" di Mario Camerini.
di Enrico Ricordi
Proveniente da una famiglia aristocratica sarda, i Manca di Villahermosa, scoperta da Camillo Mastrocinque tra gli anni trenta e cinquanta, l'attrice (nata a Milano il 24 aprile 1906, ma sarda di adozione), Giusta Manca di Villahermosa, in arte Rubi Dalma, ebbe un notevole successo cinematografico.
Entrata nel cinema dalla porta principale, recita né "La regina della Scala" (1937) con la regia di Guido Salvini Camillo Mastrocinque.
Il 17 luglio 1938, sulle pagine del quotidiano L'Unione Sarda, appare un articolo accolto con molto entusiasmo dai lettori sardi e da tutte le signore snob che frequentano lo stabilimento balneare del "Lido".
La notizia, per la città di Cagliari, è come una ventata d'aria fresca in quella giornata d'estate. "Nella stagione torrida - si legge - tutto ciò che usa allontanare dal soffocante caldo, è sempre motivo di gradimento. Un'ondata d'aria fresca può essere provocata da un avvenimento artistico e mondano che si annuncia benefico: la presenza in città di due interpreti eccezionali della lirica e del cinema".
Dell'attrice, il quotidiano sardo, scrive "Di Rubi Dalma, giovane attrice cagliaritana, pochi sanno chi è, e come nasce, rimane tra i veli dello pseudonimo. Sentiremo domani all'Olimpia, (….), conosceremmo di persona nella sua vera identità, l'affascinante concittadina. Rubi Dalma, nostra gradita ospite, svelerà il segreto della propria nascita."La prima del film "L'allegro cantante" di Gennaro Righelli (1938), costituisce un importante avvenimento che fa clamore e raccomandata al Festival di Venezia, da una giuria internazionale, confermando la sua grande professionalità.
Quando si apprende che la gradita ospite, sotto lo pseudonimo di Rubi Dalma, si nasconde Giusta Manca di Villahermosa, un applauso interminabile rompe il silenzio della sala. Il grande successo lo ottiene poi con "Il Signor Max" di Mario Camerini, con Vittorio De Sica, Assia Noris e Umberto Meinati. L'attrice ha il ruolo di una dama inutilmente corteggiata. Per l'occasione assume il nome d'arte di Rubi Dalma.
La storia del film è abbastanza singolare. Il protagonista ha il ruolo di un giornalaio squattrinato, scambiato per un conte snob e spregiudicato che accetta l'equivoco ed entra nell'alta società che fa la corte senza successo, a un'eccentrica nobildonna (Rubi Dalma), per tornare poi con i piedi per terra e sposare una ragazza del popolo.E' una storia altalenante, dove non mancano gli intrighi e i colpi di scena. Alla fine però, il falso conte, abbandona tra i Grand Hotel e i vagoni letto, la frivola dama e porta la sua vera innamorata (Assia Noris), nella casa degli zii orgogliosi del ritratto del Duce, che fa spicco sulla parete di una stanza.
Da quel momento i suoi film non si contano, tutti accolti favorevolmente sia dal pubblico, sia dalla critica più severa. La sua carriera tuttavia, anche se la porta all'apice del successo nazionale, è sempre ingabbiata nello stereotipo del personaggio della nobile aristocratica, gelida e un po' snob.
Rubi Dalma, lavora con grandi registi quali Righelli, Camerini, D'Errico Renato Castellani, Carmine Gallone Mario Soldati e tanti altri. I suoi film, ben ventotto, sono sempre in perfetta armonia con i suoi ruoli, anche se doppiati dalle attrici Simoneschi e Lattanzi.Alcune volte per sfuggire ai personaggi di classe, Dalma, s'imbruttisce o cerca di apparire trasandata, in pellicole di poca importanza (Solitudine, 1942 o in Uragano ai tropici, 1939), con effetti scarsi. Nel periodo bellico, il cinema italiano, la obbliga a un'immagine di grande signorilità o di donna irraggiungibile e indifferente, costringendola a risiedere in un Grand Hotel, specie quando è a Roma, per le riprese del film "Enrico IV", (1943), il suo ultimo film prima della fine della guerra mondiale. Nel 1949 interpreta una contessa in "Cielo sulla palude", e nel 1952 "Febbre di vivere", dove questa volta ha il ruolo della madre di un'aristocratica. In seguito, i suoi ruoli sono sempre poco credibili o da caratterista. Questo porta l'attrice cagliaritana ad abbandonare per sempre quel mondo, che agli esordi della sua carriera, l'aveva osannata.Rubi Dalma, all'anagrafe Giusta Manca di Villahermosa, muore il 7 agosto 1994 a Castel Gandolfo nei pressi di Roma.
Alcuni suoi film: "Il conte Max" (1937) di Mario Camerini con Vittorio De Sica, Assia Noris e Umberto Meinati;"Divieto di sosta" / (1942) di Marcello Albani con Nino Crisman, Mario Ferrari, Paolo Venerosi e Paolo Stoppa; "Calafuria" (1942) di Flavio Calzavara con Doris durante, Gustav Dessi, Aldo Silvani e Olga "Batticuore" (1939) di Mario Camerini con Assia Noris, John Lodge; "C'è sempre un ma" (1942) di Luigi Zampa con Carla Del poggio, Adriana Benetti, Aroldo Tieri; "L'Argine" (1938) di Corrado D'Errico (1938) con Luisa Ferida, Gino Cervi, Guglielmo Sinaz e Olga "Il cavaliere del sogno" (1947) di Camillo Mastrocinque, "Uragano ai tropici" (1939) di Giuseppe talamo.
Musicista e cantante alessandrino. Una promessa della musica leggera italiana.
ANDREA BONZANO
Titolare di un'edizione musicale e discografiche, si è esibito in Rai a "Uno Mattina" e ha inciso un cd con il sassofonista Gianni Basso. E' anche scopritore di talenti.
di Ennio Porceddu
(ennioporceddu@terzapaginaonline.it)
Pianista, autore, compositore, cantante, fin da piccolo ha coltivato la passione per la musica. Il suo è amore a prima vista che l'ha portato a studiare pianoforte al "Circolo Amici della Musica" di Valenza in provincia di Alessandria . "La mia cultura musicale - afferma Andrea Bonzano - spazia rapidamente più in là dalla musica classica".Il musicista si è presto appassionato ai vari generi musicali, ma le sue preferenze si sono subito orientate su gruppi di grande richiamo, come I Beatles che sotto la guida di George Martin, che a metà degli anni '60 raggiunsero l'apice del successo internazionale, i Pink Floyd che insieme ai Soft Machine, i Crazy World of Arthur Brown e i Tomorrow, erano l'archetipo di una nuova onda di gruppi del Rock psichedelico. Per non parlare poi dei gruppi italiani quali La Premiata Forneria Marconi, il primo complesso beat che con il nome di I Quelli, si è imposto a livello internazionale con l'album "Photos of Ghosts", un rifacimento dei due primi album prodotti per la Manticore da Petre Sinfield.
Ma, anche dei New Trolls e del Banco del Mutuo Soccorso, che nel 1971 si affacciarono con successo al Festiva pop di Novate, che in seguito, ha collaborato con David Zard (manager per diverso tempo di Branduardi), musicalmente inserito nel filone rock romantico inglese con delle aperture sporadiche di derivazioni italiane.Andrea Bonzano, non si è orientato solo su questi gruppi musicali, ma è andato oltre, scoprendo i vari Guccini, Paolo Conte, Fossati, Vecchioni e De Andrè.
"Grazie all'ascolto attento e meticoloso della produzione discografica di quest'ultimo ho studiato altri strumenti come la chitarra, la batteria, il basso e il bouzouki".Il giovane musicista Andrea Bonzano, ha anche fatto parte del coro polifonico "Life Chorus", con il quale ha pubblicato un cd con Gianni Bassi, sassofonista jazz molto noto nel nostro paese.Il giovane musicista, poco tempo fa ha partecipato come cantante alla trasmissione Rai "Uno Mattina", ottenendo un buon successo.Andrea Bonzano, compone canzoni ed è titolare di un'etichetta musicale e discografiche "G.B.Suono "(www.gbsuono.it), che da la possibilità a cantanti, autori, compositori e gruppi di pubblicare e incidere nuove proposte musicali che, attraverso i suoi canali, divulga in Italia e all'estero.Insomma, per dirla in breve, il giovane musicista alessandrino, è un artista a tutto campo e una promessa della musica italiana che tra i suoi obiettivi, c'è anche quello scoprire nuovi talenti.
Aveva dato una voce inedita alla Sardegna. Con la musica raccontava le tradizioni e le pulsazioni nascoste. Dopo alcuni successi con I Tazenda, scelse l'indipendenza, perché si sentiva stritolato dall'essere considerato un prodotto.
LA VOCE DELLA SARDEGNA
ANDREA PARODI,
LA SUA VITA PER LA MUSICA
COLLABORO' CON NOA, FABRIZIO DE ANDRE', AL DI MEOLA, MAURO PAGANI. PARTECIPO' A DUE EDIZIONI DEL FESTIVAL DI SANREMO. TENNE CONCERTI IN MOLTE PARTI DEL MONDO. L'ULTIMO ALL'ANFITEATRO ROMANO DI CAGLIARI IL 22 SETTEMBRE 2006.
di Enrico Ricordi
"Sono un cantante emozionale e mi esprimo bene dal vivo. I Tazenda non si sono mai sciolti. Da molti anni non lavoro più con loro, perché dopo i primi dischi, mi sentivo insoddisfatto. Troppi inquinamenti esterni per questo sentivo l'esigenza artistica di non chiudermi in un genere."Andrea Parodi era un uomo e un artista sincero con se stesso e con gli altri. Un uomo che non seppe nascondere il male che gli consumava la vita.
Un artista che in un'intervista ad un giornale, 4 mesi prima della sua scomparsa, confessava perché di questa scelta, perché aveva deciso di cambiare il modo di fare musica.L'artista sardo, era molto particolare. Con la sua espressività vocale e musicale aveva dato voce inedita alla sua terra, la Sardegna. Con grande professionalità ne aveva raccontato le tradizioni, le vibrazioni dimenticate, il profilo spesso profondo. Con la poesia, aveva raccontato le eterne vessazioni e lo spirito mai domo.
Andrea era fiero dell'acquisita autonomia e dell'animo anarchico. Con la sua esperienza, aveva saputo sdoganare il dialetto sardo come lingua.
Era un personaggio insostituibile nel panorama musicale sardo, non solo come esecutore ma anche come musicista a 360 gradi. Il lavoro per lui era la vita. Era tutto.Come, per lui era importante la sua famiglia.
LA SCHEDA
Andrea Parodi nasce a Porto Torres il 18 luglio 1955, da padre savonese, figlio di pescatore, direttore di macchina nelle navi, e da madre sarda molto legata alla sua terra. Frequenta l'Istituto Tecnico Nautico e si diploma allievo capitano di lungo corso nella sua città natale, dove dopo alcuni anni tornerà come docente di Marinaresca.
Particolarmente dotato alla musica e con una voce eccezionale (era solito affermare che il canto lo aveva affascinato da, quando era bambino), matura una lunga esperienza nel "Coro degli Angeli" di Sassari, gruppo nato nel 1977 con il nome di "Sole Nero". All'inizio degli anni '80, il gruppo è scoperto da Gianni Moranti che li adotta. Nasce così una collaborazione che li porta in studi di registrazione e dal vivo al seguito del cantante. Dopo una tournee negli Stati Uniti, con Gianni Moranti, su consiglio di Mogol, il gruppo cambia nome in "Il coro degli Angeli"Subito dopo, il gruppo, su etichetta "Avventura" registrano un LP con i brani più espressivi della coppia Mogol- Battisti. Per l'occasione, con Tazenda, collaborano Piero Fara, Antonio e Andrea Poddighe e Nando Esposito.All'uscita del disco, fanno seguito una serie di partecipazioni in programmi televisivi su RAI 1 (Tutti insieme) e la partecipazione nel 1982 alla prima edizione di "Azzurro" al Petruzzelli di Bari che li vide vincitori.
Nello stesso anno il gruppo vola in Unione Sovietica per accompagnare Gianni Morandi in una tournee che li tiene lontani dall'Italia per un mese. In quell'occasione i ragazzi sardi cantano una loro versione dell' Ave Maria sarda con grande successo.
Nel 1988, insieme a Gigi Camedda e Gino Martelli, costituisce il gruppo dei Tazenda, con cui partecipa nel 1991 al Festival di Sanremo con il cantante Pierangelo Bertoli, per anni estromesso dalle telecamere a causa del suo handicap (costretto in carrozzella da una poliomielite infantile). Interpretano "Spunta la luna dal monte" una canzone che suscita molto interesse e che porta a Bertoli a considerarsi il vincitore morale del festival, perché è l'unico, assieme a Renato Zero, ad essere richiamato sul palco dagli applausi del pubblico.I Tazenda ci ritornano nel 1992, con "Pizzinos in sa guerra", una canzone in lingua sarda, e si piazzano all'ottavo posto. Andrea Parodi, conferisce, al grande pubblico il filone della musica etnica e folk, aprendo così la strada alle ulteriori partecipazioni della Nuova Compagnia di Canto Popolare, Enzo Gragnaniello e Avion Travel.Lo stesso anno partecipano al Festivalbar di Vittorio Salvetti con " Preghiera semplice" e salgono al vertice del successo. Ma è con la canzone sarda come "No potho riposare" che la voce di Andrea raggiunge il massimo livello, mai eseguito prima da altri interpreti.Andrea Parodi s'impegna anche come regista con la produzione di alcuni documentari sulla Sardegna e i video dei Tazenda. Andrea Parodi, è anche un produttore di diversi artisti sardi, tra cui di Marino De Rosas.Nel 1997, Andrea, prende un'amara decisione di lasciare il gruppo dei Tazenda per intraprendere la carriera da solista. Aveva preferito essere indipendente. Non gli piaceva esibirsi in playback e si sentiva, non più una persona, ma un prodotto.Così, in solitario aveva avviato la collaborazione con artisti come Noa, Fabrizio De Andrè, Al di Meola, Mauro Pagani, con il quale aveva pubblicato un cd live e un tour europeo con grande successo di pubblico.
Nel 2002 esce il suo primo album da solista "Abacada", che però, nonostante le sue aspettative non riscuote il successo sperato. Ma, Andrea non si dispera e continua la sua ricerca verso le forme più brevi e minimali, arcaiche. Per l'artista "Abacada" è il risveglio e il risveglio non è mai frastuono.Nel 2006, decide di riprendere la collaborazione con i suoi vecchi compagni di lavoro, i Tazenda. Così nascono tanti concerti e un'esplosione di successi (Porto Torres, La Maddalena. 35.000 spettatori che presenziano ai due concerto, osannando l'artista sardo. Poi il 22 settembre dello stesso anno, partecipa all'ultimo concerto della sua vita, con la partecipazione di molti amici artisti, tra cui ancora una volta i Tazenda con i quali aveva da poco inciso il live Reunion, all'Anfiteatro Romano di Cagliari. Concerto che è stato inserito in un DVD e messo in vendita da un quotidiano locale con grande successo.
Il concerto di Cagliari, resterà quasi certamente, uno dei momenti più espressivi della storia musicale sarda. Un omaggio emozionale che l'artista sardo ci ha voluto regalare prima della sua scomparsa. Andrea Parodi, si spegne a Cagliari il 17 ottobre 2006, dopo un anno di sofferenze, da un male che non conosce la parola perdono.